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CELESTINO V SUL MORRONE
E' successo di nuovo!!!
Il quotidiano abruzzese IL CENTRO nell'edizione del 12/11/08 ha pubblicato un ampio, ampissimo servizio, con tanto di 5 foto ed una presentazione in prima pagina ad un fatto epocale per l'Abruzzo:
l'apparizione del volto di San Celestino V sulla parete del monte Morrone, in provincia de L'Aquila.
Non un dubbio, non una velata critica da parte del giornalista o della redazione, non l'intervista ad una voce contraria...come diceva quella vecchia pubblicità ""...oh, no sulla Fede non si può!!!""
questa che segue è la mia lettera al quotidiano:
Spett. Redazione,
ho letto nell'edizione di ieri de Il Centro l'ampio articolo sull'immagine di Celestino V " apparsa " sul costone di una montagna.
Mi permetto di criticare la vostra scelta editoriale, l'ampio, eccessivo spazio dato ad una notizia, più che altro, di colore locale e non certo, a mio modesto avviso, meritevole di foto in prima pagina e di un articolo a tutta pagina con 5 foto a colori!!
E' così facendo che inevitabilmente si da adito alle superstizioni, al di là del fatto di fede, è l'enfasi con cui vengono sottolineati fatti totalmente " soggettivi ", proprio come lo è e non può non esserlo, l'interpretazione di una silhouette di roccia; silhouette dove, con un po' di fantasia, ci si può vedere qualsiasi cosa uno voglia vedere.
Il vostro articolo, se mi è permesso esprimermi così, è un altro esempio del fatto che l'irrazionalità impera in tutti i nostri mezzi di informazione e il pensiero critico viene messo a dormire, forse perchè, oggi non è più politicamente corretto. Pensiero critico che vorrebbe l'analisi razionale di eventi e di fatti, ma proprio per questo, micidiale strumento di liberazione culturale, faticoso e difficile, ma senz'altro l'unico mezzo che ha l'essere umano per scrollarsi di dosso le briglie e i legacci della superstizione, fideistica o politica che sia, e iniziare ad usare fino in fondo la propria mente.
I mezzi d'informazione dovrebbero essere all'avanguardia nel diffondere questo approccio critico...ed invece regalano prime pagine, servizi degni di miglior sforzo, foto e presenze a conferenze stampa, a
"" non notizie "", a immagini " miracolosamente " apparse nella roccia, a lacrime di sangue!!
E' sconfortante e inquietante al tempo stesso.
Distinti saluti
Coord. Circolo UAAR Pescara
Unione degli Atei e degli Agnostici
Razionalisti -
SE LO SCETTICO AFFRONTA LA FEDE
SE LO SCETTICO AFFRONTA LA FEDE
Umberto Galimberti
Che cos'è un miracolo? L'infrazione di una legge di natura, l'interruzione della regolarità del suo ciclo. Ma siccome noi non conosciamo la natura fino nei suoi recessi più segreti, la credenza nel miracolo è il sostituto della nostra ignoranza. Così parla David Hume, filosofo empirista inglese, in un suo Trattato sui miracoli, scritto nel 1720 e inserito nella decima sezione dei suoi Saggi filosofici del 1743, dove si riassume il Trattato sulla natura umana (1740), al cui interno il trattato sui miracoli non compariva.
L'inserzione ha quindi un carattere provocatorio e consapevolmente scandalistico per smobilitare un pezzo forte della credenza umana, sempre disposta a dar credito allo "straordinario" per il piacere istintivo che l'animo umano prova di fronte all'insolito.
Il filosofo illuminista, nella sua argomentazione, utilizza uno dei temi generali della sua filosofia secondo cui la fede, per sua natura, non poggia sulla ragione , perchè io non credo in ciò che so.Non credo che due più due faccia quattro perchè lo so. E intorno a ciò che so non c'è bisogno di fede. La fede, infatti, è un assenso della volontà (e non dell'intelletto) su un dato di fatto, ma siccome i dati di fatto sono contingenti e non necessari come la verità di ragione, l'assenso che as essi si concede è assolutamente gratuito.
Così argomentando, lo scettico Hume, per quelle strane vertigini a cui ci abitua il pensiero, finisce col sostenere a sua insaputa quanto già sostenevano Paolo di Tarso e Tommaso d'Aquino quando dicevano che la fede è promossa non dall'evidenza del contenuto (ut ad proprium terminum) ma dalla volontà /ex voluntate) perchè, a differenza del sapere, la fede imprigiona l'intelletto conducendolo "in captivitatem", per cui, di fronte alla fede, l'intelletto è inquieto (nondum quietatus), in una condizione di timore e infermità (in infirmitate et timore et remore multo).
Questa affinità di argomentazione con i padri antichi medievali della dottrina cristiana, se poteva sfuggire a Hume, non sfugge al vescovo di Salisbury John Douglas che, in una lunga lettera aperta indirizzata ad Adam Smith dal titolo Criterion dedica una sezione ai miracoli, distinguendo quelli riferiti dal Vangelo a cui bisogna dare la massima credibilità e quelli a cui il popolo di tanto in tanto presta fede.. Questo secondo tipo di miracolo, scrive Douglas: Sono opera della natura, scambiati per prodigi dall'ignoranza, dalla suggestione del popolo e dalla macchinazione perversa di qualche furbo.
Il riferimento del vescovo di Salisbury è ai miracoli attribuiti post mortem all'Abbè de Paris, santo giansenista in odore di eresia, la cui devozione era osteggiata dalle chiese sia cattolica sia protestante. Ma quel che qui interessa è che, nel confutare la fede popolare nei miracoli, John Douglas utilizza gli stessi argomenti adottati da Hume contro la fede in generale, rivelando una curiosa contaminazione con lo spirito illuminista che vedeva nel progresso delle scienze l'erosione della fede.
E come Hume utilizza, non sappiamo con quanta consapevolezza, argomenti cristiani contro la fede, così Douglas utilizza, lui sì consapevolmente, argomenti scettico-illuministici contro la fede popolare. Dal punto di vista della ragione Hume ha tutte le ragioni, mentre dal punto di vista della fede il vescovo di Salisbury avrebbe potuto risolvere la questione rifacendosi al quel passo del Vangelo dove Cristo, senza esitazione, dice: Voi credete perché vedete, ma beati saranno coloro che crederanno senza vedere. Tra fede e ragione, infatti, non c'è concomitanza e tanto meno subordinazione perché, come ci ricorda Hume, la fede affonda le sue radici nella dimensione irrazionale, di cui l'uomo si alimenta quando la ragione non offre sufficienti ancoraggi.
da Associazione Partenia http://utenti.lycos.it/partenia -
PRESENTAZIONE LIBRO A PESCARA
31 OTTOBRE 2008
PESCARA,
SALA CONSILIARE DEL COMUNE, 65100 PESCARA (Abruzzo, Italy)
PRESENTAZIONE DEL LIBRO " QUANDO DIO ENTRA IN POLITICA " DI MICHELE MARTELLI ED.FAZI
DOC. FILOSOFIA MORALE UNIV.DI URBINO
ENTRATA LIBERA.
ORGANIZZATA DAL CIRCOLO DI PESCARA DELL' UAAR Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti.
Per informazioni: pescara@uaar.it -
PUBBLICITA' PROGRESSO
Londra, pubblicità choc sugli
autobus:
"Dio non esiste, godetevi la vita"
La campagna per ateismo ha
già ricevuto donazioni record
LONDRA
In genere pubblicizzano film in uscita o l’ultimo
profumo di Armani, ma ora sugli autobus di
Londra campeggieranno poster con la scritta:
«Dio probabilmente non esiste, quindi smettila di
preoccuparti e goditi la vita». La campagna,
naturalmente ad opera di associazioni atee, ha
ricevuto offerte record per un totale di 113mila dollari, superando di ben sette volte gli obiettivi
prefissati.
Tra i donatori vip c’è il professore di biologia della Oxford University Richard Dawkins che ha donato
novemila dollari. La British Humanist Association, che gestisce i fondi, ha spiegato che l’iniziativa - che
dovrebbe durare per tutto il mese di gennaio - ha ricevuto un tale successo che potrebbe estendersi
anche a Manchester e Edimburgo. A capo della campagna è la sceneggiatrice inglese Ariane Sherine,
che ha spiegato di aver pensato all’iniziativa dopo aver visitato un sito cristiano in cui si spiegava che i
non credenti finiranno all’inferno.
«Ho pensato che sarebbe stato positivo presentare un messaggio incoraggiante, per gli atei questa è
l’unica vita che abbiamo e dovremmo godercela non vivere del terrore». La campagna è anche una
risposta a quello che gli atei definisco un trattamento preferenziale dato alla religione nella società
britannica. -
LA MEGLIO GIOVENTÙ MORTA SUL GIANICOLO,
28-9-2008, Corrado Augias, La
Repubblica
Papa Leone XII (Annibale Sermattei Della Genga) regnò solo sei anni.
Bastarono a dare l´idea di un pontefice terrorizzato dai tempi,
ferocemente restauratore. Fu lui, durante l´Anno santo del 1825, a
far impiccare in piazza del Popolo due patrioti, i carbonari Targhini
e Montanari, con un gesto crudele segnalato oggi nella stessa piazza
da una piccola targa dimenticata. Anche a Giordano Bruno era toccato
il curioso destino di essere martirizzato per "inaugurare" un altro
anno santo, nel 1600. Nel caso del filosofo s´era trattato di una
questione con riflessi anche teologici e dottrinali. I due patrioti
vennero uccisi per pure ragioni politiche.
Quando Leone XII venne a morte, nel 1829, un´anonima pasquinata ne
accolse la dipartita con le parole: «Ora riposa Della Genga per la
sua pace - e per la nostra». L´ultima esecuzione pubblica avvenne
nello stesso anno ai danni di un certo Giuseppe Farina che aveva
assassinato un prete. Tra le varie modalità per dare la morte si
contavano ghigliottina ed impiccagione. Il Farina venne
invece «mazzolato» come era già accaduto, secoli prima, al fratello
di Beatrice Cenci. In pratica ucciso a bastonate.
Gli atti di ribellione, o di partecipazione, politica furono rari
durante la dominazione pontificia. La popolazione, la famosa plebe
genialmente raccontata da G. G. Belli, assisteva alla vita pubblica
cittadina con passività, immersa nella miseria, in un´ignoranza senza
rimedio, cinica, sazia di vino, di sesso, nutrita d´un cibo sapido e
greve, avendo come divertimento e passatempo processioni, messe e
cerimonie, non escluse quelle funebri.
In almeno due occasioni venne vistosamente alla luce la sostanziale
estraneità di quella plebe ignava ad un qualsiasi ideale politico. La
prima fu in occasione della breve e gloriosa avventura della
Repubblica romana del 1849 guidata dai triumviri Mazzini, Armellini e
Saffi, con Garibaldi capo militare. Sulle Mura gianicolensi,
all´altezza di largo Berchet ci sono, murate una accanto all´altra,
due lapidi significative. Quella di sinistra, in italiano, è del 1871
e ricorda il sacrificio dei patrioti che difesero la Repubblica
romana; quella di destra, in latino, è del 1850 e celebra il rapido
restauro delle mura per cancellare ogni traccia della breve avventura
nonché il contributo alla vittoria delle truppe francesi. Due
iscrizioni eloquenti per chi sa leggerle.
Dargli un´occhiata gioverebbe certamente al sindaco di Roma.
La partecipazione del popolo romano a quell´impresa fu minima se non
inesistente. I ranghi repubblicani erano per lo più formati da
studenti, intellettuali, giovani infiammati di ideali accorsi da
tutta Italia, numerosi i lombardi, i veneti, i toscani, i piemontesi.
Le strade che salgono verso il Gianicolo citano alcuni dei loro nomi,
i busti marmorei della passeggiata sull´alto del colle li ricordano.
A fianco della chiesa di san Pietro in Montorio un ossario sormontato
dalla scritta «O Roma o morte» ne raccoglie i resti. All´interno si
trovano, tra le altre, le ceneri di Goffredo Mameli. Era stato
colpito alla villa Il Vascello e sulle prime sembrava solo una brutta
ferita alla gamba, invece sopraggiunse la cancrena e nemmeno
l´amputazione dell´arto riuscì a salvargli la vita. Quando i suoi
compagni s´incolonnarono per lasciare Roma, passando sotto l´ospedale
dei Pellegrini dove il poeta era in agonia, intonarono l´inno da lui
scritto e musicato dal maestro Novaro: «Fratelli d´Italia?». Aveva 22
anni.
Quell´effimera Repubblica s´era data una delle Costituzioni più
avanzate d´Europa. Così avanzata che la stessa Costituzione del 1948,
un secolo dopo, largamente vi si ispirò. Abbattuta la Repubblica ad
opera delle truppe francesi di Luigi Napoleone (che cercava in
Francia il voto dei cattolici) papa Pio IX poté tornare, accolto dal
giubilo popolare. Uno dei primi provvedimenti fu di rinchiudere
nuovamente nel ghetto gli ebrei che la Repubblica aveva liberato.
È in certo senso un residuo di quegli eventi il fatto che in una
piazzola sotto la balconata del Gianicolo un cannone ottocentesco
ogni giorno, allo scoccare del mezzodì, ricevuto un segnale ottico
dalla torre del Campidoglio, esploda (dal 1904) un colpo molto sonoro
coronato da un allegro pennacchio di fumo.
Un altro episodio, tra i tanti, dimostra la sostanziale estraneità
del popolo romano ad ogni idea di progresso e di partecipazione
politica. Nell´ottobre 1867 una compagnia di settanta garibaldini con
alla testa i fratelli Enrico e Giovanni Cairoli approdarono ai piedi
della collina di villa Glori. I valorosi erano arrivati in barca da
Terni scendendo il fiume. Portavano armi per rifornire i patrioti
romani che, a quanto era stato detto, stavano preparando una sommossa
contro il regime pontificio. In realtà l´insurrezione popolare non
c´era, la massa rimase ancora una volta inerte con l´eccezione di
alcuni sparuti focolai; c´erano invece le truppe pontificie appostate
nella boscaglia.
Nel delicato momento dello sbarco sotto la collina, accolsero i
valorosi con un nutrito fuoco di fucileria provocando una strage.
Enrico Cairoli rimase ucciso, Giovanni morirà dopo qualche mese a
seguito delle ferite. Benedetto Cairoli, fratello dei due caduti,
esponente di spicco della sinistra storica, sarà per tre volte
presidente del Consiglio fra il 1878 e il 1882. Il bel giardino di
villa Glori ornato da un vasto uliveto si chiama inutilmente «Parco
della Rimembranza». Tra le tante cose che le amministrazioni
capitoline non "rimembrano" (o più probabilmente ignorano) ci sono i
sacrifici e l´eroismo di quei ragazzi che dettero la vita per dare a
noi la possibilità di vivere liberi. -
CHIESA CATTIVA MAESTRA
Si possono accettare o condividere le motivazioni ispiratrici dell'articolo
"Se cade il tabù del razzismo" di Nadia Urbinati, pubblicato il 25 scorso dal
quotidiano "la Repubblica".
L'incipit, però, e lo diciamo senza alcun preconcetto, francamente non ci è
piaciuto. Vediamo perché. La giornalista comincia il suo pezzo con "Ancora
una volta è la Chiesa a ricordarci dove sta il giusto e lo sbagliato e ad
ammonirci che l'Italia tradisce i diritti umani" ignorando, tra l'altro, il
ruolo fortemente antagonista svolto dal Vaticano nei confronti della
moratoria della pena di morte. La Santa Sede, infatti, fu tra gli stati che
votarono a favore dell'emendamento proposto strumentalmente dall'Egitto
secondo cui l'aborto andava accomunato alla pena capitale.
Difficile, poi, riconoscere un ruolo di primo piano nella difesa dei diritti
umani ad un'istituzione che, pur di non ammettere la necessità del ricorso
ai profilattici, preferisce che ogni giorno muoiano nel mondo ottomila
persone a causa dell'Aids e ben ventiquattromila per fame, sete,
malnutrizione, cattive condizioni igienico-sanitarie.
Sono circa ottocento milioni coloro che patiscono nel mondo il flagello
della sovrappopolazione pagando, tra l'altro, le conseguenze degli sprechi e
dei consumi prodotti da una minima parte del pianeta.
Non ci pare che alcun prelato, anche il più aperto, abbia mai sottolineato
il dramma dello spropositato aumento demografico e di ciò che ne è derivato,
dal depauperamento delle risorse alla distruzione della biodiversità.
Se stiamo consumando più di quanto la natura ci fornisce in modo
rinnovabile, se stiamo sperperando il capitale biologico accumulato in oltre
tre miliardi di anni di evoluzione della vita e, ancora, se siamo pervenuti
alla bancarotta ecologica lo dobbiamo anche alla politica (altro che
religione!) esercitata dalla Chiesa e alla sua concezione della procreazione
non come atto di amore come forma coercitiva, disumana, rabbrividente.
Solo qualche dato su cui riflettere. Agli inizi del Novecento la popolazione
mondiale arrivava ad un miliardo e seicento milioni, oggi abbiamo superato i
sei miliardi. Nel 1995 la quantità di legname, fibre, animali, verdure
divorati andava oltre la capacità degli ecosistemi di rigenerarsi e adesso
consumiamo quasi il 40 per cento in più di quello che la natura può
offrirci. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, alla metà di questo
secolo avremo bisogno di un altro pianeta a disposizione per continuare. E,
allora, tutto questo non suggerisce proprio niente?
Il fenomeno dell'immigrazione o dell'emigrazione (dipende da quale versante
lo si interpreti) di una parte del mondo verso un altro, e a cui si
riconnettono il ritorno di razzismi e fobie, l'insorgenza del neosciovinismo
e delle varie forme di fondamentalismo, è diretta conseguenza dell'esplosione
demografica. Non comprenderlo equivale ad essere ipocriti e, quindi,
corresponsabili della gravissima situazione prodotta.
La Chiesa non può "ricordarci dove sta il giusto e lo sbagliato"
semplicemente perché manca di autorevolezza morale per poterlo fare. E'
giusto, infatti, continuare a condannare l'uso degli anticoncezionali e, in
particolare, dei preservativi? E' sbagliato porre un limite all'alto tasso
di natalità? E' giusto, per incaponimento ideologico (perché di questo si
tratta), legittimare lo sterminio per fame e per sete nel mondo, le nuove
forme di schiavitù, le traversate verso mari e terre in cui l'unica certezza
è data dall'incognita, dalla sofferenza, dall'ostilità? E quale diritto
merita d'essere prioritariamente riconosciuto se non quello a condurre una
vita che non sia rappresentazione dell'inferno?
No, ci dispiace, non ci stiamo. La Chiesa per qualcuno potrà pure essere
maestra, non per noi. -
LASCIATECI CAMPARE!
di Valter Vecellio
E' una marea nera, che sale, ci sommerge. Non se ne può davvero più. Ogni
giorno, ogni ora, ogni momento. E' la marea clericale.
Fosse per loro, si dovrebbe vivere prigionieri di una colossale cintura di
castità. Dicono di NO a tutto. NO alla pillola del giorno prima e a quella
del giorno dopo. NO all'uso dei preservativi, perché in nome della vita
dobbiamo rischiare la vita con l'AIDS e altre malattie. NO al divorzio,
anche quando la vita di coppia è un inferno (e però, con la Sacra Rota si
attribuiscono il diritto di sciogliere a pagamento qualsiasi vincolo). NO
all'aborto, anche quando la gravidanza non è desiderata, è stata imposta. NO
alla libertà della ricerca scientifica. NO al diritto di ognuno di noi di
stabilire quando una vita è degna di essere vissuta, e quando, invece, ci
risulta insopportabile. NO all'informazione sui profilattici, al controllo
delle nascite, alle pianificazioni familiari nelle aree crescenti nelle
quali si muore di fame, di AIDS, di disastri ecologici e demografici.
Proibire, vietare, ma mai legalizzare, regolare, "governare" per superare
tragedie di ogni tipo e in ogni angolo del mondo. NO a tutto. Non si può
essere massoni, perché si viola la legge divina; non ci si può masturbare,
per non disperdere il seme, non è raccomandabile farsi prendere in giro
dagli oroscopi; non si può giocare d'azzardo; non si può fumare uno
spinello.
Stabiliscono quale spettacolo televisivo è morale, e quale non lo è; quale
film va visto o no, quale libro va letto o no, i farmacisti di religione
cattolica, a sentir loro, dovrebbero fare obiezione di coscienza, e non
consegnare a chi la richiede la pillola del giorno dopo; e si arriva ad
approvare chi nega farmaci anti-dolore a donne che devono partorire.Insomma,
non si può fare nulla. Ma davvero: ci lascino campare!
In nome della fede, della carità, queste persone senza misericordia si
comportano oggi come ieri con Galileo o Giordano Bruno. I Galileo e i
Giordano Bruno dei nostri tempi si chiamano Luca Coscioni, e i diecimila
malati di sclerosi laterale amiotrofica: una terribile malattia che potrebbe
forse essere curata facendo ricordo alle cellule staminali. In Italia non si
può, a causa dell'opposizione della Chiesa vaticana, che vuole imporre il
divieto all'utilizzo di cellule staminali prelevate dagli embrioni
soprannumerari.
A cosa serve, mille anni dopo, chiedere scusa per il rogo in cui è stato
arrostito Giordano Bruno, a che cosa serve chiedere scusa per le
persecuzioni e le sofferenze inferte agli ebrei; a cosa serve riconoscere
l'abominio
e lo scempio dell'inquisizione, quando l'oscurantismo clericale continua a
manifestarsi in mille occasioni?
Chiamateci pure anticlericali d'antan. Noi si continua a credere che
l'Italia
potrebbe essere un paese migliore se non ci fosse nessun Concordato;
sottoscriviamo ogni parola del poeta Eugenio Montale: "Il Concordato e i
suoi annessi, mi fa ricordare quei fossili che si tengono sotto vetro per
paura che vadano a pezzi. Bisogna prenderlo com'è o lasciarlo (andare a
pezzi). Ogni modifica non farebbe che peggiorarlo. Lasciamo dunque morire
questo anacronistico istituto nato in tempi in cui lo Stato, o meglio il
potere, rinunziò a se stesso per poter sopravvivere. E apriamo la via a un
nuovo e civile modus vivendi che restituisca autonomia allo Stato e
autonomia alla Chiesa di Roma e a ogni altra fede e culto. Facciamo che
l'Italia
sia un paese di piena libertà religiosa!".
E' di nuovo l'ora di
tornare ad affermare diritto e libertà. Come ricorda Ernesto Rossi, la lotta
anticlericale è di nuovo, oggi, in Italia, lotta contro la reazione e il
proseguimento della lotta antifascista e per la libertà: "Occorre che tutti
coloro a cui puzza il dominio dei preti siano fermamente decisi a rifare il
cammino, sulla strada che nel 1870 condusse il trionfo della breccia di
Porta Pia".
Notizie Radicali
venerdì 19 settembre 2008 -
CURZIO MALTESE E L'UAAR
Repubblica 18 settembre 2008 pagina 2 sezione: GENOVA
Per la prima volta da dieci anni la percentuale di chi ha indicato la chiesa cattolica nelle preferenze è calata, mentre sono cresciute le preferenze per lo stato italiano. Si capisce dunque la violenza con cui la stampa cattolica, in testa l' organo della Cei, L' Avvenire, ha reagito nell' ultimo anno all' inchiesta di Repubblica e poi all' uscita de "La Questua". Il merito non di aver aperto la questione ma d' averla mantenuta viva va anche a loro: gli atei razionalisti. Sono conosciuti soprattutto per la campagna sullo sbattezzo, la richiesta di poter uscire dal gregge dei fedeli cattolici. Può sembrare un' iniziativa troppo ideologica, ma in realtà lo è molto di più il suo bersaglio, la teoria del cattolicesimo come "seconda pelle" degli italiani. E' la teoria di fondo della chiesa di Ruini, quella che ha autorizzato una politica di crescente interventismo da parte del Vaticano e dei vescovi. Sulla base di questa ideologia della "seconda pelle", la Chiesa mette il naso su tutte le vicende italiane, lo stesso Papa si pronuncia su ogni singola legge allo studio, come non farebbe mai nel suo paese di nascita, la Germania. Il cittadino italiano riconoscerebbe "per natura" due sovranità, quella delle istituzioni laiche e l' altra della Chiesa. La Chiesa per questo si sente in Italia un pezzo dello Stato e, come tale, pretende aiuti, sovvenzioni, una quota di tasse.: e l' ottiene. Anche quando lo Stato taglia altrove, com' è successo con la scuola. I tagli ai fondi, agli stipendi, al personale non sfiorano un solo settore: l' ora di religione, che ci costa un miliardo di euro all' anno. A ribellarsi sono in pochi, coraggiosi, senza sponde politiche, visto che la laicità per la sinistra, dal Pd a Rifondazione, non è un valore importante, come invece per quella spagnola o per l' intero sistema politico francese. A questi pochi va tutta la nostra solidarietà. - CURZIO MALTESE -
VIAGGIO PAPALE
Ho avuto modo di venire a conoscenza della spesa sostenuta dalla Regione Sardegna per l'importantissima e imprescindibile visita papale di giorni uno (leggasi 1).
Sapientemente occultata dai mass media, ma oramai grazie ad internet di dominio pubblico, tale spesa, come si evince dalle delibere della stessa regione, consta di 1.400.000 Euro (leggasi un milionequattrocentomila euro) assegnati senza battere ciglio e pronta cassa dalla regione governata dal centro"sinistra" al comitato "Il papa in sardegna" che ha organizzato il prodigioso evento.
Il finanziamento è stato erogato in due tranche, la prima di un milione di euro (che già aveva scandalizzato qualche giornalista non allineato) e la seconda di quattrocentomila a fronte delle richieste dell'arcivescovo che aveva fatto notare come fossero insufficenti i fondi assegnati (ogni commento è puramente superfluo).
Stendendo un velo pietoso sui contenuti del messaggio papale rivolto alla ricerca di nuovi politici cattolici; non indagando se con i suddetti finanziamenti regionali sia stato anche pagato il regalo fatto al Papa consistente in un calice di 1,5 Kg d'oro tempestato di gemme preziose (San Francesco? tiè!) già ribattezzato dai soliti cattivoni anticlericali "il sardo graal"; sottolineando il fatto che la spesa papale distribuita per ogni minuto di permanenza sull'isola è di 2333 euro/min (prendendo per buono il dato di permanenza di dieci ore in terra sarda); resta da chiedersi cosa ne penseranno i sardi che domani si vedranno negare dalla loro regione la riparazione delle strade o il rimborso delle spese mediche con la scusa che "non ci sono soldi disponibili".
Francamente mi auguro vivamente che il santo padre non visiti mai la mia regione. Molto meglio un'invasione di cavallette che economicamente farebbero senz'altro meno danno. -
L'UAAR AL FESTIVAL DI VENEZIA
Premio laico? Meglio di no, grazie
Il riconoscimento degli atei italiani va a un regista iraniano. Che lo rifiuta. Forse anche perché nel suo paese chi non crede paga con la vita?
Una storia paradossale e amara. Che ribadisce - caso mai ce ne fosse bisogno - quanto è difficile vivere e intendersi a questo mondo. Anche partendo da quelle che comunemente si usano definire le migliori intenzioni.
Dunque, ogni anno l'Uaar, ovvero l'Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, offre un suo contributo alla Mostra del cinema di Venezia assegnando il premio Brian, una pregevole scultura d'oro firmata da Giovanni Corvaja, a «un film che evidenzi ed esalti i valori dal laicismo, cioè la razionalità, il rispetto dei diritti umani, la democrazia, il pluralismo, la valorizzazione delle individualità, le libertà di coscienza, di espressione e di ricerca, il principio di pari opportunità nelle istituzioni pubbliche per tutti i cittadini, senza le frequenti distinzioni basate sul sesso, sull’identità di genere, sull’orientamento sessuale, sulle concezioni filosofiche o religiose».
Il richiamo del premio è al celebre e irresistibile film satirico dei Monty Python, Brian di Nazareth, la motivazione più che dignitosa, i premiati nelle precedenti edizioni - «Le ragioni dell’aragosta» di Sabina Guzzanti e «Azul oscuro, casi negro» di Daniel Sanchez Arevalo - di tutto rispetto. Quindi, in teoria, avrebbe anche potuto essere contento di ricevere questo riconoscimento il regista iraniano Bahman Motamedian, autore di un film, Khastegi, sua opera prima presentata fuori concorso a Venezia, assai lodato per la sensibilità e il coraggio con cui affronta un tema scomodo e spinoso, specialmente in Iran. Ovvero la sofferenza di sette transessuali di Teheran in una società ipertradizionalista che boccia questa condizione come «perversione e travestimento».
Tema complesso, in realtà. Mentre, per editto del presidente Ahmadinejad, in Iran gli omosessuali «non esistono», ai transessuali è concessa cittadinanza, e anzi, grazie a una fatwa emessa a suo tempo da Khomeini in persona, possono addirittura rivolgersi alle strutture mediche pubbliche per cambiare sesso. Non per questo hanno vita facile. Con buona pace del grande ayatollah fondatore della Repubblica islamica, le famiglie e la società iraniana nel suo insieme non sono proprio entusiaste del cambio di sesso chirurgico e, come peraltro avviene altrove - anche nell'evolutissimo Occidente - tendono a isolare ed emarginare chi lo pratica.
Ai giudici dell'Uaar la pellicola è piaciuta perché «affronta la problematica dell’identità sessuale di ragazzi e ragazze che, nella difficile realtà dell’Iran contemporaneo, non accettano il ruolo assegnato loro dalla società in base al sesso biologico».
E anche perché: «Il tema è affrontato in modo asciutto, senza semplificazioni, toni retorici o slogan, dunque con quello che riteniamo un approccio autenticamente laico».
A Motamedian invece non è proprio piaciuto il premio. Tanto che lo ha formalmente e platealmente rifiutato. Paladino dei trans, tanto più con la benedizione dall'alto dei cieli di Khomeini, passi, ma ateo proprio no. Secondo lo Uaar «È la dimostrazione che, quando si deve agire in un ambito fortemente intriso di religione, il rispetto e il dialogo possono venire meno, anche da parte di chi ha saputo esprimere questa sensibilità sul grande schermo».
Detto questo l'Uaar continuerà ad assegnare il premio Brian e il regista tornerà in patria. Dove, detto per inciso, il 18 luglio scorso è stato presentato un simpatico disegno di legge che prescrive la pena di morte per chi crea siti web sull'ateismo, crimine equiparato così alla rapina armata e alla violenza carnale.
«Spesso ci perdiamo nel bipolarismo, bianco e nero o buono e cattivo, mentre la realtà è molto più grigia di quanto noi pensiamo e proprio per questo il mondo dei trans mi ha affascinato al punto da realizzare un film su questo fenomeno», aveva detto ai giornalisti il regista di Khastegi. Sbagliato Bahman. A volte è proprio bianco o nero. O testa e croce, se preferisci.
articolo de La Stampa