apoptosis
maschio - 24 anni, atene, brescia, padova, Italy
Blog / SOFFOCARE CHUCK PALAHNIUK :)
mercoledì, 26 novembre 2008 alle 09:53
CAPITOLO 27
Stasera andrà così: mi nascondo nell'armadio della camera da letto men-tre la ragazza è sotto la doccia. Poi, quando lei esce tutta lucida d'umidità, in una nebbiolina vaporosa e calda intrisa di lacca e profumo, quando esce
fuori con indosso solo un accappatoio di pizzo. A quel punto io salto fuori con un paio di collant infilati sulla testa e gli occhiali da sole. La butto sul letto. Le punto un coltello alla gola. E poi la stupro.
Semplice semplice. La ricaduta continua.
Chiediti sempre: «Cos'è che Gesù NON farebbe?».
Però sul letto non posso stuprarla, dice lei, il copriletto è rosa pallido e si macchia. E nemmeno sul pavimento perché il tappeto le graffia la schiena. Decidiamo per il pavimento, però su un asciugamano. Ma non un asciu-gamano buono di quelli per gli ospiti, dice. Mi ha spiegato che mi avrebbe lasciato un asciugamano sbrindellato sul mobile della specchiera, e che prima di cominciare avrei dovuto stenderlo sul pavimento per non spezzare l'atmosfera.
Lei avrebbe lasciato la finestra della camera da letto aperta e si sarebbe infilata sotto la doccia.
Perciò adesso sono qui, nascosto nell'armadio, nudo e con la roba lavata a secco che mi si appiccica addosso, i collant sulla testa, gli occhiali da so-le e in mano il coltello meno affilato che sono riuscito a trovare, e aspetto. L'asciugamano è steso sul pavimento. I collant tengono un caldo tale che ho la faccia coperta di rivoli di sudore. I capelli spiaccicati sulla testa co-minciano a prudermi.
Non sotto la finestra, mi ha detto. E non accanto al camino. Mi ha detto di stuprarla nei pressi dell'armadio a specchio, vicino ma non troppo. Ha detto di stendere l'asciugamano in un punto di passaggio, in modo da co-prire le parti più logore del tappeto.
Lei è una ragazza di nome Gwen che ho incontrato davanti allo scaffale Salute & Benessere di una libreria. Difficile dire chi dei due abbia rimor-chiato l'altro, ma lei stava facendo finta di leggere un libro su un percorso di disintossicazione dalla sessodipendenza in dodici fasi, e io avevo indos-so i miei pantaloni mimetici e le ronzavo intorno sfogliando una copia del-lo stesso libro, e pensavo: una relazione pericolosa più, una meno. Che sa-rà mai?
Anche gli uccellini lo fanno. E le api.
Io ho bisogno di quella scarica di endorfine. Per tranquillizzarmi. Ho un bisogno folle della feniletilamina peptide. Sono quello che sono. Uno che ha una dipendenza. Tanto, voglio dire, qualcuno forse tiene il conto?
Nel caffè della libreria, Gwen mi ha detto di portare una corda, ma non di nylon, perché fa troppo male. La canapa le provoca irritazione. Del na-stro adesivo nero da elettricista poteva andare, ma non sulla bocca, e niente
nastro adesivo da idraulico.
«Strapparsi il nastro da idraulico» ha detto «è eccitante quanto farsi la ceretta alle gambe.»
Abbiamo confrontato i nostri impegni, e il giovedì era da escludere. Ve-nerdì avevo il mio consueto incontro tra sessodipendenti. Niente conti da pagare, questa settimana. Sabato ero alla St Anthony. La domenica di soli-to lei dava una mano a organizzare la tombola parrocchiale, perciò ci sia-mo messi d'accordo per lunedì. Lunedì alle nove, alle otto no perché lei la-vora fino a tardi e alle dieci no perché l'indomani io devo essere al lavoro presto.
Ed eccoci a lunedì. Il nastro da elettricista è pronto. L'asciugamano è steso, e quando le salto addosso con il coltello lei dice: «Sono miei quei collant che hai in testa?».
Le torco un braccio dietro la schiena e le appoggio la lama gelata contro la gola.
«Porca di quella miseria» dice lei. «Questo non era nei patti. Io ti ho det-to di stuprarmi. Non di rovinarmi i collant.»
Con la mano in cui stringo il coltello le afferro un lembo del-l'accappatoio di pizzo e cerco di scoprirle una spalla.
«Stop, stop, stop» dice lei, e mi allontana la mano con uno schiaffo. «Su, faccio io. Che se no me lo rovini.» Si divincola dalla mia presa.
Le chiedo se posso togliermi gli occhiali da sole.
«No» dice lei, sfilandosi l'accappatoio. Poi si avvicina all'armadio aperto e lo sistema su un appendiabiti imbottito.
Ma quasi non ci vedo.
«Non fare l'egoista» dice lei. Adesso è nuda, mi prende la mano e se la stringe intorno a un polso. Poi si fa scivolare il braccio dietro la schiena, si volta e appoggia la schiena nuda contro di me. Il mio uccello è lì lì per spiccare il volo e la fessura calda e liscia delle sue chiappe me lo sta fa-cendo bagnare, e lei dice: «Devi essere un aggressore senza volto».
Le dico che comprare un paio di collant era troppo imbarazzante. Un ra-gazzo che compra dei collant o è un delinquente o è un pervertito; in en-trambi i casi la cassiera difficilmente accetterà i suoi soldi.
«Dio santo, smettila di lamentarti» dice lei. «Tutti gli stupratori con cui sono stata i collant se li sono portati da casa.»
E poi, le dico, quando guardi l'espositore dei collant, ce ne sono di tutti i colori e di tutte le taglie. Nudo, antracite, beige, nero, bronzo, blu cobalto, e in più sull'etichetta non ci sono le taglie per la testa.
Lei si volta dall'altra parte di scatto e mugugna: «Posso dirti una cosa? Una cosa soltanto?».
Le dico: cosa?
E lei dice: «Hai l'alito veramente pesante».
Nel caffè della libreria, mentre ancora stavamo buttando giù la sceneg-giatura, lei ha detto: «Mi raccomando, ricordati di mettere il coltello in fre-ezer, prima. Dev'essere freddissimo».
Le ho chiesto se non potevamo usare un coltello di gomma.
E lei ha detto: «Il coltello è fondamentale per vivere l'esperienza appie-no».
Ha detto: «La lama del coltello è meglio se me la punti alla gola prima che raggiunga la temperatura ambiente»
Ha detto: «Ma ti consiglio di fare molta attenzione, perché se per sbaglio mi tagli» si è sporta verso di me da dietro il tavolino, spingendo in fuori il mento, «se mi fai anche solo un graffio, io giuro che ti faccio sbattere in galera prima ancora che tu abbia il tempo di tirarti su i pantaloni.»
Ha bevuto un sorso del suo tè chai speziato e ha appoggiato la tazza sul piattino e ha detto: «Le mie narici ti sarebbero grate se evitassi di metterti colonie o dopobarba o deodoranti troppo profumati, perché sono estrema-mente sensibile.»
Queste fanciulle sessodipendenti infoiate hanno una resistenza pazzesca. Non ce la fanno proprio a non farsi scopare. Non riescono a fermarsi, e non importa a che livello di degradazione devono abbassarsi.
Dio quanto amo condividere la mia dipendenza.
Nel caffè, Gwen tira su la borsetta e se l'appoggia in grembo e comincia a rovistarci dentro. «Eccola qua» dice, e dispiega una fotocopia della lista dei dettagli indispensabili. In cima alla lista c'è scritto:
Lo stupro è una questione di potere. Non c'è niente di romantico. Non innamorarti di me. Non baciarmi sulla bocca. Non pensare che dopo aver consumato staremo lì a cincischiare. Non chiedermi di usare il bagno.
Lunedì sera, nel suo letto, rannicchiata nuda contro di me, Gwen dice: «Voglio che mi picchi». Dice: «Né troppo piano, né troppo forte. Abba-stanza da farmi venire».
Con una mano le tengo un braccio dietro la schiena. Lei spinge il culo contro di me, e ha un corpicino della madonna, tutto abbronzato, tranne sulla faccia, che è pallida e sembra di cera per via della troppa crema idra-tante. Nello specchio sull'anta dell'armadio la vedo frontalmente, con la mia faccia che spunta da dietro la sua spalla. I suoi capelli e il suo sudore
si raccolgono nella fessura dove il mio petto sfiora la sua schiena. La sua pelle ha l'odore di plastica riscaldata tipico del lettino solare. L'altra mia mano è occupata dal coltello, perciò le chiedo: vuole che la picchi con il coltello?
«No» dice lei. «Sarebbe accoltellamento. Colpire qualcuno con un col-tello vuol dire accoltellarlo.» Dice. «Posa il coltello e usa il palmo aperto della mano.»
Allora io faccio per buttare il coltello.
E Gwen dice: «Non sul letto».
Allora lo butto sulla specchiera e alzo la mano per mollarle una sberla. Fatto da dietro è un gesto davvero stranissimo.
E lei dice: «In faccia no».
Allora abbasso un pochino la mano.
E lei dice: «E non sul seno, altrimenti mi fai venire i noduli».
Vedi anche: Mastite cistica.
Dice: «Perché non fai che darmi una sberla sul culo e via?».
E io le dico: perché non chiude quella cazzo di bocca e si fa stuprare come dico io?
E Gwen dice: «Se è così che la pensi, allora puoi anche prendere il tuo minuscolo pene e tornartene a casa».
È appena uscita dalla doccia, perciò ha il cespuglietto morbido e vaporo-so, non tutto un nodo come quando sfili le mutandine. La mia mano libera si intrufola fra le sue cosce, e a toccarla lì Gwen sembra finta, di gomma, di plastica. Troppo liscia. Vagamente unticcia.
Le dico: «Che hai sulla vagina?».
Gwen guarda giù e dice: «Eh?». Dice: «Ah, quello. È un Femidom, un preservativo da donna. I bordi spuntano fuori. Non voglio che mi attacchi qualcosa di strano».
Magari mi sbaglio, le dico, ma pensavo che uno stupro fosse un po' più spontaneo, non so come dire, un delitto passionale.
«Il che dimostra che di stupri non capisci un cazzo» dice lei. «Uno stu-pratore in gamba progetta il suo crimine meticolosamente. Ogni dettaglio fa parte di un rito ben preciso. Dev'essere un po' come una cerimonia reli-giosa.»
Quello che succede qui, dice Gwen, è sacro.
Nel caffè della libreria, Gwen mi ha allungato il foglio fotocopiato e ha detto: «Te la senti di sottoscrivere tutti quanti i punti?»
Il foglio diceva:
Non chiedermi dove lavoro.
Non chiedermi se mi fai male.
Non fumare in casa mia.
Non pensare di fermarti a dormire.
Il foglio dice: La parola di sicurezza è BARBONCINO.
Le chiedo cosa intende con parola di sicurezza.
«Se il gioco si fa troppo pesante o se a uno dei due non piace» dice lei, «basta dire "barboncino" e ci si ferma all'istante.»
Le chiedo se alla fine mi sarà concesso di sborrare.
«Se proprio ci tieni» dice lei.
Dopodiché le dico: okay, dove devo firmare?
Queste patetiche fanciulle sessodipendenti. Hanno una fame di cazzo che non ci si crede.
Senza vestiti, Gwen è un po' secca. La sua pelle è bollente e umida, co-me se strizzandola dovesse uscirne acqua calda insaponata. Le gambe sono così sottili che si sfiorano tra loro soltanto all'altezza del culo. I seni minu-scoli e piatti sembrano appesi alla cassa toracica. Tenendole il braccio die-tro la schiena, osservando il nostro riflesso nello specchio sull'anta dell'ar-madio, Gwen ha il collo allungato e le spalle spioventi di una bottiglia da vino.
«Basta, ti prego» dice lei. «Mi fai male. Ti prego, ti do tutti i soldi che vuoi.»
Le chiedo: quanti?
«Basta, ti prego» dice. «Altrimenti mi metto a urlare.»
Le mollo il braccio e faccio un passo indietro. «Non urlare» le dico. «Solo questo, non urlare.»
Gwen sospira, poi si gira e mi tira un pugno sullo sterno. «Sei un imbe-cille» dice. «Non ho detto "barboncino"!»
Sembra la scena di sesso di un film mezzo d'azione e mezzo demenziale.
Gira su se stessa e si infila di nuovo fra le mie braccia. Mi fa avanzare con lei verso l'asciugamano e dice: «Aspetta». Va verso la specchiera e torna con un vibratore di plastica rosa.
«Ehi» le dico, «quello su di me non lo usi.»
Gwen scrolla le spalle e dice: «Certo che no. È mio».
Le dico: «E io?».
E lei dice: «Mi spiace, la prossima volta il vibratore te lo porti».
«No» dico, «e il mio pene?»
E lei dice: «Il tuo pene cosa?».
E io le chiedo: «Che ruolo ha in tutto questo?».
Sistemandosi sull'asciugamano, Gwen scuote la testa e dice: «Perché fi-nisce sempre così? Perché becco sempre ragazzi che vogliono soltanto es-sere carini e fare cose convenzionali? Cos'altro vuoi fare? Chiedermi di sposarti?». Dice: «Dio quanto vorrei per una volta trovare uno che mi pic-chia. Uno solo, non chiedo tanto!».
Dice: «Puoi masturbarti mentre mi stupri. Ma solo sull'asciugamano, e solo se stai attento a non schizzarmi».
Liscia le pieghe dell'asciugamano e batte ripetutamente la mano su un piccolo riquadro spugnoso accanto a lei. «Quando sarà il momento» dice, «il tuo orgasmo puoi metterlo qui.»
La sua mano fa pat, pat, pat.
Ehm, okay, le dico, e adesso?
Gwen fa un sospiro e mi sventola il vibratore sotto il naso. «Usami!» di-ce. «Umiliami, pezzo di idiota! Sviliscimi! Mortificami, coglione!»
Non trovo il pulsante, e così Gwen deve mostrarmi come si accende. Dopodiché quel coso si mette a vibrare così forte che mi cade. Comincia a rimbalzare sul pavimento e praticamente devo acchiapparlo al volo.
Gwen solleva le ginocchia, e quelle ricadono ai lati come un libro aper-to, e io mi inginocchio sul bordo dell'asciugamano e con cautela le infilo la punta vibrante nei bordi di plastica molle. Con l'altra mano mi sfrego l'uc-cello. Gwen ha i polpacci depilati che si assottigliano in due piedi ricurvi, con le unghie coperte di smalto blu. Se ne sta sdraiata con gli occhi chiusi e le gambe spalancate. Tenendo le braccia tese e le mani giunte sopra la te-sta in modo che i seni si sollevino formando due palline perfette che sta-rebbero nel palmo di una mano dice: «No, Dennis, no. Non voglio, Dennis. Ti prego. No. Non puoi avermi».
E io le dico: «Guarda che mi chiamo Victor».
E lei mi dice di stare zitto, che se no non riesce a concentrarsi.
E io cerco di far divertire tutti e due, ma quello che stiamo facendo è sexy come sfregarsi la pancia e accarezzarsi la testa. O mi concentro su di lei, o mi concentro su me stesso. In entrambi i casi, è esattamente come fa-re una cosa a tre che non funziona. Uno dei due rimane sempre escluso. In più il vibratore è scivoloso e mi sfugge di mano. Si sta surriscaldando ed emana un odore acre e di fumo, come se dentro stesse bruciando qualcosa.
Gwen apre un occhio, giusto una fessura, vede che mi sto menando l'uc-cello e dice: «Prima io».
Mi meno l'uccello. Infilzo Gwen. Infilzo Gwen. Più che uno stupratore,
mi sento un idraulico. I bordi del Femidon scivolano dentro in continua-zione, e ogni volta devo fermarmi e tirarli fuori con due dita.
Gwen dice: «Dennis, no. Basta, Dennis, basta» e la voce le esce dal pro-fondo della gola. Si tira i capelli da sola e ansima. Il Femidon scivola di nuovo dentro, e io ce lo lascio. Il vibratore lo spinge sempre più in giù. Lei mi dice di titillarle i capezzoli con l'altra mano.
Io le dico che l'altra mano mi serve. Ho le palle gonfie e pronte a spara-re, e dico: «Oh, sì. Sì. Sì».
E Gwen dice: «Non ti azzardare» e si lecca due dita. Mi guarda dritto negli occhi e comincia a toccarsi in mezzo alle gambe con le dita umide, accelerando la mia corsa.
Mi basta immaginare Paige Marshall, la mia arma segreta, e la corsa è bell'e finita.
L'istante prima di venire, la sensazione del buco del culo che ti si strin-ge, è quello il momento in cui mi giro verso il minuscolo riquadro di a-sciugamano che mi ha indicato Gwen. Sentendosi stupidi e addomesticati, i miei soldatini bianchi schizzano fuori, e forse per caso, forse no, sbaglia-no la traiettoria e finiscono sul copriletto rosa. Su quel suo bel paesaggino rigonfio e soffice. Arco dopo arco, schizzi roventi e di varie misure decol-lano in un tripudio di fitte e vanno a schiantarsi dappertutto, sul copriletto, sui copriguanciali e sul risvolto di seta rosa del lenzuolo.
Cos'è che Gesù NON farebbe?
Dei graffiti di sborra, per esempio.
"Vandalismo" non è la parola esatta, ma è la prima che viene in mente.
Gwen è spaparanzata sull'asciugamano e ansima, con gli occhi socchiusi e il vibratore che le ronza dentro sommessamente. Ha gli occhi rovesciati all'indietro, qualcosa che le cola tra le dita, e sussurra: «Ti ho battuto...».
Sussurra: «Ti ho battuto, brutto bastardo...».
Mi infilo nei pantaloni e agguanto la giacca. Ci sono schizzi di soldatini bianchi dappertutto, sul letto, sulle tende, sulla tappezzeria, e Gwen è an-cora lì, distesa, che respira affannosamente, col vibratore che le spunta fuori di traverso. Di lì a un attimo scivola fuori e prende a saltellare qua e là sul pavimento, come un grosso pesce bagnato. È lì che Gwen apre gli occhi. Fa per tirarsi su puntandosi sui gomiti, poi vede il danno.
Sono già mezzo fuori dalla finestra quando le dico: «Ah, a proposito...».
Dico: «Barboncino», e alle mie spalle sento il suo primo urlo vero
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