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inMYeyesTheMOONlight

femmina - 22 anni, Cittadella, città d'Arte, Italy
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"[...] Chiedo solo l’agognata pace.".
P.M.R.


  • Cambiano i colori

    Un lungo periodo di silenzio: otto mesi in cui avrei voluto scrivere, tanto, convulsamente, piangendo e piangendo e piangendo ancora, odiando ogni mia singola debolezza, sentendomi tremendamente sola e fragile. Per chi o per cosa, poi? Otto mesi in cui le parole mi sembravano così vuote e inutili, e gettavo la penna e stracciavo la carta; in cui le persone mi scrivevano, un po’ imbarazzate, balbettando frasi come: “Perché non scrivi più?”, oppure: “Quando potrò rileggere uno dei tuoi post?”, e mi si gonfiavano il petto di felicità e il cuore di sconforto.

    Perché, alle volte, il dolore si veste delle facce che meno ci saremmo aspettati, ruba i volti delle persone per le quali saremmo stati disposti a giurare e, implacabile, distrugge tutto quello che avevamo costruito insieme, mattone dopo mattone, bagnati dell’odore salato delle lacrime e profumati di baci e carezze.
    Tutto crolla, nulla resiste sotto i passi pesanti di insulti, silenzi e sgarbi; e anche un sentimento sincero, così, diventa sterile, si secca, stanco di soffrire e di dover pretendere un rispetto che non arriva e, beffardo, spergiura e bestemmia lungo i fili di un telefono.
    Muore, così, l’amore: lentamente, certo, come una fiammella soffocata pian piano tra le ceneri già spente, come la testa umida dell’affogato, strozzata dall’acqua e dal suo rimestarsi, come lo sciogliersi del ghiaccio e l’appassire dei fiori. E veniamo travolti da tutta una serie di consuetudini improvvisamente insopportabili: nulla profuma più d’amore, e anche il foglio di carta infilato nel più basso dei cassetti disturba il nostro sonno già precario, e il diamante di un anello diventa solo un sasso aguzzo da rinchiudere nella sua gabbia di velluto, prima che possa fare ancora più male.

    Insomma, mi ci sono voluti otto mesi per poter affermare, felicemente, di star bene, ora. Sì, perché questa è la verità: sono serena, e credo di non esserlo mai stata in più larga misura. Otto mesi difficili, durante i quali ho avuto a fianco persone sincere, alle quali voglio un bene impossibile da quantificare, senza le quali ora non saprei che fare; persone alle quali, ancora una volta, sento di aver donato un pezzo del mio cuore così emaciato e stanco, come estremo gesto d’affetto, e al quale loro hanno dato nuova speranza. Senza di loro mi sarei persa, mi sarei sciolta in fiumi di lacrime calde, la testa infilata sotto al cuscino fradicio e la persiana srotolata lungo la finestra, ogni giorno; e non avrei capito tante cose che ora serbo qui, dentro me, come piccole pietruzze luminose che rischiarano i miei sorrisi più sinceri. Senza di loro, avrei dovuto lottare da sola contro i miei feticci, le mie debolezze, le mie incertezze, i miei cedimenti, la mia incolmabile tristezza… e invece no. Non sono mai stata sola, mai, e ho trovato solamente comprensione, viva partecipazione alla mia causa, tanto affetto e tanto tempo: col senno di poi, mi sembra un vero delitto averne chiesto così tanto! Ma purtroppo, il silenzio non è uno dei miei maggiori pregi. Il silenzio mi uccide, non sono mai riuscita ad accettarlo; l’ho sempre odiato, tremendamente odiato; perché, in questo caso, dietro al silenzio si nascondevano ombre, fantasmi, rancori e cedimenti; e l’ultima cosa che avrei voluto, sarebbe stata proprio tornare indietro sui miei passi, rimangiarmi a bocconi amari le scelte prese con coscienza e un po’ di disperazione, per poi dovermene pentire per l’ennesima volta.

    Penso che se l’avessi fatto, non sarei mai riuscita a perdonarmelo. Avrei perso tante cose, forse anche me stessa; ma soprattutto avrei perso lui, il dolce riflesso dei miei sorrisi, la persona che, da un mese ad ora, sento tremendamente mia, e che adoro vedere felice, ridere con me e baciare dolcemente; come cambiano i colori, quando la bocca s’impasta d’affetto! Tutto diventa così luminoso, tremendamente vivo, così curioso, e sembra non essere mai abbastanza. Di una parola ne vorrei altre mille, di ogni bacio cento e cento, e cento ancora, e vorrei stringere tra le dita il vuoto, quando il suo sguardo ci si perde.

    E ancora una volta, sento d’aver bisogno di poesia, di tutto ciò che, fino ad ora, mi è tremendamente mancato; finalmente, di scrivere, scrivere tanto, ma senza lacrime agli occhi né dolore nel cuore.

  • Gioco di bimba ostinata

    [27.03.2009]

    In verità, non avevo assolutamente voglia di sbucciare patate: avevo solo bisogno di sfogare in qualche modo la mia frustrazione, il mio dissenso, il mio bisogno impellente di urlare. Anzi, probabilmente avrei preferito fumarmi una sigaretta.
    Tristemente, forse è l’unica cosa che mi dà un minimo di soddisfazione: quella sensazione di gonfiore all’altezza del petto, un pizzicorío leggero che risale lungo la gola e quasi penetra la mente, inebriandola d’un odore amaro e grigiastro.
    In fondo, credo di fumare perché mi odio.

    Così, stipata in una casa ancora una volta troppo piccola, ho infilato la testa in una terrina blu e, convulsamente, ho cominciato a far muovere il coltello, sottile, tra le dita, sbucciando una patata dietro l’altra. Meccanicamente, come fosse una dolce attitudine, un movimento isterico e febbrile, un gioco di bimba ostinata, un po’ cresciuta. Lentamente, lasciandolo scivolare tra le dita, ogni tubero cadeva con un piccolo tonfo sordo, abbandonando la propria buccia su di un letto morbido di bucce.
    E mentre il mio telefono strimpellava ancora, con la sua voce stridula, il Notturno op. 15 n. 3 di Chopin, è stato proprio allora che ho pensato a come sarebbe stato piangere ancora, ancora una volta. E, malgrado la consapevolezza di non aver più tredici anni, di non potermi più illudere che le lacrime possano lavar via il dolore e la delusione, e risolversi in consolazione, ho pianto. Piano. In silenzio. Come quando le dita di un pianista si muovono cantando la loro danza bicromatica. E ho pianto ancora, lentamente, soffocando ogni singhiozzo. Perché, malgrado tutto ciò che dica, che faccia, o che io provi a fare, nulla cambia. La situazione è sempre quella di cinque anni fa.

    Allora, ricordo che una persona saggia mi disse: “Non preoccuparti, i tuoi genitori ti capiranno, vedrai. Devi solo dar loro tempo; tutto si sistemerà”.
    Ora non sono più convinta fosse davvero una persona saggia.

  • In mille cassetti sbozzati

    Dieci giorni, oggi. Dieci, lunghissimi giorni.
    Spesso ha piovuto, alle volte è spuntato timido il sole da dietro le nuvole; ma io non sono stata in grado di affacciarmi alla finestra neppure per un istante. Per la maggior parte del tempo, leggendo raggomitolata tra le lenzuola calde ho ricordato. Malgrado qualsiasi sforzo, qualsiasi buon proposito, ho evitato sorrisi, saluti, inviti, e mi sono richiusa nel mio silenzio assordante, ho lasciato che l’assenza riempisse la mia mente come acqua gelida che impregna i vestiti. Ho sofferto, in silenzio, in attesa. Tendendo le orecchie. Piangendo, così, apparentemente senza motivo, nascondendomi tra le pieghe materne del cuscino, fuggendo gli sguardi e il conforto.
    Avevo bisogno di stare sola, di confrontarmi faccia a faccia con tutti i fantasmi di quasi due anni trascorsi insieme. Avevo bisogno di pensare, di essere forte, e di riscoprirmi, poi, fragile e spoglia, incapace di sostenermi su gambe molli di pianto. Avevo bisogno di cadere, di gridare, tanto, a lungo.
    Ma a nulla è servito aspettare. E ora, con la consapevolezza che il passato sono ricordi indelebili, cicatrici da stringere al petto come medaglie, da conservare in mille cassetti sbozzati su un anima di silenzi, ecco che ho capito che bisogna ricominciare a vivere, guardare avanti, custodendo tutto l’amore nel cuore.

    Così, animata da una debilitata necessità di sorridere ancora, torno a camminare, zoppicando.

  • La lontananza

    Proprio nel momento in cui non me l’aspettavo più, ridendo tra me e me di tutte le speranze diventate ancora una volta illusioni, e soffocando sotto la pioggia il dolore ingiurioso di queste ultime giornate grigie, ecco che l’ormai inatteso accade: anche quest’anno ho ricevuto la lettera di convocazione come finalista al Concorso di Poesia e Prosa “Padre Cesare Verlato”, nel quale intervengo ormai da tre anni e dal quale ho raccolto sempre enormi soddisfazioni.

    Una semplice busta bianca, chiusa e bollata, appoggiata accanto al piatto, oggi: quante cose può nascondere un semplice foglio di carta stampigliato di parole… quanti sacrifici, quanta sofferenza, quanto sentimento, quanto amore. In un momento, questo, per me così confuso e silenzioso, di dolore sgualcito nelle pieghe del cuscino caldo, sparso sul pavimento tra mille diari nascosti e aborriti, celato nel buio della mia stanza e nell’aria, fresca, della sera, che inevitabilmente ripete parole confuse e taglienti, così lontane, ora.

    Tremendamente lontane.

  • Ad un agognato tramonto, un ultimo sussurro

    Parole. Parole che scivolano sul freddo opprimente di questo inverno, troppo vicino per strapparmi anche solo un esule sorriso.
    Parole che non feriscono, ora non più, semplicemente… echeggiano nelle mie orecchie, vuote, senza alcuna pretesa di penetrare la mente, come l’ingordigia di un tarlo smodato, che continua noiosamente a rodere un ammuffito pezzetto di legno. Involontariamente lo ascolto, accidentalmente lo sento; così vicino da lasciarmi sgomenta, così vicino come non è più tempo che sia, e stringendo al petto la mia dignità, mi domando il motivo di questa ostentata pacatezza, rispetto, vicinanza, contatto; mentre le pareti e i muri intonacati trasudano silenzioso veleno. Impalpabile, muto, ma fin troppo evidente. Nascosto tra le pieghe di una gonna, o rinchiuso dietro alle labbra ostinatamente chiuse dell’omertà, addirittura marcisce.

    Sono stanca che la mia serenità sia continuamente intaccata da stupide parole ridicolmente scavate nel nostro lungo, soddisfacente silenzio. Sono stanca di essere abbandonata di fronte all’evidenza. Non intendo più rispettare né chi parla troppo, né chi tace, perché entrambi sembrano non dover meritare più nulla da me, o volerlo. L'assenza da parte mia è palese, ormai provo solo indifferenza, ma non sopporto il continuo rivangare vecchie questioni più volte, ribadite, chiuse, soprattutto se sussurrate dietro le spalle, con la voce del tarlo. Allora perché continuare ad affacciarsi sulla mia vita? Perché vituperare me e i miei affetti con parole grezze, rudi, non sbozzate, prive di cognizione di causa?

    Ognuno ha fatto le proprie scelte, in amore come nella quotidianità; ed io da molto ormai ho fatto le mie, cosciente che non si riveleranno l’ennesima, inaspettata delusione. No, quella l’ho già vissuta.
    Ma continuamente sentir vomitati insulti, parole, intromissioni, sentir ostentare scelte non corrisposte… basta. Alle volte ci si rende proprio ridicoli, questo è il mio verdetto spassionato.

    Certe persone meritano solo il silenzio.

  • Confessioni notturne

    Ci si sente più soli, ora.
    La profonda malinconia penetra i muri, l’assenza diventa tangibile. Anche nel cuore della notte, se si è in grado di mettere a tacere, solo per un singolo istante, il lamento straziato del cuore, cullato dall’adagiarsi sul guanciale di una miriade di lacrime calde, si è in grado di sentire l’eco di risate lontane e lo stampo rovente di baci perduti. Smarriti, certo, ma non dimenticati. Quale innamorato non ha passato interminabili notti insonni, soffocando i propri singhiozzi contro un cuscino dannatamente troppo piccolo per poter contenere quell’infinito dolore?
    Perché è proprio questo il problema: che l’amore fa male, ferisce, distrugge, logora, dilania la mente. Ma, nel contempo, trovo sia la droga più dolce, in grado di abbattere anche l’animo più tenace, il cuore più nobile. Ed io, allora, povera ingenua, dalla mia situazione di fiera auto sussistenza, convinta del mio “vivere per me stessa”,non come fattore egoistico ma come tentativo di pura sopravvivenza, mi sono ritrovata tutto d’un tratto letteralmente travolta da mille pensieri d’amore, nelle condizioni di non poter più fare a meno di lui. Davvero, era un istinto irrefrenabile, un bisogno inesauribile dell’anima: rifugiarsi tra le sue braccia era il sollievo di ogni giornata travagliata, il suo sorriso estasi per i miei occhi, traboccanti di sentimento.

    Ma quando poi, giorno dopo giorno, le ore cominciano a morire tra le mani, e scivolare a terra come tante foglie raggrinzite, e i respiri diventano affannosi e fragile ogni parola, allora… il castello di felicità edificato con passione sino ad allora crolla, ineludibilmente, sotto il peso d’incomprensioni e taciti dissensi. Indecifrabili, forse stupidi, ma irrecuperabili. Anche il lunghissimo tempo trascorso insieme diventa un dettaglio. E, con il peso della consapevolezza della fine sulla coscienza, forse non pronunciata ma presente, è impossibile convivere: piangere è lecito, certo, ma le lacrime non saldano i rapporti, ne sono cosciente. Nondimeno, ora, amaramente ammetto che sono la mia unica consolazione. Sterile, puerile, forse, ma sicuramente liberatoria.

    Io non urlo il mio dolore, non ne sono mai stata capace: lo sussurro piano, con voce flebile e soffocata, giusto per dargli un volto, un’espressione di dissenso. Cerco di essere forte, ma non sono mai stata in grado di trovare valide motivazioni alla mia felicità, quindi non mi illudo di redimermi, ora, illusa.

    Semplicemente, malgrado tutto, lo amo ancora.

  • Ritagli di vita quotidiana

    Una serata tranquilla, passata accanto ad un pezzo di pane sbocconcellato più per inerzia che per fame, e il calore soffuso di una lampadina da quindici candele accesa: stasera lui non c’è, è dietro un freddo banco di scuola a sfogliar pagine di nozioni e vita pratica, mentre io mi giro e rigiro in una sedia che ormai quasi scotta, tanto vorrei potermene liberare velocemente. Non riesco a stare ferma.
    Non so, è quasi una sensazione impalpabile di liberazione mescolata all’ansia melliflua di una giornata di frustrazione: mai un attimo di respiro, mai un istante per me stessa, sempre coinvolta in mille disordini. È un’esigenza della mia coscienza, questo frenetico e disperatissimo dover essere sempre e continuamente impegnata; e così mi giro e rigiro come una trottola, colta dal perverso gioco dei sensi che mi trascina sempre più dolcemente verso il logorare di ogni pensiero. Reagisco solo per consenso, spesso vorrei sottrarmene. Nascondermi dagli sguardi vuoti e da mille risate spente che continuano a profilarsi nella mia mente come volti bui di anime incappucciate, in attesa di un cedimento che non credo tarderà ad arrivare. Forse lo aspetto.
    Non sono depressa, anzi: sono decisamente più felice e serena di un anno fa. Ho un equilibrio stabile, Nicolò, Fabiola, ho un’inesauribile forte d’affetto dalla quale attingere amore. Ma sento d’aver bisogno di cambiare, di spostare la mente altrove, di gettare putridi ricordi appoggiandoli con il massimo delle buone maniere fuori dall’uscio di casa, serrando bene la porta con il chiavistello. Ormai non pesano più sul cuore, solo… fanno troppo silenzio, un silenzio violento, inopportuno. Non ho bisogno di silenzi vuoti, ora. In questo periodo ho bisogno di tutto tranne che di ulteriori seccature: di tagliare, ricostruire, di inventare nuove parole, di mettermi in discussione, di capire, di amare, di concentrarmi sullo studio.
    Credo che a luglio mi ritroverò consumata come un torsolo di mela.

  • Ho bisogno del vostro aiuto - CONCORSO DI POESIA YAMAMAY

    Volevo farvi sapere che mi sono appena iscritta al concorso di Poesia indetto dalla casa di intimo “Yamamay” sul sito: http://www.yamamay.com/ .

    Sono tremendamente in ritardo, le votazioni termineranno il 10 ottobre di quest’anno. Me n’ero praticamente dimenticata: in fondo, ciò che conta è partecipare, no? Il concorso si svolge in modo che i lettori, iscrivendosi al sito attraverso una procedura abbastanza semplice, possano dare un voto quotidianamente o anche commentare le loro poesie preferite. La mia si intitola “LE TUE LACRIME APPASSITE” ed il mio nickname è lo stesso che utilizzo qui su Netlog.

    La poesia al momento è già online. Quindi, se non avete niente di meglio da fare, oggi o prossimamente… date un’occhiata al sito e aiutatemi a scalare almeno un pochino la classifica. Ovviamente, ormai, non posso permettermi di sperare di arrivare ai "piani alti", ma almeno di fare una figura dignitosa.

  • Gli occhi di Pompei

    Ho camminato in silenzio per le strade di Pompei, quel pomeriggio: mi sembrava che la vita intorno a me si fosse magicamente fermata, chissà poi per quale assurdo sortilegio, come raccontano le più dolci favole per bambini nelle notti troppo buie. Mi sembrava che tutto fosse baciato dal sole più caldo, quasi credevo di sentire voci e schiamazzi di una città che, come un’enorme alveare, si risveglia in una mattina d’autunno e si affaccia su un cielo azzurro e sgombro di nuvole e pensieri. E poi vedere le smorfie soffocate da denti digrignati, lo splendore roso dalla distruzione, porte e cadaveri arsi dalle fiamme… È stato come se avessi veramente sbattuto la faccia contro uno di quei muri di calcinacci e mattoni ammassati, come se il respiro mi si fosse fermato in gola per un interminabile istante. Come se mi fossi risvegliata d’un tratto in un incubo reale, che esiste e mostra al mondo la sua tragicità da quasi duemila anni ma che, per il suo innegabile valore artistico e storico, si mostra sconfinato e splendente allo sguardo di turisti e curiosi. Forse la natura è davvero “matrigna”, come sosteneva Giacomo Leopardi? Siamo davvero nati per scontare una vita di dolore? Non credo di essere in grado di dirlo: finirei per scivolare in una consueta, depressa riflessione. So solo che quelle orbite contratte, svuotate come a cucchiaiate da una lenta agonia… quelle no, non posso dimenticarle. Testimonianze come quelle permeano l’animo delle persone, chi non le ha viste non può rendersene conto: lo schiavo, il bambino, stesi a terra, le braccia indirizzate verso una effimera salvezza o protratte a schiacciarsi l’addome con un’ultima, eterna dolcezza segnata dal dolore, allo stesso modo del nobile rinvenuto nella sua ricca domus. La morte non guarda in faccia proprio nessuno, questo ho capito.
    Così, camminando lungo l’imponente via dell’Abbondanza, ho osservato con affamata curiosità tutto ciò che la guida ci indicava come potenzialmente interessante, sino ad arrivare al foro, la piazza, uno spazio immenso ora percorso da macerie e randagi affamati di pane e carezze. Un dolore ancora più attuale, per me. E poi, volto lo sguardo a quanto restava della città, ho guardato con apprensione intorno a me: in un certo senso, Pompei, svuotata in modo così violento dalla furia della natura, ora torna a rivivere sotto diverse spoglie.
    Forse tutto è un incessante riproporsi. Forse Pompei non è davvero morta.

  • Ho bisogno del vostro aiuto: cinque gatti tra iguane

    Da qualche settimana lo zoo in cui lavoro è in fermento: prima uno, poi due, ed oggi la triste sorpresa. Sono ben cinque i piccoli gattini sfortunatamente scivolati nella vasca dei cani della prateria e delle iguane, tutti fratellini urlanti e impauriti. Da un paio di settimane la madre si aggira straziata ai bordi nell'enorme vasca di cemento in cui, forse perché alla ricerca di cibo, forse per un tragico errore, sono caduti i suoi cuccioli.

    Purtroppo non è possibile renderglieli, in quanto di lei non si sa più nulla e continuerebbero a creare problemi seri all'attività. Sono bellissimi, ma tutti molto spaventati e non abituati alla vita domestica. Sono timidi, ma una volta avvicinati si può notare l'enorme tristezza che traspare dai loro occhioni verdi.

    Ora lì piangono in continuazione, sono in pericolo e, certamente, se non trovo loro una sistemazione al più presto, non faranno una bella fine. Ed io questa cosa non riesco proprio ad accettarla. Non la vedo una conclusione plausibile alla loro avventura.

    Al momento dormono nelle tane dei cani della prateria, in perenne disagio e agitazione, e tremano come foglie. Non hanno problemi con il cibo perché, comunque, quello è loro assicurato.

    Cerchiamo loro URGENTEMENTE UNA CASA. Hanno bisogno di voi, del vostro amore. Della vostra determinazione e pazienza, del vostro aiuto.

    Se ne volete uno, oppure conoscete qualcuno che avrebbe piacere ad accoglierne uno (o anche tutti), non esitate a scrivermi. In primis la vostra coscienza, ma anche io, vi ringrazierà. E la soddisfazione sarà grande, immensa.

    Eventualmente vi lascio il mio recapito telefonico, solo per persone VERAMENTE interessate (no sms).

    Grazie. Passate parola. Non è una delle solite catene assurde. Qui sto parlando di veri, piccoli cuccioli spaventati, con i quali sono obbligata a confrontarmi ogni volta che mi reco a Cartigliano.

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