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femmina - 35 anni, Firenze, Italy


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  • Aung San Suu Kyi: per non dimenticare!

    Tredici anni sono un arco di tempo molto lungo nella vita di una persona!
    Se ripenso agli ultimi tredici anni della mia vita rivivo il passaggio dall’università al mondo del lavoro, i viaggi in Messico, Perù, Irlanda, Giappone, la perdita di persone care e la conoscenza di amicizie importanti! Esperienze di vita che popolano il passato di ciascuno di noi, nel bene e nel male. Ora immaginate di aver trascorso 13 anni della vostra vita rinchiusi, lontano da amici e affetti; di aver visto il mondo cambiare mentre voi non potevate neanche varcare la soglia di casa. E’ quello che è accaduto ad Aung San Suu Kyi, leader della Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), il Partito di opposizione del Myanmar: questa donna infatti vive rinchiusa da 13 anni nella sua abitazione a Rangoon. Durante questo periodo di tempo Aung San Suu Kyi ha visto il suo paese impoverirsi sempre più, tanto che il Myanmar è ormai annoverato tra i paesi più poveri al mondo; ha appreso della malattia, e successiva morte, del marito, avvenuta a Londra, e al capezzale del quale ha scelto di non recarsi perché le sarebbe stato impossibile rientrare in Myanmar; ha assistito alle repressioni brutali compiute sui suoi connazionali. Quali gravi colpe deve scontare questa donna? Il fatto di essersi sempre opposta ad un regime militare, che governa il suo paese da oltre 50 anni, e di aver addirittura vinto, nel ’90, le elezioni, indette da quello stesso regime e subito invalidate.
    Non è un nome da poco il suo per la comunità internazionale che, nel ‘91, le ha conferito il premio nobel per la Pace perchè promotrice di idee di libertà e giustizia che non si accompagnano alla violenza ma ad una resistenza pacifica e ai principi del buddismo.
    Su di lei si scrivono libri (in uscita in questi giorni è ” La mia Birmania” di Alan Clements); i comuni le conferiscono la cittadinanza onoraria, come quello di Bologna, l’ultimo in ordine di tempo; a scadenze regolari vengono fatti appelli per la sua liberazione dal politico di turno…un po’ poco però!
    A riprova di ciò, il mese scorso, la giunta militare ha prorogato illegalmente gli arresti domiciliari di Aung San Suu Kyi per un ulteriore anno, nel quasi totale silenzio generale della Comunità internazionale! A parte imporre qualche sanzione economica, peraltro già in vigore da anni, né l’Onu né Usa e Ue infatti hanno preso una forte posizione nei confronti del governo del Myanmar, e neppure hanno fatto pressione sulla Cina, il più potente alleato della giunta birmana, affinché Aung San Suu Kyi, e tutti gli altri 2000 prigionieri politici birmani, vengano liberati!
    La leader dell’opposizione birmana, che, a settembre, ha fatto uno sciopero della fame per 4 settimane in segno di protesta nei confronti della proroga, e, per la prima volta, si è rifiutata di incontrare l’inviato Onu, Ibrahim Gambari (alla sua 4° visita in un anno, nel paese asiatico senza aver ottenuto alcunchè dal generalissimo Than Shew), alla fine ha deciso di presentato ricorso contro gli arresti domiciliari; negli stessi giorni il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon ha dichiarato che, in vista del suo prossimo viaggio in Myanmar, previsto a Dicembre, la giunta militare birmana continua a non collaborare e che quindi la sua visita potrebbe dare pochi frutti. Un modo elegante per mettere le mani avanti in caso di un probabile insuccesso!
    Senza nulla togliere al lavoro diplomatico svolto dalle Nazioni Unite (che al momento per me rappresentano l’unico organismo in grado di tentare di aprire un dialogo con la giunta militare birmana), credo però che questa donna meriti un maggioro impegno da parte della comunità internazionale, come richiesto anche da molte Ong, ad esempio Human Rights Watch e Amnesty International: queste ultime ieri sono tornate ad appellarsi, all’Asem (Vertice che si è tenuto a Pechino tra 43 paesi di Asia e Europa) e all’Ue perché facciano in modo che il Myanmar liberi tutti i prigionieri politici.
    Oggi si sono svolte manifestazioni di protesta davanti alle ambasciate cinesi a Londra e a Washington. Qualcosa è possibile fare anche da casa per sostenere le azioni delle numerose associazioni che chiedono la liberazione dei prigionieri politici birmani, riunite nella campagna “Free Burma”: tra le tante iniziative, si possono firmare anche alcuni appelli che saranno inviati direttamente a Ban Ki Moon per ricordargli che il mondo non dimentica Aung San Suu Kyi.
    Se volete sottoscriverli i principali sono:

    http://www.burmacampaign.org.uk/un_action.html

    http://salsa.democracyinaction.org/o/1189/t/51...

    Grazie a tutti!

  • Myanmar: un anno dopo!

    Ci sono due elementi, secondo me, che caratterizzano la società occidentale moderna, strettamente correlati tra loro: le statistiche e gli anniversari! I primi servono a riassumere in poche cifre la complessità del mondo moderno; i secondi servono, molte volte, a ricordarsi di un evento per 24 ore e a sentirsi poi legittimati a dimenticarsene per il resto dell’anno! Entrambi derivano, spesso, dalla cronica mancanza di tempo!
    Le statistiche non mi piacciono molto ma gli anniversari sì…soprattutto perché ho imparato di recente quanto sia difficile farsi ascoltare quando si parla di argomenti di un certo tipo: tutto, invece, è più semplice se c’è di mezzo un bell’anniversario, perché in quel caso le persone sono più propense a ricordare!
    E allora ne approfitto:

    Il 26 settembre 2007, è la data che ricorda l’inizio dell’ultima brutale repressione in Myanmar, ultima perché non è la prima volta che la giunta militare schiera i suoi soldati contro i cittadini birmani: era accaduto già nell’88, con la rivolta studentesca, e così è stato anche lo scorso anno, questa volta contro i monaci buddisti, scesi in piazza per guidare la protesta contro il rincaro dei beni di consumo, legato all’aumento del prezzo della benzina! In quei giorni, il Myanmar ha conquistato le prime pagine dei quotidiani e le aperture dei servizi dei tg nazionali.

    Ma cosa è accaduto in questo anno? Cosa è cambiato in Myanmar dalla protesta dei monaci? Fondamentalmente nulla!

    L’Onu ha inviato per quattro volte il suo rappresentante, Ibrahim Gambari, per tentare di sbloccare la situazione politica, tra la giunta militare, che governa il paese ormai da quarantacinque anni, e l’opposizione guidata da Aung San Suu Kyi leader della Lega Nazionale per la Democrazia (LND), agli arresti domiciliari da 12 degli ultimi 18 anni. Gambari aveva due obiettivi da raggiungere: ottenere la liberazione dei prigionieri politici, tra cui la stessa Aung San Suu Kyi, e promuovere un accordo tra giunta e opposizione in vista dell’approvazione della nuova carta costituzionale e delle elezioni, annunciate ora per il 2010. Niente è stato ottenuto, o quasi; anzi, la situazione è in parte peggiorata: Aung San Suu Kyi, che avrebbe dovuto scontare 5 anni di detenzione domiciliare, ha visto prorogati di un anno i termini del suo arresto, in modo illegale; la nuova costituzione è stata approvata nonostante le forti critiche dell’opposizione (dato che lascerà in mano ai militari gran parte del futuro parlamento e impedirà alla stessa Aung San Suu Kyi di candidarsi, in quanto sposata ad un cittadino straniero). Un paio di giorni fa la giunta ha liberato 9000 detenuti, tra cui anche prigionieri politici, come Win Tin, giornalista dissidente di 79 anni, gli ultimi 20 dei quali trascorsi in carcere. Alla Comunità Internazionale questo gesto è sembrato un’apertura al dialogo; peccato che il giorno successivo, secondo quanto riportato da Democratic Voice of Burma i militari abbiano arrestato nuovamente uno degli stessi prigionieri liberati, U Win Htein, 67 anni, membro della Lega Nazionale per la Democrazia, a dimostrazione che la situazione non cambia. Secondo Human Rights Watch, in Myanmar, a un anno dai moti del settembre 2007, “la repressione è aumentata e nelle prigioni del paese restano ancora almeno 2.100 prigionieri politici”. Secondo l’associazione, la comunità internazionale ha consentito ai leader del Myanmar di “continuare a portare avanti un dialogo infruttuoso, invece di esigere azioni concrete”.
    Difficile dargli torto: nonostante le oggettive difficoltà incontrate dall’Onu, per il veto di Cina e Russia, a qualsiasi condanna nei confronti del Myanmar, la comunità internazionale avrebbe dovuto fare di più, quanto meno non regalare alla giunta un anno di nulla: tanto l’approvazione della nuova costituzione (avvenuta con il referendum che si è svolto, scandalosamente, nei giorni successivi al ciclone Nargis) quanto la proroga degli arresti ad Aung San Suu Kyi sono avvenute senza alcuna forte presa di posizione da parte dell’Onu! A dimostrazione di ciò, la stessa Aung San Suu Kyi ha portato avanti nelle ultime settimane una propria forma di protesta rifiutando, per un mese, le provviste lasciate davanti a casa sua. Questo le ha consentito, alla fine, di incontrare il suo avvocato, con il quale sta tentando di intraprendere azioni contro la sua detenzione.
    Nonostante tutto, però, credo che la soluzione della questione Myanmar, non possa che restare in mano alla Comunità Internazionale: per questo in vista della prossima visita di Ban Ki Moon nel paese, prevista per dicembre, è necessario pressare l’Onu affinché si presenti più determinata che mai nel chiedere ad un suo membro, quale è il Myanmar, il rispetto dei diritti dei suoi cittadini. E’ importante che lo facciano i governi e l’Unione Europea; è importante però che lo faccia anche ogni singola persona!
    Sono due le iniziative portate avanti dalle principali associazioni che si battono per il Myanmar, entrambe con lo stesso scopo: scrivere una mail a Ban Ki Moon nella quale si chiede al segretario generale dell’Onu di pretendere la liberazione di tutti i prigionieri politici:

    - la prima è della Burma Campaign: http://www.burmacampaign.org.uk/un_action.html

    - la seconda è della US Campaign for free Burma: http://salsa.democracyinaction.org/o/1189/t/51...

    Si deve solo collegarsi a questi siti e inviare le mail (il testo è in inglese ma è semplice da capire)!
    Credo non vi costi nulla firmarle entrambe!
    Grazie!

  • Appunti sulla visita della Betancourt a Firenze!

    Quando hai l’occasione di incontrare una persona che per te è importante, una delle cose peggiori che possono accadere è vedere quell’incontro rovinato da una pessima organizzazione. Così è stato per la visita di Ingrid Betancourt a Firenze, in occasione della consegna della cittadinanza onoraria e del giglio d’oro.

    La Betancourt è come appare nei video e nelle foto: una donna minuta che, nonostante 6 anni nella selva colombiana, prigioniera delle Farc, quando parla dimostra di non aver perso la forza che aveva durante la militanza politica ma che, anzi sembra aver addirittura guadagnato qualcosa in più. Sul suo volto traspare infatti quella serenità che trovi solo nelle persone che hanno sofferto molto e che hanno imparato che nella vita ci sono cose che trascendono la materialità di tutti i giorni. Un volto che trasmette pace e fiducia.
    Ma è di libertà che Ingrid Betancourt vuole parlare appena le danno la parola…il che accade dopo quasi un’ora di cerimonia! Dopo che, nell’ordine, hanno parlato: il Presidente del consiglio comunale di Firenze, Eros Cruccolini, il Sindaco Leonardo Domenici (che ha rilanciato la candidatura al nobel per la pace), il Presidente della Provincia Matteo Renzi, l’assessore regionale alla pace e cooperazione, Massimo Toschi (l’unico che in Colombia c’è andato davvero, dopo aver incontrato la madre della Betancourt!) e il giornalista Maurizio Chierici: tutti a parlare di lei, a citare le sue lettere e l’importanza del suo insegnamento. Lei, seduta accanto a loro, li guarda e sorride: e tu ti domandi perché non le diano subito la parola; perché non possa essere lei a dirci cosa pensa e a raccontare la sua esperienza. Misteri dei cerimoniali! Poi, finalmente, dopo la consegna dei riconoscimenti, tocca a lei. Un discorso sobrio che riflette quella pacatezza e serenità che le si legge sul volto. Questi i passi che mi sono rimasti più impressi:

    “……Voi non potete sapere cosa sia la libertà perché la respirate ogni giorno. La libertà è il diritto di scegliere. Dio ci ha creati liberi e la libertà è fondamentale per la dignità degli esseri umani. Senza di essa siamo solo oggetti che possono essere spostati da un luogo all’altro, da una zona della selva all’altra. Nella prigione della selva colombiana ho lasciato 26 compagni: per me non sono numeri, ma esseri umani, che hanno il mio stesso diritto di essere qui con noi. Che cosa possiamo fare per loro? Il governo colombiano non può ripetere l’operazione che ha salvato me e altri 15 persone. Ma noi possiamo usare la parola. La parola tocca i cuori degli uomini. Dobbiamo usarla ogni giorno, un’azione quotidiana che sia esempio per chi ci è vicino, a cominciare dai nostri familiari più cari……Tutti possono fare la differenza. Tutti noi abbiamo avuto l’opportunità di cambiare la vita di un essere umano con una nostra decisione. Se così non è stato, è bello sapere che avremo altre opportunità per farlo. Cambiare la vita di uno solo vuol dire cominciare a cambiare il mondo……. La libertà è lo spazio in cui dobbiamo poterci muovere ma la pace è la qualità di quello spazio. E la pace passa attraverso il perdono…… La Colombia è una famiglia in guerra: dobbiamo imparare a non dimenticare per non commettere nuovamente gli stessi errori; ma dobbiamo al tempo stesso imparare a perdonare…….Conto su di voi per fare la differenza, in nome di tutti coloro che sono vittime di ingiustizie nel mondo.”
    Un lungo applauso chiude il suo intervento!

    Poi la bolgia! Tutti le vogliono stringere la mano: politici, sindaci dei comuni di tutta la Toscana, consiglieri comunali, personaggi noti. E tutti coloro che pensavano di avere l’occasione di rivolgerle qualche domanda in più, restano a bocca asciutta perché la conferenza stampa prevista dal cerimoniale salta. Peccato! Soprattutto per tutti quelli che, senza essere famosi, in questi anni hanno collaborato con associazioni e gruppi che chiedevano la sua liberazione e che hanno fatto proprio quello che la Betancourt ha sollecitato oggi: ovvero hanno impedito che la gente la dimenticasse in quella selva, hanno smosso l’opinione pubblica, e la stessa politica, affinché prendesse iniziative concrete.
    A loro è andato comunque il suo più vero ringraziamento!

    Ps. A margine un’annotazione su un’altra donna, che è priva della sua libertà e della quale è bene non dimenticarsi: Aung San Suu Kyi (63 anni di età ed una salute non robustissima) in questi giorni ha cominciato una forma di protesta per gli scarsi progressi del processo di riconciliazione in Myanmar, portato avanti dall’Onu. Si è rifiutata di incontrare l’inviato Onu, Gambari, e rifiuta di raccogliere le provviste che le vengono recapitate davanti casa, dove da anni vive prigioniera. L’on Piero Fassino, presente a Firenze, alla domanda su cosa stia facendo la Comunità internazionale a tal proposito, domanda ad hoc visto che da mesi è l’inviato dell’Unione Europea per il Myanmar, oltre a precisare che la protesta di Suu Kyi è rivolta prima di tutto contro la giunta militare birmana ed è poi un monito verso la Comunità internazionale affinché prenda iniziative, ha dichiarato che a tali iniziative si sta lavorando da tempo…..beh, evidentemente i risultati lasciano molto a desiderare la stessa Aung San Suu Kyi…ed è difficile, purtroppo, darle torto!

  • Myanmar, Africa e Chernobyl: iniziative dal web!

    Mentre si attende di sapere se il premio nobel birmano Aung San Suu Kyi abbia iniziato o meno uno sciopero della fame (il governo bimano smentisce, dicendo che si tratta solo di voci), ieri il Washington Post ha pubblicato un editoriale molto critico sulla visita dell’inviato dell’Onu, Ibrahim Gambari, nel Paese, avvenuta la scorsa settimana. Il quotidiano statunitense bolla come una “farsa” la visita di Gambari e definisce coraggioso il gesto della leader dell’LND che ha rifiutato di incontrarlo. L’articolo lo trovate qui:
    http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/a...
    Le Nazioni Unite fino ad ora non si sono espresse ufficialmente né sulla visita di Gambari né sulle polemiche seguite alla notizia del gesto di Aung San Suu Kyi. L’editoriale è molto critico nei confronti dell’ONU, appoggiando così la linea politica dall’amministrazione Bush: totale condanna del regime birmano. Proprio a pochi giorni dalle Olimpiadi il presidente USA Gorge W Bush aveva chiesto la fine della “tirannia in Myanmar” e la “liberazione di Aung San Suu Kyi e di tutti i prigionieri politici”, invitando la Cina, principale alleato birmano, ad unirsi alla comunità internazionale nella richiesta di sanzioni contro la giunta militare al potere.

    Intanto la Burma Campaign mette a segno un buon risultato con la campagna, iniziata un mese fa, contro le grandi compagnie che assicurano le aziende che fanno affari in Myanmar: l’associazione, con base in UK, che aveva lanciato una mobilitazione contro una “lista nera” di aziende, riferisce che due delle compagnie incriminate XL e Arig hanno annunciato di voler uscire dal mercato birmano. Se qualcuno volesse saperne di più sulla campagna in questione: http://www.burmacampaign.org.uk/insuranceactio...

    Altra iniziativa portata avanti in questi giorni è quella della One Campaign per chiedere maggiore trasparenza negli aiuti all’Africa da parte dei paesi dell’Occidente. Secondo l’associazione, che si batte per aiutare i paesi più poveri dell’Africa, infatti, non basta inviare denaro: è necessario anche che i paesi donatori, a cominciare da quelli del G8, rendano di dominio pubblico il modo in cui il denaro viene speso. In questo modo, secondo One, si potrebbe combattere il dilagare della corruzione nei paesi africani. Quest’ultimi infatti dovrebbero rendere pubblici i risultati dei progetti portati avanti con i fondi ricevuti.
    One sta facendo circolare una e-mail da firmare, che verrà recapitata a settembre, al presidente della banca mondiale, Bob Zoellick. Maggiori informazioni e il testo della mail li trovate qui: http://www.one.org/international/accra/

    Infine una notizia che riguarda il Chernobyl Children's Project International, che si occupa dei bambini colpiti dagli effetti delle radiazioni della centrale di Chernobyl. Il lavoro dell’associazione sarà al centro di un documentario che la televisione irlandese RTE One manderà in onda il 4 settembre alle 22.45. 'The Children Beyond Chernobyl' è stato girato a Belarus questa estate quando circa un centinaio di irlandesi sono tornati a lavorare in uno dei siti più contaminati del mondo. Tra questi anche Ali Hewson, moglie di Bono, e da tempo impegnata nel lavoro dell’Associazione.

    Chiudo con una possibile offerta di lavoro: la US Camping for Burma cerca un coordinatore su Washington. Non so esattamente in cosa consista il lavoro, anche perché occorre loggarsi per conoscere i particolari. In ogni caso, se siete interessati, questo è il sito:
    http://www.idealist.org/if/i/en/av/Job/305810-...

  • Fallimento della visita Onu in Myanmar

    Un completo fallimento!
    Così potrebbe essere archiviata la quarta visita dell’inviato dell’Onu Ibrahim Gambari in Myanmar, almeno stando a quanto riportato dalle Agenzie di stampa. Gambari, arrivato nel paese il 18 agosto scorso per proseguire nell’opera di mediazione tra la giunta militare, che governa il paese, e l’opposizione, guidata dal premio nobel Aung San Suu Kyi, non è riuscito ad incontrare né il generale Than Shwe né la leader dell’opposizione. Aung San Suu Kyi ha addirittura snobbato per ben due volte l’inviato Onu: la prima volta, mercoledì, giorno in cui era fissato l’incontro ufficiale, e poi il sabato successivo. Perché questo pesante rifiuto da parte della leader della Lega nazionale per la Democrazia? Stando a quanto riferito dal portavoce dell’LND, Nyan Win, Aung San Suu Kyi sarebbe rimasta delusa per le iniziative infruttuose portate avanti finora dalle Nazioni Unite per garantire la ripresa del dialogo con il governo e favorire così sia la riconciliazione nazionale sia le riforme. I negoziati, iniziati nell'ottobre del 2007 tra il ministro incaricato dalla giunta, Aung Kyi, e Suu Kyi, sono stati sospesi lo scorso gennaio, dopo soli cinque incontri. Da allora, evidentemente, silenzio. Un silenzio pesante visto che in questi mesi si è svolto il referendum per l’approvazione della nuova costituzione, stilata dalla giunta militare, e approvata dal 92,4% della popolazione. Il referendum, al quale non è stato ammesso nessun osservatore internazionale, si è svolto a Maggio nei giorni in cui venivano distribuiti gli aiuti umanitari, in seguito al passaggio del ciclone Nargis, che ha fatto migliaia di vittime e ha messo in ginocchio il paese. La nuova costituzione, che stando ai militari dovrebbe servire per garantire un passaggio graduale del potere nelle mani del popolo birmano, con libere elezioni nel 2010, prevede l'assegnazione del 25% dei seggi di entrambe le Camere del Parlamento alle forze armate; esclude che Suu Kyi possa diventare Presidente o anche membro del parlamento perchè sposata a un cittadino straniero; legittima la presa del potere da parte delle forze armate in caso di emergenza; riconosce al Presidente l'autorità di trasferite 'tutti i poteri' al Capo di Stato maggiore per 'una durata di non meno di un anno' in caso di stato di emergenza; ed esclude emendamenti al testo costituzionale senza il consenso di oltre il 75% dei parlamentari. Condizioni definite da sempre inaccettabili dall’opposizione che ha bollato come “completamente falso” il risultato referendario. Da tutto ciò, probabilmente, nasce il rifiuto di Aung San Suu kyi all’incontro con Gambari: un incontro che avrebbe infatti permesso all’inviato Onu di salvare la missione nel paese, nonostante il mancato colloquio con il generale Than Shwe; il suo rifiuto invece mette l’Onu in una posizione scomoda, soprattutto in vista della visita del segretario generale Ban Ki Moon fissata per dicembre. Da settembre scorso, ovvero dall’ultima grande protesta di massa in Myanmar, guidata dai monaci e sedata nel sangue dai militari, l’Onu si è recata 6 volte nel paese: per quattro volte ha inviato Gambari, incaricato di portare avanti i colloqui tra le parti politiche, e per due volte il responsabile dei diritti umani (una prima volta con Paulo Sergio Pinheiro, poi sostituito, per alcune dichiarazioni non gradite alla giunta, con Tomas Ojea Quintana) per verificare il rispetto dei diritti umani. Poco e niente è cambiato nel paese e da qui forse nasce lo scoramento di Aung San Suu Kyi. Occorrerà che l’Onu riveda le proprie politiche nei confronti del Myanmar per sperare di coinvolgere nuovamente il premio nobel, che ha trascorso gran parte degli ultimi 18 anni agli arresti domiciliari nella sua casa di Rangon, e i cui arresti sono stati prorogati recentemente di un altro anno, nonostante siano scaduti i termini di legge per la detenzione.
    Anche questo è il Myanmar!

  • Myanmar: 8 Agosto 1988!

    8 Agosto 1988: una data importante per il Myanmar perchè è stata la data dell'inizio di una grande sommossa, portata avanti dagli studenti. Nei mesi successivi la giunta militare attuò una violenta repressione che costò la vita a circa 3000 morti. Cito dal sito di Amnesty:

    Le manifestazioni del Movimento per la democrazia, guidate dagli studenti, iniziarono l'8 agosto 1988 nell'ex capitale Yangon e si propagarono rapidamente in tutto il paese, ottenendo un grande consenso popolare. Nel giro di sei settimane, le forze di sicurezza avviarono la repressione, provocando 3000 morti. Migliaia di persone furono imprigionate o sparirono nel nulla.

    Da allora, nonostante le risoluzioni dell'Assemblea generale e del Consiglio dei diritti umani e 35 missioni ufficiali di consulenti, relatori e altri rappresentanti delle Nazioni Unite, restano in carcere 2050 prigionieri politici, di cui 900 imprigionati negli ultimi dieci mesi.


    Amnesty ha colto l'occasione per chiedere all'Onu un maggior impegno per ottenere il rilascio dei prigionieri politici in Myanmar. A questo proposito è notizia di ieri che le autorità birmane abbiano contestato all'attore Zarganar, popolare per la sua satira contro il regime, otto capi di accusa di carattere politico. Stando a quanto riferito dai familiari, le accuse sono state formulate da una corte speciale nella prigione Insein di Rangoon. Tra i capi di imputazione figurano associazione illegale e sedizione. L'attore, 47 anni, che soffre di ipertensione, è apparso magro e pallido. Zarganar è stato arrestato a giugno dopo aver rilasciato interviste ai media stranieri in cui criticava la lentezza della risposta della giunta militare alla catastrofe causata dal ciclone Nargis.

    Sono numerose le inziative organizzate oggi in tutto il mondo per ricordare il ventennale della rivolta, di cui una in Italia, A Roma, in piazza Loreto questa sera alle 19: http://www.freeburmaitaly.com/
    Da Asianews arriva anche la notizia che gli universitari birmani abbiano organizzato per oggi iniziative di protesta contro la giunta militare: http://www.asianews.it/index.php?l=it&...2...

    Per saperne di più sull'insurrezione dell'88: http://it.wikipedia.org/wiki/Rivolta_8888

  • Olimpiadi e diritti: Myanmar e Darfur!

    Utilizzare i giochi Olimpici per provare a sensibilizzare la Cina sul problema dei diritti umani? E’ quello che sembra stiano tentando di fare i Paesi dell’Occidente, in questi giorni che precedono l’apertura dei giochi, chi con più chi con meno interessi. Un tentativo che è sicuramente meglio del silenzio perché permette comunque di dare spazio a realtà spesso dimenticate: come il Myanmar, argomento affrontato oggi dal presidente degli Usa, George W Bush e, soprattutto, dalla moglie Laura, in visita in Thailandia. La first lady americana, ha infatti invitato la Cina, uno dei più stretti alleati del Paese, ad unirsi alla comunità internazionale nella richiesta di sanzioni contro la giunta militare al potere in Myanmar. Incontrando un gruppo di rifugiati birmani, durante il suo viaggio al fianco del presidente, la first lady Usa ha chiesto alla Cina di “fare ciò che altri paesi hanno già fatto: sanzionare, decidere iniziative economiche contro i generali birmani”. Dura la risposta della Cina ai coniugi Bush (intervenuti anche sulla questione dei diritti del popolo cinese): il governo di Pechino ha chiesto agli Usa di non intromettersi negli affari del Paese. Ma Laura Bush, ha chiesto anche alla giunta militare birmana di aprire 'un dialogo serio' con l'opposizione, durante la visita al campo profughi di Mae La, nell'ovest della Thailandia. Evocando l'impasse politica in Myanmar, dove la giunta militare controlla il potere da 45 anni, Laura Bush ha detto che 'la migliore soluzione sarebbe che il regime del generale Than Shwe aprisse al dialogo' con l'opposizione guidata da Aung San Suu Kyi, ancora agli arresti domiciliari.

    Intanto il Comitato Olimpico Statunitense ha scelto come portabandiera degli Usa, per la cerimonia ufficiale di apertura dei giochi olimpici, Lopez Lomong, ex bambino soldato, fuggito a piedi dal Sudan quando aveva solo sei anni, per non essere ucciso. L’annuncio è stato dato oggi con un comunicato: una scelta fatta per ricordare il dramma dei 'lost boys' e che potrebbe essere interpretata anche come un segnale politico alla Cina, accusata di aiutare il regime sudanese colpevole delle stragi nel Darfur. ''Sono preoccupato per i bambini che stanno morendo in Darfur e nel sud del Sudan – ha scritto Lomong nel suo sito - il problema non e' cio' che sta succedendo tra il governo sudanese e quello cinese, ma quel che sta accadendo a questa gente''. Il 23enne fa parte del team Darfur, un gruppo di atleti internazionali che si battono per attirare l'attenzione sul genocidio di quella regione.
    Per sapere di più sul dramma dei bambini soldato (che non affligge purtroppo solo il Sudan): http://www.peacereporter.com/dettaglio_articol...

    Infine un aggiornamento sulla situazione della Mauritania: la giunta militare che ha preso ieri il potere ha oggi promesso elezioni presidenziali 'libere e trasparenti' in 'un periodo che sarà il più breve possibile' secondo un comunicato letto alla radio nazionale. L'Alto consiglio di stato delle forze armate e di sicurezza, composto di undici militari e diretto dal generale Mohamed Ould Abdel Aziz, ex capo della guardia presidenziale, 'ha messo fine al potere del presidente della Repubblica, investito il 19 aprile 2007', secondo il testo. Il capo dello stato destituito, Sidi Ould Cheikh Abdallahi, era il primo presidente democraticamente eletto, nel marzo 2007, dall'indipendenza del paese nel 1960.

  • Myanmar e Africa: diritti negati e colpi di stato!

    Mentre si attende di conoscere l’esito della visita del nuovo relatore speciale dell'Onu per i diritti umani in Myanmar, Quintana, l’agenzia Apcom riporta la notizia che il presidente Usa George W. Bush chiederà, domani, la fine della “tirannia in Birmania” e la “liberazione della leader dell'opposizione Aung San Suu Kyi e di tutti i prigionieri politici della giunta militare birmana”. L'appello fa parte di un discorso che Bush terrà a Bangkok illustrando quella che è stata la politica degli Stati Uniti verso l'Asia durante la sua presidenza. Bush incontrerà dei dissidenti birmani in esilio in Thailandia, mentre sua moglie Laura, visiterà un ospedale e un campo profughi vicini al confine con il Myanmar. Negli ultimi sette anni la First Lady ha attaccato più volte la giunta birmana, al potere dal 1962, impegnandosi per la difesa dei diritti umani in Myanmar.

    Intanto a due giorni dalla data dell’anniversario della rivolta studentesca in Myanmar (8.8.1988), che coincide con la data di apertura dei giochi olimpici arriva, sempre dagli USA, un’altra notizia di diritti negati: le autorità cinesi avrebbero revocato il visto di ingresso nel paese all'ex-pattinatore di velocità statunitense Joey Cheek, che aveva in programma di volare a Pechino durante le Olimpiadi per chiedere al governo locale di promuovere il processo di pace nella regione del Darfur, in Sudan. Cheek, bronzo ai Giochi invernali del 2002 nella velocità, presidente e co-fondatore del movimento Team Darfur che unisce diversi olimpionici, è stato costretto ad annullare la visita per l'inattesa telefonata arrivatagli da parte delle autorità di Pechino. Cheek sarebbe rimasto spiazzato anche dal trattamento riservato dalla Cina agli atleti coinvolti in questa causa e dalle proibizioni imposte dal Comitato olimpico internazionale in materia di pensiero ed espressione politica. 'Mi sorprende tutto questo sforzo del Cio per proteggere gli atleti, negando loro ogni possibilità - ha detto Cheek - Io non sono contro gli organizzatori delle olimpiadi, credo che faranno un buon lavoro. Ma trovo ripugnante la politica dei loro governanti nei confronti di atleti che non hanno altro interesse se non quello di rendersi utili verso il prossimo'.

    E in Sudan il governo ha annunciato oggi la nomina di un procuratore speciale, incaricato di indagare sui crimini commessi in Darfur, teatro dal 2003 di una guerra civile. L'annuncio è stato fatto oggi dal ministro della Giustizia Abdel Basset Sabdarat, a tre settimane dalla richiesta di arresto presentata dal Procuratore della Corte penale internazionale dell'Aia contro il Presidente sudanese Omar al Bashir, accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità. Khartoum non riconosce la Cpi e ha più volte affermato che sarà la giustizia sudanese a occuparsi dei crimini commessi in Darfur. Un avvocato che rappresenta i ribelli del Darfur ha bollato l'annuncio come una 'mossa mediatica'.

    Infine, sempre rimanendo in Africa, da ieri è in atto un colpo di stato in Mauritania. Ho trovato un articolo interessante su peacereporter.com, che riporto per chi volesse saperne di più: http://www.peacereporter.com/dettaglio_articol...

  • Myanmar: visita inviato Onu per i diritti umani!

    E’ in corso, in Myanmar, la visita del nuovo relatore speciale dell'Onu per i diritti umani, Tomas Ojea Quintana. La missione è iniziata proprio quattro giorni prima del ventesimo anniversario della rivolta per la democrazia dell'8 agosto 1988, la cui repressione da parte dell'esercito causo' la morte di 3.000 persone. Quintana, che rimarra' in Myanmar fino a giovedi', ieri ha incontrato otto monaci buddisti, a circa un anno dalla repressione di una rivolta di bonzi che ha provocato, secondo il suo predecessore Paulo Sergio Pinheiro, 31 morti e 74 dispersi. L'inviato Onu ha incontrato anche quattro membri dell'organismo che coordina i soccorsi per le vittime del ciclone Nargis, abbattutosi nel sud del Myanmar tre mesi fa e che ha fatto 138.000 tra morti e dispersi. Oggi Quintana si è recato sul delta del fiume Irrawaddy, il luogo piu' colpito dalla catastrofe. Sono previsti incontri anche con alcuni funzionari governativi, esponenti politici dell'opposizione e leader delle minoranze etniche nel Paese. Non e' chiaro se Quintana incontrera' anche la leader dell'opposizione e Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi.

    Intanto Amnesty International ricorda che in Myanmar 20 anni dopo le manifestazioni studentesche dell'8 agosto 1988 per la democrazia, ci sono 2.050 prigionieri politici nelle carceri della dittatura. Di questi, 900 sono stati arrestati negli ultimi dieci mesi. L'organizzazione umanitaria ha ricolto un appello alle Nazioni Unite a ''non accettare piu' le false promesse del governo birmano''. Amnesty ha dichiarato che l'Onu deve prendere delle ''misure piu' forti'' per ottenere la liberazione dei 2.050 detenuti politici in Myanmar, tra i quali Win Tin, giornalista di 78 anni, in prigione per reati d'opinione dal 1989 per essersi opposto al regime militare, e l'attore e dissidente Zarganar, accusato di offese all'ordine pubblico per aver aiutato a coordinare l'invio di rifornimenti alle vittime del ciclone Nargis. Quintana ha definito l'arresto di Zarganar un caso molto serio di violazione dei diritti umani.. Nel settembre dell'anno scorso le manifestazioni di migliaia di monaci buddisti in rivolta contro i generali al potere sono state represse nel sangue, con un bilancio di 31 morti e 74 dispersi secondo una indagine delle Nazioni Unite.

  • L'Onu alza i condizionatori!

    Estate, tempo di calura…e che calura in questi giorni! Inevitabilmente torna il problema dei condizionatori, almeno per la sottoscritta, che soffre molto gli sbalzi di temperatura,. E’ risaputo che tenere i condizionatori a temperature troppo basse fa male: nonostante questo, quando si entra in uffici o negozi, in questo periodo, sembra di varcare la soglia di veri e propri congelatori, tanto che spesso si è costretti a mettersi qualcosa addosso per evitare che il sudore si ghiacci sulla pelle. Se posso capirlo per i supermercati o i negozi di generi alimentari, dove il motivo è la conservazione dei cibi, non lo capisco per gli uffici e tanto meno per i palazzi degli enti pubblici (a cominciare dalla Regione Toscana): questi ultimi dovrebbero sapere quanto faccia male tenere i condizionatori a 20 gradi quando fuori la temperatura ne segna almeno 30! Inoltre in un’epoca in cui si sbandiera il risparmio energetico non mi sembra certo un comportamento esemplare!
    Per questo ho deciso di riportare la notizia di un’iniziativa adottata dall’Onu, che spero serva da esempio per tutti gli altri enti, pubblici e privati, e per chi avrà voglia di rifletterci un po’….e perché no? Anche per chi vorrà solo risparmiare qualche euro!!!
    Secondo l’agenzia Ansa infatti il segretario generale Ban Ki-moon ha ordinato, per tutto il mese di Agosto, di alzare i termostati e di rilassare i codici di abbigliamento all'interno del Palazzo di Vetro. Dunque via libera al casual nei corridoi della diplomazia mondiale, mentre il New York Times ha lanciato un appello ai suoi lettori maschi: tutti in shorts contro l'emergenza clima. “L'Artico si scioglie e per salvarlo il quartier generale delle Nazioni Unite ha deciso di non esser piu' una ghiacciaia: dai 22 gradi attuali, per tutto agosto, la temperatura all'interno del palazzo sull'East River salira' a 25 gradi”. Questo consentirà ovviamente anche un risparmio di circa centomila dollari per le esangui casse dell'organizzazione internazionale. Sara' ancora piu' caldo nei week end quando i condizionatori saranno spenti del tutto. Inevitabili le polemiche: ''Arrivare lunedi' sara' come stare a Addis Abeba'', ha commentato un funzionario a cui la svolta verde del segretario generale non e' andata troppo giu'. Per rendere piu' facile la transizione, Ban ha invitato diplomatici e staff a indossare abiti piu' leggeri e casual del solito vestito. Giacca e cravatta diventeranno un optional nel mese del programma pilota e lo stesso segretario generale si e' ripromesso di dare l'esempio. Sulla scia di questi cambiamenti volti a sensibilizzare sul tema dell'effetto serra, il New York Times ha così sdoganato i pantaloni corti da uomo anche durante l'orario di lavoro. ''Gli shorts sono arrivati negli uffici'', scrive il quotidiano nella sezione Styles citando alcuni casi pilota: l'agenzia pubblicitaria di Salt Lake City nello Utah che ha introdotto una 'policy' contro i calzoni lunghi; o l'avvocato newyorchese ottuagenario che ha appeso nell'armadio la grisaglia per indossare in studio un paio di variopinti bermuda a fiori. La star dell'hockey Sean Avery, quest'estate in prestito negli uffici di Vogue, ha fatto tendenza: ''Perche' andare al lavoro e morire di caldo?'', ha cosi' spiegato la decisione di mostrare a colleghi e colleghe modaiole i muscolosi polpacci. C'e' chi ne ha fatto un caso di parita' di sessi: i severi codici di abbigliamento aziendale permettono alle donne di andare al lavoro in gonna, mentre impongono agli uomini completi, di sicuro molto eleganti, ma caldi e poco pratici per le temperature estive della Grande Mela”.

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