the_dingoboy
maschio - 18 anni, siena, Italy
Blog 13
-
www.myspace.com/miyagisdead
Ciao! A questo indirizzo trovate il myspace nuovo di zecca del mio gruppo
fateci un salto
www.myspace.com/miyagisdead -
Pranzo di natale vs. Amici di famiglia
E' obbligo il giorno di natale fare un pranzo così imponente che faccia dimenticare a tutti il dirittodovere di essere un essere umano. Oggi si festeggia la nascita di babbo natale, e tutti dobbiamo puntare ad emularlo. Già questo fatto non mi va a genio, aggiungiamo che mamma e papà vogliono portare loro stessi e ME a fare questo fatidico pranzo da degli AMICI DI FAMIGLIA... Quest'ultima specie animale, purtroppo mai prossima all'estinzione, consiste solitamente di esemplari maschi e femmine organizzati in più o meno piccole famiglie. L'età media è fra i 45 e i 55 ma non mancano intrusi come figli eo nonni e parenti assortiti che possono avere un età variabile. Dunque, se così è stato deciso, che così sia.
Mamma suona il campanello e qualcosa o qualcuno apre la porta, comincia la discesa. Mi faccio largo nell'odore di vecchio che stagna nella penombra, pronto ad un assalto frontale. Per fortuna so che l'amico di famiglia, indifferentemente dalla casta o dall'età, indossa SEMPRE un maglione, quindi so con chi o cosa avrò a che fare. Ecco il primo mostro del dungeon. Una donna hobbit, alta non più di un comodino, ci viene incontro con sulla faccia un orribile ragno, che poi, alla luce, scopro essere un sorriso. Evidentemente nella terra di mezzo il concetto è differente. Gli anni di studio non tradiscono: quel coso è apparecchiato con un fantastico maglione marrone rigorosamente oversize. Mi tocca.
" Ma quanto sei cresciuto! "
Io accenno un'espressione a metà fra il "toglimi le mani di dosso" e il "come cazzo fai a sapere chi sono se io non ho mai visto te?". Insomma, un sorriso amichevole. La regola numero due è che l'amico di famiglia sa sempre chi sei, anche se tu non l'hai mai visto prima. L'amico di famiglia inoltre ti vede sempre cresciuto, o almeno questo vuole farti credere. Mentre ci guidano verso la tavola, il campo da battaglia, faccio un accurato scanning dell'area per memorizzare tutte le possibili vie di uscita. Fra esse anche il camino, il condotto fognario e il frigorifero. Nell'operazione noto che in alcune librerie sono accuratamente classificati volumi a fascicoli di quelli che escono in edicola a 3.99 euro con un " esclusivo omaggio " sugli argomenti più interessanti che si possano immaginare: "Colleziona i mini innaffiatoi per bonzai","Colleziona protesi del malleolo in porcellana del 1700" o " Gatti: le ricette tipiche della tradizione etrusca". Non pensavo che qualcuno le comprasse...
A questo punto ci siamo, la tavola è lì e ci rimarrà per le prossime 4 ore. Mi metto in un posto e cerco di inquadrare i nemici. Davanti a me l'hobbit, seduta su una di quelle sedie troppo style per il suo culone che esce asimmetricamente a destra e a sinistra. Alla destra di lei il Marito. Indossa un maglione di vera lana pizzicosa in varie tonalità di marrone. I miei mi hanno detto che ha un occhio di vetro. La cosa è evidente visto che guarda in faccia due persone contemporaneamente, ma quale dei due? Non è così importante, per quanto mi riguarda potrebbero essere entrambi di vetro e lui potrebbe essere cieco, o questo è quello che si potrebbe pensare vedendo la salsa dei crostini spiaccicata su tutta la sua faccia come se avesse tentato di ficcarseli nel naso invece che nella cavità orale. Un'esperienza da provare.
A sinistra c'è la Figlia. Come ogni giovane cresciuto in un branco di Amici di Famiglia presenta tutte le loro caratteristiche: maglione, obesità e vecchiaia precoce. Sembrerebbe quasi innocua se non cercasse di parlare. Mentre mangia. Mentre respira. Il suo respiro mucoso misto al masticare rumoroso creano l'atmosfera giusta, soprattutto nelle pause di silenzio imbarazzante, vera portata principale del pranzo natalizio. Arriva il primo.
Cerco di inquadrare la Vecchia. E' senza denti, ha un aria da Baffo Moretti. Guardo il piatto e mi chiedo se i capelli facciano parte del condimento. Alzo lo sguardo e vedo la smorfia della vecchia QUASI PELATA che si affanna a cercare di sorridere. A quel punto tutto è chiaro.
C'è il secondo nei piatti e lo sguardo va all'ultimo esemplare. Il Parente non identificato. Ha un età fra i 60 e i 90, sicuramente non lo sa nemmeno lui. Lo sguardo è perso nel vuoto e la bocca socchiusa nel sorriso del bradipo lobotomizzato. Non ha scandito una parola da quando siamo arrivati, sono sicuro che o è finto o non sa parlare. Verrebbe voglia di tirargli una spintarella per vederlo cadere lateralmente e tenere la stessa espressione sulla faccia. Non lo faccio solo perchè sono impegnato a disegnare con le briciole sulla tovaglia. Ogni tanto mi guardo i vestiti per controllare che non si siano trasformati in maglioni da Amici di Famiglia.
Poi mi sveglio e mamma mi fa " Ale, in piedi, oggi andiamo a pranzo dagli Amici di Famiglia ".
2512 8 - Tratto da una storia vera -
Alzheimer
Per la via c’è odore di legno marcio. Fa freddo, il cielo è bianco. Il vento è leggero ma terribilmente affilato, prende a pugni con mano invisibile i pochi alberi già provati. La foresta di cancelli e ringhiere si staglia nel vuoto, disegna geometrie improbabili nell’ aria fredda. La signora della pubblicità dell’intimo se ne sta seminuda con faccia provocante su un cartellone mastodontico. Verrebbe voglia di metterle un cappotto e invitarla a casa a prendere una tazza di tè caldo per proteggerla dal freddo almeno per una mezzora. D’altronde sta facendo il suo dovere, è una professionista e non si lascia spaventare da perturbazioni passeggere.
Libeccio, dicono al meteo. Qualunque sia il suo nome, arrossa le guance, fa chiudere gli occhi e scompigliare i capelli. In effetti ribalta anche i cassonetti, e questo di certo non lo rende più nobile. A completare il quadro una piscina condominiale vuota, vestita di foglie gialle e nostalgia dell’estate.
Un’anziana signora sta zigzagando fra gli escrementi di cane con mirabile pazienza. Ha una borsa della spesa grande almeno quanto lei e barcolla a ogni passo di più. Si ferma, si guarda intorno, riprende fiato. Se n’è accorta: è l’unico essere umano in quella desolazione urbana. Chi l’avrebbe mai detto che un quartiere residenziale potesse sembrare un deserto?
E’ davanti al portone. Gli addobbi natalizi montati dal comune illuminano l’area a intermittenza. E’ ferma davanti al portone e guarda sé stessa sparire e ricomparire dall’altra parte del vetro. Tocca la mano della sua gemella e avvicina gli occhi. Il vetro si appanna, lei scompare dietro piccole goccioline e per un secondo sembra un'altra. Quella che era. Aggrotta la fronte, non capisce. Sfiora il viso di quella donna con una mano e c’è sorpresa nel sentire il calore delle guance invece del vetro freddo. Poi la mano scivola, cancella tutto, tocca la maniglia e la gira.
Sta sorseggiando la camomilla mentre ascolta la radio. A una certa età l’udito è quello che è; l’eco di preghiere si spande per tutto il condominio facendo sembrare le rampe di scale le panche di una cattedrale in salita, illuminata a intervalli regolari da deboli luci gialle filtrate attraverso vetrate polverose. Sono le sei di sera ed è ormai buio. Lei si toglie un attimo gli occhiali offuscati dal vapore. E’ come slacciare il guinzaglio a un cane troppo stanco per apprezzare la libertà: vaga per un po’ fra i contorni sfocati di quella che dovrebbe essere una casa accogliente e poi ritorna indietro. Gira fra le mani il rosario quando un suono inaspettato interrompe il nulla dividendolo in due parti simmetriche e infinite. Cosa può essere che vibra producendo un suono alto e fastidioso, simile a quello di una cicala, ma molto più forte? Ma certo: il campanello, il suono che ogni bravo anziano impara a dimenticare negli anni di isolamento dal resto della razza umana. Cosa si fa in questi casi? Si apre? Il suono insiste, annulla il pensiero.
“ Signora ? E’ in casa? “
Dall’occhiello si distingue una testa pelata che, distorta dalla lente, ricorda in tutto e per tutto una lampadina. Il modo in cui esita nel decidere se bussare ancora o no e il ballonzolare incerto lo portano nella lista mentale dei potenzialmente innocui: toglie il chiavistello e apre la porta. Lo fissa.
“ Oh, salve, scusi per l’insistenza, temevo non fosse in casa…”
“ Prego, mi dica “
“ Si, certo… posso entrare? Volevo parlarle a quattrocchi della questione di suo marito, sa…”
“ Si accomodi “.
L’orologio segna le sei e trenta. I due sono seduti su consumate poltrone in ossequioso silenzio, timorosi di guardarsi negli occhi e dover iniziare una qualche conversazione. L’uomo dalla testa lucida respira profondamente, si porta le mani sulle ginocchia e apre la bocca, continuando a guardare giù, aspettando che qualche sillaba gli cada dalle labbra.
“ Allora, forse può essere ovvio quanto voglio dirle, ma ci terrei a chiarire la questione in maniera pacifica. Io comprendo che per lei possa essere difficile questo momento, ciò nonostante non posso fare a meno di ribadire quanto ho già chiarito con…insomma, il fatto è che noi non abbiamo alcuna responsabilità per gli eventuali incidenti che potrebbero avvenire all’interno delle nostre industrie. Ora, le ripeto che mi dispiace molto per suo marito, ma le sconsiglio di intentare un processo o di rivolgersi a uno studio legale. Lo dico per lei, sarebbe solo dispendioso e senza esito. Le ho portato una piccola offerta, un regalo che la prego di accettare da parte mia, anche se so bene che non potrà mai colmare il vuoto che… insomma…”
La signora lo fissa negli occhi, con i suoi pieni di lacrime. E’ terrorizzato, si aspetta il peggio, sa di essere nelle mani di quella vecchina dall’aspetto così insulso.
“ Quando se ne andranno i tedeschi? Mio marito… mio marito non tornerà più, vero? Io so che è vivo da qualche parte, so che sta difendendo il suo paese…Sta combattendo…”
Lui la guarda stordito:
“ Non credo di capir…”
E invece capisce. Capisce che non dovrà comprare nessun perdono, che il pericolo non sussiste. Non riesce a trattenere un sorriso diabolico. Lascia la busta sul tavolo, si congeda ed esce di corsa.
Il tempo passa scandito dalle televendite. Lei fissa il muro, inerte. Si alza e va in cucina per prepararsi la cena. Mentre apre il frigo in cerca di surgelati, il suo occhio cade su un articolo di giornale attaccato con una coccinella calamita sul frigo. Ancora una volta, respirando la solitudine che le sta intorno, ricorda. Ricorda dell’incidente nella catena di montaggio, di suo marito schiacciato dal macchinario, dell’ingiustizia subita e dell’insabbiamento della questione, avvenuta solo il mese prima. Ricorda di aver giurato giustizia a una salma muta e di aver deciso di spendere ogni risparmio per un avvocato che non lasci superstiti. Stringe nel pugno il foglietto accartocciato mentre lacrime di fuoco arano il volto rugoso.
Alla fine si ricorda anche di dimenticare. La malattia non lascia respiro. Estrae un pacco e richiude il frigo. Di tutto questo non resta nemmeno l’amarezza: nemmeno il disgusto nel rendersi conto che l’unico vero perdono è l’oblio. -
GIARDINO SEGRETO
Hai guardato negli occhi l'inverno con coraggio, così a lungo che si è spaventato e ora ti lascia respirare per un po'. Non è in quel grigio abbraccio di alberi morti, è dentro di te, ti è nato dentro e ora sta morendo. Lascia che sia così, che scivoli via e si perda nella lenta marea di ricordi: è andato, non tornerà e non sarà più lo stesso. Sei sempre stato nessuno in mezzo al nulla e ne hai sofferto. Ora non è cambiata la tua condizione, ma il rivolo di sangue che scorre freddo e lento dal corpo senza vita dell'inverno porta un messaggio in bottiglia.
Guarda la città soffocata dalle nuvole rosa, inghiottita da quella massa informe di goffi giganti. Credi che sia davvero rilevante come ti senti? Credi che le complesse architetture dei tuoi pensieri possano sorreggere tutto questo? Arrenditi al tuo respiro. Chiudi gli occhi e riaprili. Tutto quello che avete creato sta venendo divorato in silenzio da qualcosa di più grande... e la cosa terribile è che va tutto bene. Deve essere così e dentro di te lo sai, lo senti. Secoli di lavoro e un tramonto rosa distrugge tutta la cattiveria, lascia spazio nella testa. E' stato tutto inutile, ammetti la tua piccolezza. I pensieri infestano la mente, non la fanno respirare, ti fanno crescere l'inverno dentro e legano le parole. Lasciale volare e vedrai che sono farfalle, colorate e leggere.
Tieni questo giardino segreto nella tua testa finchè puoi, scappa qui quando tutto intorno è un mondo di cenere e macerie, di sguardi vuoti e sorrisi falsi. Scappa qui da ogni delusione, scappa da te stesso e da quello che sai di essere e di non volere. Tutto quello che hai fatto è un granello di sabbia, errori e rimpianti sono granelli di sabbia. Il vento leggero porta via tutti i granelli di sabbia e smuove i capelli. I raggi naufragano fra profili di palazzi, il sole affoga fra le onde rosse e resti lì a guardare. E ora cosa vuoi fare? Te la senti davvero di tornare nel posto dove sei stato fino ad ora? -
Il sogno - Io,Lui e La Notte
Troppo stanco per dormire, dai ancora un occhiata dalla finestra. La realtà si contorce fra le piccole goccioline che ballano sul vetro e si mescola al tuo stesso riflesso: ti vedì li fuori, impassibile in mezzo alla pioggia che cade, con una luce che viene da chissà dove dietro le spalle. Hai capito? Lei ti sta guardando. La notte ti guarda sempre. Il tuo riflesso attraverso lei, il tuo fantasma. La notte è lì fuori, balla assieme al silenzio con passo felpato. E' nella luce del neon sul tavolo, testimone di doveri inadempiuti.
Ma adesso non divagare, obbedisci. Il tuo fantasma continua a seguirti, da una finestra a uno specchio, dal vetro delle foto fino alle piastrelle. Per una volta senti che va tutto bene, che tutto si colora di nuova tranquillità. Non è la paura di perdere tutto ciò ad insinuarsi sotto la tua pelle, ormai l'abitudine sopprime ogni speranza, ed è normale che sia così. E' un altra cosa che brucia dietro gli occhi. Il fantasma è lì, dietro l'aquario. Lo ignori ancora, per l'ennesima volta continui a vagare per la casa deserta, timoroso delle sue parole. Libri, polvere, piante assopite, ricordi vari si sovrappongono sugli scaffali. Le pupille fuggono da ogni superficie liscia. Cominci a camminare più veloce, lo senti ansimare. Sempre più forte, sempre più forte, corri più in fretta. Ecco la porta della tua camera. graffi con le ughie la porta alla ricerca della maniglia. La trovi e riesci ad aprire la porta.
Il neon sul tavolo è acceso, una piccola falena danza affannosamente, inebriata dalla luce. Ce l'hai fatta, devi solo rientrare nel letto. Ti giri per alzare le coperte quando loro ti precedono. Dal letto esce lui, con occhi sbarrati, si siede sul materasso, ti fissa. Il respiro spezzato stritola il battito cardiaco, non riesci a deglutire. E lui è lì, e continua a fissarti. Non sai ancora se scappare, gridare o provare ad aggredirlo. A sopprimere ogni dubbio le sue inaspettate parole, poco più che sussurrate:" Ascoltami, guardami". Nel silenzio che permeava la stanza la manciata di sillabe riecheggia, i sassi nello stagno affondano lentamente lasciando increspature concentriche a ricordare la loro caduta. E la sua voce è afflitta, i suoi occhi colmi di lacrime.
Ti svegli e sei sul letto. Nessuno davanti a te se non una piccola farfalla ubriaca. Le gambe fanno male, gli occhi sono persi nel vuoto e cerchi di ricordare qual'è l'incubo che ha pugnalato il tuo sonno. Non ci riesci. Senti solo un leggero bruciore dietro gli occhi. Troppo stanco per dormire, dai ancora un occhiata dalla finestra. La realtà si contorce fra le piccole goccioline che ballano sul vetro e si mescola al tuo stesso riflesso: ti vedì li fuori, impassibile in mezzo alla pioggia che cade, con una luce che viene da chissà dove dietro le spalle. Hai capito? -
Pigiama party per assassini stanchi
"Avrei dovuto dirtelo, hai ragione. Avrei proprio dovuto dirtelo"
Continuava a ripetersi queste parole, mentre vagava da un angolo all'altro della sala con un cocktail del verde più innaturale che si fosse mai visto. La grande scalinata, i tavoli con le ostriche e le bottiglie di spumante affollavano l'appartamento, riempivano la bocca di ospiti avidi e ormai sazi, ma mai stanchi di ostentare la loro arrogante eleganza. Un quartetto jazz a incorniciare l'idilliaco quadretto: impressionismo stuprato da pennellate di convenzionale incompetenza.
Ma l'atmosfera si scalda, l'inchiostro comincia a colare lasciando intravedere il grottesco. Non avrebbe dovuto dirglielo, e lo sapeva bene, non lo avrebbero mai ascoltato. Nonostante questo le parole riecheggiavano nella sua testa, ballavano un valzer con i rimorsi e i ricordi. Il momento era arrivato. Guarda il bicchiere con il liquido verdastro un ultima volta, lo inclina e lascia cadere poche gocce. Comincia a camminare con calma lungo il perimetro della sala.
Ammira per un ultima volta gli sfarzosi vestiti degli invitati, le tavole imbastite e i lampadari di cristallo. Tutto si ferma per un attimo. Chiude gli occhi, una goccia di sudore scivola lungo la fronte, sente l'aria fresca che viene dalla notte ancora giovane accarezzare i suoi capelli. Estrae la piccola scatola di carta e tiene con delicatezza il fiammifero nella mano. Lo accosta alle labbra, poi un rapido movimento. Il fuoco bacia il liquido smeraldino e in un secondo le fiamme brandiscono l'edificio.
Si allontana con calma, i passi sicuri. L'inferno alle sue spalle non lo sfiora, solo il vento fresco gli tiene compagnia.
Si scusa con gli amici per il ritardo. Via lo smoking, sfoggia il suo pigiama rosa chiaro e prende in mano la pedina: "l'assassino è il maggiordomo". -
La vecchia è scesa dal palco
Potrei essere ovunque adesso. fuori è buio, dentro è buio. So esattamente dove sono, me lo ricordo. Vorrei prendere la testa e fracassarla sul pavimento per non sapere più nulla. Quando non avrò più nessun ricordo sarò libero, e potrò davvero essere ovunque. Non dovrò più vedere facce sorridenti, sarò perso nel buio là fuori. Io voglio essere la vecchia in vestaglia che vaga senza meta per la città. Guardate come si è ridotta male la vecchia bastarda, fa un tuttuno fra la sua testa e la realtà. Un passo dopo l'altro senza sapere dove sta andando, senza sapere dov'era prima. Nessun rancore, nè odio, nè amore, nessun sentimento con cui farsi male. Il semaforo è rosso, lei attraversa e si becca un furgone nelle ginocchia. La gente si affaccia, l'autista scende. La vecchia sta in terra con lo sguardo perso, respira tranquillamente, anche se ha il doppio delle articolazioni. Il dolore e il tempo non hanno significato, non c'è più una retta perchè nessun futuro e nessun passato circondano il presente: non per lei. Ogni attimo è uguale nel buio: non vedi le foglie cadere, le foglie non esistono. Le luci dei lampioni, poi quelle dell'ambulanza, quelle del reparto di reanimazione, i ceri in chiesa. Ed è tutto lì, una scintilla nel fuoco: nessuna pretesa di essere qualcosa di più, la razionalità per capire che non c'è la speranza di essere qualcosa di più. Perchè tutto questo continua a ripiegarsi su se stesso? Ognuno si arrampica sugli altri, per guardare per un secondo il panorama dal punto più alto. Non hai nemmeno il tempo di respirare che qualcuno ti ha giù superato. Non posso lasciar cadere questa piramide umana? Non mi interessa la vista da lassù, oltre tutto ciò c'è la stessa tenebra che morde questo posto adesso. Il sipario nero scende di nuovo su tutto e tutti: nessun applauso, siamo tutti sul palco.
Facciamoci un inchino, tutto questo dura da sempre. Così impegnati a recitare che non abbiamo visto: nessuno spettatore ricorderà la nostra opera. -
INGENUITA'
Costretto a guardare, costretto a sentire, senza avere le mani libere per tapparmi le orecchie o poterti toccare. Sembra che questo dolore sia tutto quello che mi lega alla terra adesso. Un giornò sarà qualcosa di meno nobile, sarà l'indifferenza, sarà l'oblio, e forse sarà meno doloroso e meno evidente. Lascio qui un chiodo, piantato esattamente dove ora giace la mia ingenuità mutilata, ma ancora viva. Si attacca alle mie caviglie, non vuole lasciarmi nemmeno scappare, continua ad indicare in quella direzione. So chi è il colpevole, non ti affannare, il crimine compiuto nei tuoi confronti è pari a quello che tu hai fatto a me. Lascerò che una coltre di silenzio e dimenticanza ti seppellisca qui, mia cara ingenuità, sperando che la tua mano fredda non mi costringa più a vomitare sul mondo quello che dovrebbe rimanere nascosto a tutto e a tutti. Spendi bene i tuoi ultimi respiri perchè appena avrai chiuso gli occhi stringerò la mano al sicario. Lo ringrazierò per aver fatto affondare la parte di me che mi separava dalla realtà. Non guarderà indietro, ne sono certo, quindi non spendere altro fiato per tentare di vestire il tuo dolore con belle parole: il vento le porterà via, saranno sillabe rubate a una bocca lontana che si confonderanno con il fruscìo delle foglie secche. E nel parlarti, mia cara ingenuità, faccio l'errore di voltarmi. Non sei più qui, in terra. Solo un chiodo e una macchia di sangue nell'erba umida. I mattoni rossi custodiranno il segreto di questo aborto: nessun carnefice e nessuna vittima, solo persone libere.
-
Facilità
Dicono sempre che niente è quello che sembra, che ogni cosa è complicatissima, che in un attimo c'è l'infinito e io ci ho sempre creduto, un po per esperienza, un po per avere qualcosa su cui scaricare la colpa della mia incapacità in tutto. Poi un sera mi va di mettermi in discussione. Tutto è quello che sembra, perchè sembra quello che è. E le cose sono facili, non sono difficili. Sono lì, come ti si presentano, e mi fa rabbia la loro insulsa semplicità. Allora se tutto ora è così facile potrei prendere e schiacciare tutto. Sono pieno di me adesso, come sono pieni di se gli altri. Allora bene, ci siamo... ho risolto tutto, le cose sono facili e semplici.
Ma niente cambia, niente si riempe e niente si risolve. Allora sì, l'incapacità è vera ed è aggrappata salda alla volontà, ed è grossa quattro volte tanto quello che pensavi, e per gli altri è tutto 4 volte più facile. -
Muro Vs Me: 1-0
...e ogni respiro diventa pesante, e la gola si stringe, e i polmoni si dimenano per buttare fuori e ritirare dentro la merda che stai respirando. Stacca il cervello, tira un pugno sul muro e si rompe una mano. Poco male, quelle dita non sarebbero servite più a niente nell'arco di un ora. Sì, ora hanno un movimento del tutto particolare, ma il muro ha vinto. Le tue dita si muovono contro corrente, ma il muro ha vinto. Forse se avesse provato sulla testa di qualuno non avrebbe perso in maniera così rapida e umiliante, ma forse sarebbe stato doloroso. Non tanto un contrattacco, e nemmeno farsi a pezzi la mano su uno zigomo. La cosa dolorosa sarebbe stato vedere quel "qualcosa" supplicare pietà. Sai bene che, una volta sull'orlo, non saresti stato in grado di portare a termine il tuo dovere. Sei un fallito... E quel muro di mattoni è tutto quello che ti meriti. Anzi, te ne meriti 6. Così che nessuno debba più sopportare la tua insolente, insignificante e immotivata espressione insoddisfatta.
Un mucchio di scritte, e delle persone che diranno qualcosa di stupido, che crederanno di vedere qualcosa che non esiste. Vi odio, cazzo.
Sono tante piante rampicanti che mangiano quello di cui ho bisogno per vivere. Troppo facile generalizzare, troppo sbrigativo. Vorrei conoscere ogni singolo figlio di puttana per essere del tutto sicuro di quello che dico, per avere fra le mani dei dati certi. Chi ha l'opportunità di parlare è pregato di usarla, a suo rischio però. Io sto prendendo a pugni un muro...