VirginPrune
maschio - 32 anni
Blog 13
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Another Time, Another Place
Per chi fosse interessato proseguo qui: www.virginprune.splinder.com
Come detto di là è inutile e noioso duplicare post (già di per sé inutili)
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Cous Cous
Un’opera intensa, questa di Kechiche, un film che cristallizza spaccati di realtà quotidiana, ponendo lo spettatore di fronte a frammenti particolarmente evocativi di realismo. Ed è proprio qui che risiede l’efficacia e la forza emotiva della pellicola.
La storia ha ben poco da raccontare e il suo [non] svilupparsi tramico ne è la conferma; basti pensare al finale aperto (praticamente sospeso) che giunge in un momento in cui il climax conclusivo sembra (e ci si aspetta) debba protrarsi ancora un po’.
È tutto incentrato sui personaggi, e ancor più sui loro corpi, i loro gesti e (soprattutto) i loro volti. I movimenti della mdp sono spesso agitati e nervosi nel seguire queste facce a volte isteriche a volte compassate, oppure divertite, impegnate nei lunghi dialoghi che connotano quasi tutte le scene. L’esempio migliore è rappresentato dalla sequenza del pranzo a base di cous cous, dove il quadro familiare è riunito a tavola, dove le bocche si riempiono di cibo e le labbra si coprono di pappetta gialla, dove si evidenzia lo status di famiglia di immigrati; e dove si denota l’assenza fisica del capofamiglia che piano piano s’insinua al centro degli argomenti di conversazione.
Il signor Beiji è un uomo che a 60 anni si ricicla per tenere unita la famiglia costruita e far sopravvivere le proprie origini e tradizioni. Beiji è come il pesce svuotato e squamato che distribuisce ai diversi familiari. Vissuto in un cantiere navale che lo scarica senza tanti complimenti quando non è più produttivo, si muove tra gli interni della palazzina del quartiere popolare della sua comunità e tra quelli della triste e squallida pensione in cui vive. Ma è proprio la famiglia (in particolar modo le donne che la compongono) a stringersi attorno a lui per aiutarlo nel suo intento; realizzare un sogno di rinascita dai rottami del cantiere al quale l’uomo ha donato la sua esistenza: far emergere una fonte (Source) di vita dal mare (il barcone ristorante).
Ed è così che i corpi di Beiji e della sua figliastra si ritrovano impegnati in un’estenuante corsa/danza di sopravvivenza: lo sforzo dei loro ventri (evidenziato da un montaggio alternato piuttosto concitato) condotti al limite delle proprie energie nel disperato parossismo emotivo dell’azione finale. -
I am Legend
Davanti a un film del genere bisogna subito abbassare la guardia e lasciarsi colpire passivamente; bisogna solo stabilire quale tipo di blockbuster ci sta investendo e se è in grado di regalare qualche [piacevole] sorpresa.
Questa seconda fatica di Francis Lawrence (regista proveniente dal mondo dei videoclip che ha debuttato – cinematograficamente – nel 2005 con CONSTANTINE) non segue una linea di condotta univoca (cosa che potrebbe apparire un pregio, ma nella fattispecie non lo è), collocando il prodotto in una zona neutra ed innocua, nonostante la buona premessa, senza riuscire a sfruttare a pieno la sempre affascinante (seppur risaputa) storia basata sull’idea dell’ambientazione all’interno di uno scenario di apocalittica desolazione.
Le sequenze iniziali, connotate da inquadrature fisse (che catturano l’essenza di una New York ormai morta), lenti carrelli a seguire e panoramiche aree (che accompagnano l’azione di Will Smith, scandendone il ritmo di vita), rappresentano quanto di meglio il film possa offrire, dando l’impressione di voler indirizzare il treno sui binari dell’angoscioso e disperato stile di sopravvivenza del protagonista in attesa del coprifuoco notturno.
Ma il treno deraglia ben presto per far spazio alle esigenze commerciali richieste da una produzione massiccia e da una vasta distribuzione. I frammenti onirici (anziché essere realmente tali) costituiscono semplicemente un flashback esplicativo della vicenda (non era meglio presentare, quindi, un breve prologo introduttivo
e la componente action (con relativa presenza di una figura antagonista che rappresenta il leader delle vampiresche-zombiestiche creature infette) demolisce le note narrative drammatiche e una certa verosimile aderenza alla realtà impostate di fondo.
Gli effetti speciali in digitale si integrano ottimamente con le scenografie e gli attori, ma si allineano alla recente ondata d’impronta virtuale da videogame (su tutti il discreto SILENT HILL), svilendo l’effetto sorpresa/paura che si vuole generare, affidandosi all’espediente della forza del sonoro per riuscire nell’intento (laddove il videogiocatore s’aspetta – e pretende – ciò che più lo affascina del videogioco, non può valere lo stesso discorso per la trasposizione cinematografica di un romanzo: la resa non sarebbe stata migliore utilizzando attori veri per gli esseri infettati
: vedere la sequenza in cui Smith segue il cane Sam all’interno di un buio edificio, che rimanda proprio alle soggettive di giochi come Resident Evil.
Insomma, se i nomi di Neville e (soprattutto) della splendida Samantha sono destinati a diventare leggenda, il film (di contro) sarà accantonato rapidamente nel dimenticatoio. -
Halloween - Rob Zombie
L’Uomo Nero non è morto, non muore mai; ma dove (e – soprattutto – come) nasce l’Uomo Nero? Il buon Rob Zombie tratta ancora di emarginazione e degrado [umano e sociale], dopo la mini saga dei suoi Reietti del diavolo (non a caso Myers viene definito – anch’egli – il figlio di satana e l’abitazione in cui è vissuto fino alla tragica notte di strage di Halloween è denominata – con simpatico piglio autoreferenziale – la casa del diavolo).
Le sequenze che (durante la prima parte del film) fanno da preludio all’inizio del remake vero e proprio dell’ottima pellicola di Carpenter del 1978, benché possano risultare stereotipate e retoriche da un punto di vista narrativo, mostrano con efficacia la spietata e macabra ferocia del piccolo Mike che risparmia solo l’affetto materno e la tenera innocenza della sorellina di pochi mesi dall’efferato e liberatorio massacro.
Zombie vuole incentrare la schizofrenica insanità mentale del protagonista (che lo conduce a diventare un muto, inquientante gigante totalmente alienato) sul concetto/simbolo di maschera (basti pensare alla maglietta dei Kiss in bella mostra nelle prime scene), ma in realtà non vi si sofferma abbastanza (specie nel periodo di reclusione nel penitenziario psichiatrico), non riuscendo – così – nell’ambiziosa idea di caratterizzare in modo approfondito l’ormai mitico personaggio Mike Myers.
L’inarrestabile carnefice utilizza la maschera per nascondere la sua “bruttezza”, il suo essere malvagio. E il ritorno ad Haddonfield, nel disperato tentativo di riappropriarsi di tutto ciò che gli è stato estirpato (di liberarsi della maschera) a causa dell’incarcerazione (la vecchia, abbandonata casa d’infanzia trasformata in un santuario con la lapide della madre defunta), diventa un viaggio sempre più scuro (superbo il freddo livore bluastro e notturno che caratterizza la parte finale del film) nei meandri della mente di un mostro creato dalla stessa cittadina (la quale si opporrà cercando di cancellare per sempre quel non-volto, incapace di riconoscerlo come proprio figlio).
Pertanto, se da un lato la stuzzicante soluzione del lungo preambolo introduttivo non riesce completamente, dall’altro ci ritroviamo di fronte a un Myers a dir poco devastante (più vicino al fratellastro Jason dei vari Venerdì 13) rispetto a quello presentato da Carpenter. Tuttavia, anche l’aspetto truculento pare un po’ imploso; insomma, non sfocia quasi mai nel sadismo che magari è lecito aspettarsi (chissà se per ragioni commerciali e di distribuzione! – e lo spazio che Zombie concede ad alcuni passaggi di stampo teen horror che appaiono marchiani dovrebbe fugare ulteriori dubbi sul fatto che si sia in qualche modo “contenuto”).
Zombie è coadiuvato dai fidi collaboratori dei precedenti film e mette in scena il suo (ormai già rodato) impianto visivo con i soli peccati legati allo script, al non essersi riuscito a svincolare fino in fondo dalla trama dell’originale (forse anche per timore reverenziale nei confronti del peso dei nomi di Carpenter e di Myers) e al non aver osato qualcosa in più nel mostrare la lacerazione della carne e lo strazio del corpo (nonostante le copiose pennellate di sangue durante la fuga dal penitenziario e nonostante l’avvilente grido d’aiuto proveniente dal corpo martoriato di Annie). -
Dilemma Notturno
La luce soffusa può essere inquietante; deforma alcuni contorni, quelli sui quali l'illuminazione non è adeguata. Lo spazio assume nuove dimensioni; che sono estranee. Il buio, invece (che può formare un'oscurità totale o parziale), fa scattare un interruttore nella mente: è l'accensione di una lampadina che vuole far luce su quello che c'è fuori. Resto sempre nel dubbio: cosa fa più paura?
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?
Ed io cosa dovrei dire. Io che sono sempre più distante. Io che non sono più in grado di distinguere, io che confondo. E affondo; dolcemente. Un abbandono costante, che mi conduce sul fondo. Quel fondo sul quale nessuno si vuole posare.
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Jen(n)ifer e Dario Argento
JENIFER: con questo nome, che rimanda (inevitabilmente) alla protagonista di PHENOMENA, Dario Argento risolleva le sorti del suo [di nome], riappropriandosene. Il buon Dario libera, (ri)scoprendoli, i propri incubi, li coccola, vi gioca e flirta (anche in modo lascivo) con essi. E come ogni incubo che si rispetti, degno di questo nome, una volta venuto alla luce, è impossibile sotterrarlo.
Sia ben inteso: non stiamo parlando di un grande film! Del resto, neanche si tratta di un film, ma di un prodotto/progetto della durata di poco meno di 50 minuti ideato/concepito per la televisione. La sceneggiatura è semplice e scontata e (purtroppo) nella seconda parte diventa frammentaria (a causa del format televisivo – appunto), senza focalizzare sulle buone premesse imbastite nella prima.
Argento, tuttavia, si concentra sulle immagini e sulla resa visiva, cercando di trarre il massimo da ogni singolo segmento. Ed è così che carne, sangue e sesso diventano un nutrimento fondamentale per la sopravvivenza, per un’esistenza (la nostra ? ) sempre più animalesca e selvaggia.
C’è anche il fido e inossidabile Claudio Simonetti, per quanto concerne le musiche (ridotto sempre più ai minimi termini), che lascia dispiegare nell’aria una nenia che richiama quelle presenti su L’UCCELLO DALLE PIUME DI CRISTALLO e PROFONDO ROSSO, ma questo essere autoreferenziale (e vivvaddio chi non si prende troppo sul serio!) è un modo come un altro per dire: “Io sono Dario Argento”. -
Paranoid Park - Gus Van Sant
Paranoid Park è un luogo di transizione, un luogo dove avviene uno sfasamento del reale, un crocevia di mondi distinti (eppure simili) che si confondono. È così che le riprese della telecamera assumono contorni mutevoli (digitali, sgranati, documentaristici), i movimenti sono sinuosi e rallentati, le immagini rarefatte e sospese.
Alex, il protagonista della vicenda, non si sente ancora pronto per andare a Paranoid Park, ma (confortato dal fatto che nessuno è mai veramente pronto per Paranoid Park), quando scopre questa dimensione altra, ne viene completamente catturato. Può lasciarsi alle spalle il suo mondo fatto di ombre sfocate e di figure che avverte fuggevoli e distanti (quelle dei suoi genitori), di insicurezze dovute ai suoi desideri/sentimenti che non coincidono con quelli dei suoi coetanei (o, perlomeno, con quelli della maggior parte di essi).
E proprio in questo soffermarsi dello script sul disagio e l’apatia che attanagliano i giovani d’oggi, riscontriamo un punto debole del film (vedi la relazione con Jennifer e i dialoghi con Macy). Infatti, se da un lato pare voglia offrire uno sguardo distaccato (concentrandosi sul dramma del protagonista), dall’altro lascia emergere una morale piuttosto esplicita e retorica.
Tuttavia, la notte in cui Alex si reca da solo al Paranoid, decide di oltrepassare la linea di confine di quel mondo provvisorio; si ritrova su un treno in corsa, le cui rotaie tagliano a metà (in modo netto e cruento) la non-realtà del ragazzo. La trama si dispiega, quindi, come un loop, seguendo la versione della verità, i punti di vista e i ricordi del giovane protagonista; ma è fatta d’immagini e azioni sbiadite e cangianti, ogni volta rievocate con l’aggiunta (o la perdita) di qualche dettaglio; l’oscurità sempre pronta a calare per offuscare/cancellare il segreto e il senso di colpa (Alex sotto la doccia; e in piscina con gli amici a parlare dell’accaduto).
Paranoid Park diventa così anche un luogo della psiche di Alex, costretto a buttare giù la storia alla rinfusa sulle pagine di un quaderno per esorcizzare l’episodio traumatico, farlo svanire tra le fiamme una volta completato il resoconto: sgombrare la mente per lasciarvi solo le immagini rarefatte e sospese degli skaters che si riuniscono sotto un ponte in un posto al di fuori del tempo e dello spazio. -
Playlist Natalizia
Mini-Playlist (in puro stile SUB POP) per questo particolarmente deprimente periodo dell'anno:
1. Swallow My Pride (demo version 1987) - Green River
2. Nothing To Say - Soundgarden
3. Snake Appeal - Melvins
4. Mexican Seafood - Nirvana
5. Touch Me, I'm Sick - Mudhoney -
Eastern Promises - David Cronenberg
Cronenberg ritorna e prosegue il discorso stilistico di A History Of Violence; a partire da Viggo Mortensen, protagonista indiscusso, il cui personaggio (nuovamente) ha il compito di viaggiare su quella labile linea di confine tra il bene e il male, il familiare e l’estraneo.
Le sequenze iniziali di Eastern Promises (come di consueto, è sciagurata la proposta italiana del titolo) evidenziano subito un forte contrasto vita/morte, mostrando in modo quanto più crudo e reale possibile un omicidio e un neonato (alla cui nascita la madre non sopravvive: Tatiana, una ragazzina 14enne giunta a Londra alla ricerca di una vita migliore trascritta sulle pagine di un diario che scandiscono il ritmo del film). Il sangue copioso e real(istica)mente disturbante è l’elemento che accomuna i due episodi, sostanza essenziale per l’esistenza di un organismo e simbolo (appunto) di vita e di morte.
E proprio su un forte contrasto (che si disvela a poco a poco) si basa il prosieguo della pellicola. Anna, nel tentativo di scoprire le origini di Tatania, si ritrova nel mondo di Semyon e del figlio Kirill: la mdp che la segue all’interno del ristorante gestito dal boss mostra una famiglia unita e un ambiente caloroso, sul quale (tuttavia) pare aleggiare un qualche mistero, una qualche minaccia (merito della fotografia livida e scura, ma – allo stesso tempo – naturalistica, di Suschitzky).
Anna e i suoi familiari rappresentano, così, le “brave persone”, la “gente comune” opposti ad una realtà malsana e anomala (la scena del festino orgiastico che si svolge in una stanza “segreta” della palazzina che ospita le sale del ristorante di Semyon); una realtà che opera in modo occulto e spietato (il recupero del cadavere surgelato di Soyka).
Nikolai è la figura ambigua con un piede al di qua e uno al di là della linea di demarcazione; colui che (di)mostra l’esistenza di una congiuntura tra le due realtà; colui che sta perdendo la sua identità ( ? ) per via dei tatuaggi che ricoprono il suo corpo e ne identificano lo status all’interno dell’organizzazione criminale (la scena del rituale iniziatico in cui gli vengono assegnate le “stelle”, che rappresenta una nuova nascita).
Eastern Promises (come A History Of Violence) si conclude senza rassicurare lo spettatore: se in History Mortensen viene, sì, (ri)accolto dalla famiglia (ma nulla sarà più come prima), in Eastern avviene una divisione netta tra due realtà (Anna che alleva Christine vivendo assieme alla madre e allo zio Stepan e Nikolai che ha preso il posto di Semyon), con la consapevolezza che possono incontrarsi/scontrarsi in qualsiasi momento.