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Snoopy_writer

maschio - 27 anni, Napoli, Italy


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Blog 20


  • Numeri e No

    Quello che i numeri dicono:

    5 - le città visitate in 12 giorni, di cui 4 capitali;
    2300 - i chilometri percorsi solo in automobile più altri
    3 spostamenti con navi e/o traghetti e
    1 volo andata/ritorno;
    6 - le ore di sonno nelle ultime 60 ore;
    2 - i chilogrammi persi, stando alla bilancia di casa;
    2 - gli arcobaleni concentrici visti sull'autostrada verso Berlino, entrambi completi, come nei disegni dei bambini;
    7 - i letti in 7 diversi posti in cui abbiamo alloggiato, tra hotel, ostelli e nave. Più i sediolini dell'auto, che ci hanno ospitato a più riprese;
    10 € - il prezzo minimo di un cocktail in Scandinavia;
    211 - i chilometri all'ora della velocità massima raggiunta in autostrada con bagagliaio pieno;
    centinaia - le foto scattate;
    'na cifra - i McDonald's in Svezia, una densità impressionante, quasi uno ogni angolo e di sicuro uno a ogni uscita dell'autostrada;
    'na cifra - le biciclette che girano in strada a tutte le ore;
    'na cifra (purtroppo) - gli italiani in giro per le città, facilmente riconoscibili dal look più ricercato, cellulare alla mano (o all'orecchio), abbronzatura vistosa e dialoghi a volume altissimo;
    'na cifra - le volte in cui abbiamo sentito e cantato "All summer long", eletta nostra colonna sonora del viaggio

    Quello che i numeri non dicono:

    Le bellezze (natuali e "umane&quot:) della Svezia, una nazione che sembra quasi perfetta, a misura di uomo, con paesaggi impressionanti e ancora incontaminati;
    il senso di serenità, pace e perfezione che ci ha regalato la sosta su un laghetto in Svezia;
    lo scarso appeal di Oslo e (in parte) di Copenhagen, città uniformi e piuttosto grigie;
    l'emozione nel vedere L'Urlo di Munch dal vivo e lo stupore per l'anonima architettura del Palazzo Reale;
    la soddisfazione e il brivido nel "fare una pazzia" e abbracciare la Sirenetta;
    le mascelle doloranti per il tanto ridere e sorridere;
    l'eccitazione e il senso di vuoto provati stando seduti a girare, sospesi nell'aria del "calcio in culo" al Tivoli di Copenhagen, dominando e abbracciando tutta la città con uno sguardo privilegiato;
    le facce stralunate e meravigliate delle persone che, sul traghetto per Rostock, ci vedevano giocare a calcetto con una palletta da pallamano;
    la leggerezza del sentirsi in vacanza e fare cose stupide, come ripetere la scena "Materazzi-Zidane" all'Olympiastadion di Berlino.
    Già, Berlino... che dire di Berlino? È una città viva, piena di energia, da scoprire e da vivere ogni momento... meravigliosa.

    Un viaggio meraviglioso, nato per caso (per sbaglio, quasi) e trasformatosi in un piccolo capolavoro. Per qualche giorno ancora mi terrò negli occhi, nelle orecchie e nel cuore tutte le immagini, le cose viste, le persone incrociate e incontrate.. Poi tornerò sulla terra, qui, a cercare di non subire troppo presto il contraccolpo.

  • Ferie

    C'è un'aria diversa questa mattina, in strada. Sui volti delle persone che incontro sul mio solito tragitto non c'è la rassegnazione di chi, giorno dopo giorno, si reca in ufficio a nobilitarsi un po' lavorando. Ci sono sorrisi, segni dell'abbronzatura, facce distese e piuttosto rilassate. E al fianco di molta gente che ho incrociato oggi ci sono bagagli di ogni tipo, dai piccoli trolley alle valigie formato maxi.

    Piazza Garibaldi è un unico, grande, abbraccio. Gente che parte e familiari, amici o amanti che salutano. Auto in doppia e tripla fila per accompagnare il persona cara fin sotto al treno, quasi. Quelle strade che, di solito, sono appannaggio solo di lavoratori o di studenti oggi sono tutte per gente felice, che corre via dalla calura metropolitana e dai problemi che ogni giorno ci sono da affrontare, qui più che da ogni altra parte.

    Passo attraverso questo mare, come un Mosè dei giorni nostri. Passo veloce, cercando di sfuggire ancora per un po' alla voglia di chiudere tutto e partire.

    Manca poco, sempre di meno. Tra meno di cinque ore potrò dirlo: Ferie. Una parola breve, che però racchiude in sé tante cose. Racchiude l'attesa lunga un anno, lo stress di undici mesi davanti a un computer, la monotonia e i giorni invece a ritmo accelerato. Ferie. Basta pronunciarla e già sembra che tutto sia alle spalle.

    Davanti, ora, c'è solo un viaggio. Il viaggio. È ora, anche per me, di preparare i bagagli.

  • Relax

    Relax.

    Sole, spiaggia, mare.

    Concedermi dei piccoli lussi.

    Avere il tempo di godermi ogni piccola, preziosa cosa.

    Starmene sul bagnasciuga a guardare l’orizzonte, lontano. Contare le sfumature dell’azzurro del mare. Seguire con lo sguardo la nuotata di un pesciolino. Sentire il sole che riscalda la pelle e il vento che porta una bella brezza.

    Misurare l’orma del mio piede con quelle degli altri bagnanti, notare le differenze di grandezza e forme. O fare un’impronta e aspettare che l’onda le cancelli. E poi farla di nuovo, e vederla di nuovo sparire piano piano, come un segno di gesso lavato via dal cassino sulla lavagna. E poi farla ancora una volta, come a sfidare ottusamente il movimento naturale del mare.

    Oppure guardarmi oziosamente i piedi, lambiti appena dalle onde, che depositano granelli di sabbia sugli alluci e poi li riportano indietro, lentamente.

    Come lentamente si anima la spiaggia, con tutti i suoi colori: ombrelloni, sedie, costumi danno un tono più forte alla giornata.

    Sorridere per la risata grassa e sincera di un bambino, per le gote paffute di un neonato o per i suoi occhioni.

    E poi tuffarmi in mare, finalmente. Mettere la testa sotto l’acqua e trasformare l’ansia, i pensieri e le preoccupazioni feriali in bracciate o colpi di piedi. Allontanarmi dalla riva e fermarmi, un attimo, a circondare con lo sguardo l’intera spiaggia. Come una fotografia, trattenere in mente quante più cose è possibile, riempire quanto è più possibile gli occhi e il cuore della visione. E poi tornare indietro, verso il mondo “normale”.

    Fino all'anno prossimo.

  • Hey baby, are you having fun?

    E così quest'anno continua all'insegna della buona, ottima musica dal vivo. Ieri è stato il turno dei REM: un concerto "tecnicamente" e musicalmente impeccabile. Michael Stipe è bravo, canta da grande qual è, si muove in modo quasi ipnotico e innaturale, la band suona a memoria, pochissimi errori, grandissimi colpi di classe, come l'uso dei maxi-schermi e delle luci...
    Insomma, tutto bello. Certo, facendo affiorare il mio lato iper-critico potrei dire che forse è mancato qualcosa, non è stato coinvolgente come altri concerti, che non ho sentito vibrare per tutte e due le ore la musica dentro di me, che che che...
    Però, stare lì a sentir cantare e urlare anch'io Losing my religion, insieme a tutti quelli che erano sul prato, è una cosa che sognavo da tempo..
    Più o meno da quando, a 9 anni, proprio il video di Losing my religion era trasmesso come anteprima ai cartoni animati, verso le 6 della mattina, da Italia 1... e piano piano ho iniziato ad amare quella canzone...

  • 22 Luglio

    Io credo molto nell'impatto visivo. Mi faccio condizionare molto dall'impressione che ho a prima vista di un volto e di una persona. E quando ieri, nel treno affollatissimo che da Pisciotta mi stava riportando lentamente a Napoli, ho visto lungo il corridoio questo bambino biondissimo, di circa 4/5 anni, ho pensato immediamente "O è il diavolo o è qualcuno che gli somiglia molto". E, immediamente dopo, il secondo pensiero che mi si è affacciato alla mente è stato: "Ti prego, non sederti qui, non sederti qui, non sederti qui....".

    Ovviamente, il mantra non ha funzionato. E si è seduto esattamente di fronte a me, così che ho avuto modo di guardarlo per un po' e bene.

    Dev'essere stato il suo viso, e l'aria che trasmetteva. Capelli biondissimi accompagnati da due occhi chiari, azzurri ma inespressivi. Salvo quando ti fissavano: allora diventavano due fessure, come gli occhi di un serpente. E bocca perennemente atteggiata come a voler prendere in giro gli altri, a fare esattamente il contrario di ciò che gli altri (nella fattispecie, il nonno che lo accompagnava) gli dicevano di fare. Ma era proprio l'intero disegno della bocca a far pensare a quello che simbolicamente è il "male". I primi quattro denti davanti, gli incisivi, totalmente caduti. Non la solita "finestrella", dunque, ma una vera e propria balconata. E al posto vuoto, dove di solito nei bambini si intravede spuntare il bianco quasi commovente dei nuovi dentini, quattro bei buchi neri, forse di carie, chissà? E poi, come d'incanto, i due canini sviluppati a mo' di vampiro. Un quadretto meraviglioso.

    E questa splendida creatura, dopo aver torturato per un bel tratto la povera gatta rinchiusa nella gabbia che la sua povera vicina di posto in treno aveva in grembo, mi guarda con questi occhietti antipatici e maligni, inizia a darmi dei calcetti negli stinchi, mi prende il pantalone fra le sue scarpette e mi fa:

    "Ti piace se faccio così?"

    La mia risposta, dopo aver contato all'incirca fino a 10 per evitare di prendere il bimbo e scaraventarlo direttamente fuori dal finestrino (alla faccia delle targhette che vietano di gettare da lì gli oggetti), è stata:

    "Non tanto".

    Che, ovviamente, è appena la parafrasi eufemistica di quello che realmente gli avrei risposto.

    Fatto sta che dopo poco è intervenuto il nonno, che ha preso il pestifero biondino per spostarsi a un'altra fila di posti...

  • For a minute there I lost myself

    Provo a mettere un po' di ordine nelle sensazioni che mi frullano in mente...
    Non è facile condensare in poche frasi quello che sono stati gli ultimi 4 giorni... Glasgow, il concerto dei Radiohead, KarmaPolice-NoSurprises-ParanoidAndroid-2+2=5e-tut- to-InRaibows, le risate con 3 buoni amici, la pioggia, il freddo, le buzzicone scozzesi, la nottata a Londra, e poi di nuovo il caldo, la stanchezza... Colori, suoni, ricordi, emozioni mi rimbalzano ancora sotto pelle e davanti agli occhi. No, non è facile tradurre tutto in parole. E nemmeno voglio. Questa volta le parole sono superflue.
    Dico solo che come al ritorno da ogni viaggio mi sento più ricco, più felice.
    La valigia per ora è sfatta, ma sono prontissimo a rimetterci la roba dentro e ripartire al più presto. C'è solo da decidere la destinazione.

  • Improvvisamente

    Improvvisamente si fermò. Il passo, che fino a quel momento era stato spedito e veloce come al solito, rallentò seguendo il movimento dei suoi occhi e della sua testa.
    Era lì, era lei.
    Quei capelli… il loro colore, castano chiaro o biondo scuro, a seconda dei gusti cromatici; la lunghezza, anche; e soprattutto la fila al centro, che divideva in due quella massa, che era libera così di scivolare dolcemente sul suo volto, incorniciandolo e spesso nascondendolo.
    Il cuore iniziò a comportarsi in maniera strana: per un paio di secondi smise completamente di battere, insieme ai suoi passi, poi accelerò improvvisamente il ritmo, prese a pulsare all’impazzata, come se spingesse per uscir fuori dalla cassa toracica. Ne poteva sentire il rimbombo fin dentro nella testa.
    Gli mancò il respiro. Fino a quando, guardando di nuovo, capì che non poteva essere lei. Troppo alta, innanzitutto. Ma, soprattutto, non erano i suoi occhi quelli che vedeva.
    Per nulla.
    Non lo erano per il colore.
    Non lo erano per l’espressione.
    Non lo erano per il taglio.
    No, non era lei, assolutamente.
    Ma, nonostante questo, si sentì quasi fisicamente male dentro. Una sensazione strana, un miscuglio di gioia e dolore, gli attanagliava il petto e gli rimbombava nella testa, più forte della musica heavy metal che gli sparava nelle orecchie il suo ipod.
    E si ritrovò a pensare a lei, a dove fosse, a cosa stesse facendo. Al fatto che non si sentivano da mesi, e che lei ormai non rispondesse ai suoi sms né alle sue mail. Al fatto che c’erano tante cose ancora da fare, insieme, tante esperienze da vivere. Al fatto che, in fondo e sinceramente, ci stava ancora da cani e gli mancava la sua presenza, giorno dopo giorno.
    Si ritrovò a pensare a lei e a pensare immediatamente a sé. Alla gratificazione che aveva appena avuto al lavoro. Alle ferie che stavano per arrivare, che avrebbe trascorso con i suoi migliori amici. Alle infinite speranze che ancora aveva e ancora poteva raggiungere.
    “Passerà”, si disse. Fino a quando non fosse passata, però, avrebbe continuato a cercarla e a intravederla nelle ragazze che gli avrebbero attraversato la strada.
    Una piccola e lenta tortura, il prezzo da pagare per le storie che finiscono.

  • 9 Maggio 2008

    "La felicità esiste. Ne ho sentito parlare".

    Gesualdo Bufalino

    Ci sono dei momenti in cui senti di aver trovato il tuo posto. Pochi attimi in cui non c'è nulla al di fuori di quello che stai vivendo. I concerti mi trasmettono spesso questa emozione, per fortuna. E così, quando ieri ho sentito già solo le prime note di "Male di miele", io sono stato davvero felice. E ho urlato a squarciagola questa felicità, insieme ai miei amici. E mi sono sentito davvero bene.

    * E poi, abbiamo anche avuto la fortuna di assistere a "Voglio una pelle splendida" da un paio di centimetri di distanza da Manuel Agnelli e i suoi. E so' soddisfazioni. Nonostante il vino lanciato da qualche demente, nascosto in mezzo agli altri, che ha colpito direttamente anche il cantante, che ha dovuto anche interrompere la canzone....

  • Camminando

    Era la solita sera fredda.
    Camminava da solo, di rientro dall’ufficio.
    Ben abbottonato nel suo cappotto nero andava a passo veloce, con gli occhi socchiusi per il vento freddo che gli schiaffeggiava il volto. Non aveva bisogno di guardare la strada, in fondo la conosceva a memoria. Era sempre lo stesso percorso, giorno dopo giorno. Da casa sua all’ufficio e ritorno. Giorno dopo giorno.
    Da un po’ di tempo a questa parte la sua vita si muoveva lungo quel percorso, con ben poche variazioni sul tema. Eh sì, si ritrovò a pensare, sono diventato monotono. Annoio perfino me stesso.
    E allora, per distrarsi un po’, cominciò a pensare ad altro.
    Il suo cervello sapeva muoversi veloce come le sue gambe. Anzi, quando camminava gli sembrava riuscire a pensar meglio. I suoi arti inferiori andavano liberamente sulla strada nota, e la sua mente, invece, poteva vagare tranquilla in altri spazi sconosciuti. Sognatore romantico, o forse solo illuso, chissà, era sempre col cervello in moto a pensare a se stesso e a tutto quello che lo circondava.
    Forse penso troppo, ecco il guaio, era solito ripetersi.
    Ora supera il cinema abbandonato. Un cenno della testa sottolinea il suo pacato e politicamente corretto dissenso a vedere lo scempio fatto di quel vecchio capannone. Quello che una volta era un bel cinema, ben frequentato, l’ultimo rimasto della zona, era diventato ormai ricettacolo di vagabondi, extracomunitari o punkabbestia, che dormivano sugli scaloni all’ingresso attrezzati alla meno peggio per resistere al freddo e alla strada, con scatoloni e vecchie coperte. Che sporcizia, c’è adesso. Com’è che nessuno fa niente per salvare l’edificio? Fu il pensiero che gli balenò in mente due volte nello stesso istante.
    Poco oltre, girato l’angolo, la zaffata di frittura che immancabilmente proviene dal fast-food americano, e che gli fa venir voglia di scappare quanto più lontano è possibile.
    Poi, ecco che inizia il flusso di persone che anima la zona della stazione centrale. I viaggiatori di ritorno, che camminano con indolenza verso le auto in sosta vietata che li aspettano, trascinandosi dietro valigioni enormi che sbattono a destra e a sinistra, incuranti delle gambe degli altri pedoni. E chi invece il treno deve prenderlo a breve, che porta con sé, oltre a una valigia pericolosamente piena, anche la fretta di chi ha paura di non fare in tempo o di incappare in qualche sciopero, ritardo o disguido ferroviario.
    Stasera è venerdì. C’è più gente che negli altri giorni della settimana. Ci sono i pendolari che ritornano, gli “emigranti che scendono” per passare il fine settimana a casa: lavoratori, ma soprattutto studenti. Tanti ragazzi che abbracciano padri e madri e corrono insieme all’auto per evitare la multa. O ragazzi che abbracciano finalmente la persona amata. Quanti baci aveva già visto? A contarli tutti…. E tutti, o quasi, gli avevano punto il cuore, ferito un po’. Aveva sempre assistito a baci altrui, e non aveva saputo godersi i propri.
    Accelerò per lasciarsi dietro più in fretta questi pensieri. Speranza vana. Il rimorso e il rimpianto ormai bussavano alle sue tempie. E trovavano sempre modo di entrare.
    Ormai si sentiva più forte, però. Non si lasciava più abbattere da quei fastidiosi ospiti. Anzi. A volte, si ritrovava quasi per caso a pensare a lei. Oziosamente, era lui stesso a richiamare alla memoria il suo ricordo, pur sapendo benissimo di farsi solo del male. Si stupiva di questo, quando ci rifletteva in maniera lucida, ma in fondo gli piaceva torturarsi nel nome di quell’unico “vero” amore, così come immaginava dover fare.
    Ecco il punto critico, l’attraversamento della strada. Un rapido sguardo a sinistra, e poi via, ecco percorso il primo tratto. Sempre sulle strisce pedonali perché così “gli automobilisti ci pensano due volte, prima di non frenare. E poi, alla peggio c’è l’assicurazione”, diceva e si diceva. Passata veloce anche l’altra metà di strada, superate le persone in attesa dell’autobus che non arriva mai, eco spalancato davanti a sé l’ultimo cammino che lo separa da casa.
    Meta agognata e triste. Tana di conforto dopo la giornata lavorativa, ma anche trappola che gli impedisce di andar via.
    Ecco, aveva bisogno di uno stimolo, di qualcosa, o qualcuna, che avesse la forza di farlo deviare dai binari che lui pigramente percorreva. E da cui non sapeva più deragliare, ormai.
    Camminò ancora un po’, l’ultimo tratto buio - il buio era la costante, nel suo cammino verso casa di sera, l’illuminazione scarseggiava. Così come nel suo animo – e poi la luce del suo palazzo. Cambiata da poco, sembra più un faretto da night che altro.
    Ed è proprio la luce di quel faretto a incorniciare il corpo di lei. Non ci sono dubbi. È proprio lei. Lui riconoscerebbe tra mille altri il suo volto e i suoi capelli, anche al buio.
    Aumento di pulsazioni. Nello stesso tempo, una strana paura gli invade l’animo. Le gambe rallentano, si fermano, si rifiutano di andare oltre.
    Che ci farà lì? Domanda stupida, si dice. Deve essere lì per me. Non c’è altro motivo.
    Ed è un buon segno o un cattivo segno? Per farla arrivare fin sotto casa mia deve essere qualcosa di importante, visto che non ci sentiamo da settimane.
    E già pensa a cosa potrebbe dirgli lei, a come potrebbe di nuovo cambiare la sua vita, a come potrebbe travolgerlo e sconvolgerlo ancora una volta. E a quanto ne sarebbe felice, in fondo.
    Ecco, ora sono solo a un passo di distanza. I loro occhi si incrociano, gli sembra di vedere una luce di gioia negli occhi di lei. Il sorriso che le compare sulle labbra le trasforma il viso, la fa ancora più bella. E il cuore di lui batte ancora di più. Tum tum tum. Gli sembra strano che lei non lo senta, tanto batte forte. La distanza è ormai nulla. Un palmo, al massimo due.
    Ora dirà “ciao”, e lui inizierà a non saper cosa rispondere. Ecco, di nuovo penso troppo.
    Ci siamo. È il momento dell’incontro.

    “Buona sera”.

    Saluta le due persone ferme sotto il palazzo. Le uniche due persone, i due segretari del partito che sta proprio accanto al suo portoncino.
    Saluta, ed entra nell’androne del palazzo.
    Anche per oggi il cervello ha lavorato troppo.
    Anche per oggi è meglio andare a dormire.

  • Milan Kundera

    Se la prese con se stesso, ma alla fine si disse che in realtà era del tutto naturale non sapere quel che si voleva.
    Non si può mai sapere che cosa si deve volere perché si vive una vita soltanto e non si può né confrontarla con le proprie vite precedenti, né correggerla nelle vite future.
    Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perché non esiste alcun termine di paragone. L’uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza aver mai provata. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre a uno schizzo. Ma nemmeno “schizzo” è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro.

    Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere

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