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RACCONTI SWING SULLA RIVA DI UN FIUME
Finalmente, dopo la stesura di getto di Giosuè, le revisioni che si sono succedute e i vari tentativi di rappresentarla in pubblico, siamo lieti di presentarvi il testo ufficiale della prima opera musicoteatrale ideata e prodotta nell'Accademia dei Sensi.
All'atto della pubblicazione stiamo ancora attendendo i dettagli del debutto, che avverrà nei pressi di Bologna il 20 giugno 2011.
Seguite gli eventi dell'Accademia per saperne di più!
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I Canti nel Coro dell'Antigone
laboratorio condotto da Pietra Selva
15, 17, 18 aprile
Abbiamo ricevuto da Viartisti e volentieri replichiamo. Vi invitiamo a scrivere loro per chiedere ulteriori informazioni.
Aristotele definiva il Coro come una metafora perfetta della democrazia, e riteneva l’Antigone di Sofocle il modello perfetto della tragedia. Il canto dell’uomo è ritenuto uno dei testi poetici più belli di tutti i tempi, e il coro lo “intona” in uno dei momenti più forti della tragedia: il coro che è l’origine del nostro teatro.
Lavoreremo dunque sul coro, sul Canto dell’Uomo, non soltanto per ripercorrere una memoria necessaria, attraversare il mito, confrontarsi con una storia straordinaria e viva come quella dell’Antigone ma anche perché il lavoro sul coro significa affrontare alcuni punti nodali del lavoro dell’attore: il giusto equilibrio tra il proprio ego e l’ego degli altri sulla scena; l’ascolto profondo dei propri ritmi e dei ritmi della scena; lavoro “fisico” sul verso poetico, le corrispondenze tra suono, senso, movimento; sincronia e diacronia; azione solitaria e azione di gruppo, la differenza tra la parola nei dialoghi o nei monologhi e la parola nella costruzione di un coro. -
Plural tenzone
Era ormai il 2007, Accademia dei Sensi era appena nata e dava inizio ai propri giochi. Plural tenzone fu una sperimentazione di scrittura a più mani di un racconto, ove ciascuno riprendeva quanto scritto in precedenza con il solo spunto di una parola-staffetta lasciata, per imporne un'altra al seguente.
Ne scaturì quest'improbabile storia.
Un impulso acustico si distingueva nelle nebbie della mia mente. Si accese un'immagine in penombra, in cui fluorescenti cifre coricate risaltavano al centro. Erano le sei, come diceva anche una sobria voce femminile... Il torpore lentamente seguiva i sogni che si disperdevano dal palcoscenico della mia fantasia notturna, mentre la mente tentava di catturarli per fissarli nella memoria.
Il risveglio profumato di una notte travolgente, ancora torpido si dileguava tra i rumori del giorno incipiente. La luce lattiginosa dell'alba nebbiosa confondeva i colori attenuandone le tinte, che si rivelavano impastate come in una tavolozza non pulita di un pittore distratto.
Pensiero stupendo.... canticchiava tra sé mentre la limousine sfrecciava nella città ancora addormentata. Sorrideva, il portatile acceso davanti a lei. Continuava a giocherellare con il bracciale mentre scriveva e cancellava il messaggio che avrebbe voluto fargli trovare nella casella di posta al risveglio.
La luce dei raggi solari rifletteva nell’azzurro del mare e il sapere che a pochi minuti era di nuovo al mio fianco mi inebriava la mente ed il corpo. Presi la macchina e mi avviai lungo il viale scosceso che porta alla spiaggia luogo del nostro furtivo incontro. Eccola, la vedo, cammina a piedi nudi sulla sabbia bianca e morbida e avanza con la testa reclinata da un lato come quando sta pensando. Mi vede mi corre incontro e mi avvolge in un caldo morbido abbraccio.
Labbra. Tumide e rosse occhieggiavano da un cartellone pubblicitario lungo lo scorrimento veloce, mentre la limousine sfrecciava destreggiandosi tra il traffico ancora leggero. Il sole illuminava l'orizzonte con un pallido rosa e le nubi foriere di pioggia erano ancora lontane. La città si stava risvegliando.
L'ansia mi attanaglia e le mie notti sono terribili, la solitudine mi opprime e mi soffoca, il buio mi spaventa. Tornerò da te. Ti prego, amore, non cercare di impedirmelo. Basteranno pochi giorni, pochissimi.
La mia più grande preoccupazione era quella di non essere all'altezza di fare ciò che mi era stato commissionato. Eppure era semplice. Mi avevano dato una foto, con raffigurata lei, la splendida ragazza che era in riva al mare, il mio amore. Mai le avrei potuto fare quello che loro mi dicevano di eseguire. Eppure non era la prima volta che...
Ebbene....si dovevo ammetterlo, quel senso di disagio che mi prendeva quando dovevo entrare in quella stanza ,non poteva essere che quella cosa che da piccolo mia madre soleva dirmi: 'Non avere paura del buio, in fondo e' solo mancanza di luce...' e poi mi sorrideva per rafforzare il concetto.
L'ansia della giornata incipiente corrompeva la serenità profusa dalla notte appena trascorsa: "Dov'è finito il messaggio che stavo scrivendo?"
Sentivo che era l'unico filo che mi legava a lui, salvandomi dalla noia cui la limousine andava incontro.
Tacchi alti... la prima cosa che si intravide dalla limousine quando l'autista aprì lo sportello. Qualche attimo, poi lei: tailleur di un giallo acido dalla linea difficile da descrivere, ma armoniosa e rotonda con tagli asimmetrici. Infine, ecco la larga tesa del cappello e gli occhiali che le proteggevano gli splendidi occhi verdi dai primi raggi del sole. Impeccabile come sempre, raddrizzò la figura e di diresse all'ingresso principale con passo lento e sicuro, elegante come una regina.
Sorridere ad una colazione mattutina,era un rituale che faceva sempre,le sembrava cosi' di rendere omaggio al cibo che avrebbe gustato,mentre il sole illuminava la tavola imbandita solo per lei.
Peccato che non riuscisse piu' a stare comoda seduta....ancora non gli era arrivata dall'estero quella sedia 'rinforzata'.
Mentre il sole occhieggiava e rimbalzava tra i cristalli e le chicchere sulla tavola, nervosamente, come in un movimento di giocoleria, lei fece scivolare il telefonino tra le dita, attorcigliandole, distendendole, e di nuovo tornando ad aggrovigliarle. Il pollice poi scorse la rubrica e si fermò su quel numero. La sola lettura del nome le provocò un brivido adrenalinico lungo la bella e tornita schiena, che il vestito da notte quasi lascivamente lasciava intravedere. Uno scatto nervoso sul tasto generò un beep e la risposta sullo schermo sentenziò: Contatto cancellato.
Pentimento? No, nessuno. Non conosceva il significato di quella parola, considerava sempre giuste le sue scelte e se qualcuno alla distanza si azzardava a contesterle, ammesso che fosse uno dei pochi ai quali dava credito, replicava con una semplicità disarmante. "Devi contestualizzare il problema! Quella scelta, sbagliata oggi, era perfetta nel momento in cui fu presa." Un battito di ciglia e un sorriso sigillavano tale affermazione tanto da non lasciar spazio a ulteriori repliche.
Intanto lui continuava a dirsi che il tutto era iniziato come un gioco, una deliziosa schermaglia di sguardi, parole ed allusioni. Poi come nell'insorgere di una malattia, tutto si era trasformato, tutto era divenuto diverso, ed il tormento era intenso, quasi insostenibile. Non riesco piu' a vivere, lavorare, scrivere diceva. tutto gli era divenuto indifferente. Vedeva soltanto la sua immagine: i suoi capelli color rame che a volte portava sparsi, a volte legati in un'unica treccia, a volte raccolti sul capo.
Dal finestrino osservava il pulviscolo, cosi' intenso quella mattina, e sembrava fosse denso, avesse un suo peso, e le impedisse di vedere chiaro l'ambiente fuoristante.. Sorrideva per quel contatto cancellato. Conosceva a memoria quel numero e cent'anni non le sarebbero bastati per cancellarlo dalla sua mente. Ma, ... la limousine si era fermata. Era arrivata a destinazione.
Gli occhi profondi della statua all'ingresso della tenuta la mettevano in soggezione come sempre, come se le scavassero dentro l'animo alla ricerca di segreti inconfessabili, desideri mai espressi, paure mai sopite...
Scuotendo la meravigliosa chioma sotto il cappello a tesa larga, scrollò le spalle come a scuotersi via il timore (o forse era un brivido di paura
e si incamminò verso la dimora all' altro lato del viale.
Si alzò dalla poltrona nel preciso istante in cui lei stava fissando il portone di ingresso. Non poteva certo vederla, non poteva sentirla, o forse si... magari aveva sentito i cani abbaiare o il rumore della macchina nel viale. Fatto sta che qualcosa di impalpabile lo aveva scosso violentemente come una mano fredda che ti sfiora la schiena nel sonno.
Fissava inquieto la governante: probabilmente lo osservava da tempo, con aria stupita. Il tè tracimava dal bordo della tazza, bagnandole le mani. Mentre la donna poneva riparo all'inconveniente, egli, avanzando verso la porta, scorse nello specchio la sua figura turbata: solo allora sentiva il proprio tremore. Fece due passi indietro, si passò una mano tra i capelli, ancora più bianchi di ieri, il cipiglio più profondo.
Da una tasca trasse un fazzoletto ricamato e con quello si asciugò le mani affusolate e curatissime, rese un po' appiccicose dal the' che era scivolato dalla tazza. Lo sguardo si perse, mentre svolgeva automaticamente questa operazione, sull'orizzonte del panorama agreste che circondava la sua casa. Il cielo azzurro sullo zenith, si scoloriva scendendo sull'orizzonte fino a confondersi, nella foschia della calura, con le colline basse che si stagliavano morbide fino dove l'occhio poteva arrivare. La campagna riarsa in un giorno che già si preannunciava caldissimo, faceva traballare le esili figure di alcuni radi cipressi che delimitavano il lungo viale, come in un gioco di Fata Morgana. Rapidamente ritornò in sè scollandosi di dosso il torpore di quella vista quasi ipnotica, ed entrò nella frescura della casa.
(c) Accademia dei Sensi
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Accademia dei Sensi: la prima Compagnia di Teatro Web
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