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        <title>Blog di VirginPrune</title>
        <description>ll blog di VirginPrune</description>
        <link>http://it.netlog.com/VirginPrune/blog</link>
        <lastBuildDate>Sat, 28 Nov 2009 02:28:30 UT</lastBuildDate>
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            <title>VirginPrune</title>
            <link>http://it.netlog.com/VirginPrune</link>
            <description>VirginPrune</description>
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            <title>Another Time, Another Place</title>
            <link>http://it.netlog.com/VirginPrune/blog/blogid=2513654</link>
            <description>Per chi fosse interessato proseguo qui: &lt;a href=&quot;http://it.netlog.com/go/out/url=http%3A%2F%2Fwww.virginprune.splinder.com&quot;target=&quot;_blank&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;www.virginprune.splinder.com&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come detto di là è inutile e noioso duplicare post (già di per sé inutili) &lt;img class=&quot;smiley&quot; src=&quot;http://v.netlogstatic.com/v4.00/2456//s/i/smilies/biggrin.gif&quot; alt=&quot;:)&quot; /&gt;</description>
            <author>VirginPrune</author>
            <pubDate>Thu, 07 Feb 2008 14:31:25 UT</pubDate>
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            <title>Cous Cous</title>
            <link>http://it.netlog.com/VirginPrune/blog/blogid=2406477</link>
            <description>Un’opera intensa, questa di Kechiche, un film che cristallizza spaccati di realtà quotidiana, ponendo lo spettatore di fronte a frammenti particolarmente evocativi di realismo. Ed è proprio qui che risiede l’efficacia e la forza emotiva della pellicola.&lt;br /&gt;La storia ha ben poco da raccontare e il suo [non] svilupparsi tramico ne è la conferma; basti pensare al finale aperto (praticamente sospeso) che giunge in un momento in cui il climax conclusivo sembra (e ci si aspetta) debba protrarsi ancora un po’.&lt;br /&gt;È tutto incentrato sui personaggi, e ancor più sui loro corpi, i loro gesti e (soprattutto) i loro volti. I movimenti della mdp sono spesso agitati e nervosi nel seguire queste facce a volte isteriche a volte compassate, oppure divertite, impegnate nei lunghi dialoghi che connotano quasi tutte le scene. L’esempio migliore è rappresentato dalla sequenza del pranzo a base di cous cous, dove il quadro familiare è riunito a tavola, dove le bocche si riempiono di cibo e le labbra si coprono di pappetta gialla, dove si evidenzia lo status di famiglia di immigrati; e dove si denota l’assenza fisica del capofamiglia che piano piano s’insinua al centro degli argomenti di conversazione.&lt;br /&gt;Il signor Beiji è un uomo che a 60 anni si ricicla per tenere unita la famiglia costruita e far sopravvivere le proprie origini e tradizioni. Beiji è come il pesce svuotato e squamato che distribuisce ai diversi familiari. Vissuto in un cantiere navale che lo scarica senza tanti complimenti quando non è più produttivo, si muove tra gli interni della palazzina del quartiere popolare della sua comunità e tra quelli della triste e squallida pensione in cui vive. Ma è proprio la famiglia (in particolar modo le donne che la compongono) a stringersi attorno a lui per aiutarlo nel suo intento; realizzare un sogno di rinascita dai rottami del cantiere al quale l’uomo ha donato la sua esistenza: far emergere una fonte (Source) di vita dal mare (il barcone ristorante).&lt;br /&gt;Ed è così che i corpi di Beiji e della sua figliastra si ritrovano impegnati in un’estenuante corsa/danza di sopravvivenza: lo sforzo dei loro ventri (evidenziato da un montaggio alternato piuttosto concitato) condotti al limite delle proprie energie nel disperato parossismo emotivo dell’azione finale.</description>
            <author>VirginPrune</author>
            <pubDate>Tue, 22 Jan 2008 11:59:06 UT</pubDate>
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            <title>I am Legend</title>
            <link>http://it.netlog.com/VirginPrune/blog/blogid=2375441</link>
            <description>Davanti a un film del genere bisogna subito abbassare la guardia e lasciarsi colpire passivamente; bisogna solo stabilire quale tipo di blockbuster ci sta investendo e se è in grado di regalare qualche [piacevole] sorpresa.&lt;br /&gt;Questa seconda fatica di Francis Lawrence (regista proveniente dal mondo dei videoclip che ha debuttato – cinematograficamente – nel 2005 con CONSTANTINE) non segue una linea di condotta univoca (cosa che potrebbe apparire un pregio, ma nella fattispecie non lo è), collocando il prodotto in una zona neutra ed innocua, nonostante la buona premessa, senza riuscire a sfruttare a pieno la sempre affascinante (seppur risaputa) storia basata sull’idea dell’ambientazione all’interno di uno scenario di apocalittica desolazione.&lt;br /&gt;Le sequenze iniziali, connotate da inquadrature fisse (che catturano l’essenza di una New York ormai morta), lenti carrelli a seguire e panoramiche aree (che accompagnano l’azione di Will Smith, scandendone il ritmo di vita), rappresentano quanto di meglio il film possa offrire, dando l’impressione di voler indirizzare il treno sui binari dell’angoscioso e disperato stile di sopravvivenza del protagonista in attesa del coprifuoco notturno.&lt;br /&gt;Ma il treno deraglia ben presto per far spazio alle esigenze commerciali richieste da una produzione massiccia e da una vasta distribuzione. I frammenti onirici (anziché essere realmente tali) costituiscono semplicemente un flashback esplicativo della vicenda (non era meglio presentare, quindi, un breve prologo introduttivo&lt;img class=&quot;smiley&quot; src=&quot;http://v.netlogstatic.com/v4.00/2456//s/i/smilies/unsure.gif&quot; alt=&quot;:)&quot; /&gt; e la componente action (con relativa presenza di una figura antagonista che rappresenta il leader delle vampiresche-zombiestiche creature infette) demolisce le note narrative drammatiche e una certa verosimile aderenza alla realtà impostate di fondo.&lt;br /&gt;Gli effetti speciali in digitale si integrano ottimamente con le scenografie e gli attori, ma si allineano alla recente ondata d’impronta virtuale da videogame (su tutti il discreto SILENT HILL), svilendo l’effetto sorpresa/paura che si vuole generare, affidandosi all’espediente della forza del sonoro per riuscire nell’intento (laddove il videogiocatore s’aspetta – e pretende – ciò che più lo affascina del videogioco, non può valere lo stesso discorso per la trasposizione cinematografica di un romanzo: la resa non sarebbe stata migliore utilizzando attori veri per gli esseri infettati&lt;img class=&quot;smiley&quot; src=&quot;http://v.netlogstatic.com/v4.00/2456//s/i/smilies/unsure.gif&quot; alt=&quot;:)&quot; /&gt;: vedere la sequenza in cui Smith segue il cane Sam all’interno di un buio edificio, che rimanda proprio alle soggettive di giochi come Resident Evil.&lt;br /&gt;Insomma, se i nomi di Neville e (soprattutto) della splendida Samantha sono destinati a diventare leggenda, il film (di contro) sarà accantonato rapidamente nel dimenticatoio.</description>
            <author>VirginPrune</author>
            <pubDate>Thu, 17 Jan 2008 14:51:59 UT</pubDate>
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            <title>Halloween - Rob Zombie</title>
            <link>http://it.netlog.com/VirginPrune/blog/blogid=2340351</link>
            <description>L’Uomo Nero non è morto, non muore mai; ma dove (e – soprattutto – come) nasce l’Uomo Nero? Il buon Rob Zombie tratta ancora di emarginazione e degrado [umano e sociale], dopo la mini saga dei suoi Reietti del diavolo (non a caso Myers viene definito – anch’egli – il figlio di satana e l’abitazione in cui è vissuto fino alla tragica notte di strage di Halloween è denominata – con simpatico piglio autoreferenziale – la casa del diavolo).&lt;br /&gt;Le sequenze che (durante la prima parte del film) fanno da preludio all’inizio del remake vero e proprio dell’ottima pellicola di Carpenter del 1978, benché possano risultare stereotipate e retoriche da un punto di vista narrativo, mostrano con efficacia la spietata e macabra ferocia del piccolo Mike che risparmia solo l’affetto materno e la tenera innocenza della sorellina di pochi mesi dall’efferato e liberatorio massacro.&lt;br /&gt;Zombie vuole incentrare la schizofrenica insanità mentale del protagonista (che lo conduce a diventare un muto, inquientante gigante totalmente alienato) sul concetto/simbolo di maschera (basti pensare alla maglietta dei Kiss in bella mostra nelle prime scene), ma in realtà non vi si sofferma abbastanza (specie nel periodo di reclusione nel penitenziario psichiatrico), non riuscendo – così – nell’ambiziosa idea di caratterizzare in modo approfondito l’ormai mitico personaggio Mike Myers.&lt;br /&gt;L’inarrestabile carnefice utilizza la maschera per nascondere la sua “bruttezza”, il suo essere malvagio. E il ritorno ad Haddonfield, nel disperato tentativo di riappropriarsi di tutto ciò che gli è stato estirpato (di liberarsi della maschera) a causa dell’incarcerazione (la vecchia, abbandonata casa d’infanzia trasformata in un santuario con la lapide della madre defunta), diventa un viaggio sempre più scuro (superbo il freddo livore bluastro e notturno che caratterizza la parte finale del film) nei meandri della mente di un mostro creato dalla stessa cittadina (la quale si opporrà cercando di cancellare per sempre quel non-volto, incapace di riconoscerlo come proprio figlio).&lt;br /&gt;Pertanto, se da un lato la stuzzicante soluzione del lungo preambolo introduttivo non riesce completamente, dall’altro ci ritroviamo di fronte a un Myers a dir poco devastante (più vicino al fratellastro Jason dei vari Venerdì 13) rispetto a quello presentato da Carpenter. Tuttavia, anche l’aspetto truculento pare un po’ imploso; insomma, non sfocia quasi mai nel sadismo che magari è lecito aspettarsi (chissà se per ragioni commerciali e di distribuzione! – e lo spazio che Zombie concede ad alcuni passaggi di stampo teen horror che appaiono marchiani dovrebbe fugare ulteriori dubbi sul fatto che si sia in qualche modo “contenuto”).&lt;br /&gt;Zombie è coadiuvato dai fidi collaboratori dei precedenti film e mette in scena il suo (ormai già rodato) impianto visivo con i soli peccati legati allo script, al non essersi riuscito a svincolare fino in fondo dalla trama dell’originale (forse anche per timore reverenziale nei confronti del peso dei nomi di Carpenter e di Myers) e al non aver osato qualcosa in più nel mostrare la lacerazione della carne e lo strazio del corpo (nonostante le copiose pennellate di sangue durante la fuga dal penitenziario e nonostante l’avvilente grido d’aiuto proveniente dal corpo martoriato di Annie).</description>
            <author>VirginPrune</author>
            <pubDate>Sat, 12 Jan 2008 11:36:26 UT</pubDate>
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            <title>Dilemma Notturno</title>
            <link>http://it.netlog.com/VirginPrune/blog/blogid=2318438</link>
            <description>La luce soffusa può essere inquietante; deforma alcuni contorni, quelli sui quali l'illuminazione non è adeguata. Lo spazio assume nuove dimensioni; che sono estranee. Il buio, invece (che può formare un'oscurità totale o parziale), fa scattare un interruttore nella mente: è l'accensione di una lampadina che vuole far luce su quello che c'è fuori. Resto sempre nel dubbio: cosa fa più paura?</description>
            <author>VirginPrune</author>
            <pubDate>Tue, 08 Jan 2008 20:35:54 UT</pubDate>
        </item>
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            <title>?</title>
            <link>http://it.netlog.com/VirginPrune/blog/blogid=2269017</link>
            <description>Ed io cosa dovrei dire. Io che sono sempre più distante. Io che non sono più in grado di distinguere, io che confondo. E affondo; dolcemente. Un abbandono costante, che mi conduce sul fondo. Quel fondo sul quale nessuno si vuole posare.</description>
            <author>VirginPrune</author>
            <pubDate>Wed, 02 Jan 2008 10:41:36 UT</pubDate>
        </item>
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            <title>Jen(n)ifer e Dario Argento</title>
            <link>http://it.netlog.com/VirginPrune/blog/blogid=2253511</link>
            <description>JENIFER: con questo nome, che rimanda (inevitabilmente) alla protagonista di PHENOMENA, Dario Argento risolleva le sorti del suo [di nome], riappropriandosene. Il buon Dario libera, (ri)scoprendoli, i propri incubi, li coccola, vi gioca e flirta (anche in modo lascivo) con essi. E come ogni incubo che si rispetti, degno di questo nome, una volta venuto alla luce, è impossibile sotterrarlo.&lt;br /&gt;Sia ben inteso: non stiamo parlando di un grande film! Del resto, neanche si tratta di un film, ma di un prodotto/progetto della durata di poco meno di 50 minuti ideato/concepito per la televisione. La sceneggiatura è semplice e scontata e (purtroppo) nella seconda parte diventa frammentaria (a causa del format televisivo – appunto), senza focalizzare sulle buone premesse imbastite nella prima.&lt;br /&gt;Argento, tuttavia, si concentra sulle immagini e sulla resa visiva, cercando di trarre il massimo da ogni singolo segmento. Ed è così che carne, sangue e sesso diventano un nutrimento fondamentale per la sopravvivenza, per un’esistenza (la nostra ? ) sempre più animalesca e selvaggia.&lt;br /&gt;C’è anche il fido e inossidabile Claudio Simonetti, per quanto concerne le musiche (ridotto sempre più ai minimi termini), che lascia dispiegare nell’aria una nenia che richiama quelle presenti su L’UCCELLO DALLE PIUME DI CRISTALLO e PROFONDO ROSSO, ma questo essere autoreferenziale (e vivvaddio chi non si prende troppo sul serio!) è un modo come un altro per dire: “Io sono Dario Argento”.</description>
            <author>VirginPrune</author>
            <pubDate>Sun, 30 Dec 2007 19:13:53 UT</pubDate>
        </item>
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            <title>Paranoid Park - Gus Van Sant</title>
            <link>http://it.netlog.com/VirginPrune/blog/blogid=2208660</link>
            <description>Paranoid Park è un luogo di transizione, un luogo dove avviene uno sfasamento del reale, un crocevia di mondi distinti (eppure simili) che si confondono. È così che le riprese della telecamera assumono contorni mutevoli (digitali, sgranati, documentaristici), i movimenti sono sinuosi e rallentati, le immagini rarefatte e sospese.&lt;br /&gt;Alex, il protagonista della vicenda, non si sente ancora pronto per andare a Paranoid Park, ma (confortato dal fatto che nessuno è mai veramente pronto per Paranoid Park), quando scopre questa dimensione altra, ne viene completamente catturato. Può lasciarsi alle spalle il suo mondo fatto di ombre sfocate e di figure che avverte fuggevoli e distanti (quelle dei suoi genitori), di insicurezze dovute ai suoi desideri/sentimenti che non coincidono con quelli dei suoi coetanei (o, perlomeno, con quelli della maggior parte di essi).&lt;br /&gt;E proprio in questo soffermarsi dello script sul disagio e l’apatia che attanagliano i giovani d’oggi, riscontriamo un punto debole del film (vedi la relazione con Jennifer e i dialoghi con Macy). Infatti, se da un lato pare voglia offrire uno sguardo distaccato (concentrandosi sul dramma del protagonista), dall’altro lascia emergere una morale piuttosto esplicita e retorica.&lt;br /&gt;Tuttavia, la notte in cui Alex si reca da solo al Paranoid, decide di oltrepassare la linea di confine di quel mondo provvisorio; si ritrova su un treno in corsa, le cui rotaie tagliano a metà (in modo netto e cruento) la non-realtà del ragazzo. La trama si dispiega, quindi, come un loop, seguendo la versione della verità, i punti di vista e i ricordi del giovane protagonista; ma è fatta d’immagini e azioni sbiadite e cangianti, ogni volta rievocate con l’aggiunta (o la perdita) di qualche dettaglio; l’oscurità sempre pronta a calare per offuscare/cancellare il segreto e il senso di colpa (Alex sotto la doccia; e in piscina con gli amici a parlare dell’accaduto).&lt;br /&gt;Paranoid Park diventa così anche un luogo della psiche di Alex, costretto a buttare giù la storia alla rinfusa sulle pagine di un quaderno per esorcizzare l’episodio traumatico, farlo svanire tra le fiamme una volta completato il resoconto: sgombrare la mente per lasciarvi solo le immagini rarefatte e sospese degli skaters che si riuniscono sotto un ponte in un posto al di fuori del tempo e dello spazio.</description>
            <author>VirginPrune</author>
            <pubDate>Sun, 23 Dec 2007 17:56:09 UT</pubDate>
        </item>
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            <title>Playlist Natalizia</title>
            <link>http://it.netlog.com/VirginPrune/blog/blogid=2195625</link>
            <description>Mini-Playlist (in puro stile SUB POP) per questo particolarmente deprimente periodo dell'anno:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1. Swallow My Pride (demo version 1987) - Green River&lt;br /&gt;2. Nothing To Say - Soundgarden&lt;br /&gt;3. Snake Appeal - Melvins&lt;br /&gt;4. Mexican Seafood - Nirvana&lt;br /&gt;5. Touch Me, I'm Sick - Mudhoney</description>
            <author>VirginPrune</author>
            <pubDate>Fri, 21 Dec 2007 10:27:37 UT</pubDate>
        </item>
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            <title>Eastern Promises - David Cronenberg</title>
            <link>http://it.netlog.com/VirginPrune/blog/blogid=2184649</link>
            <description>Cronenberg ritorna e prosegue il discorso stilistico di A History Of Violence; a partire da Viggo Mortensen, protagonista indiscusso, il cui personaggio (nuovamente) ha il compito di viaggiare su quella labile linea di confine tra il bene e il male, il familiare e l’estraneo.&lt;br /&gt;Le sequenze iniziali di Eastern Promises (come di consueto, è sciagurata la proposta italiana del titolo) evidenziano subito un forte contrasto vita/morte, mostrando in modo quanto più crudo e reale possibile un omicidio e un neonato (alla cui nascita la madre non sopravvive: Tatiana, una ragazzina 14enne giunta a Londra alla ricerca di una vita migliore trascritta sulle pagine di un diario che scandiscono il ritmo del film). Il sangue copioso e real(istica)mente disturbante è l’elemento che accomuna i due episodi, sostanza essenziale per l’esistenza di un organismo e simbolo (appunto) di vita e di morte.&lt;br /&gt;E proprio su un forte contrasto (che si disvela a poco a poco) si basa il prosieguo della pellicola. Anna, nel tentativo di scoprire le origini di Tatania, si ritrova nel mondo di Semyon e del figlio Kirill: la mdp che la segue all’interno del ristorante gestito dal boss mostra una famiglia unita e un ambiente caloroso, sul quale (tuttavia) pare aleggiare un qualche mistero, una qualche minaccia (merito della fotografia livida e scura, ma – allo stesso tempo – naturalistica, di Suschitzky).&lt;br /&gt;Anna e i suoi familiari rappresentano, così, le “brave persone”, la “gente comune” opposti ad una realtà malsana e anomala (la scena del festino orgiastico che si svolge in una stanza “segreta” della palazzina che ospita le sale del ristorante di Semyon); una realtà che opera in modo occulto e spietato (il recupero del cadavere surgelato di Soyka).&lt;br /&gt;Nikolai è la figura ambigua con un piede al di qua e uno al di là della linea di demarcazione; colui che (di)mostra l’esistenza di una congiuntura tra le due realtà; colui che sta perdendo la sua identità ( ? ) per via dei tatuaggi che ricoprono il suo corpo e ne identificano lo status all’interno dell’organizzazione criminale (la scena del rituale iniziatico in cui gli vengono assegnate le “stelle”, che rappresenta una nuova nascita).&lt;br /&gt;Eastern Promises (come A History Of Violence) si conclude senza rassicurare lo spettatore: se in History Mortensen viene, sì, (ri)accolto dalla famiglia (ma nulla sarà più come prima), in Eastern avviene una divisione netta tra due realtà (Anna che alleva Christine vivendo assieme alla madre e allo zio Stepan e Nikolai che ha preso il posto di Semyon), con la consapevolezza che possono incontrarsi/scontrarsi in qualsiasi momento.</description>
            <author>VirginPrune</author>
            <pubDate>Wed, 19 Dec 2007 10:33:15 UT</pubDate>
        </item>
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            <title>Texas Hotel</title>
            <link>http://it.netlog.com/VirginPrune/blog/blogid=2168974</link>
            <description>Sulla strada sterrata una spenta carcassa&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una casa isolata tra le sterpaglie&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dalla finestra lo sguardo d’un corvo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Afa densa nel giallo polvere&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le galosce sudice corrono&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il gancio uncinato arpiona la carne&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lieve soffio di vento nell’aria secca&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il corpo abbattuto striscia sul suolo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Urla, strilla, pianto rotto, squarcio!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E ancora affondo il colpo, taglio!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Strappo, lacero la carne, schianto!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lorde interiora e spruzzi di rosso!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sfilo gli organi e fisso lo squasso!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La testa ancora intatta: &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;mi fermo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sul viso, verso l’acqua e pulisco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Accarezzo la pelle e poi scelgo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;la lama con cui devo incidere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Specchio/Faccia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non voglio vedere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’ho visto nello specchio stanotte,&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;il volto della folle mattanza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il figlio di quest’arida terra;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;frutto perfetto fra le frattaglie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dalle fessure filtra la luce.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Molle poltiglia sul tavolo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Spasmo violento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Freddo conato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alba di morte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si apre la porta.</description>
            <author>VirginPrune</author>
            <pubDate>Sun, 16 Dec 2007 16:25:55 UT</pubDate>
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            <title>Across The Universe - Julie Taymor</title>
            <link>http://it.netlog.com/VirginPrune/blog/blogid=2143463</link>
            <description>30 canzoni (poco più o poco meno). 30 gemme che possono essere considerate dei classici della musica pop. 30 microstorie che scandiscono il ritmo narrativo della trama di un film brillante e roboante. 30 melodie e 30 liriche che attraversano l'universo delle vite di Jude, Lucy e Max.&lt;br /&gt;Una selezione di brani dei Beatles anima questa terza opera di Julie Taymor, ma non siamo di fronte a un semplice musical, nonostante la sceneggiatura di Dick Clement e Ian La Frenais (The Commitments) e il superlativo lavoro coreografico di Daniel Ezralow.&lt;br /&gt;Across The Universe è un melting pot straripante, dal cui recipiente traboccano immagini surreali, una miriade di colori, vividi disegni, personaggi bizzarri e (naturalmente) tanta musica.&lt;br /&gt;La storia d'amore di Jude e Lucy si svolge sullo sfondo del movimento della controcultura giovanile di fine anni 60 a New York e della guerra del Vietnam. Nulla di originale (anzi, addirittura scontato, e il parallelo Vietnam/Iraq è certamente retorico), ma non si tratta di mera rievocazione nostalgica di un periodo passato e l'arma vincente del film è la leggerezza con cui il tutto viene tratteggiato.&lt;br /&gt;I movimenti della mdp sono spesso circolari e ariosi; e così sono in grado sia di stordire piacevolmente (il viaggio psichedelico in compagnia del Dottor Robert e la visita al circo di Mr. Kite) sia di sollevare e di tenere sospesi da terra (Lucy che riceve la notizia del ritorno di Daniel in licenza e l'invito rivolto a Prudence a uscire dallo sgabuzzino in cui si è rintanata).&lt;br /&gt;La vicenda non ha alcuna importanza; sono il suo fluire tramite le canzoni e la resa visiva (a tratti straniante) che la rendono efficace. Persino nei momenti che possono apparire eccessivi e superficiali: la marcia di soldati giganti in mutande che trasportano la statua della libertà calpestando/schiacciando il suolo vietnamita (scena, tra l'altro, incastonata all'interno di una delle migliori sequenze della pellicola, ossia il reclutamento di Max - con inevitabile rimando al The Wall di Alan Parker).&lt;br /&gt;Niente può cambiare il mondo di Jude e così Across The Universe diventa un inno alla vita (l'arrivo in città di Jojo/Hendrix e la scintilla che scaturisce dall'incontro/scontro con Sadie/Joplin) in tutti i suoi contrasti e le sue contraddizioni (una fragola può essere una bomba sanguinante e un cuore pulsante), un messaggio di pace tanto ingenuo quanto genuino (Max è l'ideale riflesso di Jude e &amp;quot;richiama&amp;quot; l'amico in America).&lt;br /&gt;Alla fine si può storcere il naso (in realtà è l'intera storia che può far storcere il naso), ma se tutto ciò di cui abbiamo bisogno è amore, be', allora, il finale non poteva essere diverso e il bersaglio è centrato in pieno.</description>
            <author>VirginPrune</author>
            <pubDate>Wed, 12 Dec 2007 08:54:08 UT</pubDate>
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            <title>Ancora Duran Duran</title>
            <link>http://it.netlog.com/VirginPrune/blog/blogid=2137115</link>
            <description>Il sogno di vedere riuniti nel nuovo millennio i Fab Five degli anni 80 dura il tempo di un disco e di una serie di concerti. Oggi i Duran Duran sono di nuovo privi del chitarrista Andy Taylor, ma (come già accaduto in passato, nel corso di una carriera ormai pluriventennale) proseguono il loro percorso, stringendo i ranghi, con caparbietà e a testa alta. E allora srotolate pure questo tappeto rosso e lasciateli sfilare, perché siamo al cospetto di veri maestri di stile irrinunciabili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Laddove ASTRONAUT tentava di rinverdire l’alchimia del periodo aureo della band e di cavalcare (inevitabilmente, soprattutto perché, altrimenti, l’operazione reunion non sarebbe mai stata possibile) l’onda del revival anni 80 (tra l’altro, ancora non esaurita), il nuovo prodotto duraniano sembra puntare dritto ad atmosfere più notturne e restituisce i quattro ad una dimensione più intima e da club, grazie al supporto di nomi di spicco in cabina di regia: Timbaland, Justin Timbarlake e Danja Hills.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Proprio la produzione costituisce un notevole punto di forza; RED CARPET MASSACRE, infatti, suona coeso e compatto dall’inizio alla fine, pur mostrando (fortunatamente) l’intero spettro sonoro dei Duran Duran. Le mani di Timbaland e Timbarlake si limitano ad amalgamare i vari elementi, senza invadare/prevaricare le composizioni di Rhodes &amp;amp; Soci, persino nei momenti in cui collaborano in vesti di coautori: così Skin Divers e Nite Runner, pur apparendo hip-hop, non oscurano il prezioso ed etereo tappeto sonoro delle tastiere di Rhodes e le melodie vocali di Le Bon che si combinano alla perfezione con quelle più cadenzate di Timbaland; mentre Falling Down (singolo apripista dell’album), pur essendo un’elegante ballata (l’intenzione di avere una nuova Ordinary World&lt;img class=&quot;smiley&quot; src=&quot;http://v.netlogstatic.com/v4.00/2456//s/i/smilies/unsure.gif&quot; alt=&quot;:)&quot; /&gt;, è il brano pop più stereotipato e scivola via senza particolari guizzi (con “classico” assolo di chitarra finale).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Box Full O’ Honey e She’s Too Much completano il tris di “lenti”, rimandando all’ottimo RIO di oltre venti anni fa; in particolare, la prima evidenzia l’ennesima riuscitissima melodia vocale di Le Bon, intrisa di levità e dolcezza adeguate all’accompagnamento acustico di chitarra e piano (impreziosito dal sostrato vagamente esotico di synth – col pensiero che vola a Save A Prayer). La natura dance di Tempted segue, invece, la scia di Skin Divers e Nite Runner verso un sound più contemporaneo, conducendo in modo fine e ricercato sulla pista da ballo (guardando al passato troviamo All She Wants Is e I Don’t Want Your Love).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’arioso lavoro di Nick Rhodes domina la scena di Tricked Out, mentre cesella alla perfezione ogni spazio di Last Man Standing fino ad andarsi ad impastare con piano e chitarra nella conclusiva coda strumentale. E sono ancora i cotrappunti di Rhodes a donare maggiore spessore e vigore al gioiellino pop Zoom In. Insomma, il fondatore della band conferma il suo ruolo fondamentale (vedi SEVEN AND THE RAGGED TIGER; uno dei momenti più difficili della storia dei Duran).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La title-track (aperta e chiusa dalle solite frasi eteree) è connotata da un ritornello energico e accattivante e da un basso particolarmente pulsante. L’electro-soul di Dirty Great Monster è corroborato da un sax dapprima sinuoso e poi sferzante (la duraniana memoria corre in questo caso verso BIG THING e NOTORIOUS). L’incedere di The Valley è in crescendo e d’atmosfera, arricchito da un intermezzo strumentale guidato da un efficace assolo di John Taylor (possiamo pensare, per quanto riguarda il lavoro di Taylor, a Anyone Out There e Rio). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;RED CARPET MASSACRE segna l’ennesimo ritorno dei Duran Duran (un leit motiv che accompagna ogni loro pubblicazione ormai da anni). La verità è che non hanno mai abbandonato la scena; e (con la classe che li contraddistingue) seguiteranno a sfilare a testa alta sul tappeto rosso del music business: chapeau!</description>
            <author>VirginPrune</author>
            <pubDate>Tue, 11 Dec 2007 08:43:53 UT</pubDate>
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