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L_Aleph

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Blog / Etichette / Roland Barthes

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  • Nell'amorosa quiete delle tue braccia

    ABBRACCIO Per il soggetto, il gesto dell'abbraccio amoroso sembra realizzare, per un momento, il sogno di unione totale con l'essere amato.

    1. Oltre all'accoppiamento (e al diavolo l'Immaginario), vi è quest'altro abbraccio, che è una stretta immobile: siamo ammaliati, stregati: siamo nel sonno, senza dormire; siamo nella voluttà infantile dell'addormentamento: è il momento delle storie raccontate, della voce che giunge a ipnotizzarmi, a straniarmi, è il ritorno alla madre ("nell'amorosa quiete delle tue braccia", dice una poesia musicata da Duparc). In questo incesto rinnovato, tutto rimane sospeso: il tempo, la legge, la proibizione: niente si esaurisce, niente si desidera: tutti i desideri sono aboliti perchè sembrano essere definitivamente appagati.

    2. Tuttavia, nel mezzo di quest'abbraccio infantile, immancabilmente, il genitale si fa sentire; esso viene a spezzare l'indistinta sensualità dell'abbraccio incestuoso; la logica del desiderio si mette in marcia, riemerge il voler-prendere, l'adulto si sovrappone al bambino e, a questo punto, io sono contemporaneamente due soggetti in uno: io voglio la maternità e la genitalità. (L'innamorato potrebbe definirsi un bambino con il membro eretto: tale era il giovane Eros).

    3. Momento dell'affermazione; per un pò, anche se limitatamente, disordinatamente, qualcosa è andato per il verso giusto: sono stato appagato (tutti i miei desideri aboliti attraverso la pienezza del loro soddisfacimento): l'appagamento esiste, e io lotterò senza tregua per ottenerlo di nuovo: attraverso tutti i meandri della storia amorosa, mi ostinerò a voler ritrovare, rinnovare, la contraddizione - la contrazione - dei due abbracci.

    [Frammenti di un discorso amoroso]

  • Fare una scenata

    Quando due soggetti litigano seguendo uno scambio ordinato di repliche in vista di avere "l'ultima parola", significa che sono già sposati: la scenata è per loro l'esercizio di un diritto, la pratica di un linguaggio di cui sono comproprietari; ciascuno a suo turno, dice la scenata, il che vuol dire: se tocca a te tocca anche a me, la cosa è reciproca.
    Questo è il significato di ciò che si chiama eufemisticamente il "dialogo": non già ascoltarsi l'un l'altro, ma assoggettarsi in comune a un principio egualitario di suddivisione dei beni di parola. I partner sanno che la contesa a cui dànno vita, e che non li separerà, è inconseguente quanto può esserlo un godimento contro natura (la scenata può essere vista come un modo di godere senza correre il rischio di far figli).
    Con la prima scenata, il linguaggio inizia la sua lunga carriera di cosa tormentata e inutile. E' il dialogo (il combattimento tra due attori) che ha corrotto la Tragedia, prima ancora che Socrate comparisse sulla scena. Il monologo viene in tal modo ricacciato ai limiti estremi dell'umanità: nella tragedia arcaica, in certe forme di schizofrenia, nel soliloquio amoroso (se non altro per tutto il tempo che io 'tengo sotto controllo' il mio delirio e non cedo al desiderio di trascinare l'altro in una disputa ordinata di linguaggio).
    E' come se il protoattore, il pazzo e l'innamorato rifiutassero di atteggiarsi a eroi della parola e di asservirsi alla lingua adulta, alla lingua sociale suggerita dalla cattiva Eris: la personificazione dell'universale nevrosi.

  • Amare l' amore

    [...]
    Io desidero il mio desidero, e l' essere amato non è più che il suo accessorio. Mi esalto al pensiero di una così nobile causa, che non tiene nel minimo conto la persona che ho preso a pretesto (questo è almeno quanto mi dico, felice di potermi innalzare sminuendo l' altro): io sacrifico l' immagine all' Immaginario. E se un giorno dovessi decidermi di rinunciare all' altro, il violento lutto che mi colpirebbe sarebbe il lutto dell' Immaginario: era una struttura cara, e io piangerei la perdita dell' amore, non già la perdita di questa o quella persona.
    [...]
    L' altro è dunque annullato dall' amore: da questo annullamento, io ricavo un sicuro vantaggio; non appena sono minacciato da un dolore accidentale (per esempio, un' idea di gelosia), lo riassorbo nella magnificenza e nell' astrazione del sentimento amoroso: mi placo nel desiderare ciò che, non essendoci, non può ferirmi. Tuttavia, subito dopo, soffro vedendo l' altro (che amo) così sminuito, ridotto, e come escluso dal sentimento che lui ha suscitato. Mi sento colpevole e mi rimprovero di volerlo abbandonare. A questo punto, ha luogo un rovesciamento: cerco di disannullarlo, mi obbligo a soffrire nuovamente...

    [FRAMMENTI DI UN DISCORSO AMOROSO]

    Teoria talvolta discutibile, ma per larga parte giusta.. :)