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        <title>Blog di Francesco Gungui</title>
        <description>ll blog di Francesco Gungui</description>
        <link>http://it.netlog.com/francescogungui/blog</link>
        <lastBuildDate>Wed, 02 Dec 2009 18:49:34 UT</lastBuildDate>
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            <title>francescogungui</title>
            <link>http://it.netlog.com/francescogungui</link>
            <description>francescogungui</description>
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            <title>L'importante è adesso: sesto capitolo</title>
            <link>http://it.netlog.com/francescogungui/blog/blogid=6195487</link>
            <description>“E io ho anche un padre? E a lui sta bene?” penso. E questa da dove mi è uscita?&lt;br /&gt;Mi spiego, io un padre ce l’ho veramente. Ma non è questo il punto. Lui, per ora, non sa niente. E non ho idea se abbia o meno spazio in casa, perché io in quella casa non ci sono mai stato. Sono stato a New York, a Firenze, a Parigi, tutte città dove si è fermato per qualche tempo. Il più delle volte però era lui a venire in Italia a trovarmi, da solo o con Marianna. Ma di questa nuova casa dove, a quanto sembra, mio padre ha deciso di mettere radici, non so nulla.&lt;br /&gt;Dall’altoparlante una voce annuncia la soppressione di un volo, generando sbuffi e qualche bestemmia a pochi passi da me. Sugli schermi con le partenze osservo l’aggiornamento continuo delle destinazioni, come un’improbabile moltiplicazione delle opportunità: Monaco, Madrid, Parigi, Berlino, Lisbona, Londra.&lt;br /&gt;Parto o non parto?&lt;br /&gt;Vado o non vado da mio padre?&lt;br /&gt;Sono tornato all’aeroporto. Mi sembrava il luogo migliore dove riflettere sulla mia partenza, dove capire, insomma, se sto facendo una cazzata. Finché ne parlavo con mia madre, mi sembrava l’unica scelta possibile. Ma è bastato ritrovarmi da solo per essere assalito dai dubbi.&lt;br /&gt;Da qualche minuto però la mia testa è altrove.&lt;br /&gt;La mia mente si rifiuta di elaborare una qualsiasi risposta e preferisce perdersi nella variegata umanità dell’aeroporto, come se la soluzione dell’enigma si nascondesse proprio lì, tra le valigie avvolte nel cellophane e le occhiaie dei passeggeri.&lt;br /&gt;A pochi passi da me, seduti l’uno accanto all’altra, ci sono un ragazzo e una ragazza. Lo sguardo fisso nel vuoto, il corpo immobile. Ogni tanto lei alza gli occhi, scostando appena la testa, ma nessuno dei due dice una parola. Dall’altoparlante una voce femminile annuncia un ritardo, ma la tensione che c’è tra i due è troppo forte per essere stata causata da un imprevisto del genere. A meno che quell’aereo non avesse dovuto portarli a un matrimonio, a un funerale o a un altro appuntamento imperdibile.&lt;br /&gt;A un tratto il ragazzo si alza e, senza nemmeno voltarsi, cammina dritto verso le scale mobili. La ragazza rimane lì, ferma.&lt;br /&gt;Avrà più o meno la mia età, forse qualcosa di più. È carina. È una di quelle ragazze che sono belle quando sono arrabbiate. Poi magari questa è bellissima anche quando è felice, ma quell’espressione, ora, le dona. Con un gesto del capo tira indietro due ciuffi che le cadono sugli occhi e li fissa con&lt;br /&gt;una molletta, scoprendo in questo modo il viso sottile e pallido, appena colorato da un leggero rossore sulle gote.&lt;br /&gt;Parto o non parto?&lt;br /&gt;Pro: di fatto vado a vivere da solo, me ne sto in un altro Paese, conosco gente nuova e soprattutto ragazze nuove, imparo l’inglese.&lt;br /&gt;Contro: litigo con mia madre, litigo con Tommaso, magari mi perdo via e poi l’università non la faccio più, tutti i miei amici trovano la propria strada, escono e si divertono e parlano di me dicendo cose come: “Eh, ma si vedeva che non stava bene” oppure: “Secondo me è diventato gay, anzi lo è sempre stato”.&lt;br /&gt;Adesso che ci faccio caso, c’è un solo zaino davanti alla ragazza e il tipo che era con lei aveva solo una borsa a tracolla. Forse allora si tratta di un addio. Se fosse un addio, però, allora il ragazzo non avrebbe dovuto allontanarsi, ma rimanere lì, con lei.&lt;br /&gt;Il ragazzo torna a sedersi accanto alla ragazza arrabbiata. Lei gli prende dolcemente la mano e dice qualcosa. È una richiesta, quasi una supplica. Anche perché per farla ha messo da parte la faccia arrabbiata e sì, è carina anche quando non è arrabbiata. Solo che adesso mi fa anche un po’ di tenerezza.&lt;br /&gt;I toni della conversazione a questo punto cambiano improvvisamente e una piccola platea di passeggeri in attesa assiste alla scenetta dei due fidanzati.&lt;br /&gt;— Dai, compro un biglietto! — esclama lei alzandosi in piedi.&lt;br /&gt;— Ma non hai nemmeno i vestiti.&lt;br /&gt;— Chi se ne frega dei vestiti! Mi comprerò qualcosa lì!&lt;br /&gt;Lui la tira giù per un braccio e ride, anche se non c’è niente da ridere, e le bisbiglia qualcosa.&lt;br /&gt;— Non me ne frega niente se ci guardano tutti! Perché non possiamo partire insieme?!&lt;br /&gt;— Non possiamo e basta! — esclama lui alzando la voce.&lt;br /&gt;— Non puoi, va bene? — aggiunge, ma con la voce del padre che nega un lecca lecca alla figlia di cinque anni.&lt;br /&gt;Che stronzo, penso io e qualche altra decina di passeggeri che seguono il dramma.&lt;br /&gt;— Mi vieni a trovare poi. Ma prima devo vedere la casa.&lt;br /&gt;Che stronzata, mi dico, e questa volta siamo in tanti a pensarlo. Una donna accanto a me addirittura sbuffa scuotendo la testa. È assurdo, è evidente. Cioè, se stai con una ragazza non le dici che non può partire con te perché non hai ancora capito l’esatta metratura dell’appartamento.&lt;br /&gt;— Sì, ma tu poi scompari, lo so.&lt;br /&gt;— No che non scompaio.&lt;br /&gt;A questo punto il pubblico è diviso. Lo si legge chiaramente negli sguardi partecipi dei passeggeri. La parte femminile pensa che lei è senza speranze, che non si tratta così un uomo, non gli si può dare tutto questo potere, che dovrebbe mandarlo al diavolo e basta. La parte maschile, be’, quella è combattuta. Qualcuno invidia appunto il suo potere. Qualcun altro si è lasciato intenerire dalla ragazza e ora vorrebbe&lt;br /&gt;andare dal tipo e spaccargli la faccia. Io provo entrambe le cose, perché nessuna ragazza mi supplicherebbe di partire con lei e perché io non tratterei così nessuna ragazza.&lt;br /&gt;Lei gli dice qualcosa e all’improvviso la situazione si sblocca. Lui le parla, come se dovesse tranquillizzarla e lei lo ascolta apparentemente calma. Poi lui prende lo zaino e si alza. La tensione tra gli spettatori è al massimo. Lei si avvicina per baciarlo e per un attimo penso che lui scosterà la testa, rifiutando il bacio. Invece no. Con una mano le cinge il fianco e le dà un bacio. Ma non un bacio appassionato. Praticamente si appoggia sulle sue labbra per qualche secondo. Poi si ritrae, sorride e se ne va senza voltarsi.&lt;br /&gt;La ragazza comincia a piangere sommessamente. Quel genere di pianto che in aeroporto non desta preoccupazione. In aeroporto un sacco di gente piange. È carina anche quando piange. Sembra indifesa, mi verrebbe voglia di andare lì e dirle: “Hai bisogno di aiuto?” per poi invitarla a fare colazione in un bar. Poi però dovrebbe cominciare a piovere e noi dovremmo rimanere lì a raccontarci le nostre storie fino&lt;br /&gt;a sera. Lei, alla fine un po’ consolata, mi dovrebbe dire grazie, asciugandosi il rimmel col dorso della mano. E mentre ci salutiamo, dovremmo decidere di cenare insieme, in un ristorante che conosco io, con un cortile interno dove non sembra nemmeno di essere a Milano…&lt;br /&gt;— Tutto a posto? Hai bisogno di aiuto?&lt;br /&gt;Lo faccio, l’ho detto!&lt;br /&gt;— No — mi risponde lei secca.&lt;br /&gt;— Sul serio, se posso offrirti un caffè o qualsiasi cosa…&lt;br /&gt;— No, guarda, l’ultima cosa di cui ho bisogno è un tipo che ci prova con me. Se non te ne fossi accorto, sono fidanzata. Lascia perdere.&lt;br /&gt;Realtà vs Filmini: 2 a 0 per la realtà.&lt;br /&gt;Esco dall’aeroporto con la coda tra le gambe. Porca miseria, che carattere. Per un attimo mi era sembrata così dolce e indifesa, e invece è proprio una stronza.&lt;br /&gt;Ho appena acceso il motorino, quando il cellulare mi vibra nella tasca dei jeans.&lt;br /&gt;Erica mi ha scritto un messaggio.</description>
            <author>francescogungui</author>
            <pubDate>Mon, 04 May 2009 05:52:47 UT</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>L'importante è adesso: quinto capitolo</title>
            <link>http://it.netlog.com/francescogungui/blog/blogid=6195485</link>
            <description>— Be’, sentiamo.&lt;br /&gt;— Sentiamo cosa?&lt;br /&gt;— Sentiamo chi ti ha messo in testa questa storia di partire, ora.&lt;br /&gt;— Perché pensi che qualcuno me l’abbia messo in testa? Non potrei averlo deciso io? Senti, lasciamo perdere.&lt;br /&gt;— No, proprio per niente. Fino a prova contraria tu vivi ancora sotto questo tetto e le decisioni che prendi sono anche affar mio.&lt;br /&gt;È strano stare a casa la mattina, un giorno normale di fine settembre. Sono quasi vent’anni che non sto a casa la mattina, da settembre a giugno. Certo, mi è capitato di ammalarmi e di non andare a scuola, ma ora è diverso. Non sono malato, sto benissimo e sono a casa, sul divano, a guardare un vecchio film in televisione, esattamente come faccio quando sono malato.&lt;br /&gt;Mi piacciono i vecchi film, quei film che danno su Retequattro o La7. Mi rilassa pensare che la maggior parte dei personaggi siano o vecchissimi o morti.&lt;br /&gt;Una donna, con un lungo vestito azzurro e i capelli raccolti in una specie di corona, sta parlando con un ragazzino coi pantaloni corti e la faccia sporca, lo vuole convincere a frequentare la sua scuola per trovatelli. E lui le chiede: — Perché?&lt;br /&gt;— Va be’, mi stai dicendo che non posso andare?&lt;br /&gt;— Non sto dicendo questo. Quello che voglio dire è che…&lt;br /&gt;— Quindi, se non mi stai dicendo che non posso andare, vuol dire che posso andare. Perché siamo qui a discutere allora?&lt;br /&gt;— Quanto hai intenzione di stare?&lt;br /&gt;— Non lo so, non ci ho pensato, vedo lì.&lt;br /&gt;— E con l’università come fai? I corsi iniziano tra poco.&lt;br /&gt;A mia madre è sfuggito un dettaglio di questa storia. Un dettaglio importante, me ne rendo conto. E questo perché non ho usato per esteso la formula magica, quelle parole che inquadrerebbero in modo inequivocabile la mia decisione di partire. Ieri sera, dopo esserci baciati, io ed Erica siamo andati&lt;br /&gt;avanti a chiacchierare parecchio. Abbiamo parlato di nuovo della “nostra” decisione di partire e di come inizialmente la famiglia non fosse affatto contenta della “nostra” scelta. Lei mi ha raccontato la paura dei suoi genitori, ma anche la diffidenza degli amici. Di quelli che ti dicono che è un anno buttato via e di quelli che ti chiedono “Sì, ma poi cosa vuoi fare?”. Tutti, stando a quello che dice Erica, vogliono sapere&lt;br /&gt;qual è il tuo obiettivo; ma se hai un obiettivo, dice ancora Erica, forse non hai bisogno di un anno sabbatico.&lt;br /&gt;— Vuoi spegnere la televisione almeno?&lt;br /&gt;La donna col vestito azzurro sta spiegando al trovatello perché è importante studiare, perché così si può costruire un futuro, diventare grande, comprarsi un bel vestito e un bel paio di scarpe, e poi abitare in una casa vera con una stanza tutta per sé. — Le scarpe mi stanno scomode — dice il trovatello.&lt;br /&gt;— Io non mi iscrivo quest’anno.&lt;br /&gt;— Stai scherzando?&lt;br /&gt;— No no, sono serio. Non mi iscrivo.&lt;br /&gt;— No, senti Giacomo, così non va. Tu ti iscrivi, poi parti, fai quello che vuoi, e torni quando iniziano i corsi.&lt;br /&gt;— Non è questo il piano.&lt;br /&gt;— Ma santo cielo, perché non puoi fare le cose normali, come tutti?&lt;br /&gt;— E quali sarebbero le cose normali?&lt;br /&gt;— Iscriverti a qualche cavolo di università e basta! Vuoi partire? Parti quest’estate, durante le vacanze. Queste sonole cose normali!&lt;br /&gt;La scena è cambiata. Adesso la donna col vestito azzurro sta presentando il trovatello agli altri bambini in&lt;br /&gt;classe. Ogni bambino dice il suo nome e quando tocca al trovatello dire il suo, cala il silenzio. — Allora, qual è il tuo nome? — chiede la donna. — Non lo so — risponde il trovatello.&lt;br /&gt;— Mi voglio prendere un anno sabbatico.&lt;br /&gt;— Un anno sabbatico — ripete mia madre.&lt;br /&gt;— Sì.&lt;br /&gt;— E da che cosa, se si può sapere?&lt;br /&gt;— Cosa vuol dire?&lt;br /&gt;— Non stai studiando, non stai lavorando, vorrei sapere da che cosa hai bisogno di prenderti una pausa.&lt;br /&gt;— Non ho bisogno di una pausa, ho bisogno di un anno sabbatico, è diverso.&lt;br /&gt;— Non è diverso. Un anno sabbatico non è un anno passato in giro a far niente!&lt;br /&gt;— E chi ti ha detto che io non voglio fare niente?&lt;br /&gt;— Nessuno, ma non mi hai nemmeno detto cosa hai intenzione di fare.&lt;br /&gt;— Perché tu non me l’hai chiesto.&lt;br /&gt;Il bambino corre via su una strada sterrata, mentre la donna col vestito azzurro si porta le mani sui fianchi e sospira.&lt;br /&gt;— Giacomo. No — taglia corto mia madre, rassegnata a usare un no maiuscolo senza spiegazioni.&lt;br /&gt;— Non me lo puoi impedire.&lt;br /&gt;— Sono tua madre, Giacomo…&lt;br /&gt;— E io ho anche un padre! E a lui sta bene che parto!&lt;br /&gt;Mia madre china la testa e si porta una mano sugli occhi. Io intanto penso alle parole che mi sono appena uscite dalla bocca. Per alcuni secondi lei non dice niente. Si vede che ho colpito nel segno, toccando una ferita sempre aperta.&lt;br /&gt;— Vuoi andare da lui? — mi chiede con un filo di voce.&lt;br /&gt;— Sì — rispondo io con tono funereo.&lt;br /&gt;— Gli hai già parlato?&lt;br /&gt;— Sì.&lt;br /&gt;— Perché non me l’hai detto?&lt;br /&gt;— Te l’avrei detto.&lt;br /&gt;— E Marianna?&lt;br /&gt;— Marianna cosa?&lt;br /&gt;— Non so se c’è spazio per tutti e tre in quella casa.&lt;br /&gt;— Se non c’è me ne vado in ostello.&lt;br /&gt;— Dai Giacomo.&lt;br /&gt;— Dai cosa?&lt;br /&gt;— Niente, niente.&lt;br /&gt;Rimaniamo in silenzio almeno un minuto. Il tempo per me di capire che partirò e per mia madre di rendersi conto che non potrà fare nulla per impedirmelo.&lt;br /&gt;— Allora io vado a Londra.</description>
            <author>francescogungui</author>
            <pubDate>Mon, 04 May 2009 05:45:44 UT</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>L'importante è adesso: quarto capitolo</title>
            <link>http://it.netlog.com/francescogungui/blog/blogid=6195483</link>
            <description>Sabato sera Tommaso mi chiama e mi dice che c’è una festa Erasmus in uno studentato e che ci dobbiamo assolutamente andare. Che è il modo migliore per cominciare a entrare nell’ambiente e conoscere un po’ di persone, che poi potremmo ritrovarci ai corsi. Nell’immaginario di Tommaso credo&lt;br /&gt;che il suo prossimo futuro sia un po’ come questa festa. Si incontrano un sacco di ragazze, anche straniere, si beve, si balla e ci si diverte. Ogni volta che parliamo di università, ho l’impressione che stiamo parlando di cose diverse, io di un edificio dove la gente perde i capelli e la stima di sé, lui&lt;br /&gt;di una scuola di tango per giovani ragazze single. Ma, a dirla tutta, cerco di parlare il meno possibile dell’argomento con Tommaso, e questo perché lui è ancora convinto che io mi sia regolarmente iscritto e che tra un paio di settimane ci troveremo gomito a gomito in aula. E ne è convinto per la semplicissima ragione che è quello che gli ho detto io.&lt;br /&gt;Alle dieci siamo davanti a un condominio con una larga scalinata piena di gente. La festa costa dieci euro. Paghiamo ed entriamo. C’è un tizio alla console con le cuffie alle orecchie che mette la musica muovendosi a ritmo, tutto ispirato. Su un lungo tavolo contro la parete ci sono le bevande.&lt;br /&gt;Ci facciamo largo tra la folla e prendiamo da bere. Ogni tanto si sente parlare inglese o francese, ma ci sono anche un sacco di italiani. Tra me e Tommaso si infila una ragazza. Sembra sola.&lt;br /&gt;— È open bar? — mi chiede, quando vede che mi preparo un cocktail.&lt;br /&gt;— Sì sì.&lt;br /&gt;La ragazza scruta il tavolo poco convinta. Tommaso, da dietro, le guarda il culo e mi fa ok con la mano. Quindi mi fa cenno di servirle da bere.&lt;br /&gt;— Te lo faccio io, se vuoi.&lt;br /&gt;— Grazie, sì.&lt;br /&gt;— Un gin tonic?&lt;br /&gt;Preparo due gin tonic e gliene porgo uno. Con i bicchieri in mano ci allontaniamo dal tavolo. È generalmente a questo punto dell’approccio che non so più cosa fare, o meglio, arrivati a questo momento, nella mia testa parte una specie di nastro registrato con tutte le frasi che dovrei o potrei dire&lt;br /&gt;per attaccare bottone e che puntualmente non dico.&lt;br /&gt;Due ragazze in disparte le fanno un cenno e lei si dirige verso di loro.&lt;br /&gt;— Grazie — dice la ragazza.&lt;br /&gt;— Di niente.&lt;br /&gt;Le due amiche si avvicinano, la salutano e le chiedono come si fa a prendere da bere. Così può entrare in gioco anche Tommaso, che senza esitazione si presenta e si offre di andare per loro. Io lo seguo a ruota e dopo pochi minuti siamo di nuovo lì, con i cocktail per le ragazze.&lt;br /&gt;Tommaso utilizza l’approccio diretto: Come vi chiamate? Cosa studiate? Siete di Milano? Io lo osservo ammirato. Il miracoloso risultato è che cominciamo a parlare.&lt;br /&gt;Ci trasferiamo in un cortiletto dove il volume della musica è più basso e rimaniamo lì a chiacchierare per parecchio tempo. Dopo il riscaldamento di rito, il gruppo si divide in due e io mi ritrovo a parlare da solo con Erica, così scopro che vuole fare l’architetto e che ha ventiquattro anni. A quel punto io senza esitazione dico di averne ventitré. Tommaso, che evidentemente ha sentito questo stralcio di conversazione, mi guarda con fierezza e annuisce.&lt;br /&gt;Rientriamo nella sala con la musica e cominciamo a ballare. Nell’aria c’è odore di fumo e sudore. Mi guardo attorno, ma la luce intermittente mi restituisce solo brevi istantanee delle persone che mi circondano. Così provo a concentrarmi sulla musica e ascolto i bassi che mi vibrano nel petto.&lt;br /&gt;All’improvviso Tommaso mi prende per un braccio, fa cenno alle ragazze che “Ci vediamo dopo” e mi porta via.&lt;br /&gt;— Che c’è? — chiedo.&lt;br /&gt;— È il momento della pausa.&lt;br /&gt;— Cioè?&lt;br /&gt;— Cioè che adesso le devi lasciare libere di scegliere. Se no si sentono pressate.&lt;br /&gt;— Ma stavamo andando bene, no?&lt;br /&gt;— Appunto, adesso andiamo a farci un giro, usciamo e dopo un po’ rientriamo. Se loro ci raggiungono o ci cercano, allora possiamo continuare l’attacco. Se invece si fanno i fatti loro e non ci cercano più, vuol dire che comunque non ci saremmo portati a casa niente.&lt;br /&gt;E così facciamo. Anche se non mi sento più un essere umano, ma un leone della savana che cammina rasoterra annusando nell’aria la vicinanza delle prede. Tutto va come Tommaso, tra i due certamente il felino più sveglio, aveva previsto. Dopo una mezz’ora siamo di nuovo in mezzo alla gente a ballare, e questa volta sono loro che si avvicinano.&lt;br /&gt;Continuiamo a ballare fino alle due, quando la musica si spegne e si accendono le luci. Usciamo in strada e Tommaso mi dice che è arrivato il momento di osare e proporre un’altra meta per la serata.&lt;br /&gt;Ma qui anche la fine strategia del mio amico deve scontrarsi con la dura realtà: in cinque con due motorini non possiamo andare da nessuna parte. Finiamo così in un baracchino lì vicino, dove ci prendiamo un panino e dove confluiscono praticamente tutti i reduci della festa.&lt;br /&gt;E lì io ed Erica ci mettiamo da parte.&lt;br /&gt;— Tu hai sempre saputo che volevi fare l’architetto?&lt;br /&gt;— Ma no — risponde Erica lasciandosi scappare un sorriso — direi proprio di no. Al liceo non avevo la più pallida idea di che cosa fare. È successo tutto quando sono partita. Sono stata via un anno, mi sono presa un gap year, e poi quando sono tornata mi sono iscritta.&lt;br /&gt;— Un gap year? Sarebbe?&lt;br /&gt;— L’anno sabbatico, qui lo chiamano così.&lt;br /&gt;— Ah, okay. E che hai fatto? Dove sei stata?&lt;br /&gt;— A Barcellona. È una città fantastica. Sole, mare, locali aperti tutta la notte. Un’altra vita. Te ne innamori, stavo fuori tutte le notti e tutta la notte, non volevo più tornare. Adesso sono dai miei e mi sembra di impazzire.&lt;br /&gt;— Be’, non è facile se stai via un anno.&lt;br /&gt;— Sì, perché, cioè, io coi miei vado d’accordo, ma non è quello il problema. Lì ero libera, libera di fare quello che volevo, di essere quello che volevo, e qui mi sta tutto stretto. Ma perché, sei stato via anche tu? Che fai adesso?&lt;br /&gt;Esito qualche secondo prima di rispondere perché penso che io le ho detto di avere ventitré anni, evidentemente non pensando che quella piccola bugia me la sarei ritrovata fra i piedi poche ore dopo.&lt;br /&gt;— Anch’io mi sono preso un anno — dico, anche se non so da dove mi è uscita.&lt;br /&gt;— Ma dai? Sul serio? E dove sei stato?&lt;br /&gt;— Ho girato un po’. Sono stato un po’ di mesi a Londra, ma anche a Parigi — dico, utilizzando le due capitali europee che conosco essendoci stato in gita scolastica. — Sai, non sapevo cosa fare, ero confuso e c’erano mille persone che mi dicevano quello che era giusto per me, la famiglia, ma anche gli amici. E così ho fatto l’unica cosa che nessuno mi aveva detto di fare.&lt;br /&gt;— Hai preso e sei partito?&lt;br /&gt;— Esatto, così, senza pensarci troppo — rispondo con ostentata naturalezza.&lt;br /&gt;— E alla fine la tua strada l’hai trovata?&lt;br /&gt;— Questa è una storia troppo lunga — dico ridendo, in modo da glissare sull’argomento.&lt;br /&gt;Continuiamo a chiacchierare da soli e io sono sempre più catturato da questa Erica, che è carina, che ha viaggiato, che non ha accettato di fare una cosa qualsiasi, solo perché-si-facosì. Fino a quando Tommaso e le altre due ragazze ci raggiungono. Le ragazze parlano brevemente tra loro e non ci&lt;br /&gt;vuole molto a raggiungere l’accordo per cui accompagnerò io a casa Erica, in motorino.&lt;br /&gt;Quando all’alba arriviamo sotto casa sua, il mio finto passato è ormai diventato un futuro possibile. Ed è in quel momento che lei mi appoggia una mano sulla spalla e io la bacio sicuro.</description>
            <author>francescogungui</author>
            <pubDate>Mon, 04 May 2009 05:40:00 UT</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>L'importante è adesso: terzo capitolo</title>
            <link>http://it.netlog.com/francescogungui/blog/blogid=6178358</link>
            <description>— Fermati davanti al bar.&lt;br /&gt;— Perché?&lt;br /&gt;— Ho appuntamento lì con le amiche.&lt;br /&gt;Col motorino mi infilo tra due macchine parcheggiate e spengo il motore. Guardo l’insegna del bar, la stessa insegna davanti alla quale sono passato negli ultimi cinque anni. Alzo gli occhi e osservo la strana geometria del poligono di cielo stretto fra i tetti delle case. In quel momento una goccia mi cade sulla visiera del casco.&lt;br /&gt;— Ma adesso vai a iscriverti? — chiede Veronica scendendo dalla sella.&lt;br /&gt;— Sì, sì, adesso vado in segreteria.&lt;br /&gt;— è già aperta?&lt;br /&gt;— No, va be’, apre tra un’ora.&lt;br /&gt;— Dai, ma allora fai colazione al bar con noi! Sta anche cominciando a piovere!&lt;br /&gt;Entriamo nel bar affollato. Riconosco alcune facce. E per un attimo mi sembra di essere ancora a scuola, come se nulla fosse cambiato. Percepisco la stessa atmosfera, lo stesso odore di bar della scuola, quello strano mix di caffè e libri nuovi.&lt;br /&gt;Non facciamo in tempo a raggiungere il tavolo. In fondo alla sala, accanto al bagno, c’è Sara, la migliore amica di Veronica. Non si è accorta di noi. Sta parlando con qualcuno, che però rimane mezzo nascosto dalla parete. Veronica fa per andarle incontro, quando all’improvviso appare il volto del misterioso interlocutore di Sara, che le dà un fugace bacio sulla bocca.&lt;br /&gt;Veronica si ferma di colpo. Una nuova espressione le compare sul viso, un’espressione che non le ho mai visto. Il labbro arricciato a trattenere il dolore e forse anche le lacrime. Gli occhi freddi e lucidi che&lt;br /&gt;mascherano il dispiacere con una punta di orgoglio.&lt;br /&gt;Un minuto dopo siamo di nuovo sul motorino. Lei si tiene stretta a me, la testa appoggiata sulla mia schiena. Qualche lacrima mi finisce sulla maglietta.&lt;br /&gt;Attraverso la città travolta dal traffico del mattino. Passo in mezzo alle lunghe code di macchine che intasano le strade di Milano a quest’ora. Mi lascio alle spalle le case d’epoca del centro, i palazzi&lt;br /&gt;anni Sessanta e infine anche le case popolari della periferia. Su una strada statale a tre corsie tiro il motorino a sessanta all’ora, il massimo che riesce a fare su un rettilineo, stando ben attento ai tir che mi superano diretti alla tangenziale.&lt;br /&gt;Lascio il motorino ai margini di un grande parcheggio pieno di macchine. C’è un via vai ininterrotto di gente con le valigie, che arriva in macchina o se ne va, che sale sui taxi e che abbraccia amici e parenti.&lt;br /&gt;— Ue, Vero, tutto a posto? — le chiedo, quando siamo davanti a uno degli ingressi dell’aeroporto. Ma lei è distratta da una scena a pochi metri da noi. Un uomo e una donna si tengono per mano guardandosi in silenzio con gli occhi tristi. Lui stringe la maniglia di un grosso trolley. Lei si avvicina e cominciano a baciarsi. Veronica scuote la testa, si asciuga gli occhi e con un impercettibile cenno del capo mi dice che no, non è tutto a posto.&lt;br /&gt;— Mi spieghi cos’è successo?&lt;br /&gt;Veronica scuote di nuovo la testa ma non risponde.&lt;br /&gt;— Perché siamo all’aeroporto? — mi chiede.&lt;br /&gt;— Non lo so, tu dove vai quando bigi?&lt;br /&gt;— Io vado al parco.&lt;br /&gt;— Io vado all’aeroporto. Dai, vieni, andiamo a fare colazione.&lt;br /&gt;Superiamo le porte scorrevoli e veniamo investiti dall’aria fredda climatizzata. È pieno di gente a quest’ora, un sacco di pendolari diretti alla capitale. Li riconosci subito, perché non hanno bagaglio e sono vestiti da businessman. Non fanno il check in perché l’hanno già fatto on line e attraversano&lt;br /&gt;il metal detector come una persona normale varca la porta del bagno.&lt;br /&gt;Ordino due cappucci e due brioche al bar e ci sediamo a un tavolino.&lt;br /&gt;— Fa niente — dice Veronica con un sorriso.&lt;br /&gt;— Come fa niente?&lt;br /&gt;— Non me ne importava niente di lui.&lt;br /&gt;— Ma… ma com’è andata?&lt;br /&gt;— Lo sapevo che Sara gli andava dietro, anche se cercava di non darlo a vedere. Tutte le volte che eravamo noi tre, lei faceva la carina con lui.&lt;br /&gt;— Ma voi, non ho capito, stavate insieme?&lt;br /&gt;— Siamo stati un po’ insieme, poi c’è stata l’estate di mezzo e ci siamo visti di meno. E loro, lo sapevo, erano nello stesso posto, in Liguria. Li sentivo tutti e due al telefono. Solo che dopo un po’ li ho sentiti molto meno e qualcosa ho pensato…&lt;br /&gt;C’è meno gente in aeroporto ora. Finita la colazione, ci mettiamo a passeggiare tra le edicole, le librerie e i negozi di profumi.&lt;br /&gt;— Allora, hai deciso a cosa iscriverti?&lt;br /&gt;— Sì, anzi no.&lt;br /&gt;— Sì o no?&lt;br /&gt;— Non lo so, forse non mi iscrivo.&lt;br /&gt;— E cosa fai?&lt;br /&gt;— Non lo so.&lt;br /&gt;— Ma non c’è proprio niente che ti piace?&lt;br /&gt;— Mi piacciono mille cose, ma non è questo il punto.&lt;br /&gt;Non devo scegliere solo una cosa che mi piace. Devo scegliere tutto il mio futuro. Se mi iscrivo a Giurisprudenza ho già scelto di fare l’avvocato, se mi iscrivo a Medicina farò il dottore, se mi iscrivo a Lettere farò un casino ed è tutto così.&lt;br /&gt;Nel frattempo siamo arrivati davanti alla vetrata dalla quale si vedono partire gli aeroplani. Guardo gli aerei parcheggiati, quelli da cui scaricano i bagagli e quelli che fanno rifornimento, pronti a ripartire.&lt;br /&gt;— Secondo me esageri. Cioè, stai solo iniziando l’università e poi puoi anche cambiare se vedi che non ti piace.&lt;br /&gt;— Non sto solo iniziando l’università. Questa è la prima volta che scelgo, il liceo non conta e poi è obbligatorio. Qui nessuno mi obbliga e io seguo il gregge solo perché tutti vanno da quella parte, perché si fa così. Non voglio dire che sono tutti dei coglioni. Mi sa che qui l’unico coglione sono io.&lt;br /&gt;— Su questo non c’è dubbio — mi prende in giro Veronica. — Però sei anche il mio fratellastro, quindi sospenderò  il giudizio ancora per un po’…&lt;br /&gt;— Vero, lo so che non ci vuole niente: mi iscrivo, vado a lezione, faccio gli esami, esco con gli amici… è un futuro vivibile, no? Comodo, come una vecchia tuta da casa… ma non voglio un futuro che sa già di pigiama.&lt;br /&gt;Veronica medita qualche secondo su quello che ho detto.&lt;br /&gt;— Va bene, ma pensa a un lavoro, ad esempio. Non c’è un lavoro che ti piace? Se pensi a te fra dieci anni, come ti vedi?&lt;br /&gt;— Io non vedo proprio niente. E comunque non mi rende felice pensare a me tra dieci anni con un bel lavoro, una bella famiglia, una bella casa.&lt;br /&gt;— E allora cosa ti rende felice?&lt;br /&gt;Il rombo di un aereo in partenza mi impedisce di rispondere. Una strana sensazione mi investe. Sento caldo e poi di colpo freddo. E quando l’aereo è scomparso tra le nuvole mi sento incredibilmente leggero.</description>
            <author>francescogungui</author>
            <pubDate>Fri, 01 May 2009 08:00:03 UT</pubDate>
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            <title>L'importante è adesso: secondo capitolo</title>
            <link>http://it.netlog.com/francescogungui/blog/blogid=6178315</link>
            <description>Il telegiornale delle otto ronza in sottofondo. L’argomento del giorno è La-scuola-è-ricominciata. Con tutto il corredo di statistiche, percentuali, numero di iscritti, cattedre non ancora assegnate. Sono abituato a questo servizio. Sono quasi certo che sia lo stesso che mandano tutti gli anni, cambiando la data. Solo che quest’anno c’è anche un’altra clamorosa notizia: Comincia-l’università-per-qualchemila-iscritti. Ecco, non si tratta di una notizia nuova, ma probabilmente gli anni scorsi arrivati a questo punto il mio cervello si disconnetteva.&lt;br /&gt;Mia mamma è ai fornelli assorta nei suoi pensieri, in alcuni dei quali so per certo di esserci anch’io, io e l’università. L’odore del soffritto impregna l’aria, mescolandosi all’odore delle zucchine che sfrigolano in padella. Mia sorella apparecchia la tavola in silenzio; alle otto e dieci in punto, come sempre, si mangia.&lt;br /&gt;— Ecco — dice mia madre, mescolando il sugo. Ma non si riferisce a ciò che sta cucinando. Lei comunica con messaggi chimici, come le formiche. È una cosa che ho visto in un documentario. Le formiche quando si incrociano si tirano tipo due musate e in quel modo si informano su risorse di cibo, pericoli o qualsiasi altra cosa che possa interessare una formica. Allo stesso modo, le parole di mia madre non avrebbero alcun peso senza i suoi messaggi chimici, che portano tutto un altro significato.&lt;br /&gt;“Ecco” significa:&lt;br /&gt;Ecco, vedi, comincia l’università, allora hai deciso o no che cosa farai?&lt;br /&gt;Ecco, riesci o no a capire che quello che deciderai di fare determinerà il tuo futuro?&lt;br /&gt;Ecco, non puoi andare avanti a fregartene!&lt;br /&gt;Alla fine non mi sono iscritto all’università. E questo è il motivo dell’aria tesa in casa. Non che la mia famiglia a cena si intrattenga in balli e canti caraibici, ma normalmente siamo un po’ più loquaci. Non mi sono iscritto perché non sapevo a che cosa iscrivermi, che non è una grande motivazione, lo so. Ma le cose stanno così.&lt;br /&gt;La porta d’ingresso si apre e si chiude rapidamente. Dopo pochi istanti, Paolo fa capolino in cucina. La giacca e la cravatta impeccabili come quando è uscito di casa, la valigetta nella mano destra, l’ombrello nella sinistra e l’impermeabile piegato sopra il braccio.&lt;br /&gt;— Ciao ragazzi — dice. E basta. Paolo non è il mio vero padre e quindi non posso comunicare con lui attraverso i messaggi chimici. Veronica invece, sua figlia naturale, corre ad abbracciarlo. E con un paio di musate è riuscita senz’altro a comunicargli le informazioni essenziali: aria tesa, cibo quasi pronto, figlia che ti vuole bene. Infatti lui, sperando di dribblare ogni tipo di tensione, butta un occhio alla televisione.&lt;br /&gt;— Che dicono? — chiede, senza sapere che è proprio la tele in questo momento il problema.&lt;br /&gt;Sullo schermo compare l’immagine di una massa di studenti di fronte a una fila di sportelli. La voce del giornalista sta comunicando quante persone si sono già iscritte.&lt;br /&gt;— Ah — dice Paolo. E quell’“Ah” vuol dire che non ha intenzione di intervenire nella diatriba che tra poco si scatenerà tra me e mia madre.&lt;br /&gt;Il servizio continua senza pietà e questa volta elenca la percentuale di laureati che trova lavoro per ogni corso di laurea. Questa è veramente una mossa scorretta.&lt;br /&gt;— Eh — dice mia madre e io penso che al prossimo verso a cui non segue una frase di almeno tre o quattro parole mi metto a urlare.&lt;br /&gt;— Allora? — chiede mia madre.&lt;br /&gt;— Non lo so, ho ancora un po’ di tempo per decidere.&lt;br /&gt;— Giacomo, non hai ancora un po’ di tempo per decidere. Ma perché non andava bene quello che avevi scelto? A giugno eri così sicuro.&lt;br /&gt;Questo è tipico di certe discussioni nella mia famiglia. Revisionismo gratuito. Mia madre cerca di installarmi dei ricordi nella mente prendendomi alla sprovvista: Ma sì, ti ricordi che festa abbiamo fatto quando hai deciso a cosa iscriverti?&lt;br /&gt;— Non ne ero così sicuro.&lt;br /&gt;— Tommaso si è iscritto?&lt;br /&gt;— Sì, lui sì.&lt;br /&gt;— E che cos’ha detto che non ti iscrivi?&lt;br /&gt;— Non gliel’ho detto.&lt;br /&gt;— Ma se siete andati insieme in segreteria!&lt;br /&gt;— Dai mamma…&lt;br /&gt;— Va be’, dimmi almeno verso quali corsi ti stai orientando.&lt;br /&gt;Bella domanda. Sul serio. Forse ha ragione lei. Questo è il giusto approccio: si comincia prendendo un mazzetto di possibilità e le si mette sul tavolo, come delle carte. Poi le studi tutte per bene e alla fine ne scegli una. Il problema è che qui non si tratta solo del corso di laurea. Si tratta del futuro. Tu scegli una carta e te ne vengono su altre dieci. Anche se è vero che con alcuni corsi te ne vengono su un po’ meno. Ad esempio:&lt;br /&gt;— Magari Lettere, o Scienze Politiche — butto lì mentre inforco il primo boccone di fusilli, deciso a tenere la bocca impegnata fino a quando non saranno andati tutti a dormire.&lt;br /&gt;— Lettere o Scienze Politiche — ripete mia madre, con gli occhi fissi su di me e i polsi immobili sul bordo del tavolo, mentre il suo piatto si raffredda.&lt;br /&gt;— Sì, perché no?&lt;br /&gt;— Perché sono le università per quelli che non sanno che cosa fare, sono i parcheggi per gli indecisi.&lt;br /&gt;— Appunto, io non so che cosa fare, sono un indeciso.&lt;br /&gt;Paolo osserva la scena in silenzio e scambia qualche occhiata preoccupata con Veronica, che nasconde un sorriso con la mano.&lt;br /&gt;— Dai, domani vado a iscrivermi.&lt;br /&gt;— Domani doveva essere la settimana scorsa, e poi ieri, e oggi. Quanto hai intenzione di andare avanti a rimandare?&lt;br /&gt;— Dai, Laura… — dice semplicemente Paolo.&lt;br /&gt;— Domani vado a iscrivermi — ripeto io convinto. Ma i miei messaggi chimici mi tradiscono: molto scazzato, decisione non presa, dico così solo per farti stare zitta.</description>
            <author>francescogungui</author>
            <pubDate>Fri, 01 May 2009 07:47:10 UT</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>L'importante è adesso: il primo capitolo!</title>
            <link>http://it.netlog.com/francescogungui/blog/blogid=6136645</link>
            <description>&lt;a href=&quot;http://it.netlog.com/go/out/url=-aHR0cDovL3d3dy5saWJyaW1vbmRhZG9yaS5pdC93ZWIvbW9uZGFkb3JpL21lZGlhYm94L3Nmb2dsaWFsaWJyby9taS1waWFjaS1jb3Np&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://it.netlogstatic.com/p/oo/077/932/77932265.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;— Allora, com’è andata?&lt;br /&gt;— Normale, credo. Mi ha mandato un messaggio dicendo che le dispiace e poi mi ha fatto dei complimenti, tipo che sono gentile o qualcosa del genere.&lt;br /&gt;— Ah, le fai proprio schifo.&lt;br /&gt;— Grazie, perché?&lt;br /&gt;— Dire che sei gentile è uguale a dire “Non farò mai sesso con te”.&lt;br /&gt;— Non l’avevo tradotta così.&lt;br /&gt;— Un fidanzato gentile ti porta a spasso il cane, non viene a letto con te!&lt;br /&gt;— Io le ho portato a spasso il cane un paio di volte.&lt;br /&gt;— Sei senza speranze.&lt;br /&gt;Sul fondo di un grande salone, appena sopra una fila di sportelli, il tabellone luminoso continua a suonare. Il vociare concitato degli studenti crea un’onda indistinta di parole, tra le quali è facile riconoscere i nomi della miriade di corsi ai quali ci si può iscrivere.&lt;br /&gt;Una ragazza proprio davanti a noi si alza e si dirige verso il tabellone. Indossa una minigonna di jeans e una canottiera.&lt;br /&gt;Sembra appena tornata dalla spiaggia.&lt;br /&gt;— Ecco, magari finisci nello stesso corso con una così — dice Tommaso.&lt;br /&gt;— Sì, magari sì.&lt;br /&gt;— Quanto è durata questa volta?&lt;br /&gt;— Lordo quattro mesi. Netto circa due settimane. Un altro pacco sorpresa.&lt;br /&gt;— Non può essere che tutte le tipe che ti scegli hanno il pacco sorpresa.&lt;br /&gt;— Eppure…&lt;br /&gt;— E poi non è che solo tu esci con ragazze che hanno già avuto delle storie, o che sono fidanzate. Cioè, funziona così.&lt;br /&gt;— Quindi è colpa mia?&lt;br /&gt;— Ma no, però ci devi provare, e ci devi provare subito. Se poi non ci stanno, le scarichi e non perdi tempo. Non puoi uscire per tre mesi con una che ti parla del suo ex!&lt;br /&gt;— Hai ragione — ammetto.&lt;br /&gt;— Lo so che ho ragione. Ma ti ha lasciato lei o l’hai lasciata tu?&lt;br /&gt;— Né io né lei.&lt;br /&gt;— Ti ha lasciato lei.&lt;br /&gt;— No, sul serio, è stata più… una specie di dissolvenza. Tommaso rimane in silenzio qualche secondo. Poi scuote la testa sconfortato.&lt;br /&gt;— È per questo che ti va male con le tipe. Ci si mette insieme, ci si bacia, si fa sesso, poi ci si lascia. Cazzo è la dissolvenza?&lt;br /&gt;Quasi a dimostrazione della sua teoria, Tommaso mi dà le spalle e si mette a chiacchierare con la ragazza seduta accanto a lui; attacca bottone con la sua solita disinvoltura e riesce a farla ridere in meno di un minuto. Magari tra qualche giorno la bacerà, poi faranno sesso e tra un po’ si lasceranno. Ma le mie storie non seguono questo copione.&lt;br /&gt;Metto da parte per un attimo il ricordo dell’ultimo pacco sorpresa e inizio a sfogliare il modulo di  iscrizione, per vedere se è tutto a posto. Anche se so perfettamente che non è tutto a posto, che manca una parola, una parola fondamentale, senza la quale la mia presenza in questo luogo non ha alcun senso.&lt;br /&gt;A Tommaso non ho detto niente. Lui è convinto che io abbia già deciso e che tra poche settimane ci ritroveremo a frequentare gli stessi corsi. Osservo gli altri studenti attorno a me e cerco di immaginare&lt;br /&gt;quale corso di laurea hanno scelto. Ci dev’essere un sistema per capire le proprie attitudini. Le chiamano così, no? Da qualche parte ci dev’essere una targa con su scritto quello che devi fare.&lt;br /&gt;Cerco di immaginare i dottori, gli avvocati, gli insegnanti che si nascondono dietro ogni persona. All’improvviso, sul vetro di una finestra compare il riflesso sbiadito della mia immagine e mi ritrovo a osservarmi come si guarda un perfetto sconosciuto. Un ragazzo sulla ventina, i capelli spettinati, la carnagione olivastra appena segnata dal sole dell’estate, gli occhi un po’ persi e addormentati, e una camicia con le maniche rimboccate di chi vorrebbe essere ancora al mare.&lt;br /&gt;Quale futuro si nasconde dietro quella faccia?&lt;br /&gt;— Tu cosa vuoi fare? — mi chiede la mia immagine, prendendomi completamente alla sprovvista.&lt;br /&gt;— Non lo so — rispondo stupito.&lt;br /&gt;— Cosa vuol dire che non lo sai, brutto idiota? — continua lei.&lt;br /&gt;— Vuol dire che non lo so. Non so cosa scegliere. Non so quale futuro scegliere.&lt;br /&gt;— Che palle! — sbotta la mia immagine.&lt;br /&gt;— Cosa vuol dire che palle? — chiedo io stizzito.&lt;br /&gt;— Vuol dire che siete tutti uguali, voi tardo adolescenti frignoni senza palle!&lt;br /&gt;— Grazie.&lt;br /&gt;— Prego. Senti, qualcosa devi scegliere, perché la stai facendo così lunga?&lt;br /&gt;— Perché non so cosa fare! Ci sono diecimila corsi e ognuno ha un nome di almeno otto parole, metà delle quali non so nemmeno cosa vogliano dire!&lt;br /&gt;— Brutto idiota, ma mi ascolti quando parlo o no? Io ti ho chiesto cosa vuoi fare, non che corso di laurea vuoi fare.&lt;br /&gt;— E che differenza c’è?&lt;br /&gt;Il tabellone luminoso suona e compare il mio numero.</description>
            <author>francescogungui</author>
            <pubDate>Fri, 24 Apr 2009 14:14:30 UT</pubDate>
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