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Il ritratto di Dorian Gray, capitolo undicesimo
CAPITOLO UNDICESIMO
Per molti anni Dorian Gray non riuscì a liberarsi dall'influenza di questo libro. O piuttosto sarebbe più esatto dire che non cercò mai di liberarsene. Se ne procurò da Parigi non meno di nove copie della prima edizione in carta di lusso, e le fece rilegare in diversi colori perché potessero adattarsi ai suoi vari stati d'animo e alle mutevoli fantasie di una natura sulla quale a volte pareva aver perso ogni controllo. Il protagonista, il meraviglioso giovane parigino, nel quale il temperamento romantico e quello scientifico si erano così stranamente fusi, divenne per lui una sorta di suo precursore. E, in realtà, tutto il libro gli pareva contenesse la storia della sua vita, scritta prima che lui l'avesse vissuta.
In un punto, però, egli fu più fortunato del fantastico protagonista del romanzo. Egli non conobbe mai – e davvero non ebbe mai ragione di conoscerlo - quel terrore un pò grottesco per gli specchi, per le superfici di metallo levigato, per l'acqua calma, che aveva colto il giovane parigino fin dalla giovinezza, provocato dall'improvviso decadimento di una bellezza un tempo davvero notevole. E con una gioia quasi crudele – poiché forse in quasi ogni gioia, e certo in ogni piacere, la crudeltà ha il suo posto - era solito leggere l'ultima parte del libro, dove sono narrati in un tono realmente tragico, se pure un pò troppo enfatico, il dolore e la disperazione di un uomo il quale ha perduto egli stesso ciò che più apprezzava negli altri e nella vita.
Infatti la meravigliosa bellezza che aveva tanto affascinato Basil Hallward, e molti altri dopo di lui, pareva che non dovesse lasciarlo mai. Persino coloro che avevano sentito dire le peggiori cose sul suo conto - e di tanto in tanto strane voci sul suo modo di vivere si diffondevano per Londra e diventavano argomento di chiacchiere nei clubs - quando lo vedevano non potevano credere a nulla di disonorevole su di lui. Aveva sempre l'aspetto di una persona che non si è lasciata macchiare dal mondo. Uomini che facevano discorsi osceni, tacevano quando entrava Dorian Gray. Nella purezza del suo viso c'era qualcosa che pareva rimproverarli. Bastava la sua presenza per risvegliare in loro il ricordo dell'innocenza che avevano macchiato. Si domandavano come un essere così affascinante e pieno di grazia avesse potuto sfuggire alla vergogna di un'epoca tanto sordida quanto sensuale.
Spesso, tornando a casa da una di quelle sue assenze misteriose e prolungate che davano origine a così strane congetture tra quelli che erano i suoi amici - o si credevano tali, saliva di soppiatto al piano superiore fino alla stanza chiusa, apriva la porta con la chiave che non lasciava mai e, con lo specchio, si poneva davanti al ritratto di Basil Hallward, guardando ora il volto malvagio e invecchiato sulla tela, ora quello giovane e gentile che gli sorrideva dalla lucida superficie dello specchio.
La violenza del contrasto acuiva il suo piacere. Era sempre più innamorato della sua bellezza e sempre più interessato alla corruzione della sua anima. Esaminava con cura minuziosa, e a volte con una mostruosa terribile soddisfazione, le rughe ripugnanti che marcavano la fronte avvizzita, o avanzavano lentamente intorno alla bocca pesante e sensuale, chiedendosi a volte se fossero più orribili i segni del peccato o quelli dell'età. Poneva le sue mani bianche accanto a quelle ruvide e tumefatte del quadro e sorrideva. Rideva di scherno verso quel corpo sformato e quelle membra indebolite.
C’erano momenti, però, di notte, quando giacendo insonne nella sua camera delicatamente profumata, o nella sordida stanza della piccola taverna malfamata vicino ai Docks, che era solito frequentare travestito e sotto falso nome, c'erano momenti in cui pensava alla rovina in cui aveva precipitato la sua anima con una pietà tanto più cocente in quanto puramente egoistica. Ma simili momenti erano rari. Quella curiosità per la vita che per primo Lord Henry aveva risvegliato in lui mentre erano seduti insieme nel giardino del loro amico sembrava aumentare quanto più veniva soddisfatta. Quanto più sapeva tanto più desiderava sapere. Aveva appetiti folli che quanto più venivano soddisfatti tanto più si facevano ingordi.
Tuttavia non era del tutto libertino, almeno nei suoi rapporti sociali. Una o due volte al mese, durante l'inverno, e ogni mercoledì sera durante la stagione mondana, apriva la sua bella casa e i più celebri musicisti del mondo affascinavano i suoi ospiti con i prodigi della loro arte. Le sue cenette intime, che organizzava sempre assistito da Lord Henry, erano celebri sia per l'accurata scelta degli ospiti e per l'intelligente disposizione dei posti a tavola, che per il gusto squisito mostrato nella decorazione della tavola, con sottili armonie di fiori esotici, di tessuti ricamati, di antico vasellame d'argento e d'oro. Erano molti, in realtà, specialmente tra i giovanissimi quelli che vedevano, o immaginavano di vedere, in Dorian Gray la personificazione di un tipo umano spesso sognato ai tempi di Eton o di Oxford, un tipo che univa in sé qualche cosa della vera cultura dello studioso con tutta la grazia, la distinzione e la perfezione di modi del cittadino del mondo. Dorian Gray appariva loro, uno di quelli che Dante descrisse come quelli che hanno cercato di "rendersi perfetti adorando la bellezza". Come Gautier, era uno di coloro per i quali "il mondo esterno esiste".
E certo per lui la vita stessa era la prima e la maggiore delle arti, quella per cui tutte le altre non erano che un'introduzione. La moda, che per un attimo rende universali le cose più fantastiche, e il dandismo che a suo modo è un tentativo di asserire l'assoluta modernità della bellezza, naturalmente avevano per lui il loro fascino. Il suo modo di vestire, lo stile personalissimo che di tanto in tanto ostentava, avevano una marcata influenza sui giovani raffinati dei balli di Mayfair e delle vetrine dei club di Pall Mall, che lo copiavano in ogni suo gesto e che cercavano di ripetere il fascino casuale delle sue eleganti, anche se per lui non troppo serie, affettazioni.
Infatti, pur accettando con molta prontezza la posizione che gli era stata immediatamente offerta non appena raggiunta la maggiore età, e pur provando, in verità, un sottile piacere all'idea di poter essere per la Londra dei suoi tempi ciò che per la Roma di Nerone era stato l'autore del Satyricon (Petronio [n.d.t.]), tuttavia nell'intimo desiderava essere qualche cosa di più che un semplice arbiter elegantiarum a cui chiedere consigli sul modo di portare un gioiello, di annodare una cravatta, di tenere un bastone. Cercava, invece, di elaborare un nuovo stile di vita, con la sua filosofia ragionata e i suoi principi ordinati, uno stile che nella spiritualizzazione dei sensi trovasse la sua più alta realizzazione.
Il culto dei sensi è stato spesso e molto giustamente, biasimato, poiché gli uomini provano un naturale istinto di terrore verso le sensazioni e le passioni più forti di loro che sanno di dividere con forme di esistenza meno elevate. Ma pareva a Dorian Gray che nessuno avesse mai compreso la vera natura dei propri sensi, e che essi fossero rimasti animaleschi e selvaggi solo perché l'umanità aveva tentato di soggiogarli o di mortificarli attraverso la sofferenza invece di proporsi di farne elementi di nuova spiritualità, la cui caratteristica dominante avrebbe dovuto essere un raffinato istinto del bello. Quando si voltava a guardare il cammino dell'uomo nella storia, un senso di perdita lo ossessionava. A quante cose si era rinunciato! E per un così misero fine! Si erano viste folli rinunce dettate dall'ostinazione, forme mostruose di autopunizione e di abnegazione nate dalla paura e finite in forme di degradazione infinitamente più terribili di tutte quelle presunte degradazioni da cui, nella loro ignoranza, gli uomini avevano cercato di fuggire. La natura, nella sua meravigliosa ironia, spingeva l'anacoreta a nutrirsi insieme agli animali selvaggi del deserto e dava come compagni all'eremita gli animali dei campi.
Sì, come aveva preannunciato Lord Henry, sarebbe sorto un nuovo edonismo che avrebbe ricreato la vita e l'avrebbe salvata dal duro e sgradevole puritanesimo che ai giorni nostri conosce un singolare risveglio. Questo edonismo avrebbe dovuto certamente appoggiarsi all'intelletto ma non avrebbe mai accettato teorie o sistemi implicanti la rinuncia a qualunque esperienza emotiva. Suo scopo infatti avrebbe dovuto essere l'esperienza stessa e non i suoi frutti, dolci o amari che fossero. Avrebbe ignorato sia l'ascetismo che mistifica i sensi, sia la volgare dissolutezza che li assopisce. Avrebbe invece insegnato agli uomini a concentrarsi negli attimi di una vita che è essa stessa solo un attimo.
A pochi di noi non è mai capitato di svegliarsi prima dell'alba, sia dopo una di quelle notti senza sogni che quasi ci fanno innamorare della morte, che dopo una di quelle notti di orrore e di gioia mostruosa quando nelle regioni della mente passano fantasmi più terribili della realtà stessa, fantasmi imbevuti di quella vita ricca di colore che si nasconde nelle cose grottesche e che dà all'arte gotica la sua duratura vitalità, essendo quest'arte, si potrebbe pensare, propria di chi ha avuto la mente turbata dal malanno della reverie. A poco a poco, bianche dita si insinuano attraverso le cortine e paiono tremare. Ombre mute dalle nere forme fantastiche strisciano negli angoli della stanza e vi si acquattano. Fuori, gli uccelli si agitano tra le fronde, si sentono i rumori degli uomini che vanno al lavoro, o i sospiri e i singhiozzi del vento che scende dai monti e si aggira intorno alla casa solitaria come se temesse di svegliare chi dorme e tuttavia costretto a evocare il sonno dalla sua purpurea caverna. I soffici veli di nebbia si sollevano a uno a uno, a gradi le cose riacquistano forma e colore, e noi vediamo l'alba che restituisce al mondo l'antico aspetto. I pallidi specchi riprendono la loro vita di imitazione. I candelabri senza fiamma sono dove li abbiamo lasciati. Accanto, c'è il libro a metà intonso che stavamo studiando o il fiore, sostenuto dal filo di ferro, che portavamo al ballo, la lettera che, per timore, non abbiamo letto o che abbiamo letto troppe volte. Nulla ci appare cambiato. Dalle ombre della notte esce di nuovo la vita che conosciamo. Dobbiamo riprenderla dove l'abbiamo lasciata e a questo punto, pian piano, ci pervade la terribile sensazione di dover continuare a impiegare energia nello stesso monotono circolo di abitudini stereotipate, o anche il desiderio sfrenato che una mattina i nostri occhi si possano aprire su un mondo che nell'oscurità si è rinnovato per il nostro piacere, un mondo dove le cose abbiano nuove forme e colori, siano diverse o abbiano altri segreti, un mondo in cui il passato abbia poca o nessuna importanza, o comunque sopravviva in forme ignare del dovere o del rimpianto: anche il ricordo della gioia, infatti, possiede una sua amarezza e quello del piacere una sua pena.
La creazione di simili mondi pareva a Dorian Gray il vero scopo, o uno dei veri scopi, della vita; e nella sua ricerca di sensazioni a un tempo nuove e piacevoli, provviste di quegli elementi insoliti così essenziali per lo spirito romantico, adottava spesso modi di pensiero che sapeva essere del tutto estranei alla sua natura. Si abbandonava alla loro sottile influenza, e poi, dopo averne per così dire afferrato il colore e dopo aver soddisfatto la sua curiosità intellettuale, li lasciava perdere con quella curiosa indifferenza che non è incompatibile con un temperamento ardente, ma che anzi, secondo alcuni psicologi moderni, spesso ne è una condizione.
Una volta si sparse la voce che stesse per convertirsi al cattolicesimo, e certamente il rito romano aveva sempre avuto per lui un grande fascino. Il sacrificio quotidiano, più terribile di tutti i sacrifici del mondo antico, lo commuoveva sia per il suo superbo rifiuto dell'evidenza dei sensi che per la primitiva semplicità dei suoi elementi e per l'eterno pathos della tragedia umana che vorrebbe rappresentare. Gli piaceva inginocchiarsi sul freddo pavimento di marmo e guardare il sacerdote nei suoi rigidi paramenti fioriti quando scostava lentamente con le bianche mani il velo del tabernacolo o sollevava l'ostensorio tempestato di gemme simile di forma a una lanterna, con quella pallida ostia che a volte si direbbe volentieri sia davvero il panis coelestis, il pane degli angeli; o quando, indossando le vesti della passione di Cristo, spezzava l'ostia nel calice battendosi il petto per i suoi peccati. I turiboli fumanti, agitati nell'aria come grandi fiori dorati da ragazzi severi vestiti di pizzi e porpora, avevano su di lui un sottile fascino. Mentre usciva era solito guardare con un senso di meraviglia i confessionali bui e sedeva a lungo nell'ombra profonda ascoltando uomini e donne che sussurravano attraverso la grata consunta la storia vera della loro vita.
Ma non commise mai l'errore di arrestare il suo sviluppo intellettuale accettando formalmente un credo o un sistema, o di confondere con la casa dove si vive una locanda adatta solo per il sonno di una notte o per le poche ore di una notte senza stelle in cui la luna si mostra a fatica. Il misticismo, con il suo meraviglioso potere di renderci insolite le cose banali, e il sottile antinomismo che pare accompagnarlo sempre, lo interessarono per un breve periodo; per un altrettanto breve periodo si dedicò alle dottrine del movimento darwinista tedesco, e provò un singolare piacere nel far risalire i pensieri e le passioni degli uomini a qualche perlacea cellula cerebrale, o a qualche bianco nervo del corpo, divertendosi all'idea dell'assoluta dipendenza dello spirito da determinate condizioni fisiche, sane o malate, normali o morbose. Tuttavia, come già si è detto, nessuna teoria della vita gli pareva avere qualche importanza se paragonata alla vita stessa. Era acutamente consapevole di quanto sia sterile ogni speculazione intellettuale quando è separata dall'azione e dall'esperienza. Sapeva che i sensi non meno dell'anima hanno i loro misteri spirituali da rivelare.
Per questo volle studiare i profumi e i segreti della loro fabbricazione distillando olii odorosi e bruciando resine profumate provenienti dall'Oriente. Era persuaso che non v’è stato della mente che non abbia il suo corrispondente nella vita sensuale, e si adoperava per scoprire i loro rapporti reali, studiando per quale ragione l'incenso rende mistici, perché l'ambra grigia eccita le passioni, le violette evocano il ricordo di spente passioni, il muschio turba l'intelletto e la magnolia colora l'immaginazione; e spesso cercava di elaborare un’intera psicologia dei profumi e di valutare le varie influenze delle radici dall'aroma dolce e dei fiori ricchi di polline profumato, dei balsami aromatici, dei legni scuri e fragranti, dello spicanardo nauseante, dell'ovenia che fa impazzire, dell'aloe che, dicono, scaccia la malinconia dall'anima.
In un altro periodo si dedicò totalmente alla musica, e in una lunga stanza dalle finestre inferriate con il soffitto rosso e oro e pareti di lacca verde oliva, era solito tenere strani concerti, in cui zingari appassionati strappavano musiche selvagge da piccole cetre, o gravi tunisini dai gialli barracani pizzicavano le corde di enormi liuti, mentre negri sorridenti battevano con monotonia su tamburi di rame e, rannicchiati su tappeti scarlatti, sottili indiani in turbante soffiavano in lunghi pifferi di canna o di ottone e incantavano, o fingevano di incantare, grandi serpenti dal cappuccio e orribili vipere cornute. I tempi discordanti e le acute dissonanze della musica primitiva a volte lo commuovevano, quando ormai la grazia di Schubert, la bella malinconia di Chopin e le possenti armonie dello stesso Beethoven non ridestavano più il suo interesse. Raccolse da tutte le parti del mondo i più strani strumenti che era possibile trovare sia nelle tombe di popoli scomparsi, che tra le poche tribù selvagge sopravvissute al contatto con la civiltà occidentale, e amava toccarli e provarli. Possedeva il misterioso juruparis degli indios del Rio Negro, che le donne non devono mai vedere, e sul quale nemmeno i giovani possono posare lo sguardo se non dopo una prova di digiuno e di flagellazione, le giare di terracotta degli indiani che hanno un suono acuto come grida di uccelli; flauti di ossa umane come quelli che Alfonso de Ovalle udì in Cile, i sonori diaspri verdi che si trovano nella zona di Cuzco e che emettono note di singolare dolcezza. Aveva zucche dipinte, piene di sassolini che crepitavano quando erano scosse; il lungo clarino messicano nel quale l'aria non viene soffiata ma aspirata dal suonatore; l'aspro ture delle tribù amazzoniche suonato dalle sentinelle che siedono tutto il giorno su alti alberi e che si dice possa essere udito alla distanza di tre leghe; il teponaztli che ha due linguette vibranti di legno e viene percosso con bastoncini ricoperti da una gomma elastica tratta dalla linfa lattiginosa delle piante; le campane yotl degli Aztechi, che sono appese in grappoli come l'uva; e un enorme tamburo cilindrico, coperto dalla pelle di grossi serpenti, simile a quello che Bernard Diaz vide quando andò con Cortés nel tempio messicano e del cui suono pieno di tristezza ci lasciò una così vivida descrizione. Il carattere fantastico di questi strumenti lo affascinava e provava uno strano piacere al pensiero che l'arte, come la natura, ha i suoi mostri, cose di forma bestiale e dalle orribili voci. Però dopo qualche tempo se ne stancava, e, andava a sedere nel suo palco all'Opera, solo o in compagnia di Lord Henry, ascoltava con gioia rapita il Tannhäuser, ritrovando nel preludio di questa grande opera d'arte la rappresentazione della tragedia della sua anima.
In un certo periodo si dedicò allo studio dei gioielli e apparve a un ballo nel costume di Anne de Joyeuse, ammiraglia di Francia, con un abito coperto di cinquecentosessanta perle. Questa passione lo dominò per anni interi, e in verità bisogna dire che non lo abbandonò mai. Spesso trascorreva l'intera giornata ordinando e riordinando nei loro astucci le varie pietre della sua collezione, come il crisoberillo verde oliva che diviene rosso sotto la luce artificiale, il cimofano colle sue linee simili a fili d'argento, il crisolito color pistacchio, i topazi rosa o ambrati come il vino, i carbonchi dall'intenso colore scarlatto e dalle tremule stelle a quattro raggi, granati rossi, spinelle viola o arancione, e ametiste con i loro strati alternati di rubino e zaffiro. Amava l'oro rosso dell'arenaria, la bianchezza perlacea della pietra lunare, e l’iride spezzata del lattiginoso opale. Si procurò da Amsterdam tre smeraldi di dimensioni straordinarie e di colore intensissimo e si procurò una turchese de la vieille roche, che tutti gli intenditori gli invidiavano.
Sui gioielli scoprì anche storie meravigliose. Nella Clericalis Disciplina di Alfonso si menzionava un serpente dagli occhi di vero giacinto, e nell'avventurosa storia di Alessandro, si diceva che il conquistatore di Ematea, avesse trovato nella valle del Giordano serpenti "con collane di autentici smeraldi che crescevano loro sul dorso". Nel cervello di un drago, riferisce Filostrato, c’era una gemma, e "mostrandogli lettere d'oro e una tunica scarlatta" il mostro poteva essere gettato in un sonno magico, ed essere ucciso. Secondo il grande alchimista Pierre de Boniface, il diamante può rendere l’uomo invisibile e l'agata indiana eloquente. La corniola calma la collera, il giacinto provoca il sonno e l'ametista dissipa i fumi del vino. Il granato tiene lontano i demoni e l'opale toglie alla luna il suo colore. La selenite cresce o diminuisce a seconda della luna e il meloceo che serve a scoprire i ladri, può essere macchiato solo dal sangue di capretto. Leonardo Camillus aveva visto una pietra bianca tolta dal cervello di un rospo appena ucciso, che era un efficace antidoto contro i veleni. Il belzuar, che fu scoperto nel cuore del cervo arabo, era un amuleto contro la peste. Nei nidi degli uccelli Arabi si trova l'aspilate, che, secondo Democrito, salva chi lo porta dai pericoli del fuoco.
Il re di Ceylon cavalcò per la sua città con un grosso rubino in mano, durante la cerimonia della sua incoronazione. Le porte del palazzo di Giovanni il Prete erano "fatti di sardio, intarsiato dei sonagli dell'aspide cornuta, onde nessuno potesse entrare portando veleni". Sul frontone c'erano "due mele d'oro, nelle quali erano incastonati due carbonchi", in modo che l’oro brillasse di giorno e il carbonchio di notte. Nello strano romanzo di Lodge Una perla d’America, si afferma che nella stanza della regina si potevano osservare "tutte le caste donne del mondo, cesellate in argento, in atto di guardarsi dentro a lisci specchi di crisolite, carbonchi, zaffiri e smeraldi verdi". Marco Polo aveva visto gli abitanti del Zipango mettere perle rosa nella bocca dei morti. Un mostro marino si innamorò di una perla che un pescatore portò al re Perozes, uccise il ladro, e pianse per sette lune la perdita della sua amata. Quando gli Unni attirarono il re nella grande fossa - è Procopio che lo racconta - egli la gettò via e non fu mai ritrovata sebbene l'imperatore Anastasio avesse offerto per possederla cinquecento libbre di monete d'oro. Il re di Malabar aveva mostrato a un veneziano un rosario di trecentoquattro perle, una per ognuno degli dei che adorava.
Quando il duca Valentino, figlio di Alessandro VI, fece visita a Luigi XII di Francia, montava, secondo Brantôme, un cavallo coperto di piastre d'oro e portava un cappello ornato da un doppio giro di rubini che emettevano intensi bagliori. Carlo d'Inghilterra cavalcava con staffe sospese a cinghie ornate da quattrocentoventun diamanti. Riccardo II aveva un mantello coperto di rubini valutato trentamila marchi. Hall descrive Enrico VIII mentre si reca alla Torre di Londra prima dell'incoronazione, "con un farsetto a ricami d'oro, la piastra pettorale ricamata con diamanti e altre pietre preziose e intorno al collo una grande gorgera tempestata di enormi rubini". I favoriti di Giacomo I portavano orecchini di smeraldi avvolti in filigrana d'oro. Edoardo II regalò a Piers Gaveston un'armatura di oro rosso tempestata di giacinti, un collare di rose d'oro con turchesi e un elmo parseme di perle. Enrico II portava guanti ingioiellati lunghi fino al gomito e aveva un guanto da falcone ornato con dodici rubini e cinquantadue grosse perle orientali. Il cappello ducale di Carlo il Temerario, l’ultimo duca di Borgogna della sua casata, era ornato di perle a goccia e di borchie di zaffiri.
Com'era raffinata la vita d'un tempo! Com'erano fastosi la sua pompa e i suoi ornamenti! Il lusso dei morti era, solo a leggersi, meraviglioso!
Poi rivolse l'attenzione ai ricami e agli arazzi che, nelle gelide stanze delle regioni nordiche, sostituiscono gli affreschi. Mentre si dedicava a questo studio - ebbe sempre la straordinaria capacità di lasciarsi completamente assorbire dalla cosa che lo interessava in quel momento, qualunque fosse - provò un'infinita tristezza al pensiero della rovina che il tempo infliggeva alle cose belle e meravigliose. A questa rovina, comunque, lui era sfuggito.
Le estati si susseguivano, le gialle giunchiglie fiorivano e morivano, notti d'orrore ripetevano la storia della loro vergogna, ma Dorian Gray non subiva nessun cambiamento. L'inverno non deformava il suo volto, né segnava il suo incarnato fresco come un fiore. Com'era diversa la sorte delle cose materiali! Dov'erano andate? Dov'era la grande veste color del croco, per la quale gli dei avevano combattuto contro i giganti, che brune fanciulle avevano tessuto per il piacere di Atena? Dov'era l'immenso velario che Nerone aveva disteso sopra il Colosseo a Roma, quella titanica vela di porpora sulla quale era raffigurato il cielo stellato e Apollo che conduceva un carro tirato da bianchi cavalli dai finimenti d'oro? Avrebbe desiderato vedere le singolari tovaglie tessute per il Sacerdote del Sole, sulle quali erano esposti i piatti e le leccornie più squisiti che si potessero desiderare a una festa; il sudario del re Chilperico, con le sue trecento api d'oro; le vesti fantastiche che avevano suscitato l'indignazione del vescovo del Ponto e che portavano figure di "leoni, pantere, orsi, cani, foreste, rocce, cacciatori: tutto ciò che in realtà un pittore può copiare dalla natura"; il mantello indossato una volta da Carlo d'Orléans, sulle cui maniche erano ricamati i versi di una canzone che cominciava con "Madame, je suis tout joyeux" mentre il pentagramma dell'accompagnamento musicale era lavorato in filo d'oro e ogni nota, di forma quadrata come allora si usava, era composta da quattro perle. Aveva letto della stanza nel palazzo di Reims preparata per la regina Giovanna di Borgogna, decorata con "milletrecentoventun pappagalli ricamati, recanti il blasone del re, e cinquecentosessantun farfalle dalle ali parimenti adorne del blasone della regina, il tutto lavorato in oro". Caterina de' Medici si era fatta fare una coltre da lutto di velluto nero cosparso di mezzelune e di soli. Le cortine dei baldacchino di damasco erano ornate di ghirlande e intrecci di foglie su fondo oro e argento, e i bordi frangiati di ricami di perle; il letto era in una stanza dalle pareti tappezzate da una fila di stemmi della regina fatte con appliques di velluto nero su tessuto d'argento. Luigi XIV aveva nel suo appartamento delle cariatidi ricamate in oro alte cinque metri. Il letto da cerimonia di Sobieski, re di Polonia, era di broccato d'oro di Smirne sul quale, con turchesi, erano ricamati versetti del Corano. I sostegni d'argento dorato erano meravigliosamente cesellati e adorni di medaglioni di smalto e pietre preziose. Era stato catturato nel campo turco davanti a Vienna e, sotto i tremuli bagliori d'oro del baldacchino, era stato innalzato lo stendardo di Maometto.
E così, per tutto un anno, cercò di accumulare i più squisiti esemplari di tessuti e ricami che poté trovare: delicate mussole di Delhi finemente intessute di palme dalle foglie d'oro e trapunte con ali iridescenti di scarabei; i veli di Dacca che per la loro trasparenza sono noti in Oriente con il nome di "aria tessuta", e "acqua corrente", e "rugiada della sera"; strani tessuti a figure di Giava; ricche tende gialle cinesi; libri rilegati in raso fulvo o in seta azzurro pallido, ricamate con fleurs de lys, uccelli, immagini, veli di lacis lavorati a punto ungherese; broccati siciliani e rigidi velluti spagnoli; tessuti georgiani ricamati con monete d'oro, e Foukousas giapponesi dalle sfumature color verde oro e dagli uccelli riccamente piumati.
Ebbe anche una particolare passione per i paramenti sacerdotali, passione che aveva, d’altra parte, per tutto ciò che si riferiva al servizio chiesastico. Nelle lunghe cassapanche di cedro, allineate nella galleria settentrionale della sua casa, aveva riposto rari e splendidi esemplari di quello che in realtà è l'abbigliamento della sposa di Cristo, obbligata a indossare porpora, gioielli e lini raffinati per nascondere il corpo pallido e macerato, consunto dalle sofferenze volute e ferito dal volontario martirio. Possedeva una lussuosa cappa di seta cremisi e di damasco intessuto d'oro, con un disegno ripetuto di melograni d'oro tra fiori stilizzati a sei petali e, sui due lati, un motivo di ananas in grani di perla. Il tessuto d’oro era diviso in pannelli che rappresentavano scene della vita della Vergine, e l’incoronazione della Vergine era raffigurata sul cappuccio con ricami di seta colorata. Era un’opera italiana del XV secolo. Un’altro cappa era di velluto verde, ricamato con gruppi di fiori d'acanto a forma di cuore, da cui spuntavano bianchi fiori dal lungo stelo, resi a rilievo con filo d'argento e pietre colorate. Il fermaglio portava una testa di serafino di filigrana d'oro in rilievo. I ricami erano tessuti in seta rossa e oro, abbellita da vari medaglioni di santi e martiri tra i quali San Sebastiano. Aveva anche pianete di seta color dell'ambra, di seta azzurra e broccato d'oro, di seta gialla damascata e intessuta d'oro con scene della passione e della crocifissione di Cristo, ricamate con leoni e pavoni e altri emblemi; dalmatiche di seta bianca e di seta rossa di Damasco, decorata con tulipani e delfini e fleurs de lys; paliotti d'altare di velluto cremisi e di lino blu; e corporali e veli di calice e sudari. C'era qualcosa, nei mistici uffici in cui questi oggetti venivano impiegati, che gli faceva correre la fantasia.
Questi tesori, infatti, così come tutte le cose che raccoglieva nella sua bella casa, gli servivano per dimenticare, gli davano la possibilità di sfuggire per un certo periodo alla paura che, a volte, gli sembrava insopportabile. Sulla parete della chiusa stanza solitaria in cui aveva trascorso tanta parte della sua infanzia, aveva appeso con le proprie mani il terribile ritratto le cui mutevoli fattezze gli mostravano la vera degenerazione della sua vita, e sul quale aveva drappeggiato come un sipario il manto porpora e oro. Per settimane intere non entrava in quella camera, dimenticava l'orrenda cosa dipinta e ritrovava la serenità, la sua meravigliosa gaiezza, la sua dedizione appassionata al puro fatto di esistere. Poi, improvvisamente, una notte usciva di casa, si recava in posti orribili dalle parti di Blue Gate Fields e restava là giorni e giorni finché ne veniva scacciato. Al ritorno, sedeva di fronte al ritratto a volte provando un profondo schifo per il quadro e per se stesso, ma altre volte colmo di quell'orgoglio individualistico che dà al peccato metà del suo fascino e sorrideva, segretamente compiaciuto, all'ombra deforme costretta a portare un peso che avrebbe dovuto essere suo.
Dopo qualche anno, non riusciva a restare per molto tempo lontano dall'Inghilterra. Aveva ceduto la villa di Trouville che divideva con Lord Henry e la piccola casa di Algeri dalle bianche mura dove aveva trascorso più di un inverno. Odiava separarsi dal quadro che aveva una parte così importante nella sua vita e inoltre temeva che, durante la sua assenza, qualcuno potesse entrare nella stanza nonostante il complicato sistema di catenacci che aveva fatto mettere alla porta.
Sapeva benissimo che questo non significava nulla. Certo, il ritratto conservava ancora, sotto la perfida bruttezza del volto, una marcata somiglianza con lui, ma questo che cosa avrebbe potuto suggerire? Avrebbe riso di chiunque cercasse di accusarlo. Non l'aveva dipinto lui. Per quanto potesse essere ignobile e vergognoso, che rapporto aveva con lui? Chi gli avrebbe creduto anche se gli avesse rivelato il suo segreto?
Tuttavia aveva paura. Talvolta quando si trovava nella sua grande casa del Nottinghamshire, in compagnia dei giovani eleganti del suo ceto che solitamente frequentava, stupendo la contea con il lusso sfrenato e con il fastoso splendore del suo stile di vita, abbandonava improvvisamente gli ospiti e ritornava in gran fretta in città per assicurarsi che la porta non fosse stata forzata e che il quadro fosse sempre al suo posto. Che cosa sarebbe successo se lo avessero rubato? La sola idea lo agghiacciava. Senza dubbio tutti avrebbero conosciuto il suo segreto. Forse già lo sospettavano.
Infatti, anche se affascinava molta gente, non pochi diffidavano di lui. Per poco non era stata respinta la sua candidatura a un club del West End cui per nascita e posizione sociale avrebbe avuto pieno diritto di appartenere, e si diceva che una volta, mentre un amico lo accompagnava nella sala del Churchill, il duca di Berwich e un altro gentiluomo si erano ostentatamente alzati ed erano usciti. Dopo il suo venticinquesimo compleanno, strane storie cominciarono a diffondersi sul suo conto. Correva la voce che lo avessero visto azzuffarsi con dei marinai stranieri in un'infima bettola nella zona più lontana di Whitechapel, che frequentasse ladri e falsari e conoscesse i misteri dei loro traffici. Le sue strane assenze divennero di dominio pubblico e quando riappariva in società, la gente sussurrava negli angoli, gli passava accanto con un sorriso di scherno, oppure lo fissavano con un freddo sguardo indagatore come se fossero decisi a scoprire il suo segreto.
Naturalmente lui non si curava di queste insolenze e di questi tentativi di provocazione e, nell'opinione dei più, i suoi modi franchi e privi di affettazione, il fascino del suo sorriso fanciullesco e la grazia infinita di quella meravigliosa gioventù che sembrava non lasciarlo mai, erano di per se stessi una risposta sufficiente alle calunnie - perché tali le ritenevano - che circolavano sul suo conto. Fu notato comunque che alcuni di coloro che erano stati in grande intimità con lui, dopo qualche tempo sembravano evitarlo. Si vedevano donne che lo avevano adorato alla follia e che per lui avevano sfidato ogni censura sociale e messo da parte tutte le convenzioni, impallidire di vergogna o di orrore quando Dorian Gray
appariva.
Tuttavia, questi scandali di cui si sussurrava, agli occhi di
molti non facevano che aumentare il suo singolare e pericoloso fascino. La sua grande ricchezza era un elemento rassicurante. La società, quella civilizzata almeno, non crede mai troppo facilmente a ciò che potrebbe danneggiare chi è ricco e affascinante. Sente istintivamente che l'educazione è più importante della morale e, nella sua opinione, la più specchiata rispettabilità vale molto meno del fatto di avere un buon chef. E, alla fine dei conti, è una molto magra consolazione venire a sapere che chi ci ha fatto servire un pessimo pranzo o un vino scadente, è irreprensibile nella vita privata. Nemmeno le virtù cardinali possono far perdonare delle entrées troppo fredde, come fece notare una volta Lord Henry, durante una discussione sull'argomento; e probabilmente vi sono molte cose da dire a favore di questa tesi. I canoni della buona società, infatti, sono, o dovrebbero essere, gli stessi dell'arte: per essi la forma è assolutamente essenziale. Dovrebbero avere la dignità di una cerimonia e, insieme, la sua irrealtà, dovrebbero unire l'ipocrisia delle commedie romantiche allo spirito e alla bellezza che ce le rendono piacevoli. È davvero così terribile l'insincerità? Io non credo: è semplicemente un metodo che ci permette di moltiplicare la nostra personalità.
Questa, almeno, era l'opinione di Dorian Gray. Era solito meravigliarsi della psicologia superficiale di coloro che ritengono che l'Io dell'uomo sia una cosa semplice, stabile, sicura e dotata di una sola essenza. Secondo lui, l'uomo era un essere con miriadi di vite e miriadi di sensazioni, era una creatura multiforme e complessa che portava in sé strane eredità di pensiero e di passione, una creatura la cui carne era corrotta dalle mostruose malattie della morte. Gli piaceva aggirarsi nella cupa e fredda galleria della sua casa di campagna e osservare i ritratti di coloro il cui sangue gli fluiva nelle vene.
Ecco Philip Herbert, descritto da Francis Osborne nelle sue Memorie dei Regni della Regina Elisabetta e del re Giovanni, come un uomo "benvoluto a corte per il bel volto, che non gli tenne a lungo compagnia". Forse il giovane Herbert aveva condotto la vita che a volte lui stesso conduceva? Forse qualche strano germe velenoso era passato di corpo in corpo finché era giunto nel suo? Era forse il fievole senso di quella bellezza distrutta che, così improvvisamente e quasi senza motivo, nello studio di Basil Hallward lo aveva spinto a quella folle preghiera che aveva cambiato radicalmente la sua vita?
Ecco, con il giustacuore rosso ricamato in oro, il mantello ingioiellato, il colletto e i polsini orlati d'oro, Sir Anthony Sherard con l'armatura lucente e brunita ai suoi piedi. Qual era l'eredità che gli aveva lasciato? Forse l'amante di Giovanna di Napoli gli aveva trasmesso un'eredità di vergogna e di peccato? Le sue azioni erano forse sogni che quegli uomini defunti non avevano avuto il coraggio di attuare? E qui, dalla tela sbiadita, sorrideva Lady Elizabeth Devereux, nel velo di mussola, con il corsetto ricamato di perle e le maniche rosa a spacchi verticali. Nella destra teneva un fiore e nella sinistra un collare smaltato di rose bianche e damascate. Accanto, su un minuscolo tavolo, erano posati un mandolino e una mela. Sulle scarpine appuntite c'erano grosse rosette. Conosceva la sua vita e le strane storie che si raccontavano sui suoi amanti: aveva in sé qualche cosa del suo temperamento? Quegli occhi a mandorla dalle palpebre pesanti parevano fissarlo curiosi. E che dire di George Willoughby, con quei suoi capelli incipriati e i nèi bizzarri? Che aria perversa! Il volto era scuro e mesto, le labbra sensuali parevano piegarsi in una smorfia sprezzante. Delicati merletti cadevano sulle sue mani gialle e sottili, sovraccariche di anelli. Era stato una delle persone più eleganti del diciottesimo secolo e, in gioventù, l'amico di Lord Ferrars. Che dire poi del secondo Lord Beckenham, compagno del Principe Reggente durante il suo periodo più sfrenato, nonché uno dei testimoni al suo matrimonio con la signora Fitzherbert? Com'era bello e altero con quei riccioli castani e la posa insolente! Quali passioni gli aveva trasmesso? Il mondo lo aveva considerato infame perché aveva diretto le orge di Carlton House. Sul petto gli scintillava la stella della Giarrettiera. Accanto al suo, era appeso il ritratto della moglie, una donna pallida dalle labbra sottili, vestita di nero. Anche il sangue di lei gli scorreva nelle vene.
Come era strano! E sua madre, con quel suo viso da Lady Hamilton e le labbra umide e rosse color del vino – egli sapeva bene che cosa ne aveva ereditato… Aveva preso da lei: la bellezza e l'amore per la bellezza degli altri. Gli sorrideva nel suo abito da baccante. Aveva foglie di vite nei capelli e vino purpureo cadeva dalla coppa che teneva in mano. La sua carnagione avevano perso il colore, ma gli occhi erano ancora stupendi nella loro profondità e lucentezza. Sembravano seguirlo dovunque andasse.
Ma si possono anche avere antenati nella letteratura, come nella propria stirpe, antenati forse ancor più vicini nel tipo e nel temperamento e, certo, con influenze di cui siamo più profondamente consapevoli. A volte sembrava a Dorian Gray che tutta la storia fosse solo un racconto della sua vita, non come l'aveva vissuta in realtà, ma come l'aveva creata nella sua fantasia, come si era svolta nella sua mente e nelle sue passioni. Sentiva di averli conosciuti tutti, quei singolari terribili personaggi che erano passati sulla scena del mondo e avevano commesso peccati così meravigliosi e così sottili malvagità. Gli sembrava che, in qualche modo misterioso, la loro vita fosse stata la sua.
Anche l'eroe del meraviglioso racconto che aveva tanto influenzato la sua vita aveva avuto la stessa fantasticheria. Nel settimo capitolo raccontava di quando, incoronato di alloro perché il fulmine non potesse colpirlo, si era seduto come Tiberio in un giardino di Capri a leggere i libri lascivi di Elefantide, mentre nani e pavoni gli si aggiravano intorno pieni di sussiego e il suonatore di flauto derideva il ragazzo che agitava l'incensiere. Come Caligola aveva gozzovigliato nelle scuderie con i fantini in tunica verde e aveva preso il cibo nella mangiatoia d'avorio insieme al cavallo che aveva la fronte cinta di gioielli. Come Domiziano si era aggirato in un corridoio rivestito di specchi di marmo, guardandosi intorno con occhi stravolti alla ricerca del riflesso della spada che avrebbe posto fine ai suoi giorni, malato di quella noia, di quel terribile taedium vitae, che assale coloro a cui la vita non rifiuta nulla. Aveva guardato, attraverso un limpido smeraldo, i rossi massacri del circo e poi, su di una lettiga di porpora e perle, tirata da mule dai ferri d'argento, si era fatto portare attraverso la via dei Melograni verso la Domus Aurea, mentre il popolo gridava “Cesare, Nerone”al suo passaggio, e come Eliogabalo, si era dipinto il viso, e filato la conocchia tra le donne, e recato da Cartagine la Luna per unirla in mistico sposalizio al Sole.
Dorian Gray era solito leggere e rileggere di continuo questo fantastico capitolo e i due immediatamente successivi, in cui come in arazzi singolari o in smalti abilmente lavorati, erano raffigurate le forme orrende e bellissime di coloro che il Vizio, il Sangue e la Noia avevano reso mostruosi o folli: Filippo, duca di Milano, che assassinò la moglie e le dipinse le labbra con veleno scarlatto perché l'amante suggesse la morte dando l'ultimo bacio alla morta; Pietro Barbi, veneziano, conosciuto con il nome di Paolo Secondo, che spinse la sua vanità fino ad assumere il titolo di “formosus” e la cui tiara valutata duecentomila fiorini, fu comprata al prezzo di una terribile colpa; Gian Maria Visconti, che usava i segugi per cacciare l'uomo, e il cui corpo assassinato fu ricoperto di rose da una prostituta che lo aveva amato; il Borgia, sul suo cavallo bianco, seguito dal fratricidio e macchiato il mantello del sangue di Perotto; Pietro Riario, il giovane cardinale arcivescovo di Firenze, figlio favorito di Sisto IV, la cui bellezza era eguagliata solo dalla sua lussuria, che ricevette Eleonora d'Aragona in un padiglione di seta bianca e cremisi, pieno di ninfe e centauri, e che rivestì d’oro un fanciullo perché servisse ad un banchetto da Ganimede o da Hylas; Ezzelino, la cui malinconia era alleviata solo dallo spettacolo della morte, e che amava il rosso sangue, come altri amavano il rosso vino - il figlio del diavolo, come si diceva, che aveva frodato suo padre ai dadi, giocando con lui l'anima sua; Giambattista Cybo, che prese per beffa il nome di Innocenzo e nelle cui torpide vene un medico ebreo trasfuse il sangue di tre giovinetti; Sigismondo Malatesta, l’amante di Isotta, e il signore di Rimini, che venne bruciato in effigie a Roma perché nemico di Dio e dell'uomo, che strangolò Polissena con un tovagliolo, offrì il veleno a Ginevra d'Este in una coppa di smeraldo e, in onore di una vergognosa passione, costruì un tempio pagano per il culto cristiano; Carlo VI, che aveva così follemente adorato la moglie di suo fratello che la lebbra lo aveva salvato dalla pazzia che stava per invaderlo e che, quando il cervello fu colto dalla malattia e cominciò a sragionare, si calmava solo vedendo le carte saracene su cui erano dipinte le immagini di Amore, Morte e Pazzia; e, - nel farsetto attillato, il berretto ornato di gemme, i riccioli come foglie di acanto - Grifonetto Baglioni, che uccise Astorre insieme alla sposa e Simonetto col suo paggio, un giovane di tale bellezza che, quando giacque morente sulla gialla piazza di Perugia, coloro che lo odiavano non poterono impedirsi di piangere, e Atalanta, che lo aveva maledetto, lo benedisse.
C'era un fascino orribile in tutti questi personaggi. Li vedeva di notte e gli turbavano l'immaginazione durante il giorno. Il Rinascimento conosceva strani sistemi di avvelenamento – avvelenamenti per mezzo di un elmo o e di una torcia accesa, di un guanto ricamato e di un ventaglio ingemmato, di un porta profumi d'oro e di una collana d'ambra. Dorian Gray era stato avvelenato da un libro. In certi momenti egli considerava il male semplicemente come un mezzo per realizzare la sua concezione della bellezza. -
Il ritratto di Dorian Gray, capitolo decimo
CAPITOLO DECIMO
Quando il domestico entrò, lo osservò attentamente, per scoprire se mai gli fosse venuto in mente di guardare dietro il paravento. L'uomo attendeva i suoi ordini assolutamente impassibile. Dorian accese una sigaretta, si avvicinò allo specchio e guardò. Vedeva alla perfezione il riflesso del viso di Victor: era una maschera tranquilla di servilismo. Da quella parte, dunque, non c’era nulla da temere. Tuttavia, pensò, che era meglio stare in guardia.
Parlando molto lentamente gli ordinò di riferire alla governante che desiderava vederla, e poi di andare dal corniciaio per pregarlo di mandare subito due dei suoi uomini. Gli sembrò che il cameriere allontanandosi muovesse lo sguardo in direzione del paravento. Ma forse era solo la sua immaginazione. Dopo qualche minuto, entrò frettolosamente nella biblioteca la signora Leaf, con il suo vestito di seta nero e i vecchi mezzi guanti di filo sulle mani rugose. Le domandò di dargli la chiave della camera in cui studiava quando era studente.
"Il vecchio studio, signor Dorian?" esclamò. "Ma sarà pieno di polvere. Devo farlo pulire e mettere in ordine prima che lei vi entri. Non è assolutamente presentabile, signore. Proprio no, davvero."
"Non ho bisogno che lo mettiate in ordine, signora Leaf. Voglio solo la chiave".
"Bene, signore, ma si coprirà tutto di ragnatele quando entrerà. È chiuso da quasi cinque anni, da quando morì sua Signoria".
Egli trasalì al nome di suo nonno. Ne aveva un ricordo odioso.
"Non importa", rispose. "Voglio soltanto dare un'occhiata al locale, nient'altro. Mi dia la chiave".
"Ecco la chiave, signore", disse la vecchia donna, cercando nel suo mazzo di chiavi con mani incerte e tremanti. "Eccola. La tolgo subito dal mazzo. Ma non penserà poi di andare a vivere lassù, signore? Sta così bene qui".
"No, no", esclamò lui irritato. "Grazie signora Leaf. Basta così".
La donna indugiò ancora un poco diffondendosi su alcuni particolari dell'andamento di casa. Dorian sospirò e le disse di fare come meglio credeva. La donna lasciò la stanza tutta sorrisi.
Quando la porta fu chiusa, Dorian si mise la chiave in tasca, e guardò in giro per la stanza. Lo sguardo gli cadde su un grande drappo di seta rossa, dai ricchi ricami in oro, uno splendido lavoro del tardo settecento veneziano che il nonno aveva trovato in un convento vicino a Bologna. Sì, l'avrebbe usato per coprire quell'orribile cosa. Forse era stato impiegato spesso come drappo funebre, adesso avrebbe nascosto qualche cosa che aveva una sua corruzione peggiore della corruzione della morte stessa: qualche cosa che avrebbe nutrito orrori e tuttavia non sarebbe mai morta. Quello che i vermi sono per i cadaveri, lo sarebbero stati i suoi peccati per l'immagine dipinta sulla tela. Avrebbero sfigurato la sua bellezza, rosicchiato la sua grazia. L'avrebbero contaminata e resa disgustosa. E tuttavia quell’oggetto avrebbe continuato a vivere. Sarebbe sempre stato vivo.
Rabbrividì e per un attimo rimpianse di non aver rivelato a Basil il vero motivo per cui desiderava nascondere il ritratto. Basil lo avrebbe aiutato a resistere all'influenza di Lord Henry, e a quella ancor più dannosa che gli veniva dal suo stesso carattere. L'amore che gli portava - poiché proprio di amore si trattava - non aveva nulla in sé che non fosse nobile e intellettuale. Non era l’ammirazione esclusivamente fisica per la bellezza, ammirazione che nasce dai sensi e muore quando i sensi sono stanchi. Era quell'amore che avevano conosciuto Michelangelo e Montaigne e Winckelmann e Shakespeare stesso. Sì, Basil avrebbe potuto salvarlo. Ma ormai era troppo tardi. Si può sempre annullare il passato. Ciò poteva avvenire per opera del rimpianto, del rifiuto o dell'oblìo. Ma il futuro è inevitabile. Esistevano in lui passioni che avrebbero trovato il loro terribile sfogo, sogni che avrebbero realizzato il fantasma della loro malvagità.
Prese dal divano il grande tessuto di porpora e d’oro che lo copriva, e tenendolo in mano, passò dietro il paravento. Il volto sulla tela era diventato ancora più abbietto? Gli parve che non fosse cambiato; e tuttavia provava un disgusto ancora più intenso. I capelli d'oro, gli occhi azzurri, le labbra vermiglie: c'erano ancora. Soltanto l'espressione era alterata, orribile nella sua crudeltà. Come erano stati superficiali i rimproveri di Basil per Sibyl Vane, di fronte alla censura e al biasimo che vedeva nel quadro! Quanto lievi e di poco conto! Dalla tela, la sua stessa anima lo fissava e lo chiamava a giudizio. Un'espressione di sofferenza gli passò in viso; gettò il ricco drappo sul ritratto. Proprio in quell'attimo bussarono alla porta. Si allontanò dal quadro mentre il domestico entrava.
"Ci sono gli operai, Monsieur".
Sentì che doveva sbarazzarsi subito di quell'uomo. Non doveva permettergli di sapere dove avrebbe fatto portare il ritratto. C'era qualche cosa di subdolo in lui e lo sguardo era attento e infido. Si sedette allo scrittoio e scarabocchiò un biglietto per Lord Henry, pregandolo di mandargli qualcosa da leggere e ricordandogli che avevano appuntamento quella sera alle otto e un quarto.
"Aspetti la risposta", disse porgendogli il biglietto, "e faccia entrare gli uomini”.
Due minuti dopo bussarono nuovamente e il signor Hubbard in persona, il celebre corniciao di South Audley Street, entrò accompagnato da un giovane aiutante dall'aspetto un pò rozzo. Il signor Hubbard era un ometto florido, dalle basette rossicce, la cui ammirazione per l'arte era considerevolmente temperata dall'inveterata mancanza di denaro di quasi tutti gli artisti con cui aveva a che fare. Di regola, non si allontanava mai dal negozio. Aspettava che la gente andasse da lui ma per Dorian Gray faceva sempre un'eccezione. C'era qualcosa in Dorian che affascinava tutti. Il solo vederlo era un piacere.
"In che posso servirla, signor Gray?" domandò fregandosi le mani grassocce e coperte di lentiggini. "Ho voluto aver l'onore di venire personalmente. Mi è appena capitata tra le mani una cornice che è una bellezza, signore. L'ho trovata a un'asta. Stile fiorentino antico. Viene da Fonthill, credo. È l'ideale per un soggetto religioso, signor Gray".
"Mi dispiace molto che lei si sia disturbato a venire, signor Hubbard. Capiterò certo da voi, e andrò a vedere la cornice - sebbene l'arte religiosa non mi appassioni molto, in questo momento, ma oggi ho solo bisogno di far portare un quadro all'ultimo piano. È piuttosto pesante e così ho pensato di chiederle un paio dei suoi uomini."
"Assolutamente nessun disturbo, signor Gray. Sono lieto di renderle qualunque servizio. Qual è l'opera, signore?"
"Questa," rispose Dorian, tirando via il paravento. "Potete trasportarlo così com'è, con la copertura e tutto. Non vorrei che si graffiasse salendo le scale".
"Nessuna difficoltà, signore," disse il gioviale corniciaio, cominciando con l'aiuto del suo garzone a staccare il quadro dalla lunga catena d’ottone che lo reggevano. "E adesso dove lo dobbiamo portare, signor Gray?"
"Le farò strada, signor Hubbard, se mi farà la cortesia di seguirmi. O forse è meglio che andiate voi avanti. Mi dispiace che sia proprio all'ultimo piano. Saliremo per la scala principale che è più larga".
Tenne aperta la porta per farli passare in anticamera, poi cominciarono a salire. La ricchezza della cornice appesantiva moltissimo il quadro e ogni tanto, nonostante le ossequiose proteste del signor Hubbard che, con la mentalità del vero mercante, non sopportava assolutamente di vedere un gentiluomo fare qualche cosa di utile, Dorian dava una mano per aiutarli.
"Un bel carico da portare, signore", ansimò l'ometto, asciugandosi la fronte lucida di sudore, quando raggiunsero l'ultimo pianerottolo.
"Temo che sia molto pesante", mormorò Dorian, aprendo la porta della camera che avrebbe custodito il singolare segreto della sua vita e che avrebbe nascosto la sua anima agli occhi degli uomini.
Non era entrato nella camera da più di quattro anni, dal tempo in cui, bambino, la usava come stanza da giochi e poi, quando era diventato un po’ più grande, come uno studio. Era una camera grande, di belle proporzioni, che era stata costruita dall’ultimo Lord Kelso appositamente per suo nipote, che, per la sua strana somiglianza colla madre e per altre ragioni, egli aveva sempre odiato e cercato di tenere lontano, A Dorian sembrò poco cambiata. C'era il grande cassone italiano con i pannelli fantasticamente dipinti e le modanature dorate, in cui da bambino si era nascosto tante volte. C'era lo scaffale di legno di rosa, pieno dei suoi libri di scuola sgualciti. E sulla parete posteriore era appesa la stessa sdrucita tappezzeria fiamminga, dove un re e una regina sbiaditi giocavano a scacchi in un giardino mentre un gruppo di cacciatori passavano, portando sul pugno inguantato falconi dal becco adunco incappucciati. Come ricordava ogni particolare! Mentre si guardava intorno, gli ritornava in mente ogni momento della sua solitaria fanciullezza. Ricordò la purezza senza macchia della sua fanciullezza e gli parve orribile che proprio qui dovesse essere nascosto quel fatale ritratto. Quanto poco aveva pensato, in quei giorni ormai passati, a tutto ciò che lo attendeva!
Ma nella casa nessun posto era altrettanto sicuro da sguardi indiscreti. Egli ne aveva la chiave e nessuno poteva entrarvi. Sotto il suo drappo purpureo, il viso dipinto sulla tela poteva diventare bestiale, difforme e impuro. Che importanza aveva? Nessuno l'avrebbe potuto vedere. Neppure lui. Perché vedere la corruzione orrenda della sua anima? Avrebbe conservato la sua giovinezza – e ciò gli bastava. E dopotutto non avrebbe potuto diventare migliore? Non c'era nessun motivo per cui il suo futuro dovesse essere pieno di vergogna. Avrebbe potuto incontrare un amore che lo avrebbe purificato e protetto da quei peccati che già sembrava gli si agitassero nello spirito e nella carne: quegli strani peccati privi di forma che proprio dal loro mistero traevano il loro fascino e la loro elusività. Forse, un giorno, l'espressione crudele sarebbe scomparsa da quelle labbra sensuali e scarlatte e lui avrebbe potuto mostrare al mondo il capolavoro di Basil Hallward.
No, era impossibile. Un'ora dopo l'altra, una settimana dopo l'altra, l’essere dipinto sulla tela sarebbe invecchiato. Sarebbe forse sfuggito all'orrore del peccato, ma non all'orrore della vecchiaia. Le guance sarebbero divenute incavate o cascanti, gialle zampe di gallina si sarebbero allargate intorno agli occhi scoloriti rendendoli disgustosi. I capelli avrebbero perso la lucentezza, la bocca sarebbe divenuta larga e cadente, sciocca e volgare, come sono le bocche dei vecchi. Avrebbe avuto il collo grinzoso, le mani fredde con l'azzurro delle vene in rilievo, come le ricordava in quel nonno così severo durante la sua infanzia. Non c'era scampo, bisognava nascondere il quadro.
"Lo porti dentro, per favore, signor Hubbard", disse con voce stanca voltandosi. "Mi dispiace - di averla fatta aspettare tanto tempo. Stavo pensando ad altro".
"Un pò di riposo fa sempre piacere, signor Gray", rispose il corniciaio che ansimava ancora. "Dove dobbiamo metterlo, signore?"
"Oh, in un posto qualsiasi. Qui andrà bene. Non è necessario appenderlo. Appoggiatelo solo contro la parete. Grazie".
"È possibile dare un'occhiata all'opera, signore?"
Dorian sobbalzò. "Non le interesserebbe, signor Hubbard", rispose, tenendo fissi gli occhi sull’uomo. Si sentiva pronto ad assalirlo e a gettarlo a terra se avesse osato sollevare il prezioso drappo che nascondeva il segreto della sua vita. "Non voglio più disturbarvi oltre. Le sono molto grato, è stato molto gentile a venire".
"Non è nulla, non è nulla, signor Gray. Sempre ai suoi ordini, signore". E il signor Hubbard scese pesantemente giù per le scale, seguito dall'aiutante che si voltò a guardare Dorian con un'espressione di timida meraviglia sul volto rozzo e brutto. Non aveva mai visto nessuno che fosse così bello.
Quando fu svanito il rumore dei loro passi, Dorian chiuse la porta e infilò la chiave in tasca. Ora si sentiva salvo. Nessuno avrebbe mai visto quell'orribile oggetto. Nessuno sguardo, tranne il suo, avrebbe mai visto la sua infamia.
Quando giunse in biblioteca, s’accorse che erano appena passate le cinque e che gli era già stato portato il tè. Su un tavolino di legno scuro profumato, dai ricchi intarsi di madreperla - un regalo di Lady Radley, moglie del suo tutore, una graziosa ammalata di professione che aveva trascorso l'inverno precedente al Cairo, c’era un biglietto di Lord Henry e accanto ad esso un libro rilegato in carta gialla, con la copertina leggermente consumata ed i bordi sudici. era posata Una copia della terza edizione della The St. James's Gazette era posta sul vassoio del tè. Evidentemente Victor era tornato. Si chiese se avesse incontrato gli uomini nel vestibolo mentre se ne andavano e fosse riuscito a carpire loro quello che avevano fatto. Si sarebbe accorto certamente della mancanza del quadro, anzi doveva già essersene accorto quando aveva portato il vassoio del tè.
Il paravento non era stato rimesso a posto e si notava sulla parete uno spazio vuoto. Forse qualche notte lo avrebbe scoperto nell'atto di scivolare di sopra, per forzare la porta della stanza. Era terribile avere una spia in casa propria. Aveva sentito parlare di ricchi signori che erano stati ricattati per tutta la vita da qualche servo che aveva letto una lettera, oppure origliato qualche conversazione, o raccolto un biglietto da visita con un indirizzo, o trovato sotto un cuscino un fiore appassito o un brandello di pizzo sgualcito.
Sospirò e, versatosi un pò di tè, aprì il biglietto di Lord Henry. Diceva semplicemente che gli aveva mandato il giornale della sera e un libro che poteva interessarlo. Si sarebbe trovato al club alle otto e un quarto. Aprì pigramente il giornale e lo scorse. Lo sguardo fu attratto da un segno a matita rossa in quinta pagina.
Attirava l’attenzione sul seguente paragrafo:
INCHIESTA SULLA MORTE DI UN'ATTRICE. Un'inchiesta è stata fatta quest’oggi a Bell Tavern, in Euston Road, dal signor Danby, commissario del distretto, sul corpo di Sibyl Vane, una giovane attrice da poco assunta al Royal Theatre, Holborn. L'inchiesta si è conclusa con un verdetto di morte accidentale. Molta simpatia è stata dimostrata alla madre della defunta signorina, profondamente commossa durante la propria deposizione e durante quella del dottor Birrel che aveva effettuato la perizia necroscopia della deceduta.
Si accigliò e, facendo a pezzi il giornale, attraversò la stanza e lo gettò via. Com'era sgradevole tutto ciò. E come questa sgradevolezza rendeva terribilmente vere le cose. Era leggermente irritato con Lord Henry che gli aveva fatto avere la notizia. Ed era stato davvero sciocco da parte sua segnarla a matita rossa. Victor avrebbe potuto leggerla. Sapeva anche troppo bene l'inglese per poterlo fare.
Forse l'aveva letta e aveva cominciato a sospettare qualche cosa. Ma che cosa importava? Che cosa aveva a che fare Dorian Gray con la morte di Sibyl Vane? Non c’era nulla da temere. Dorian Gray non l'aveva uccisa.
I suoi occhi si posarono sul libro dalla copertina gialla che Lord Henry gli aveva fatto avere. Si domandò di che cosa si trattasse. Andò verso il piccolo scaffale ottagonale color perla, che gli era sempre sembrato il lavoro di una strana specie di api egiziane dedite a lavori in argento e, preso il volume, sprofondò in una poltrona e cominciò a sfogliarlo. Dopo pochi minuti era preso dalla lettura. Era il libro più strano che avesse mai letto. Gli pareva che tutti i peccati del mondo, in abiti squisiti e al dolce suono del flauto, gli passassero davanti in muta processione. Cose che aveva appena debolmente sognato divennero reali. Cose che non aveva mai sognato gli si rivelarono a poco a poco.
Era un romanzo (E’ il romanzo di Huysmans “A rebours” (1884) n.d.t.) senza intreccio e con un solo personaggio, la pura analisi psicologica di un giovane parigino che aveva trascorso la vita cercando di realizzare nel diciannovesimo secolo tutte le passioni e le idee di ogni altro secolo fuorché del suo, e di riassumere in sé, per così dire, i vari stati d'animo che lo spirito del mondo aveva attraversato, amando per la loro artificiosità sia quelle rinunce prive di saggezza che gli uomini hanno scioccamente chiamato virtù, sia quelle naturali ribellioni cui i saggi tuttora danno il nome di peccato. Lo stile in cui era scritto era quel curioso stile prezioso, a un tempo vivido e oscuro, pieno di argot e di arcaismi, di espressioni tecniche e di elaborati giri di parole, proprio delle opere di alcuni dei migliori esponenti della scuola francese dei symbolites. Vi erano metafore mostruose come orchidee e dal colore altrettanto elusivo. La vita dei sensi veniva descritta nel linguaggio della filosofia mistica. A volte era difficile capire se si leggevano le estasi spirituali di un santo medioevale o le morbose confessioni di un moderno peccatore. Era un libro velenoso. Il greve odore dell'incenso pareva esalare dalle sue pagine e turbare la mente. Il ritmo puro delle frasi, la monotonia sottile della loro musica, così ricca di complicati ritornelli e di movimenti minuziosamente ripetuti, producevano nella mente del giovane, intento a leggerne un capitolo dopo l'altro, una specie di fantasticheria, una sognante malattia, che gli impedì di accorgersi che il giorno era alla fine e che cominciavano a salire le ombre.
Dalle finestre si vedeva un cielo color verderame, punteggiato da un'unica stella solitaria. Continuò a leggere a questa debole luce finché non riuscì più a vedere. Allora, dopo che il domestico più volte gli aveva ricordato che era tardi, si alzò, andò nella stanza vicina, posò il libro sul tavolo fiorentino che stava al capezzale del suo letto; poi cominciò a vestirsi.
Erano quasi le nove quando raggiunse il club, dove trovò Lord Henry seduto solo, con un'aria molto annoiata.
"Mi dispiace tanto, Henry," esclamò, "ma è proprio tutta colpa tua. Quel libro che mi hai mandato mi ha talmente affascinato che il tempo è passato senza che me ne accorgessi".
"Sì, immaginavo che ti sarebbe piaciuto", rispose il suo ospite alzandosi.
"Non ho detto che mi è piaciuto, Henry. Ho detto che mi ha affascinato. C'è una grande differenza".
"Ah, te ne sei accorto?" mormorò Lord Henry.
E passarono nella sala da pranzo. -
Il ritratto di Dorian Gray: capitolo nono
CAPITOLO NONO
Mentre stava facendo colazione, l’indomani mattina, gli fu annunciato Basil Hallward.
"Sono felice di trovarti, Dorian", disse con voce grave. "Ero venuto ieri sera e mi hanno detto che eri all'Opera. Sapevo naturalmente che era impossibile. Ma avrei voluto che tu mi avessi fatto sapere dove eri realmente andato. Ho passato una serata tremenda, nel terrore che ad una tragedia ne seguisse un'altra. Penso che avresti potuto telegrafarmi appena hai saputo la notizia. L'ho letta proprio per caso, in una edizione della sera del Globe che mi capitò fra le mani al club. Corsi subito qui e fui desolato di non trovarti. Non so dirti come mi si spezzi il cuore per tutto quanto è avvenuto. So quanto devi soffrire. Ma dove sei stato? Sei andato a trovare la madre della ragazza? Per un momento ho pensato di raggiungerti là. C’era l'indirizzo sul giornale. Vicino ad Euston Road, non è vero? Ma temevo di essere un intruso in un dolore che non ero in grado di alleviare. Povera donna! In che stato doveva essere! La sua unica figlia, oltretutto! Che cosa dice di tutto ciò?"
"Caro Basil, come vuoi che lo sappia?" mormorò Dorian Gray, sorseggiando con aria estremamente annoiata un vino chiarissimo da un delicato calice di vetro veneziano ornato di perline d'oro. "Ero all'opera. Avresti dovuto venirci anche tu. Ho conosciuto Lady Gwendolen, la sorella di Henry. Eravamo nel suo palco. È una donna davvero affascinante e poi la Patti canta divinamente. Non parlare di queste cose spiacevoli. Se non si parla di una cosa, è come se non fosse mai avvenuta. Come dice Henry, è solo il parlarne che dà realtà alle cose. Devo precisare che non era figlia unica: c'è un maschio, un simpatico ragazzo, credo. Ma non lavora in teatro: fa il marinaio o qualcosa del genere. E ora parlami di te e di quello che stai dipingendo".
"Sei andato all'Opera?" disse Hallward, scandendo le parole e con una espressione di sofferenza trattenuta nella voce. "Sei andato all'Opera mentre Sibyl Vane giaceva priva di vita in una sordida camera d'affitto? Puoi parlarmi del, fascino di altre donne, della Patti che canta divinamente, prima ancora che la ragazza che amavi riposi in una tomba? Insomma, amico, cose orribili attendono quel suo corpicino bianco".
"Basta, Basil! Non voglio sentirne parlare!" esclamò Dorian alzandosi di scatto. "Non me ne parlare. Quel che è stato è stato. Il passato è passato".
"E, per te, ieri è il passato?"
"Che importanza ha l'effettivo trascorrere del tempo? Solo le persone superficiali impiegano anni per liberarsi da un'emozione. Un uomo che è padrone di sé stesso può porre temine a un dolore con la stessa facilità con cui può inventare un piacere. Non voglio essere in balia delle mie emozioni. Voglio servirmene, goderle e dominarle".
"È terribile, Dorian! Qualche cosa ti ha completamente trasformato! A vederti sei sempre il meraviglioso ragazzo che, ogni giorno, era solito venire nel mio studio a posare. Ma allora eri semplice, naturale, affettuoso, eri la creatura più innocente del mondo. Ora, non so che cosa ti è successo: parli come se non avessi né cuore né pietà. È l'influenza di Henry, lo vedo".
Il giovane arrossì e, avvicinandosi alla finestra, guardò per qualche istante nel verde giardino, ondeggiante, sotto l'intensa luce solare. "Basil, ad Henry io devo molto", disse alla fine, "più di quanto devo a te. Tu mi hai insegnato soltanto ad essere vanitoso".
"Già, ne sono punito, Dorian... o lo sarò un giorno".
"Non capisco che cosa vuoi dire, Basil", esclamò Dorian voltandosi. "Non capisco che cosa vuoi. Che cosa vuoi?"
"Voglio il Dorian che ero solito dipingere", disse il pittore, tristemente.
"Basil", disse il giovane, avvicinandosi a lui e posandogli una mano sulla spalla, "sei arrivato troppo tardi. Ieri, quando ho saputo che Sibyl Vane si era uccisa..."
"Si era uccisa! Santo Iddio! Non ci sono dubbi?" gridò Hallward, fissandolo con un'espressione d'orrore.
"Mio caro Basil! Non penserai che si tratti di un volgare incidente? E’ naturale che si sia uccisa”.
Basil Hallward si nascose il volto tra le mani. "È terribile", mormorò scosso da un brivido.
"No", disse Dorian Gray, "non c'è nulla di terribile in questo. È una delle grandi tragedie romantiche di questa epoca. Di regola, gli attori conducono una vita estremamente mediocre. Sono bravi mariti o mogli fedeli, o qualche cosa altrettanto noiosa. Sai quello che voglio dire: valori borghesi e tutto il resto. Quanto era diversa Sibyl! Ha vissuto la più bella delle sue tragedie. Era sempre un'eroina. L'ultima sera che recitò, quella in cui l'hai vista, recitò male perché aveva conosciuto la realtà dell'amore. Quando ne conobbe l'irrealtà, morì, come sarebbe morta Giulietta. Ritornò nella sfera dell'arte. Vi è qualche cosa della martire in lei: la sua morte ha tutta la patetica inutilità del martirio, tutta la sua bellezza sprecata. Però, come ti stavo dicendo, non devi credere che non abbia sofferto. Se tu fossi venuto ieri, in un certo momento, verso le cinque e mezzo, o le sei meno un quarto, mi avresti trovato in lacrime. Anche Henry, che era qui e che mi aveva portato la notizia, in realtà, non ha sospettato quel che stavo passando. Ho sofferto immensamente. Poi tutto è finito. Non posso ritornare a vivere un'emozione. Nessuno può, salvo gli individui sentimentali. E tu sei orribilmente ingiusto, Basil. Vieni qui per consolarmi. Questo è molto gentile da parte tua. Però mi trovi consolato e ti arrabbi. Proprio come le persone pietose! Mi ricordi una storia che mi ha raccontato Henry di un certo filantropo che aveva passato vent'anni della sua vita cercando di raddrizzare un torto, o di far modificare qualche legge ingiusta... ho dimenticato di cosa si trattasse precisamente. Alla fine riuscì nel suo intento e ci rimase malissimo: non aveva assolutamente più nulla da fare, per poco non morì di noia, e diventò un misantropo confesso. E a parte questo, mio caro vecchio Basil, se davvero vuoi consolarmi, insegnami piuttosto a dimenticare quel che è successo o a vederlo sotto la giusta angolatura artistica. Non è stato Gautier a scrivere qualche cosa sulla consolation des arts? Ricordo di aver preso in mano un giorno nel tuo studio un libretto rilegato in pergamena e di aver trovato per caso questa bellissima frase. Bene, non sono come quel giovane di cui mi hai parlato quando eravamo insieme da Marlow, quello che era solito dire che la seta gialla poteva consolare di tutte le miserie della vita. Amo le belle cose che si possono toccare e tenere in mano: i vecchi broccati, i bronzi patinati, le lacche, gli avori scolpiti, gli ambienti raffinati, il lusso, la pompa... tutte queste cose possono dare molto. Ma per me è ancor più importante il temperamento artistico che esse creano o che comunque rivelano. Come dice Henry, divenire lo spettatore della propria vita, significa sfuggire i fatti dell'esistenza che ci fanno soffrire. So che ti stupisce sentirmi parlare così. Non ti sei reso conto di quanto mi sono sviluppato. Quando mi hai conosciuto ero ancora uno scolaretto, ora sono un uomo. Ho nuove passioni, nuovi pensieri, nuove idee. Sono diverso, ma non devi volermi meno bene, sono cambiato, ma devi essere, sempre mio amico. Naturalmente sono molto affezionato a Henry, ma so che tu sei migliore di lui. Tu non sei più forte - temi troppo la vita - ma sei migliore. E quanto siamo stati felici insieme! Non abbandonarmi, Basil, e non litigare con me. Sono quello che sono. Non c'è altro da dire".
Il pittore si sentiva stranamente commosso. Quel giovane gli era infinitamente caro e la sua personalità aveva segnato la grande svolta nella sua arte. Non sopportava l'idea di rimproverarlo ancora. Dopotutto, la sua indifferenza era semplicemente uno stato d'animo passeggero. C'erano tante buone cose in lui, tante cose nobili.
"D'accordo, Dorian", disse alla fine con un triste sorriso, "non ti parlerò più di questa orribile faccenda. Spero solo che non si faccia il tuo nome. Oggi pomeriggio ci sarà l'inchiesta. Sei stato chiamato a testimoniare?
"Dorian Gray scosse il capo e nel sentire la parola "inchiesta" un'ombra di noia gli passò in viso. C'era qualche cosa di rozzo e volgare in tutte le cose di questo tipo."Non sanno il mio nome", rispose.
"Ma lei lo sapeva di certo".
"Solo il nome di battesimo e sono assolutamente sicuro che non lo ha detto a nessuno. Mi disse una volta che erano tutti assai curiosi di sapere chi io fossi, ma che lei diceva loro invariabilmente che il mio nome era “Principe Azzurro”. È stato molto gentile da parte sua. Basil, devi farmi un ritratto di Sibyl, vorrei avere di lei qualche cosa di più del ricordo di pochi baci e di qualche parola rotta di passione".
"Cercherò di fare qualche cosa, Dorian, se ti farà piacere. Ma devi ritornare a posare per me. Senza di te non posso continuare".
"Non posso più posare per te, Basil. È impossibile!" esclamò Dorian, arretrando di un passo.
Il pittore lo guardò stupito. "Mio caro ragazzo, che assurdità!" esclamò. "Vuoi dire che il ritratto non ti piace? Dov'è? Perché lo hai coperto con un paravento? Lasciamelo vedere. È la miglior cosa che io abbia mai fatto. Togli quel paravento, Dorian: è semplicemente vergognoso che il tuo domestico nasconda così la mia opera. Mi è sembrato che la stanza fosse diversa quando sono entrato".
"Il mio domestico non c'entra, Basil. Non penserai che gli lasci disporre la stanza al mio posto? Qualche volta sistema i fiori e basta. No, sono stato io. Lo colpiva una luce troppo forte".
"Troppo forte? Ma nient'affatto, mio caro. È in una posizione magnifica. Fammelo vedere". E Hallward si diresse verso l'angolo della stanza.
Un grido di terrore uscì dalle labbra di Dorian Gray, e il giovane si precipitò tra il pittore e il paravento. "Basil", disse, pallidissimo in volto, "non devi vederlo. Non voglio che tu lo veda".
"Non guardare il mio quadro! Non parli sul serio. Perché non dovrei guardarlo?" esclamò Hallward ridendo.
"Se cerchi di vederlo, Basil, parola mia, non ti rivolgerò più la parola per tutta la vita. Parlo seriamente. Non ti do spiegazioni, e non me ne devi chiedere. Ma ricorda, se tocchi questo paravento, fra noi tutto è finito”.
Hallward era come fulminato. Guardava Dorian Gray assolutamente sbigottito. Non l'aveva mai visto così. Il giovane era pallido di collera. Si torceva le mani, e le pupille dei suoi occhi erano simili a dischi di fiamma azzurra. Tremava tutto.
"Dorian!"
"Non parlare!"
"Ma che cosa è successo? Naturalmente non lo guarderò, se non vuoi", disse piuttosto freddamente il pittore, voltandosi e ritornando verso la finestra. "Però, davvero, mi pare piuttosto assurdo che io non possa vedere la mia opera, tanto più che intendo esporla a Parigi quest'autunno. Probabilmente prima dovrò darle un'altra mano di vernice e quindi un giorno o l'altro dovrò vederla. Perché non oggi?"
"Esporla? Vuoi esporla?" esclamò Dorian Gray, colto da uno strano senso di terrore. Tutti avrebbero saputo il suo segreto? Il pubblico avrebbe guardato a bocca aperta il mistero della sua vita? Impossibile. Bisognava fare qualche cosa - non sapeva che cosa - immediatamente.
"Sì, penso che non avrai nulla in contrario. Georges Petit sta raccogliendo i miei quadri migliori per una mostra speciale in Rue de Sèze che si aprirà la prima settimana di ottobre. Il ritratto starà via soltanto un mese. Penso che per un periodo così breve te ne potrai separare facilmente. In realtà, sarai certamente fuori città e, se lo tieni sempre dietro un paravento, non deve importartene molto”.
Dorian Gray si passò una mano sulla fronte. Era imperlata di sudore. Sentiva di essere sull'orlo di un tremendo pericolo. "Un mese fa mi hai detto che non l'avresti mai esposto", esclamò. "Perché hai cambiato idea? Proprio tu, che hai la pretesa di essere costante, hai capricci come tutti gli altri. L'unica differenza è che i tuoi capricci sono privi di significato. Non puoi aver dimenticato che mi hai assicurato con la massima solennità che nulla al mondo ti avrebbe indotto ad esporlo. Hai detto la stessa cosa ad Henry". Si fermò improvvisamente; un lampo gli apparve negli occhi. Ricordò che una volta Lord Henry gli aveva detto un pò per scherzo e un pò sul serio: "Se vuoi passare uno strano quarto d'ora, fatti dire da Basil perché non vuole esporre il tuo quadro. A me lo ha detto ed è stata una rivelazione".
Sì, forse anche Basil aveva il suo segreto. Avrebbe provato a domandarglielo.
"Basil", disse facendoglisi molto vicino e guardandolo diritto negli occhi, "ognuno di noi ha il suo segreto. Dimmi il tuo e ti dirò il mio. Perché non volevi esporre il mio ritratto?”
Il pittore rabbrividì involontariamente. "Dorian, se te lo dicessi, forse ti piacerei meno e rideresti certamente di me. Non potrei sopportare nessuna di queste due cose. Se vuoi che non veda più il tuo ritratto ne sono contento. Posso sempre guardare te. Se vuoi che la mia opera migliore rimanga sconosciuta, sono soddisfatto. La tua amicizia mi è più cara della fama e di qualunque riconoscimento".
"No, Basil, devi dirmelo", insistette Dorian Gray. "Credo di avere il diritto di saperlo". Il senso di timore era svanito in lui e vi era subentrata la curiosità. Era deciso a scoprire il segreto di Basil Hallward.
"Sediamoci, Dorian", disse il pittore turbato. "Sediamoci. E rispondi a questa domanda, almeno. Hai notato qualche cosa di strano nel quadro?... qualche cosa che in un primo momento probabilmente non ti aveva colpito, ma che ti si è rivelato improvvisamente?"
"Basil!" gridò il giovane stringendo con mani tremanti i braccioli della poltrona e fissandolo con occhi sbarrati.
"Vedo che lo hai notato. Non dire nulla. Aspetta di aver sentito quel che ho da dire. Dorian, dal momento in cui ti ho conosciuto, la tua personalità ha avuto su di me un'influenza straordinaria. Sono stato dominato da te, nell'anima, nella mente, in ogni mia forza. Per me tu eri divenuto l'incarnazione palese di quell'ideale invisibile il cui ricordo ossessiona noi artisti come un sogno squisito. Ti adorai, divenni geloso di chiunque ti parlasse. Volevo averti tutto per me. Ero felice solo quando ero insieme a te. Quando tu mi eri lontano, eri sempre presente nella mia arte. Naturalmente non ti ho mai fatto sapere nulla di tutto questo, sarebbe stato impossibile. Non avresti capito. Io stesso mi capivo appena. Sapevo solo che avevo visto la perfezione faccia a faccia, e che ai miei occhi il mondo era diventato meraviglioso, forse, perché in queste folli adorazioni c'è sempre un pericolo - quello di perderle - non minore di quello di conservarle... Passarono settimane e settimane ed ero sempre più assorbito da te. Poi si sviluppò una nuova fase. Ti avevo ritratto nella lucente armatura di Paride con il mantello da cacciatore e il lucido spiedo di Adone. Incoronato con i ricchi fiori di loto eri seduto sulla prora del vascello di Adriano e osservavi il torbido verde Nilo. Ti eri chinato sopra la calma polla di qualche bosco della Grecia e avevi contemplato nel silenzioso argento dell'acqua la meraviglia del tuo volto. E ogni cosa era come deve essere l'arte: inconscia, ideale, remota. Un giorno - un giorno fatale, penso, a volte - decisi di dipingere un meraviglioso ritratto di te come sei nella realtà: non nei costumi di età passate, ma nei tuoi abiti e nel tuo tempo. Non so dire se fosse la tecnica realistica, oppure solo lo splendore della tua personalità che si presentava direttamente dinanzi a me senza nebbie né veli, ma so che, mentre lavoravo, ogni pennellata, ogni strato di colore mi pareva rivelassero questo mio segreto. Ebbi paura che gli altri potessero vedere la mia idolatria. Sentivo, Dorian, di aver detto troppo, di aver messo nel quadro troppo di me stesso. Fu allora che decisi che non avrei mai esposto il quadro. Tu eri un pò seccato, ma allora non ti rendevi conto del significato che aveva per me. Ne parlai con Henry e lui rise. Ma non me ne importava. Quando il quadro fu terminato e io mi ci sedetti davanti da solo, capii che avevo ragione... Bene, dopo pochi giorni il quadro lasciò il mio studio e, appena mi liberai del fascino insopportabile della sua presenza, mi parve di essere stato sciocco nel vedervi qualche cosa di diverso dal fatto che tu sei bello e che io so dipingere bene. Anche ora non posso fare a meno di ritenere un errore il fatto che l'emozione provata creando si riveli davvero nell'opera creata. L'arte è sempre più astratta di quanto immaginiamo. La forma e il colore ci parlano di forma e colore e basta. Spesso mi pare che l'arte nasconda l'artista molto più di quanto non lo riveli. E così quando ho ricevuto questa offerta da Parigi decisi che il tuo quadro sarebbe stato il pezzo principale della mostra. Non mi venne mai in mente che avresti rifiutato. Ma ora vedo che hai ragione: non lo si può esporre. Non devi arrabbiarti con me, Dorian, per le cose che ti ho detto. Come ho detto una volta a Henry, tu sei fatto per essere adorato."
Dorian Gray trasse un lungo respiro. Le guance ripresero colore e un sorriso gli incurvò le sue labbra. Il pericolo era passato. Per il momento era salvo. E tuttavia non poteva fare a meno di provare una infinita pietà per il pittore che gli aveva fatto questa singolare confessione, domandandosi se, a sua volta, sarebbe mai stato dominato dalla personalità di un amico. Lord Henry aveva il fascino del pericolo, ma niente altro. Era troppo intelligente e troppo cinico per potersene innamorare. Ci sarebbe mai stato qualcuno capace di fargli provare questa strana idolatria? Era una delle cose che la vita aveva in serbo per lui?
"Mi sembra straordinario, Dorian", disse Hallward, "che tu abbia visto questo nel ritratto. L'hai davvero visto?"
"Vi ho visto qualche cosa", rispose, "una cosa che mi sembrava molto curiosa".
"Bene, non ti importa se ora gli do un'occhiata?"Dorian scosse il capo. "Non me lo devi chiedere, Basil. Non posso lasciarti di fronte a quel quadro".
"Ma un giorno, certamente..."
"Mai".
"Bene, forse hai ragione. E adesso arrivederci, Dorian. Sei stato l'unica persona che abbia effettivamente influito sulla mia arte. Tutto quello che ho fatto di buono, lo devo a te. Ah! Non sai quanto mi è costato dirti quello che ti ho detto".
"Mio caro Basil", disse Dorian. "Che cosa mi hai detto? Semplicemente che sentivi di ammirarmi troppo. Non è nemmeno un complimento".
"Non voleva esserlo: era una confessione. E adesso che l'ho fatta, mi pare che qualche cosa sia uscito da me. Forse non si dovrebbe mai mettere in parole la propria adorazione".
"È stata una confessione molto deludente".
"E che cosa ti aspettavi, Dorian? Hai visto qualche altra cosa nel quadro? C'erano altre cose da vedere?"
"No, nient'altro. Perché me lo domandi? Ma non devi parlare di adorazione. È sciocco. Tu ed io siamo amici, Basil, e dobbiamo rimanerlo sempre".
"Ora hai trovato Henry per amico", disse il pittore tristemente.
"Oh, Henry", esclamò il giovane con l'accenno di un sorriso. "Henry passa le giornate a dire cose incredibili e le serate a fare cose improbabili. Proprio il genere di vita che mi piacerebbe fare. Ma non credo che andrei da Henry se mi trovassi nei guai. Preferirei venire da te, Basil".
"Poserai ancora per me?"
"Impossibile!"
"Con questo rifiuto, rovini la mia vita di artista, Dorian. Nessuno incontra due ideali. Pochi ne incontrano uno".
"Non posso spiegarti, Basil, ma non devo posare per te. C'è qualche cosa di fatale in un ritratto. Ha una vita propria. Verrò a casa tua a prendere il tè. Sarà altrettanto piacevole".
"Lo sarà di più per te, temo", mormorò Hallward in tono di rimpianto.
"E adesso, arrivederci. Mi dispiace che tu non mi permetta di vedere una volta ancora il ritratto, ma non ci si può fare nulla. Capisco benissimo i tuoi sentimenti".
Mentre Basil lasciava la stanza, Dorian Gray sorrise tra sé. Povero Basil! Quanto poco sapeva del vero motivo! E com'era strano che, invece di essere costretto a rivelare il proprio segreto, fosse riuscito, quasi per caso, a cogliere il segreto dell'amico! Quante cose spiegavano quella strana confessione! Gli assurdi accessi di gelosia del pittore, la sua devozione sfrenata, gli stravaganti panegirici, le sue curiose reticenze... adesso capiva tutto e gliene dispiaceva. Gli pareva che ci fosse un elemento tragico in un'amicizia così tinta di romanticismo.
Sospirò e suonò il campanello. Bisognava nascondere il ritratto a qualunque costo. Non poteva correre nuovamente il rischio che venisse scoperto. Era stata una pazzia lasciare che rimanesse anche un'ora sola in una stanza in cui tutti i suoi amici potevano entrare. -
Il ritratto di Dorian Gray: capitolo settimo
CAPITOLO SETTIMO
Per qualche strano motivo, quella sera il teatro era gremito e il grasso impresario ebreo, che venne loro incontro alla porta, era raggiante. Un sorriso untuoso e tremulo gli andava da un orecchio all'altro. Li accompagnò al loro palco con una sorta di umiltà pomposa, agitando le mani ingioiellate e parlando a voce alta. Dorian Gray lo detestava più che mai. Gli sembrava di essere venuto a cercare Miranda e di aver trovato Calibano. Al contrario Lord Henry, lo trovava interessante. O almeno così disse, e si ostinò a volergli stringere la mano, assicurandogli che era orgoglioso di fare conoscenza con un uomo che aveva scoperto un vero genio e che si era rovinato per un poeta.
Hallward si divertiva ad osservare le facce in platea. Il caldo era opprimente e l'enorme lampadario fiammeggiava come una dalia mostruosa dai gialli petali di fuoco. I giovani in loggione si erano tolti le giacche ed i soprabiti e li avevano appoggiati al parapetto. Si parlavano da un capo all'altro del teatro dividendo le arance con le ragazze vistosamente vestite che avevano a fianco. Alcune donne in platea ridevano; le loro voci erano sgradevolmente acute e stridenti. Dal bar si sentiva provenire lo schiocco delle bottiglie stappate.
"Che posto per trovare la propria divinità!" disse Lord Henry.
"Sì!" rispose Dorian Gray. "L'ho trovata qui e lei è davvero divina, più di ogni essere vivente. Quando reciterà, dimenticherete tutto. Questa gente rude e volgare, dall'espressione grossolana e dai gesti brutali, si trasforma completamente quando lei è sulla scena. Siedono silenziosi e la guardano. Lei li fa piangere e ridere come vuole, li rende sensibili come violini. Ella li fa spirituali, e si sente che hanno carne e sangue come noi".
"Carne e sangue come noi! Oh, spero di no!" esclamò Lord Henry, che esaminava il pubblico del loggione con il binocolo.
"Non badargli, Dorian", disse il pittore. "Io capisco quello che vuoi dire, e credo in questa ragazza. Chiunque tu ami deve essere meraviglioso, e qualunque ragazza ottenga gli effetti che tu dici deve essere bella e nobile d'animo. Rendere spirituale il proprio tempo - ecco qualcosa che vale la pena di fare. Se questa ragazza può dare un'anima a chi ha vissuto finora senza averne una, se può dare il senso della bellezza a chi ha vissuto una vita sordida e sgradevole, se lo può strappare dalla sua condizione d'egoismo e suscitare in lui lacrime per sofferenze e pene che non sono le sue, merita tutta la tua adorazione, merita l'adorazione del mondo intero. Questo matrimonio è giusto. Prima io non pensavo così, ma ora lo riconosco. Gli Dei hanno fatto Sibyl Vane per te. Senza di lei saresti stato incompleto".
"Grazie, Basil", rispose Dorian Gray, stringendogli una mano. "Sapevo che tu mi avresti capito. Henry è così cinico che mi terrorizza. Ma ecco l'orchestra. È orrenda, ma dura solo per cinque minuti. Poi il sipario si alzerà e vedrete la ragazza a cui sto per dedicare tutta la mia vita, a cui ho donato tutto c’è di buono in me".
Un quarto d'ora dopo, tra un lungo scroscio di applausi, Sibyl Vane apparve sulla scena.
Sì, era certamente bella da vedere, una delle più belle creature che avesse mai visto, pensò lord Henry. Nella sua timida grazia, negli occhi impauriti c'era qualcosa di una gazzella. Quando diede uno sguardo alla sala affollata ed entusiasta, un leggero rossore le salì alle guance, simile al riflesso di una rosa in uno specchio d'argento. Arretrò leggermente e un fremito parve muoverle le labbra. Basil Hallward balzò in piedi e cominciò ad applaudire. Immobile, come in sogno, Dorian Gray stava seduto, guardandola fisso. Lord Henry la osservava attraverso il binocolo, mormorando: "Incantevole! Incantevole!”
La scena rappresentava un salone nella casa dei Capuleti e Romeo, in abito da pellegrino, era entrato con Mercuzio e altri amici. L'orchestra fece del suo meglio per tirar fuori alcuni accordi e la danza incominciò. In mezzo al gruppo di attori goffi e malvestiti, Sibyl Vane si muoveva come una creatura di un mondo superiore. Il suo corpo ondeggiava nella danza, come una pianta ondeggia nell'acqua. Le curve del suo seno erano quelle di giglio candido. Le sue mani parevano fatte di fresco avorio. Però era stranamente indifferente. Non mostrò alcun segno di gioia quando i suoi occhi si posarono su Romeo. Le poche parole che doveva dire:
Buon pellegrino, fate troppo torto alla vostra mano,
che in ciò dimostra cortese devozione;
perché anche i santi hanno mani che i pellegrini possono toccare
e palma contro palma è il santo bacio del pellegrino
col breve dialogo successivo, furono profferite in un modo del tutto artificiale. La voce era squisita, ma il tono era assolutamente falso. Era sbagliata di colore. Toglieva ai versi tutta la loro vita. Rendeva la passione irreale.
Dorian Gray la osservava, pallido. Non capiva ed era angosciato. Gli amici non osavano dirgli nulla: avevano l'impressione che Sibyl Vane non avesse nessuna qualità ed erano terribilmente delusi.
Sapevano però che una Giulietta la si può giudicare soltanto nella scena del balcone del secondo atto: vollero aspettarla. Se falliva, non aveva proprio nessuna stoffa.
Ella apparve affascinante sotto il chiaro di luna. Era innegabile, ma la convenzionalità della sua recitazione era insopportabile e peggiorava sempre più. I suoi gesti erano assurdamente teatrali e pronunciava ogni frase con enfasi eccessiva. Il bel passo:
Tu sai che la maschera della notte mi copre il viso,
se no un virginio rossore dipingerebbe le mie gote,
per ciò che tu stanotte mi hai udito dire
fu declamato con la sgradevole precisione di una scolaretta che ha imparato a recitare da un professore di dizione di second’ordine. Quando si sporse dal balcone e giunse a quei meravigliosi versi:
Sebbene io sia felice in te,
non ne traggo alcuna gioia da questo nostro patto, questa notte;
è troppo rapido, troppo imprudente, troppo improvviso,
troppo simile al lampo che cessa di esistere
prima che si possa dire "lampeggia". Amore, buona notte!
Questo germoglio d'amore, maturando al soffio dell'estate,
potrà divenire un magnifico fiore per l'ora del nostro prossimo incontro
ella pronunciò le parole come se per lei non avessero alcun significato. E non era nervosismo. Anzi ben lungi dall’essere nervosa, pareva controllarsi perfettamente. La sua era semplicemente pessima recitazione: un completo fallimento. Persino gli spettatori volgari e incolti della platea e del loggione persero ogni interesse alla rappresentazione. Cominciarono ad agitarsi, a parlare a voce alta e a fischiare. L'impresario ebreo, fermo in fondo alla prima galleria, pestava i piedi e bestemmiava, rabbioso. Solo Sibyl pareva impassibile.
Alla fine del secondo atto ci fu un uragano di fischi. Lord Henry si alzò e indossò il soprabito. "È molto bella, Dorian" disse, "ma non sa recitare. Andiamo".
"Vedrò la tragedia fino alla fine," rispose il giovane con voce dura e amara. "Mi spiace moltissimo di averti fatto perdere la serata, Henry. Mi scuso con tutti e due".
"Mio caro Dorian, secondo me la signorina Vane non si sente bene," interruppe Hallward. "Verremo qualche altra sera".
"Vorrei che non si sentisse bene," replicò Dorian. "Ma mi pare che sia semplicemente fredda e priva di sensibilità. È cambiata completamente. Ieri sera era una grande artista, questa sera è solo un'attrice banale e priva di qualità".
"Non parlare così, chiunque sia la persona che ami, Dorian. L'amore è una cosa più bella dell'arte".
"Sono tutte e due semplicemente forme di imitazione", osservò Lord Henry. "Ma andiamo, Dorian, sei rimasto qui abbastanza. Non fa bene allo spirito ascoltare una cattiva recita. Inoltre, immagino che non lascerai recitare tua moglie. Perciò che cosa importa se interpreta Giulietta come una bambola di legno? È molto carina e, se conosce tanto poco la vita quanto la recitazione, sarà un'esperienza deliziosa. Ci sono solo due tipi di persone realmente affascinanti: quelle che sanno tutto e quelle che non sanno assolutamente nulla. Santo cielo, mio caro ragazzo, non assumere un'aria così tragica. Il segreto per restare giovani è di non aver mai un'emozione spiacevole. Vieni al club con Basil e con me. Fumeremo e brinderemo alla bellezza di Sibyl Vane. È bellissima, che cosa vuoi di più?"
"Vattene, Henry", esclamò il ragazzo. "Voglio restare solo. Basil, devi andartene anche tu. Ah! Non capite che mi si spezza il cuore?" Calde lacrime gli salirono agli occhi, le labbra gli tremarono. Corse in fondo al palco e si appoggiò al muro nascondendo il viso tra le mani".
“Andiamo, Basil", disse Lord Henry, con una strana tenerezza nella voce. E i due giovani uscirono insieme.
Pochi minuti dopo le luci della ribalta si accesero e il sipario si alzò sul terzo atto. Dorian Gray tornò al suo posto. Era pallido, superbo, indifferente. La recita si trascinava innanzi, e pareva interminabile. Metà del pubblico uscì, trascinando i piedi pesantemente e ridendo. Era un “fiasco” completo. L'ultimo atto fu recitato davanti ad una sala quasi vuota. Il sipario calò su risate e qualche borbottio.
Appena finito lo spettacolo, Dorian Gray si precipitò dietro il palcoscenico, nel camerino. La ragazza era là, sola, con un'espressione di trionfo sul viso. I suoi occhi erano fiammeggianti di un meraviglioso ardore. Era tutta raggiante. Le sue labbra socchiuse, sorridevano ad un suo segreto.
Quando Dorian entrò, lo guardò e fu come avvolta da un'espressione di gioia infinita. "Come ho recitato male stasera, Dorian!" esclamò.
"Orribilmente," rispose lui osservandola stupefatto. "Orribilmente! Una cosa terribile. Non ti senti bene? Non immagini quel che è stato. Non immagini quel che ho sofferto."
La ragazza sorrise. "Dorian", rispose, indugiando sul nome con una lunga modulazione come se sui rossi petali della sua bocca esso fosse più dolce del miele. "Dorian, dovresti aver capito. Ma capisci, ora, non è vero?"
"Che cosa devo capire?" domandò rabbiosamente.
"Perché ho recitato così male stasera. Perché reciterò sempre male, perché non reciterò bene mai più."
Dorian Gray si strinse nelle spalle.
"Immagino che tu non stia bene. Non dovresti recitare quando ti senti così. Ti rendi ridicola. I miei amici si sono annoiati. Io ero seccatissimo.
"Sibyl pareva non ascoltarlo. Era trasfigurata dalla gioia, era dominata da un'estasi di felicità.
"Dorian, Dorian," esclamò, "prima di conoscerti, recitare era l'unica realtà della mia vita. Vivevo solo nel teatro, credevo che fosse tutto vero. Una sera ero Rosalind, un'altra sera Porzia. La gioia di Beatrice era la mia gioia, ed erano anche mie le sofferenze di Cordelia. Credevo a tutto. Le persone mediocri che recitavano con me mi sembravano simili a dei, le scene dipinte erano il mio mondo. Conoscevo solo ombre e le credevo reali. Poi sei venuto tu, oh, mio dolcissimo amore, e hai liberato la mia anima dalla prigione. Mi hai insegnato che cos'è la realtà. Stasera, per la prima volta in vita mia, ho visto fino in fondo la falsità, la mistificazione, la stupidità della vuota parata in cui avevo sempre recitato. Questa sera per la prima volta mi sono resa conto che Romeo era ripugnante, vecchio, truccato, che la luce della luna nel giardino era falsa, lo scenario era volgare, mentre le parole che dovevo pronunciare erano irreali, non erano mie, non erano le parole che volevo dire. Tu mi hai dato qualche cosa di più elevato, qualche cosa di cui ogni arte è solo un riflesso. Mi hai fatto capire che cosa è veramente l'amore. Amore mio! Amore mio! Principe Azzurro! Principe della Vita! Le ombre mi nauseano, ormai. Tu sei per me più di quanto potranno mai essere tutte le arti. Che cosa ho a che fare con i pupazzi di una commedia? Quando sono entrata in scena questa sera, non riuscivo a capire come mai avevo perduto tutte le mie capacità. Pensavo che sarei stata meravigliosa e scoprii che non sapevo fare nulla. Improvvisamente, nell'anima mi baluginò il significato di tutto questo e il saperlo fu per me una sensazione deliziosa. Li sentivo fischiare e sorridevo. Che cosa possono sapere loro di un amore come il nostro? Portami via, Dorian... portami via con te in un posto dove possiamo essere assolutamente soli. Odio il palcoscenico. Potrei imitare una passione che non sento, ma non una che mi arde come fuoco. Oh, Dorian, Dorian, capisci ora che cosa significa? Se anche potessi farlo, sarebbe una profanazione per me recitare la parte dell'innamorata. Me lo hai fatto capire tu".
Dorian Gray si lasciò cadere sul divano e distolse il viso. "Hai ucciso il mio amore", mormorò.
Lei lo guardò stupita e rise. Dorian non rispose. Si avvicinò a lui e con le piccole dita gli accarezzò i capelli, poi si inginocchiò portando le sue mani alle labbra. Lui le ritrasse e rabbrividì.
Poi si alzò e si avvicinò alla porta. "Sì," gridò, "hai ucciso il mio amore. Tu prima stimolavi la mia immaginazione. Ora non stimoli più neppure la mia curiosità. Non mi fai più nessun effetto. Ti amavo perché eri meravigliosa, perché avevi genio e intelligenza, perché facevi vivere i drammi di grandi poeti e davi forma e sostanza alle ombre dell'arte. Hai gettato via tutto. Sei frivola e sciocca. Dio mio! Che pazzo sono stato ad amarti! Che stupido sono stato! Ora tu non sei più nulla per me. Non ti vedrò mai più. Non penserò mai più a te. Non pronuncerò mai più il tuo nome. Tu non sai che cosa rappresentavi per me una volta. Perché una volta... Oh, non posso neppure pensarci! Vorrei non aver mai posato lo sguardo su di te! Tu hai rovinato il più bell'episodio d'amore della mia vita. Come conosci poco l'amore se pensi che guasti la tua arte! Senza di essa non sei nulla. Ti avrei resa famosa, splendida, magnifica. Il mondo ti avrebbe adorata e tu avresti portato il mio nome. Che cosa sei ora? Un'attrice di terz'ordine con un viso grazioso."
La ragazza impallidì e fu scossa da un tremito. Si strinse le mani e la voce le si bloccò in gola. "Non dirai sul serio, Dorian?" mormorò. "Stai recitando".
"Recitare! Lo lascio fare a te. Sei così brava", rispose lui, amaramente.
Sibyl si alzò e con una espressione dolente di sofferenza sul viso, attraversò la stanza per andargli vicino. Gli posò una mano sul braccio e lo guardò negli occhi. Lui la respinse. "Non toccarmi!" gridò.
Con un fievole gemito Sibyl si gettò ai suoi piedi e rimase immobile come un fiore calpestato. "Dorian! Dorian! Non lasciarmi!" sussurrò.
"Mi dispiace tanto di non aver recitato bene. Ho pensato a te tutto il tempo. Ma cercherò di nuovo... davvero, proverò. Mi ha travolto così improvvisamente, il mio amore per te. Credo che non me ne sarei mai resa conto se non mi avessi baciata... se non ci fossimo baciati. Baciami ancora, amore. Non andartene via. Non potrei sopportarlo. Oh, non andartene via. Mio fratello... no, non importa, non diceva sul serio, scherzava... Ma tu, oh, non puoi perdonarmi per stasera? Lavorerò tanto e cercherò di far meglio. Non essere crudele con me perché ti amo più di qualunque cosa al mondo. Dopo tutto, è solo una volta che non ti sono piaciuta. Ma hai ragione. Avrei dovuto comportarmi più da artista. Oh come sono stata sciocca! Eppure non ho potuto farne a meno. Oh! non lasciarmi, non lasciarmi!" Uno scoppio di pianto la soffocò. Era raggomitolata sul pavimento come una bestiola ferita e Dorian Gray la guardava dall'alto con quei suoi bellissimi occhi, mentre le sue labbra finemente cesellate erano piegate in un'espressione di sdegno. C’è sempre qualcosa di ridicolo nelle emozioni delle persone che non si amano più. Sibyl Vane gli sembrava assurdamente melodrammatica. Le sue lacrime e i suoi singhiozzi lo irritavano".
“Me ne vado", disse, infine, colla sua voce limpida e calma. "Non vorrei essere scortese, ma non posso più rivederti. Mi hai proprio deluso".
Sibyl piangeva in silenzio e non rispondeva, ma si trascinò più vicino a lui. Sollevò alla cieca le sue piccole mani come se volesse cercarlo. Dorian si volse e lasciò la stanza. Pochi minuti dopo uscì dal teatro.
Non seppe mai bene dove fosse andato. Si ricordava di aver vagato per vie poco illuminate, lungo portici sinistri e bui e case di cattivo aspetto. Donne dalle voci rauche e dalle risate stridule lo avevano chiamato. Aveva veduto ubriachi vacillanti che bestemmiavano e parlavano tra sé come scimmie mostruose. E bambini grotteschi rannicchiati sulle soglie, mentre eccheggiavano grida e maledizioni da cortili oscuri.
Quando cominciava ad albeggiare si trovò vicino al Covent Garden. Le tenebre stavano dissipandosi e il cielo, arrossato da deboli chiarori, si incavava trasformandosi in una perla perfetta. Carri giganteschi, pieni di gigli ondeggianti, rotolavano rumorosamente sulle strade lucide e vuote. L'aria era intrisa del profumo dei fiori e gli parve che la loro bellezza lenisse il suo dolore. Li seguì nel mercato e si fermò ad osservare gli uomini che scaricavano i loro carri. Un carrettiere in camiciotto bianco gli offrì delle ciliege. Lo ringraziò, meravigliandosi perché non avesse accettato del denaro, e cominciò a mangiarle distrattamente.
Erano state raccolte a mezzanotte e la freschezza della luna le aveva penetrate. Una lunga fila di ragazzi che portavano ceste di tulipani screziati e di rose gialle e rosse gli passò davanti, cercando di avanzare tra le grandi cataste di verdure color verde giada. Sotto il porticato dai grigi pilastri scoloriti dal sole, un gruppo di ragazze sudice e a testa nuda, aspettava che l'asta finisse. Altre si affollavano intorno alle porte girevoli del caffè della piazza. I massicci cavalli da tiro sdrucciolavano e scalpitavano sulle pietre irregolari, scuotendo le campanelle dei finimenti. Alcuni carrettieri dormivano su una pila di sacchi. I colombi, dal collo iridescente e dalle zampe rosa, correvano intorno beccando i semi.
Dopo un poco fece segno a una carrozza e si fece portare a casa. Indugiò un istante sulla soglia a riguardare la piazza silenziosa, le finestre chiuse e vuote, le persiane sbarrate. Il cielo era un puro opale, ora, e su questo sfondo i tetti delle case brillavano come argento. Da un camino di fronte saliva un sottile filo di fumo, che si svolgeva come un nastro viola nell'aria color madreperla.
Nella grande lanterna veneziana dorata, predata da una galera dogale, che pendeva dal soffitto del grande vestibolo rivestito di quercia, ardevano ancora tremolando le fiammelle di tre beccucci: parevano sottili petali azzurri di fiamma, orlati di fuoco bianco. Li spense e, gettati sulla tavola soprabito e cappello, attraversò la biblioteca dirigendosi verso la porta della camera da letto, una vasta stanza ottagonale al pianterreno che, nel suo nuovo gusto per il lusso, da poco aveva arredato, appendendovi alcuni insoliti arazzi rinascimentali scoperti in una soffitta abbandonata di Selby Royal. Mentre stava girando la maniglia della porta lo sguardo gli cadde sul ritratto dipinto da Basil Hallward. Arretrò stupefatto, poi entrò nella sua camera con un'espressione inquieta. Ma quando si era già sbottonato la giacca, parve esitare. Infine tornò indietro, si avvicinò al quadro, e lo esaminò. Nella luce pallida che filtrava dalle tende di seta color crema, gli parve che il viso fosse leggermente mutato. L'espressione pareva diversa. Si sarebbe detto che sulla bocca ci fosse un tratto di crudeltà. Era certamente strano.
Si volse e si diresse verso la finestra per scostare la tenda. L'alba luminosa inondò la stanza spazzando le ombre fantastiche negli angoli polverosi, dove esse si nascosero tremando. Ma la strana espressione che aveva notato sul volto del ritratto parve rimanervi e, anzi, farsi anche più intensa. La tremula, ardente luce del sole gli mostrava le rughe di crudeltà intorno alla bocca, chiare come se si fosse guardato in uno specchio dopo aver commesso qualche azione orribile.
Trasalì e, prendendo dal tavolo uno specchio ovale incorniciato da amorini d'avorio, uno dei tanti regali di Lord Henry, guardò ansiosamente nella lucida profondità. Nessuna ruga simile deformava le labbra rosse. Che cosa significava?
Si strofinò gli occhi e, avvicinatosi al quadro, lo esaminò di nuovo.
Il quadro non mostrava il minimo segno di cambiamento e tuttavia l'espressione complessiva era alterata. Non era la sua immaginazione: il fatto era orribilmente evidente.
Si lasciò cadere su di una poltrona e cominciò a pensare. D’un tratto gli balenò in mente quello che aveva detto nello studio di Basil Hallward il giorno in cui il quadro era stato finito. Sì, se ne ricordava perfettamente. Aveva espresso il folle desiderio di poter restar giovane lasciando che il ritratto invecchiasse al posto suo, di conservare intatta la sua bellezza lasciando che il volto sulla tela reggesse il peso delle sue passioni e dei suoi peccati, che le rughe della sofferenza e della riflessione segnassero l'immagine dipinta permettendogli di conservare il bocciolo delicato e la grazia della sua adolescenza di cui da poco era consapevole. Ma certo il suo desiderio non era stato esaudito: queste cose erano impossibili. Gli pareva mostruoso anche solo pensarle. Tuttavia aveva davanti a sé il ritratto con quella nota di crudeltà nelle labbra.
Crudeltà! Era stato crudele? Colpa della ragazza, non sua. L'aveva sognata come una grande artista, le aveva donato il suo amore pensando che lei fosse grande, e lei lo aveva deluso. Si era mostrata frivola e indegna. Tuttavia, una sensazione di infinito rimpianto lo colse mentre la ricordava abbandonata ai suoi piedi singhiozzante come un bambino. Ricordò con quanta cattiveria l'aveva guardata. Perché era fatto così? Perché aveva ricevuto un'anima simile? Ma anche lui aveva sofferto. Durante quelle tre tremende ore dello spettacolo aveva vissuto secoli di dolore, eternità di torture. La sua vita valeva bene uella di lei. Sibyl gli aveva inflitto un momento di sofferenza insopportabile, anche se lui l'aveva ferita inguaribilmente. Inoltre, le donne sopportano il dolore meglio degli uomini. Vivono delle loro emozioni. Quando si prendono un amante lo fanno semplicemente per avere qualcuno cui fare scenate. Glielo aveva detto Lord Henry, e Lord Henry conosceva le donne. Perché darsi pensiero per Sibyl Vane? Non significava più nulla per lui ormai.
Ma il quadro? Che cosa poteva pensarne? Custodiva il segreto della sua vita e raccontava la sua storia. Gli aveva insegnato ad amare la propria bellezza. Gli avrebbe anche insegnato ad amare la propria anima? Lo avrebbe potuto guardare ancora?
No, era solo un'illusione dovuta ai suoi sensi turbati. L'orribile notte trascorsa aveva lasciato dietro di sé i suoi fantasmi. Improvvisamente gli era caduta nel cervello quella minuscola goccia scarlatta che porta gli uomini alla pazzia. Il quadro non aveva subito nessun cambiamento, era folle pensarlo.
E tuttavia lo aveva davanti agli occhi, con quel bel viso contorto e il sorriso crudele. I capelli luminosi rilucevano sotto i raggi del primo sole, gli occhi azzurri erano fissi nei suoi. Fu sopraffatto da un senso d'infinita pietà, non per se stesso, ma per l'immagine dipinta di se stesso. Già si era alterata e lo sarebbe stata ancora di più. L'oro si sarebbe spento in grigio, le sue rose rosse e bianche sarebbero appassite. Per ogni peccato commesso, una macchia avrebbe contaminato e deteriorato la sua bellezza. Ma non avrebbe peccato. Il quadro, mutato o immutato, sarebbe stato il simbolo visibile della sua coscienza. Avrebbe resistito alla tentazione. Non avrebbe più rivisto Lord Henry... o perlomeno non avrebbe più ascoltato quelle sue sottili e velenose teorie che nel giardino di Basil Hallward avevano stimolato per la prima volta in lui la passione per le cose impossibili. Sarebbe ritornato da Sibyl Vane, le avrebbe chiesto perdono, l'avrebbe sposata, avrebbe cercato di amarla ancora. Sì, questo era il suo dovere. Lei doveva aver sofferto più di lui. Povera piccola! Era stato egoista e crudele con lei. Il fascino che aveva esercitato su di lui sarebbe risorto. Insieme sarebbero stati felici. La sua vita con lei sarebbe stata bella e pura.
Si alzò dalla poltrona e trascinò un grande paravento proprio davanti al ritratto. Gli lanciò un'occhiata e rabbrividì. "Che cosa orribile!" mormorò tra sé; andò alla finestra e l'aprì. Uscì e, camminando sull'erba, trasse un profondo respiro. L'aria fresca del mattino parve allontanare tutte le sue cupe passioni. Pensava solo a Sibyl. Un debole eco del suo amore ritornò in lui. Ripeté più volte il suo nome. Gli uccelli che cantavano nel giardino bagnato di rugiada sembravano parlare di lei ai fiori. -
Il ritratto di Dorian Gray. Capitolo sesto
CAPITOLO SESTO
"Immagino che saprai la notizia, Basil?", disse Lord Henry quella sera, quando Hallward apparve al Bristol, nel salotto privato dove era pronto il pranzo per tre.
"No, Henry", rispose l'artista, mentre consegnava il cappello e il soprabito al cameriere ossequioso. "Che cosa c’è? Nulla in politica, spero. E poi non me ne interesso. In tutta la Camera dei Comuni c'è si e no una persona che valga la pena di ritrarre, anche se per molti sarebbe consigliabile una verniciatina".
"Dorian Gray si è fidanzato", disse Lord Henry osservandolo attentamente.
Hallward sussultò, poi aggrottò le sopracciglia.
"Dorian fidanzato", esclamò. "Impossibile!"
"È verissimo!"
"Con chi?"
"Con una specie di attricetta".
"Non posso crederlo, Dorian è troppo assennato".
"Dorian è troppo saggio per non fare sciocchezze di tanto in tanto, mio caro Basil".
"Il matrimonio non mi sembra una cosa che si possa fare di tanto in tanto, Henry".
"Tranne in America", aggiunse Lord Henry, placidamente. "Ma non ho detto che si sia sposato. Ho detto che si è fidanzato. E’ molto diverso. Io ricordo distintamente di essere sposato, ma non ricordo affatto di essere stato fidanzato. Sono propenso a credere di non esserlo mai stato".
"Ma pensa alla nascita di Dorian, alla sua posizione, alla sua ricchezza! Sarebbe assurdo per lui sposare una persona di ceto tanto inferiore".
"Se vuoi che sposi quella ragazza devi dirgli solo questo, Basil. Allora lo farà senz'altro. Quando un uomo commette un'enorme sciocchezza, la commette sempre per i più nobili motivi".
"Spero che sia una brava ragazza, Henry. Non vorrei vedere Dorian legato a una creatura ignobile, che potrebbe degradare la sua natura e rovinare la sua intelligenza".
"Oh, è più che brava - è bella", mormorò Lord Henry, sorseggiando un bicchiere di vermouth e di amaro d’arancio. "Dorian dice che è bella e in questo non gli capita spesso di sbagliare. Il ritratto che gli hai fatto ha stimolato e reso più vivo e sicuro il suo apprezzamento sull’aspetto altrui. Ha avuto quell’ottimo effetto tra gli altri. Noi andremo a vederla stasera, se quel ragazzo non dimentica il suo appuntamento".
"Dici sul serio?"
"Assolutamente sul serio, Basil. Sarebbe una grave disgrazia se pensassi di poter essere più serio di quanto sono in questo momento".
"Ma lo approvi, Henry?" domandò il pittore, passeggiando su e giù per la stanza e mordendosi le labbra. "Non è possibile che l'approvi. È una stupida infatuazione".
"Io ormai non approvo e non disapprovo più nulla. È un atteggiamento assurdo nei confronti della vita. Non veniamo al mondo per sciorinare i nostri pregiudizi morali. Io non bado mai a quello che dicono le persone comuni e non mi intrometto mai nel comportamento delle persone affascinanti. Se una persona mi affascina, qualunque sia il modo di esprimersi da lei scelto, lo trovo assolutamente piacevole. Dorian Gray si innamora di una bella ragazza che recita la parte di Giulietta e si propone di sposarla? Perché no? Se sposasse Messalina non sarebbe meno interessante. Sai che non sono un paladino del matrimonio: il vero svantaggio del matrimonio è quello di rendere altruisti e gli altruisti sono privi di colore. Mancano di individualità. Tuttavia nel matrimonio il carattere di alcuni si fa più complesso: mantengono il loro egoismo e vi aggiungono molti altri ego. Sono costretti ad avere più di una vita. Raggiungono un maggior livello organizzativo e un elevato livello organizzativo è, a mio avviso, lo scopo dell'esistenza umana. Inoltre, ogni esperienza ha il suo valore e, qualunque cosa si possa dire contro il matrimonio, senza dubbio è un'esperienza. Spero che Dorian Gray sposi questa ragazza, la adori appassionatamente per sei mesi, e poi improvvisamente rimanga affascinato da qualcun'altra. Sarebbe uno studio meraviglioso".
"Non pensi una sola parola di quello che hai detto, Henry, e lo sai. Se Dorian Gray si rovinasse la vita, nessuno proverebbe più dispiacere di te. Sei molto migliore di ciò che pretendi di essere".
Lord Henry rise. "A noi tutti piace pensare bene degli altri perché abbiamo paura di noi stessi. La base dell'ottimismo è il puro terrore. Pensiamo di essere generosi perché attribuiamo al nostro prossimo le virtù che ci potrebbero essere utili. Lodiamo il banchiere per poterci permettere il conto scoperto e troviamo buone qualità nel vagabondo nella speranza che ci risparmi le tasche. Sono convinto di tutto ciò che ho detto. Verso l'ottimismo nutro il più grande disprezzo. E per quanto riguarda la vita rovinata, l'unica ad esserlo è quella il cui sviluppo si arresta. Se vuoi guastare un carattere, devi solo correggerlo. Per quanto riguarda il matrimonio, evidentemente sarebbe una stupidaggine, ma un uomo e una donna possono stringere altri e più interessanti legami. Io li incoraggerei certamente. Hanno il fascino dell'eleganza. Ma ecco Dorian Gray. Lui ti spiegherà meglio di me".
"Mio caro Henry, mio caro Basil, dovete congratularvi con me!" disse il giovane togliendosi il soprabito da sera dai risvolti di seta e stringendo la mano agli amici. "Non sono mai stato tanto felice. Naturalmente è stata una cosa improvvisa, come tutte le cose veramente deliziose e tuttavia mi pare l'unica che ho atteso tutta la vita". Ardeva dall'eccitazione e dal piacere e appariva eccezionalmente bello.
"Spero che sarai molto felice, Dorian," disse Hallward, "ma non ti perdono di non avermi detto nulla del tuo fidanzamento. A Henry lo hai fatto sapere".
"E io non ti perdono di essere venuto in ritardo a pranzo," interruppe Lord Henry, posando una mano sulla spalla del giovane e sorridendo. "Venite, vediamo com'è il nuovo chef, poi ci racconterai com'è successo".
"Non c'è molto da dire in realtà", esclamò Dorian, mentre si sistemavano intorno al tavolo rotondo. "È successo semplicemente questo, Henry: dopo averti lasciato ieri sera, mi sono vestito, ho pranzato in quel ristorantino italiano di Rupert Street che mi hai fatto conoscere e alle otto sono andato a teatro. Sibyl recitava la parte di Rosalinda. Naturalmente le scene erano orrende e Orlando era assurdo. Ma Sibyl! Avresti dovuto vederla! Quando entrò in scena vestita da ragazzo era semplicemente meravigliosa. Indossava un farsetto di velluto color muschio con le maniche color cannella, calzoncini marroni trapuntati e aderenti, un grazioso berrettino verde con una penna di falco fermata da un gioiello e una mantellina orlata di rosso scuro con un cappuccio. Mai m'era sembrata più deliziosa. Aveva tutta la grazia delicata di quella statuetta di Tanagra che c'è nel tuo studio, Basil. I capelli le incorniciavano il volto come foglie scure intorno a una pallida rosa. E la recitazione... beh, la vedrai questa sera. È un'attrice nata. Me ne stavo in quel minuscolo palco completamente avvinto. Ho dimenticato di essere a Londra nel diciannovesimo secolo. Ero lontano col mio amore in una foresta che nessun uomo aveva mai visto. Dopo lo spettacolo andai dietro il palcoscenico e le parlai. Mentre eravamo seduti vicini, improvvisamente le apparve negli occhi un'espressione che non avevo mai visto. Avvicinai le mie labbra alle sue. Ci baciammo. Non so descriverti quello che provai in quel momento. Mi parve che tutta la mia vita si fosse concentrata in un unico punto perfetto di rosea gioia. Lei tremava tutta e vibrava come un bianco narciso. Poi cadde sulle ginocchia e mi baciò le mani. Sento che non dovrei dirvi tutte queste cose, ma non posso farne a meno. Naturalmente il nostro fidanzamento è segretissimo. Lei non ne ha parlato nemmeno a sua madre. Non so che cosa diranno i miei tutori. Lord Radley si infurierà di certo. Non me ne importa. Tra meno di un anno sarò maggiorenne e allora potrò fare quel che vorrò. Ho avuto ragione, vero Basil, a prendere il mio amore dalla poesia e a trovare mia moglie in una commedia di Shakespeare? Le labbra cui Shakespeare insegnò a parlare mi hanno sussurrato nell'orecchio il loro segreto. Le braccia di Rosalinda mi hanno allacciato e ho baciato Giulietta sulla bocca".
"Sì, Dorian, immagino che tu abbia ragione", disse lentamente Hallward.
"Oggi l'hai vista?" domandò Lord Henry.
Dorian Gray scosse il capo. "L'ho lasciata in una foresta delle Ardenne, la ritroverò in un giardino di Verona."Lord Henry sorseggiò il suo champagne con aria pensosa. "Quando esattamente hai pronunciato la parola matrimonio, Dorian? E lei che cosa ti ha risposto? Forse te ne sei completamente dimenticato".
"Mio caro Henry, non ho trattato la cosa come una transazione commerciale e non le ho fatto nessuna proposta formale. Le ho detto che l'amavo e lei mi ha detto che non si sentiva degna di diventare mia moglie. Non si sentiva degna! Ma se il mondo intero non vale nulla al suo confronto!"
"Le donne sono prodigiosamente pratiche", mormorò Lord Henry, "molto più pratiche di noi. In situazioni del genere noi dimentichiamo spesso di accennare al matrimonio e loro ce lo ricordano sempre”.
Hallward gli posò una mano sul braccio. "Non dire queste cose, Henry. Hai contrariato Dorian. Lui non è come gli altri: non pensa mai male di nessuno. Ha un carattere troppo delicato”.
Lord Henry lanciò un'occhiata attraverso la tavola. "Dorian non è mai contrariato con me", rispose. "Ho fatto questa domanda per la migliore delle ragioni, per l'unica ragione che, in realtà, giustifica una domanda: pura curiosità. Secondo una mia teoria, sono sempre le donne che ci propongono il matrimonio e non noi che lo proponiamo loro. Salvo, naturalmente, tra i borghesi, ma i borghesi non sono moderni".
Dorian Gray rise e scosse il capo.
"Sei proprio incorreggibile, Henry, ma non importa, è impossibile arrabbiarsi con te. Quando vedrai Sibyl Vane, capirai che chi volesse farle del male sarebbe un bruto, un bruto senza cuore. Non posso capire come si possa desiderare di avvilire chi si ama. Io amo Sibyl Vane, voglio porla su un piedistallo d'oro e vedere il mondo adorare la mia donna. Che cos'è il matrimonio? Un voto irrevocabile. Per questo tu ne ridi. Ah! Non riderne. Proprio un voto irrevocabile io voglio prendere. La sua fiducia mi rende fedele, la sua certezza mi rende buono. Quando sono con lei, mi rammarico di tutto ciò che mi hai insegnato. Divento diverso dalla persona che tu conosci. Sono cambiato, e basta una carezza di Sibyl Vane per farmi dimenticare te e tutte le tue erronee, affascinanti, velenose e deliziose teorie".
"Le quali sono...?" domandò Lord Henry, servendosi l'insalata.
"Oh, le tue teorie sulla vita, sull'amore, sul piacere. Tutte le tue teorie, in realtà, Henry".
"Il piacere è l'unica cosa su cui meriti di avere una teoria," rispose Lord Henry con la voce bassa e melodiosa. "Ma mi dispiace non poter vantare l'originalità della mia. Appartiene alla natura, non a me. Il piacere è la prova della natura, il suo cenno di approvazione. Quando siamo felici, siamo sempre buoni, ma quando siamo buoni non sempre siamo felici".
"Ah, ma che cosa intendi con buoni?" esclamò Basil Hallward.
"Sì", gli fece eco Dorian appoggiandosi allo schienale della poltrona e guardando Lord Henry sopra il fitto mazzo di iris purpuree posto al centro della tavola, "che cosa intendi con buoni, Henry?"
"Essere buoni significa essere in armonia con noi stessi", rispose Lord Henry, toccando il fragile stelo del bicchiere con le dita bianche ed affusolate. "Siamo in disaccordo invece, quando siamo costretti ad essere in armonia con gli altri. La propria vita: questa è la cosa importante. E per quanto riguarda la vita del prossimo, se uno vuol fare il saccente o il puritano, può sfoggiare il punto di vista morale che ha su di lui, però la cosa non lo riguarda. Inoltre l'individualismo si prefigge il più elevato degli obiettivi. La morale moderna consiste nell'accettare i valori stabiliti della nostra epoca. Secondo me, per qualunque persona colta, accettare i valori stabiliti della sua epoca è una manifestazione della più rozza immoralità".
"Ma se uno vive esclusivamente per se stesso, Henry, non ti pare che paghi un prezzo terribile?" obiettò il pittore."Sì, oggi tutto ci costa troppo. Immagino che la vera tragedia dei poveri è che non possono permettersi altro lusso che il sacrificio. I bei peccati, come le belle cose, sono privilegio dei ricchi".
"Non si paga solo con il denaro".
"E con che cosa, Basil?"
"Oh! Con il rimorso, con la sofferenza, con... ecco, con la coscienza della propria degradazione".
Lord Henry si strinse nelle spalle. "Caro amico, l'arte medievale è affascinante, ma le emozioni medievali sono passate di moda. Si possono usare nei romanzi, naturalmente. Ma allora le sole cose che si possono usare nei romanzi sono quelle che non si adoperano più nella realtà. Credimi, nessun uomo civile rimpiange mai un piacere e nessun uomo incivile sa che cosa è un piacere".
"So che cosa è un piacere," esclamò Dorian Gray. "È adorare qualcuno".
"È certamente meglio che essere adorato", rispose Lord Henry, giocherellando con un frutto. "Essere adorati è una seccatura. Le donne ci trattano proprio come gli esseri umani trattano i loro dei. Ci adorano e non fanno altro che seccarci chiedendoci di fare qualcosa per loro".
"Avrei dovuto dire che qualunque cosa ci chiedano, ce lo hanno dato in precedenza", mormorò gravemente il giovane. "Le donne creano in noi l'amore, hanno il diritto di chiedere che venga loro restituito".
"Assolutamente vero, Dorian", esclamò Hallward.
"Non c'è nulla di assolutamente vero", disse Lord Henry."Questo lo è", lo interruppe Dorian. "Devi ammetterlo, Henry: le donne danno agli uomini la parte più preziosa della loro vita".
"Può darsi", sospirò Lord Henry, "ma invariabilmente la vogliono indietro in spiccioli. Questo è il guaio. Le donne, come ha detto un francese di spirito, ci ispirano il desiderio di creare capolavori e ci impediscono sempre di realizzarli".
"Henry, sei orribile! Non so perché mi piaci tanto".
"Ti piacerò sempre, Dorian", replicò Lord Henry. "Prendete il caffè, amici?... Cameriere, ci porti caffè, fine champagne e sigarette. No, lasci perdere le sigarette; ne ho io. Basil, non ti permetto di fumare il sigaro, devi prendere una sigaretta. La sigaretta è il modello perfetto di un piacere perfetto: è squisita e ti lascia insoddisfatto. Che cosa si può volere di più? Sì, Dorian, mi vorrai sempre molto bene. Per te io rappresento tutti i peccati che non hai mai avuto il coraggio di commettere”.
"Che assurdità dici, Henry!" esclamò il giovane, accendendo la sigaretta alla fiamma che usciva dalla bocca del drago d'argento che il cameriere aveva posato sulla tavola. "Andiamo a teatro. Quando Sibyl entrerà in scena avrai un nuovo ideale di vita. Rappresenterà per te qualcosa che non hai mai conosciuto".
"Io ho conosciuto tutto", disse Lord Henry, con un'espressione stanca negli occhi, "ma sono sempre pronto a provare nuove emozioni. Temo, tuttavia, che almeno per me non ce ne siano più. Però questa tua meravigliosa ragazza potrebbe ancora farmi provare un brivido. Mi piace moltissimo il teatro: è tanto più reale della vita. Andiamo. Dorian, tu verrai con me. Mi dispiace moltissimo, Basil, ma la carrozza ha solo due posti. Dovrai seguirci in vettura". Si alzarono, indossarono i soprabiti e bevvero il caffè in piedi. Il pittore era silenzioso e preoccupato. Un'atmosfera di tristezza lo avvolgeva. Non poteva sopportare l'idea di questo matrimonio, tuttavia gli sembrava la cosa migliore tra le tante che avrebbero potuto accadere. Pochi minuti dopo scesero tutti. Salì in vettura da solo, come era stato deciso, e osservò i fanali luminosi della piccola carrozza che lo precedeva. Fu preso da una strana sensazione di vuoto. Sentiva che Dorian Gray non sarebbe più stato per lui quello che era stato in passato. La vita si era messa tra di loro... Gli occhi gli si oscurarono e le strade affollate e piene di luci si fecero confuse. Quando la vettura arrivò davanti al teatro, gli sembrò di essere invecchiato di anni. -
Il ritratto di Dorian Gray, Capitolo quinto
CAPITOLO QUINTO
"Mamma; mamma, sono così felice!" sussurrò la fanciulla nascondendo il viso nel grembo della donna dal viso stanco e sciupato che, volgendo le spalle alla luce violenta e invadente, sedeva nell'unica poltrona del minuscolo salotto. "Sono tanto felice!", ripeté, "e anche tu devi esserlo!"
La signora Vane si scosse e posò la sua mano sottile e incipriata sul capo della figlia.
"Felice!" ripeté. "Io sono felice, Sibyl, soltanto quando ti vedo recitare. Non devi pensare ad altro che alla tua recitazione. Il signor Isaacs è stato molto buono con noi e noi gli dobbiamo del denaro".
La ragazza alzò il capo con un'espressione imbronciata.
"Denaro, mamma?", esclamò. "Che cosa importa il denaro? L'amore vale più del denaro".
"Il signor Isaacs ci ha prestato cinquanta sterline per pagare i nostri debiti e per preparare un corredo sufficiente per James. Non devi dimenticarlo, Sibyl. Cinquanta sterline e una somma molto grossa. Il signor Isaacs è stato molto premuroso".
"Non è un gentiluomo, mamma, e non sopporto il modo che ha di parlarmi", disse la ragazza alzandosi ed avvicinandosi alla finestra.
"Non so come potremmo fare senza di lui," rispose l’anziana donna in tono lamentoso.
Sibyl Vane scosse il capo ridendo.
"Non ne abbiamo più bisogno, mamma. Il Principe Azzurro si prende cura di noi, ora". Poi tacque. Nel suo sangue una rosa s'agitò, colorandole le guance. Un respiro agitato le fece socchiudere i petali tremanti delle labbra. Un vento caldo di passione la avvolse muovendole le delicate pieghe del vestito. "Lo amo", disse semplicemente.
"Bambina sciocca! Bambina sciocca!" fu la frase pappagallescamente ripetuta che le giunse in risposta. Il moto delle dita adunche, coperte di falsi gioielli, aggiungeva un che di grottesco alle parole.
La fanciulla rise di nuovo. C’era nella sua voce la gioia di un uccello in gabbia. I suoi occhi afferrarono la melodia e la riecheggiarono illuminandosi; poi si chiusero per un momento, come per nascondere il loro segreto. Quando si riaprirono, su di loro era passata l'ombra di un sogno.
La saggezza dalle labbra sottili le parlava dalla poltrona consunta, le consigliava consigli di prudenza, traeva citazioni da quel libro della vigliaccheria il cui autore scimmiotta il nome del buon senso. Ella non l'ascoltava. Ella era libera nel suo carcere di passione. Il suo principe, il suo Principe Azzurro, era con lei. Aveva chiesto alla memoria di ricrearlo, aveva mandato la sua anima a cercarlo ed essa glielo aveva riportato. Il suo bacio ardeva di nuovo sulle sue labbra. Le sue palpebre erano calde del suo respiro.
Allora la saggezza cambiò metodo e parlò di sospetto e di informazioni. Poteva darsi che il giovanotto fosse ricco, ed allora si poteva pensare al matrimonio. Ma contro la conchiglia delle sue orecchie si infransero le onde dell'astuzia del mondo. Le frecce dell'artificio le passarono vicino senza toccarla. Vide muoversi le labbra sottili e sorrise.
All’improvviso sentì la necessità di parlare. Quel silenzio pieno di parole la inquietava.
"Mamma, mamma," esclamò, "perché mi ama tanto? Io lo so perché lo amo: perché è come dovrebbe essere l'amore stesso. Ma che cosa vede lui in me? Io non sono degna di lui. Eppure, - il perché non lo potrei dire, sebbene io mi senta inferiore a lui, non mi sento umile. Mi sento orgogliosa, terribilmente orgogliosa. Mamma, tu hai amato mio padre come io amo il mio Principe Azzurro?”
La vecchia impallidì sotto lo cipria da poco prezzo che le copriva le guance e le sue labbra secche si contrassero in uno spasimo di dolore. Sibyl si precipitò verso di lei, le gettò le braccia intorno al collo e la baciò.
"Perdonami, mamma. So che ti fa male parlare di mio padre. Ma soffri solo perché lo hai amato tanto. Non essere così triste. Io oggi sono felice come lo eri tu vent'anni fa. Ah! S’io potessi essere felice per sempre!"
"Bambina sei troppo giovane per pensare di innamorarti. E di più, che cosa ne sai tu di questo giovanotto? Non sai nemmeno come si chiama. Tutta questa faccenda è estremamente sconveniente e, davvero, ora che James deve partire per l’Australia, ed io ho tante cose a cui pensare, devo dire che avresti dovuto essere più riflessiva. Però, come ho detto prima, se è ricco..."
"Ah! Mamma, mamma, lasciami essere felice!"
La signora Vane la guardò e, con uno di quei gesti falsamente teatrali, che diventano così spesso una specie di seconda natura in un attore, la strinse tra le braccia. In quel momento la porta si aprì e un giovane dai capelli castani arruffati, entrò nella stanza. Aveva una figura massiccia, grosse mani e grossi piedi, e si muoveva un pò goffamente. Non aveva nulla del tipo delicato della sorella. Si sarebbe difficilmente immaginato che ci fosse fra di essi un vincolo così stretto parentela. La signora Vane lo fissò e accentuò il suo sorriso. Mentalmente ella innalzava suo figlio alla dignità di un uditorio, ed era sicura che il tableau era interessante.
"Potresti conservare qualche bacio anche per me, Sibyl, mi pare", disse il giovane con un brontolio bonario."
Ah! ma se non ti piace essere baciato, Jim!", esclamò la ragazza. "Sei un vecchio orso antipatico" e attraversata di corsa la stanza, gli gettò le braccia al collo.
James Vane guardò con tenerezza il viso di sua sorella.
"Vorrei che tu uscissi a passeggio con me, Sibyl. Credo che non vedrò più questa orribile Londra. Sono sicuro di non averne la minima voglia".
"Figlio mio, non dire cose così terribili", mormorò la signora Vane, prendendo uno sgargiante costume teatrale e cominciando con un sospiro a rammendarlo. Le dispiaceva un pò che non si fosse unito a loro due, per aumentare la teatralità pittoresca della situazione.
"Perché no, mamma? Io ne sono sicuro".
"Mi rattristi, figlio mio. Spero che tornerai dall’Australia con una florida posizione. Credo che laggiù nelle colonie non esista un bel mondo, nulla che io chiamerei bel mondo; quindi, quando avrai fatto fortuna, devi tornare e sistemarti qui a Londra".
"Bel mondo", mormorò il ragazzo. "Non voglio saperne nulla. Vorrei fare un pò di denaro per portare te e Sibyl via dal palcoscenico. Lo odio".
"Oh, Jim!" disse Sibyl ridendo, "come sei poco gentile! Ma davvero vuoi uscire a passeggio con me? Che gioia! Temevo che volessi salutare qualcuno dei tuoi amici: Tom Hardy che ti ha regalato quell'orribile pipa, o Ned Langton, che ti prende in giro quando la fumi. È molto carino da parte tua riservarmi l'ultimo pomeriggio. Dove andiamo? Al Park?"
"Sono troppo malvestito", rispose lui, aggrottando le sopracciglia. "Al Park ci va solo la gente elegante".
"Non dire assurdità, Jim", sussurrò Sibyl, accarezzandogli la manica della giacca.
Il giovane esitò un momento.
"Benissimo", disse finalmente," ma non metter troppo tempo a vestirti".
Ella volò fuori della porta. La si poteva udire cantare mentre correva su per le scale, poi dal piano di sopra provenne il rumore dei suoi piedini.
Jim andò due o tre volte su e giù per la stanza, infine si volse a sua madre, seduta in silenzio.
"Mamma, le mie cose sono pronte?" domandò.
"È tutto pronto, James", rispose la donna, senza sollevare lo sguardo dal lavoro. Negli ultimi mesi ella si era sentita a disagio quando si trovava sola con questo suo rude e severo figliolo. Quando i loro occhi si incontravano, la sua natura superficiale ne era turbata. Si chiedeva di continuo se sospettasse qualcosa. Poiché lui non faceva nessun'altra osservazione, il silenzio le divenne insopportabile. Cominciò a lamentarsi. Le donne si difendono attaccando, proprio come attaccano con strane e improvvise capitolazioni. "Spero che sarai contento della tua vita d’oltre mare, James", disse. "Devi ricordarti che l'hai scelta tu. Avresti potuto impiegarti nell'ufficio di un procuratore. I procuratori sono una classe molto rispettabile e spesso, in provincia, sono invitati a pranzo dalle migliori famiglie".
"Odio gli uffici e gli impiegati", rispose il ragazzo. "Ma hai ragione, la mia vita me la sono scelta io. Ti raccomando solo una cosa: di vegliare su Sibyl. Bada che non le succeda niente di male. Mamma, devi vegliare su di lei".
"Che strani discorsi fai, James. Certo che baderò a lei".
"Ho sentito che un signore va tutte le sere a teatro e poi passa sul palcoscenico per parlarle. È vero? E tu che ne dici?"
"Parli di cose che non capisci, James. Nella nostra professione siamo abituate a ricevere di continuo gli omaggi più lusinghieri. Io stessa un tempo ero solita ricevere molti mazzi di fiori ogni sera. Questo accadeva quando davvero si capiva la recitazione. Per quanto riguarda Sibyl, non so ancora se questa sua relazione sia una cosa seria o meno. Ma senza dubbio il giovanotto in questione è un perfetto gentiluomo. Con me è sempre gentilissimo. Inoltre pare che sia molto ricco e manda dei bellissimi fiori".
"Però non sai come si chiama", disse il ragazzo, aspro.
"No", rispose la madre, con una tranquilla espressione sul viso. "Non ha ancora rivelato il suo vero nome. La ritengo una cosa molto romantica. Probabilmente appartiene all'aristocrazia”.
James Vane si morse le labbra. "Veglia su Sibyl, mamma", esclamò, "veglia su di lei".
"Figlio mio, mi tormenti troppo. Sibyl è sempre oggetto delle mie cure specialissime. Naturalmente, se questo signore è ricco non vi è motivo per cui Sibyl non debba unirsi a lui. Confido che sia un signore dell'aristocrazia: devo dire che ne ha tutta l'apparenza. Per Sibyl potrebbe essere un matrimonio brillantissimo. Formerebbero una bellissima coppia: lui è davvero straordinariamente bello, tutti lo notano”.
"Il giovane mormorò qualcosa tra sé e tamburellò con le grosse dita sui vetri della finestra. Si era appena voltato per dire qualcosa, quando si aprì la porta e Sibyl entrò di corsa.
"Come siete seri, tutti e due!" esclamò. "Che cosa è successo?"
"Nulla", rispose il fratello, "penso che qualche volta sia necessario essere seri. Arrivederci, mamma; cenerò alle cinque. Ho messo via tutto, salvo le camicie, quindi non preoccuparti".
"Arrivederci, figlio mio", disse lei, con un inchino studiatamente solenne. Era profondamente seccata dal tono che lui aveva adottato nei suoi confronti e, nel suo sguardo, c'era qualcosa che le faceva paura.
"Dammi un bacio, mamma", disse la ragazza. Le labbra belle come un fiore toccarono le gote sfiorite e ne scaldarono il gelo.
"Bimba mia, bimba mia!" esclamò la signora Vane, sollevando lo sguardo al soffitto in cerca di un pubblico immaginario.
"Vieni, Sibyl", disse suo fratello con impazienza. Non sopportava gli atteggiamenti affettati della madre.
Uscirono nella tremolante luminosità di un giorno spazzato dal vento e si incamminarono lungo la triste Euston Road. I passanti guardavano con meraviglia quel giovane imbronciato e massiccio, vestito rozzamente e senza cura, in compagnia di una fanciulla così fine e graziosa. Sembrava un volgare giardiniere a passeggio con una rosa.
Jim ogni tanto si accigliava quando si accorgeva dello sguardo curioso di qualche sconosciuto. Provava quell'avversione a sentirsi guardato che prende i geni negli ultimi anni della loro vita, e che non abbandona mai le persone comuni. Sibyl, tuttavia, non si rendeva affatto conto dell'effetto che produceva. L'amore le fremeva sulle labbra sorridenti. Pensava al Principe Azzurro, e per pensarlo meglio non ne parlava, ma chiacchierava della nave sulla quale Jim si sarebbe imbarcato, dell'oro che certamente avrebbe trovato, della meravigliosa ereditiera che avrebbe certamente salvato dalle grinfie dei malvagi banditi.
Perché lui non sarebbe rimasto un marinaio o uno stivatore o roba del genere. Oh, no! La vita di un marinaio è terribile! Immagina a starsene stipati in una nave orrenda, mentre le onde gonfie e ruggenti cercano di invaderla e un cupo vento schianta gli alberi, riducendo le vele a lunghi brandelli stridenti. Sarebbe sceso dalla nave a Melbourne, dopo aver detto educatamente arrivederci al capitano e si sarebbe diretto immediatamente verso i campi auriferi. Dopo neanche una settimana avrebbe scoperto una grossa pepita di oro puro, la più grossa pepita mai trovata, e l'avrebbe portata verso la costa su un carro scortato da sei poliziotti a cavallo. I banditi lo avrebbero aggredito tre volte, ma sarebbero stati sconfitti con un'enorme carneficina. Oppure no. Non sarebbe affatto andato nelle miniere d’oro. Erano posti orribili, dove gli uomini si ubriacavano, si sparavano addosso nel bar e usavano un linguaggio sconveniente. Egli doveva diventare un bravo allevatore di pecore e una sera, ritornando a casa a cavallo, avrebbe visto una magnifica ereditiera sul punto di essere rapita da un bandito su un cavallo nero e l'avrebbe inseguita e liberata. Naturalmente lei si sarebbe innamorata di lui, e lui di lei, si sarebbero sposati, sarebbero ritornati in patria ed avrebbero vissuto in una grandissima casa, a Londra. Sì, c'erano cose meravigliose in serbo per lui, ma avrebbe dovuto comportarsi bene, non perdere la calma o spendere stupidamente i suoi soldi. Lei aveva solo un anno più di lui, ma della vita sapeva molte più cose di lui. E doveva anche badare bene a scriverle ad ogni partenza del postale, e di dire le preghiere ogni sera prima di addormentarsi. Il Signore era molto buono e avrebbe vegliato su di lui e dopo pochi anni se ne sarebbe ritornato ricco e felice.
Il ragazzo l'ascoltava con aria imbronciata, senza rispondere. Lo rattristava l'idea di partire.
Ma non solo per questo si sentiva triste e taciturno. Per quanto fosse inesperto, sentiva fortemente il pericolo della situazione di Sibyl. Questo giovane bellimbusto che le faceva la corte non portava con sé nulla di buono. Era un gentiluomo: per questo lo odiava, per qualche strano istinto di razza che non avrebbe potuto spiegare, e che proprio per questo era in lui ancor più dominante. Conosceva anche la superficialità e la vanità della madre e in ciò vedeva un incommensurabile pericolo per Sibyl e per la sua felicità. I figli cominciano con l'amare i propri genitori; crescendo li giudicano e, a volte, li perdonano.
Sua madre! Aveva qualcosa da chiederle, qualcosa che aveva covato in silenzio per molti mesi. Una frase udita per caso a teatro, un bisbiglio di scherno che gli era giunto all'orecchio una sera, mentre attendeva all'ingresso del palcoscenico, avevano scatenato in lui una serie di terribili pensieri. Se ne ricordava come una frustata in pieno viso. Le sue sopracciglia erano talmente aggrottate che formavano una sorta di cuneo di peli. In un sussulto di sofferenza si morse il labbro inferiore.
"Non ascolti nemmeno una parola di quello che dico, Jim," esclamò Sibyl, "e io che sto facendo i più meravigliosi progetti sul tuo avvenire. Dimmi qualcosa".
"Che cosa vuoi che dica?"
"Oh, che farai il bravo e che non ci dimenticherai", rispose Sibyl, sorridendogli.
Jim scosse le spalle.
"È più facile che tu ti dimentichi di me, che non io te, Sibyl".
Lei arrossì.
"Che cosa vuoi dire, Jim?" domandò.
"Ho sentito che hai un nuovo amico. Chi è? Perché non me ne hai parlato? Non ha buone intenzioni verso di te".
"Smettila, Jim!" esclamò lei. "Non devi dire nemmeno una parola contro di lui. Io lo amo".
"Ma come, non sai nemmeno come si chiama", obiettò il ragazzo. "Chi è? Ho il diritto di saperlo".
"Lo chiamo Principe Azzurro. Non ti piace questo nome? Oh, cattivo! Non dovresti dimenticarlo mai. Se tu solamente lo vedessi, capiresti che è la persona più affascinante del mondo. Lo incontrerai un giorno, quando ritornerai dall'Australia. Ti piacerà moltissimo. Piace a tutti e... io lo amo. Vorrei che tu potessi venire a teatro stasera. Lui verrà e io sarò Giulietta. Oh! Come reciterò! Immagina, Jim, essere innamorata e recitare la parte di Giulietta! E averlo seduto là davanti! Recitare per la sua soddisfazione! Temo che spaventerò il pubblico, lo spaventerò e lo dominerò. Essere innamorati significa superare se stessi. Il povero, orribile signor Isaacs griderà "è un genio" ai suoi fannulloni del bar. Mi ha già predicato come un dogma, stasera mi annuncerà come una rivelazione. Lo sento. E tutto questo è suo, soltanto suo, Principe Azzurro, il mio meraviglioso amante, il mio dio della bellezza. Ma io accanto a lui sono povera. Povera? Che importanza ha? Quando la povertà entra strisciando dalla porta, l'amore entra volando dalla finestra. I nostri proverbi dovrebbero venire scritti di nuovo. Sono stati scritti d'inverno e adesso è estate; primavera anzi per me una danza di fiori nel cielo azzurro".
"È un signore", disse il giovane, ostinato.
"Un principe," cantò la voce di lei. "Che cosa pretendi di più?"
"Vuole che tu diventi la sua schiava".
"Tremo al pensiero di essere libera".
"Voglio che tu ti guardi da lui".
"Vederlo vuol dire adorarlo, conoscerlo vuol dire aver fiducia in lui".
"Sibyl, sei impazzita per lui".
Lei rise e lo prese per il braccio.
"Caro vecchio Jim, parli come se avessi cent'anni. Un giorno ti innamorerai anche tu e allora saprai che cosa vuol dire. Non prendere quest'aria scontrosa. Dovresti essere contento al pensiero che, mentre sei lontano, mi lasci più felice di quanto non sono mai stata. La vita è stata dura per tutti e due, terribilmente dura e difficile, ma d'ora in poi le cose saranno diverse. Tu vai in un nuovo mondo, io ne ho trovato uno. Ecco due sedili, sediamoci e guardiamo passare la gente elegante."
Sedettero in mezzo a una folla di gente intenta a guardare. Dall'altra parte della strada le aiuole di tulipani fiammeggiavano come palpitanti anelli di fuoco. Una polvere bianca, come una tremula nube di ireos, era sospesa nell'ansare dell'aria. Gli ombrelli da sole dai vivaci colori danzavano e cadevano come enormi farfalle.
Sibyl spinse il fratello a parlare di sé, delle sue speranze, dei suoi progetti. Jim rispondeva lentamente a fatica. Si scambiavano le parole come i giocatori si scambiano i gettoni. Sibyl si sentiva oppressa, non riusciva a comunicare la gioia che provava. L'unica eco che le riuscì di suscitare fu un debole sorriso che curvò appena, la bocca imbronciata del fratello: Dopo un pò tacque. D'un tratto colse un lampo di capelli d'oro e di labbra ridenti e Dorian Gray passò in una carrozza aperta con due signore. Balzò in piedi.
"Eccolo!" esclamò.
"Chi?" domandò Jim Vane.
"Il Principe Azzurro," rispose lei, seguendo con lo sguardo la carrozza.
Jim balzò in piedi a sua volta e le afferrò rudemente un braccio.
"Fammelo vedere. Chi e? Indicamelo. Devo vederlo!" esclamò. Ma proprio in quel momento sopraggiunse il tiro a quattro del duca di Berwic e, quando fu passato, la carrozza aperta aveva lasciato il Park.
"Se ne è andato," mormorò tristemente Sibyl. "Avrei voluto che tu lo vedessi."
"Avrei voluto anch'io perché, sicuro come dio in cielo, se mai ti dovesse fare del male, lo ucciderei.
"Sibyl lo fissò terrorizzata. Lui ripeté la frase. Le parole tagliarono l'aria come una frustata. La gente intorno cominciò a guardarli. Una signora che stava accanto a lei si scostò.
"Andiamo via, Jim, andiamo via," sussurrò. Lui la seguì sempre con un'espressione ostinata in volto mentre Sibyl si faceva largo tra la folla. Era contento di quello che aveva detto.
Giunti alla statua di Achille, Sibyl si voltò. Aveva negli occhi un'espressione di pietà che sulle labbra si trasformò in un sorriso. Scosse il capo.
"Sei sciocco, Jim, sei tremendamente sciocco; un ragazzo dal pessimo carattere, tutto qui. Come hai potuto dire una cosa così orribile? Non sai di che cosa parli. Sei soltanto geloso e sgarbato. Ah, vorrei che anche tu ti innamorassi. L'amore rende buoni, mentre le cose che hai detto sono cattive."
"Ho sedici anni," rispose lui, "e so quello che dico. La mamma non ti può essere di aiuto. Non capisce che deve sorvegliarti. Adesso vorrei non dover andare in Australia: ho una gran voglia di mandare tutto a monte. Lo farei, se non avessi già firmato un contratto."
"Oh, non essere così tragico, Jim. Sei come l'eroe di uno di quegli stupidi melodrammi che la mamma recitava tanto volentieri. Non voglio litigare con te. L'ho, visto e, oh! il vederlo è una perfetta felicità. Non litigheremo. So che non saresti capace di far male a chi amo, non è vero?"
"Immagino di no, finché lo amerai," fu la cupa risposta.
"Lo amerò sempre!" esclamò lei.
"Sarà meglio per lui."
Sibyl si staccò dal fratello, poi rise e gli posò una mano sul braccio. Era solo un ragazzo.
A Marble Arch salirono su un omnibus che li lasciò vicino alla loro, squallida casa di Euston Road. Erano le cinque passate e Sibyl doveva riposare un paio d'ore prima della recita. Jim insistette perché lo facesse. Disse che preferiva salutarla mentre non c'era la madre. Avrebbe fatto di sicuro una scena e lui detestava le scene di qualunque genere.
Si separarono nella camera di Sibyl. Nel cuore del ragazzo c'era gelosia e un odio feroce e mortale per lo sconosciuto che, secondo lui, si era messo tra loro. Tuttavia quando le braccia di lei gli allacciarono il collo e le sue dita gli si insinuarono tra i capelli, si addolcì e la baciò con sincero affetto. Scese con gli occhi pieni di lacrime.
La madre lo aspettava da basso. Quando entrò, brontolò per la sua mancanza di puntualità. Jim non rispose, ma sedette davanti al misero pasto. Le mosche ronzavano intorno alla tavola, muovendosi sulla tovaglia macchiata. Attraverso il rombo degli omnibus e il fracasso delle carrozze, sentiva la voce lamentosa divorargli a uno a uno i minuti che gli restavano.
Dopo un pò, allontanò il piatto e si prese il capo tra le mani. Sentiva di avere il diritto di sapere. Se i suoi sospetti erano fondati, avrebbero dovuto dirglielo prima. Piena di paura, la madre lo osservava. Le parole le cadevano meccanicamente dalle labbra mentre, tra le dita, tormentava un fazzoletto di pizzo sgualcito. Quando la pendola suonò le sei, il ragazzo si alzò e si avviò alla porta. Poi si voltò, fissandola. I loro occhi si incontrarono. Vide in quelli di lei una folle richiesta di compassione che lo mandò in tutte le furie.
"Mamma, devo chiederti una cosa," disse. Gli occhi della donna vagarono incerti nella stanza. Non rispose. "Dimmi la verità, ho il diritto di saperlo. Tu e mio padre eravate sposati?"
La donna emise un profondo sospiro. Era un sospiro di sollievo. Quel terribile momento, quel momento temuto giorno e notte, per settimane e per mesi, era venuto finalmente.
Tuttavia non ne aveva paura, anzi, in una certa qual misura ne era delusa. La rude franchezza della domanda richiedeva una risposta altrettanto franca. La situazione non si era sviluppata gradualmente: era sorta brutalmente ricordandole una brutta prova teatrale.
"No," rispose, meravigliandosi dell'aspra semplicità della vita.
"Allora mio padre era un mascalzone?" esclamò il ragazzo, stringendo i pugni.
La donna scosse il capo.
"Sapevo che non era libero. Ci amavamo moltissimo. Se fosse vissuto avrebbe badato a noi. Non parlare male di lui, figlio mio. Era tuo padre ed era un gentiluomo. In verità aveva parenti molto importanti.
"Dalle labbra del ragazzo sfuggì una bestemmia.
"Di me, non mi importa," esclamò, "ma non lasciare che Sibyl... È un gentiluomo anche quel tipo che si è innamorato di lei, o dice di esserlo, non è vero? E immagino che anche lui abbia parenti molto importanti.
"Per un momento, la donna fu sopraffatta da un vergognoso senso di umiliazione. Chinò il capo e si passo sugli occhi una mano, tremante.
"Sibyl ha una madre," mormorò. "Io non l'avevo.
"Il ragazzo si commosse. Si avvicinò a lei e, chinatosi, le diede un bacio.
"Mi dispiace di averti fatto soffrire chiedendoti di mio padre," disse, "ma non ho potuto farne a meno. Ora devo andare. Arrivederci. Non dimenticare che adesso dovrai badare a uno solo dei tuoi figli, e credimi, se quell'uomo rovinerà mia sorella, scoprirò chi è, lo rintraccerò e lo ammazzerò come un cane. Lo giuro.
"Il tono esaltato della minaccia, i gesti appassionati che l’accompagnavano, le parole follemente melodrammatiche le fecero apparire più reale la vita. Era un’atmosfera familiare per lei. Respirò più liberamente e, per la prima volta da molti mesi, ammirò sinceramente suo figlio. Avrebbe voluto continuare la scena sullo stesso tono emotivo, ma lui tagliò corto. Bisognava portar giù i bauli e cercare gli indumenti pesanti. Il facchino della pensione entrava e usciva. Poi si dovette trattare con il cocchiere per il prezzo. Il poco tempo andò perduto in particolari di poco conto. Fu con un rinnovato senso di delusione che, mentre il figlio si allontanava sulla carrozza, sventolò dalla finestra il fazzoletto di pizzo sgualcito. Sentiva che un’ottima occasione era andata perduta. Si consolò dicendo a Sibyl quanta desolazione sarebbe entrata nella sua vita, adesso che aveva uno solo dei suoi figli a cui badare. Ricordava la frase, e le piaceva. Non disse nulla della minaccia. Era stata espressa con vivacità e senso drammatico. Ma ella era persuasa che un giorno o l'altro ne avrebbero tutti riso. -
Il ritratto di Dorian Gray, Capitolo primo
CAPITOLO PRIMO
Lo studio era pervaso dall'odore intenso delle rose e, quando tra gli alberi del giardino spirava la leggera brezza estiva, dalla porta spalancata entrava l'intenso odore dei lillà, o il più delicato profumo dei fiori rosa dell'eglantina.
Dall'angolo del divano coperto di stoffe persiane, su cui era disteso, fumando, com'era sua abitudine, una sigaretta dopo l’altra, Lord Henry Wotton coglieva lo splendore dei fiori di liburno del colore e della dolcezza del miele, i cui tremuli rami parevano appena sopportare il peso della loro fiammeggiante bellezza; e di tratto in tratto ombre fantastiche di uccelli in volo guizzavano attraverso le lunghe tende di seta grezza tese dinanzi alla grande finestra, producendo per un istante una specie di effetto giapponese, che gli faceva venire in mente quei pittori di Tokio dal viso di pallida giada che, i quali pur usando di un'arte necessariamente immobile, tentano di rendere il senso della velocità e del moto. L’ostinato ronzio delle api che vagavano tra le alte erbe non falciate o roteavano con monotona insistenza intorno ai polverosi tentacoli dorati del caprifoglio errante, sembrava rendere ancora più opprimente il silenzio. Il rombo sommesso della città di Londra ricordava le note basse di un organo lontano.
Al centro della stanza, fissato a un cavalletto, stava il ritratto a grandezza naturale di un giovane di straordinaria e originale bellezza e di fronte ad esso, poco lontano, sedeva l'autore, Basil Hallward, la cui improvvisa scomparsa, alcuni anni prima, aveva suscitato tanto scalpore e fatto sorgere tante strane congetture.
Mentre il pittore guardava la forma bella e piena di grazia che con tanta abilità artistica aveva raffigurato, un sorriso di compiacimento gli attraversò il volto e parve che si volesse fermare.
Ma, improvvisamente, si alzò e chiudendo gli occhi posò le dita sulle palpebre, come se volesse tener prigioniero nella mente uno strano sogno da cui temeva di ridestarsi.
"È la tua opera migliore, Basil, la cosa più bella che tu abbia mai fatto," disse languido Lord Henry. "Devi assolutamente esporla al Grosvenor. L'Accademia è troppo grande e troppo volgare. Ogni volta che ci sono andato o c'era tanta gente che non sono riuscito a vedere i quadri, il che è tremendo, o tanti di quei quadri che non sono riuscito a vedere la gente, il che è anche peggio. Davvero, il Grosvenor è l'unico posto possibile."
"Penso che non lo esporrò in nessun posto," rispose il pittore gettando all'indietro il capo in quello strano modo che provocava le risate dei suoi compagni di Oxford. "No, non lo esporrò in nessun posto.
"Lord Henry inarcò le sopracciglia e lo guardò stupito attraverso le sottili spire di fumo che salivano in fantastici arabeschi dalla sigaretta grevemente oppiata.
"Non vuoi esporlo? Perché, mio caro amico? C'è qualche motivo? Che strani tipi siete, voi pittori! Fate qualunque cosa per ottenere una reputazione, poi non appena l'avete raggiunta pare che la vogliate gettare via. È una sciocchezza, perché al mondo c'è una sola cosa peggiore del far parlare di sé ed è il non far parlare di sé. Un ritratto come questo ti metterebbe di gran lunga al di sopra di tutti i giovani inglesi e ti farebbe invidiare dai vecchi, posto che i vecchi siano in grado di provare emozioni."
"So che riderai di me," rispose il pittore, "ma non posso davvero esporlo. Vi ho messo dentro troppo di me.
"Lord Henry si allungò sul divano ridendo.
"Sì, sapevo che avresti riso; comunque è proprio vero."
"Troppo di te! Parola mia, Basil, non ti credevo così vanitoso; e non riesco proprio a trovare nessuna rassomiglianza tra te, con quel tuo viso forte e marcato e i capelli neri come il carbone, e questo giovane Adone che pare fatto di avorio e petali di rosa. Infatti, mio caro Basil, lui è un Narciso e tu... ecco, naturalmente hai un'espressione intelligente e tutto il resto, ma la bellezza, la vera bellezza, finisce dove inizia l'espressione intelligente. L'intelletto è di per se stesso una sorta di eccesso e in qualunque volto distrugge l'armonia. Non appena uno comincia a pensare, diventa tutto naso o tutta fronte, oppure qualcosa di orrendo. Guarda quelli che hanno avuto successo nelle professioni intellettuali. Sono assolutamente disgustosi. Eccetto, naturalmente, gli uomini di chiesa. Ma, del resto, gli uomini di chiesa non pensano. A ottant'anni un vescovo continua a ripetere quello che gli è stato insegnato a diciotto e, come naturale conseguenza, ha sempre un aspetto delizioso. Questo tuo misterioso amico di cui non mi hai mai detto il nome, ma il cui ritratto trovo davvero affascinante, non pensa mai. Ne sono assolutamente sicuro. È una creatura bella e priva di cervello, una creatura che si dovrebbe avere sempre vicina d'inverno, quando non ci sono fiori da ammirare e d'estate, quando si sente il bisogno di qualcosa che rinfreschi l'intelligenza. Non illuderti, Basil, non gli assomigli minimamente."
"Non mi hai capito, Harry," replicò l'artista. "Naturalmente non gli assomiglio. Lo so perfettamente. In realtà mi dispiacerebbe assomigliargli.
Perché scuoti le spalle? No, dico la verità. In ogni genere di distinzione, sia intellettuale che fisica, c'è una fatalità, quel genere di fatalità che, nella storia, pare in agguato sui passi incerti dei re.
È meglio non essere diversi dal nostro prossimo. I brutti e gli stupidi hanno la parte migliore del mondo. Possono mettersi seduti a loro agio e godersi lo spettacolo. Se della vittoria non sanno nulla, gli viene perlomeno risparmiata la consapevolezza della sconfitta. Vivono come tutti dovremmo vivere: senza turbamenti, indifferenti e senza preoccupazioni. Non fanno male agli altri e non ricevono male da mani altrui.
La tua nobiltà e la tua ricchezza, Harry, la mia intelligenza, per quel che può essere, la mia arte per quel che può valere, la bellezza di Dorian Gray: tutti soffriremo di ciò che gli dei ci hanno donato, ne soffriremo terribilmente tutti."
"Dorian Gray? Si chiama così?" domandò Lord Henry, che si alzò ed attraversò lo studio verso Basil Hallward.
"Sì, si chiama così. Non volevo dirtelo."
"Ma perché no?"
"Oh, non saprei spiegartelo. Quando una persona mi piace moltissimo, io non ne dico mai il suo nome a nessuno. È come cederne una parte. Sono giunto ad amare la segretezza. Pare essere l'unica cosa che può renderci piena di meraviglia e di mistero la vita moderna. Basta nasconderla, e la più banale delle cose diventa deliziosa. Quando parto da Londra, non dico mai ai miei dove vado. Se lo dicessi, perderei ogni piacere. È un’ abitudine sciocca, certo, ma in un certo qual modo pare che porti una grossa dose di romanticismo nella nostra vita. Suppongo che mi riterrai molto sciocco non è vero?."
"Niente affatto," rispose Lord Henry, "niente affatto, mio caro Basil. Forse dimentichi che sono sposato e l'unico elemento di fascino del matrimonio sta nella necessità di una vita di inganni tra i coniugi. Io non so mai dov'è mia moglie e lei non sa mai che cosa sto facendo. Quando ci incontriamo, succede qualche volta, se usciamo insieme a cena o andiamo dal duca, ci raccontiamo con l'espressione più seria le cose più assurde. In questo mia moglie è molto brava, molto più brava di me. Non confonde mai i suoi appuntamenti, mentre a me capita regolarmente. Ma quando se ne accorge, non mi fa scenate. A volte vorrei che me le facesse, ma lei si limita a prendermi in giro."
"Non sopporto il modo che hai di parlare della tua vita matrimoniale, Harry," disse Basil Hallward, dirigendosi verso la porta che dava sul giardino. "Credo che tu sia un ottimo marito, ma che ti vergogni moltissimo delle tue virtù. Sei un tipo straordinario. Non dici mai una sola parola morale e non fai mai una cosa sbagliata. Il tuo cinismo è semplicemente una posa."
"La naturalezza è semplicemente una posa, e la più irritante che conosca," esclamò Lord Henry ridendo.
I due uomini uscirono insieme nel giardino e si accomodarono su un lungo sedile di bambù all'ombra di un alto cespuglio di alloro.
Il sole scivolava sulle foglie lucide, bianche margherite tremolavano nell'erba.
Dopo una pausa, Lord Henry estrasse l'orologio.
"Temo che dovrò andarmene, Basil", mormorò, "e prima di andarmene vorrei che tu rispondessi a una domanda che ti ho fatto poco fa."
"Quale domanda?" domandò il pittore, tenendo gli occhi fissi al suolo.
"Lo sai benissimo."
"No, Harry."
"E allora te la ripeterò. Voglio che tu mi spieghi perché non vuoi esporre il ritratto di Dorian Gray. Desidero sapere la vera ragione."
"Te l'ho detta."
"No. Hai detto che non volevi, perché in esso c'era troppo di te. Ora, questo è infantile."
"Harry," disse Basil Hallward, guardandolo negli occhi, "ogni ritratto che sia dipinto con sentimento è un ritratto dell'artista, non del modello. Il modello è solamente un accidente, l'occasione. Non è lui quello che viene rivelato dal pittore; è piuttosto il pittore che sulla tela dipinta rivela se stesso. La ragione per cui non esporrò questo quadro è che ho il timore di avervi messo in evidenza il segreto della mia anima.
"Lord Henry rise. "E qual è questo segreto?"
"Te lo dirò," disse Hallward, ma sul viso gli apparve un'espressione perplessa.
"Sono impaziente, Basil," insistette l'amico guardandolo.
"Oh, c'è veramente ben poco da dire, Harry," rispose il pittore, "ed ho paura che difficilmente riusciresti a comprendermi. E forse riuscirai appena a credermi.
"Lord Henry sorrise, si chinò a raccogliere nell'erba una margherita dai petali rosa e la esaminò. "Sono sicurissimo che ti capirò," replicò fissando attentamente il minuscolo disco d'orato dalle piume
candide, "e quanto a credere alle cose, io posso credere a qualunque cosa purché sia del tutto incredibile.
"Il vento fece cadere alcuni boccioli dagli alberi e i pesanti grappoli dei lillà, con i loro fasci di stelle oscillarono nell'aria languida. Accanto al muro una cavalletta cominciò a emettere il suo lieve stridio, e simile a un filo azzurro passò ondeggiando una lunga libellula sulle ali brune e trasparenti. Lord Henry aveva l'impressione di percepire il battito del cuore di Basil Hallward, e attese ciò che stava per accadere.
"La storia è semplicemente questa," disse il pittore dopo qualche attimo.
"Due mesi fa andai a un ricevimento da Lady Brandon. Sai che noi poveri artisti di tanto in tanto ci dobbiamo far vedere in società, solo per ricordare al pubblico che non siamo selvaggi. Con un abito da sera e una cravatta bianca, come mi hai detto una volta, chiunque, persino un agente di cambio, può guadagnarsi la reputazione di un essere civile. Ebbene, mi trovavo nella stanza da una decina di minuti e stavo parlando con enormi matrone troppo vestite e con noiosi accademici, quando improvvisamente mi resi conto che qualcuno mi stava guardando. Mi volsi in giro e vidi Dorian Gray per la prima volta. Quando i nostri occhi si incontrarono mi sentii impallidire. Provai una strana sensazione di terrore. Mi rendevo conto di trovarmi di fronte a un uomo il cui semplice fascino personale era tale che, se mi fossi lasciato andare, se glielo avessi permesso, avrebbe assorbito tutta la mia vera natura, la mia vera anima, persino la mia arte. Io non desideravo nessuna influenza esteriore nella mia vita. Sai anche tu, Harry, quanto io sia indipendente per natura. Sono sempre stato padrone di me stesso o almeno lo sono stato finché non ho incontrato Dorian Gray. Allora - ma io non so come spiegartelo. Qualcosa sembrava dirmi che ero sull'orlo di una terribile crisi della mia vita. Avevo la strana sensazione che il destino avesse in serbo per me gioie squisite e squisiti dolori. Ebbi paura e mi voltai per lasciare la sala. Non era la coscienza che mi spingeva a farlo, quanto piuttosto una sorta di viltà. Non mi vanto di aver cercato di fuggire."
"La coscienza e la vigliaccheria sono esattamente la stessa cosa, Basil. La coscienza è semplicemente il marchio di fabbrica della ditta: tutto qui."
"Non credo, Harry, e non credo nemmeno che tu ne sia convinto. In ogni modo, qualunque fosse il motivo, può anche darsi che fosse l'orgoglio, dato che sono molto orgoglioso, è certo che mi diressi decisamente verso la porta. E qui, naturalmente, inciampai in Lady Brandon. "Non intenderà lasciarci così presto, signor Hallward?" gridò. La conosci quella sua voce curiosamente stridula."
"Sì, assomiglia in tutto a un pavone, fuorché nella bellezza," disse Lord Henry, facendo a pezzi la margherita con le sue lunghe dita nervose.
"Non riuscii a liberarmene. Mi presentò ad Altezze Reali, a gente con stelle e giarrettiere, a vecchie dame con diademi giganteschi e nasi da pappagallo. Parlava di me come se fossi il suo più caro amico. In precedenza l'avevo incontrata solo una volta, ma si era messa in testa di farmi passare per una celebrità.
Mi pare che in quel periodo alcuni miei quadri avessero riscosso un grande successo, o perlomeno se ne era parlato sui quotidiani da un soldo, quelli che sono la misura dell’immortalità nel diciannovesimo secolo.
Improvvisamente, mi trovai faccia a faccia con il giovane la cui personalità mi aveva così stranamente turbato. Eravamo vicinissimi, quasi da toccarci.
I nostri occhi si incontrarono di nuovo.
Fu una leggerezza da parte mia, ma chiesi a Lady Brandon di presentarmelo.
Forse, dopotutto, non fu un atto così incauto: era semplicemente inevitabile.
Ci saremmo parlati anche senza nessuna presentazione, ne sono sicuro.
In seguito Dorian me lo disse. Anche lui aveva avuto la sensazione che fossimo destinati a conoscerci."
"E che cosa ti disse Lady Brandon di questo meraviglioso giovane?" domandò l'amico.
"So che si dedica sempre a esporre un breve descrizione di tutti i suoi ospiti. Ricordo che una volta mi presentò a un vecchio gentiluomo dall'aria truculenta e dal volto scarlatto tutto coperto di nastri e decorazioni, sussurrandomi all'orecchio in un tragico bisbiglio, che probabilmente fu udito da tutti nella stanza, particolari stupefacenti. Semplicemente, scappai. Mi piace scoprire la gente da solo. Ma Lady Brandon tratta i suoi ospiti esattamente come un banditore tratta la sua merce: o li presenta in forma completamente sbagliata, oppure dice sul loro conto tutto, salvo quello che uno desidera sapere."
"Povera Lady Brandon! Sei duro con lei!" disse Hallward distrattamente.
"Mio caro, ha cercato di mettere in piedi un salon ed è riuscita solo ad aprire un ristorante. Come potrei ammirarla? Ma, dimmi, che cosa ti ha detto del signor Dorian Gray?"
"Oh, qualcosa come "Un ragazzo affascinante la sua povera madre e io eravamo davvero inseparabili. Non ricordo assolutamente che cosa faccia... temo che... non faccia nulla... oh, sì, suona il pianoforte... o il violino, caro signor Gray?" Scoppiammo a ridere tutti e due e diventammo subito amici."
"Il ridere non è un brutto modo per iniziare un'amicizia, ed è senz'altro il migliore per terminarla," disse il giovane Lord, cogliendo un'altra margherita.
Hallward scosse il capo. "Tu non sai che cosa sia l'amicizia, Harry," mormorò, "né che cosa sia l'inimicizia, del resto. A te piace chiunque, il che equivale a dire che tutti ti sono indifferenti."
"Sei terribilmente ingiusto!" esclamò Lord Henry spingendo all'indietro il cappello e alzando lo sguardo verso le piccole nubi che, come intricate matasse di lucente seta bianca, veleggiavano nel cavo turchese del cielo estivo.
"Sì, sei terribilmente ingiusto. Io faccio molta differenza tra le persone.
Scelgo gli amici per la bellezza, i conoscenti per il buon carattere e i nemici per l'intelligenza.
Non si è mai abbastanza attenti nella scelta dei propri nemici. Io non ne ho nemmeno uno che sia stupido. Sono tutti persone dalle notevoli capacità intellettuali e, di conseguenza, mi apprezzano. È una manifestazione di vanità da parte mia? Io temo di sì."
"Pare anche a me, Harry. Ma, secondo questa classificazione, io sono soltanto un conoscente."
"Vecchio mio, tu sei molto più di un conoscente."
"E molto meno di un amico. Una specie di fratello, immagino."
"Oh, i fratelli! Non mi interessano i fratelli! Mio fratello maggiore non si decide a morire, e i miei fratelli più giovani pare che non facciano altro."
"Harry!" esclamò Hallward, corrugando le sopracciglia."
Caro amico, non dico sul serio. Ma non posso fare a meno di detestare i miei parenti.
Immagino che sia dovuto al fatto che nessuno può sopportare chi possiede gli stessi suoi difetti.
Ho molta simpatia per la rabbia che la democrazia inglese nutre nei confronti di quelli che chiamano i vizi delle classi superiori.
Le masse pensano che l'ubriachezza, la stupidità e l'immoralità debbano essere una loro speciale prerogativa e che, se qualcuno di noi si comporta da deficiente, va a caccia nelle loro riserve.
Quando il povero Southwark si presentò di fronte al tribunale dei divorzi, la loro indignazione fu spettacolare. E tuttavia non penso che il dieci per cento del proletariato viva nell'onestà."
"Non sono d'accordo su una sola parola di ciò che hai detto, Harry, e quel che è di più sono sicuro che nemmeno tu lo sei.
"Lord Henry si accarezzò la bruna barba appuntita e assestò un colpetto alla scarpa di vernice con il suo bastone di ebano intarsiato.
"Come sei inglese, Basil! È la seconda volta che fai questa osservazione.
Quando si espone un'idea a un vero inglese, il che è sempre un atto temerario, costui non si sogna nemmeno di valutare se l'idea è giusta o sbagliata.
L'importante per lui è sapere se chi l'ha esposta ne è convinto o meno.
Ora, il valore di un'idea non ha nulla a che vedere con la sincerità di chi la espone.
In realtà, la cosa più probabile è che quanto meno uno è sincero tanto più intellettualmente pura sia l'idea perché non sarà inquinata né dai suoi difetti, né dai suoi desideri o dai suoi pregiudizi.
Tuttavia non intendo discutere di politica, di sociologia o di metafisica con te.
Mi piacciono le persone più dei principi e più di qualunque altra cosa mi piacciono le persone senza principi.
Parlami ancora del signor Dorian Gray. Lo vedi spesso?"
"Ogni giorno. Non potrei essere felice se non lo vedessi ogni giorno. Mi è assolutamente necessario."
"Straordinario! Pensavo che ti interessasse solo la tua arte."
"In questo momento lui rappresenta per me tutta la mia arte," disse gravemente il pittore.
"Harry, a volte penso che nella storia del mondo ci siano solo due momenti importanti.
Il primo è quando appare un nuovo mezzo artistico, il secondo quando appare una nuova personalità artistica.
Quello che per i veneziani fu l'invenzione dei colori ad olio, fu per la tarda scultura greca il viso di Antinoo e un giorno sarà per me il viso di Dorian Gray. Non solo perché lo dipingo, lo disegno, e ne prendo schizzi. Naturalmente ho fatto tutte queste cose, ma Dorian è per me molto più di un modello o di un soggetto. Non ti dirò che non sono soddisfatto di quel che ho tratto da lui, né che la sua bellezza è tale che l'arte non è in grado di esprimerla. Non c'è nulla che l'arte non possa esprimere e so che ciò che ho fatto da quando ho conosciuto Dorian è un buon lavoro, il miglior lavoro della mia vita. Ma in qualche strano modo, spero che mi capirai, la sua personalità mi ha suggerito uno stile e una forma artistica completamente nuovi. Vedo diversamente le cose e le penso diversamente. Adesso sono in grado di ricreare la vita in una forma che prima mi era preclusa. "Un sogno di forma in giorni di pensiero": chi l'ha detto? Me ne sono dimenticato ma proprio questo Dorian Gray ha rappresentato per me. La sola presenza di questo ragazzo, perché mi sembra un ragazzo, anche se ha più di vent'anni, la sua sola presenza... ah! Mi chiedo se ti puoi rendere conto di che cosa tutto questo significhi. Inconsciamente definisce per me le linee di una nuova scuola, una scuola che dovrà avere in sé tutta la passione dello spirito romantico e tutta la perfezione dello spirito greco.
L'armonia del corpo e dell’ anima... che grande cosa! Nella nostra follia noi li separiamo e abbiamo inventato un realismo che è volgare e un idealismo che è vuoto. Henry, se tu appena sapessi che cosa rappresenta per me Dorian Gray!
Ricordi quel mio paesaggio che Agnew si era offerto di comperare per una somma altissima, ma dal quale non ho voluto separarmi? È una delle cose migliori che ho mai dipinto. E perché? Perché, mentre lo dipingevo, Dorian Gray era seduto accanto a me. Una sottile influenza passava da lui a me e, per la prima volta in vita mia, ho visto in una boscaglia la meraviglia che avevo sempre cercato e sempre mancato."
"È straordinario, Basil. Devo vedere Dorian Gray.
"Hallward si alzò e fece qualche passo avanti e indietro nel giardino. Dopo qualche momento ritornò. "Harry," disse, "per me Dorian Gray è un semplice spunto artistico. In lui tu potresti non vedere nulla, mentre io ci vedo tutto. Non è mai tanto presente nella mia opera come quando in essa non appare nulla di lui. Come ti ho detto, Dorian ha ispirato il mio nuovo stile: lo ritrovo nelle curve di certe linee, nella dolcezza e nell'elusività di certi colori. Ecco tutto."
"E allora perché non vuoi esporre il suo ritratto?" domandò Lord Henry.
"Perché, senza averne l'intenzione, vi ho messo dentro qualche manifestazione di questa strana idolatria artistica di cui, naturalmente, non mi sono mai curato di parlargli. Lui non ne sa nulla. E non ne saprà mai nulla. Ma la gente potrebbe intuirlo e io non metterò a nudo la mia anima sotto i suoi occhi superficiali e curiosi. Non metterò mai il mio cuore sotto il microscopio del mondo. In quel ritratto c'è troppo di me, Harry... davvero troppo!"
"I poeti non hanno i vostri scrupoli. Sanno quanto la passione sia utile per pubblicare. Oggi, un cuore infranto lo si stampa in molte edizioni."
"Li odio proprio per questo," esclamò Hallward. "Un artista dovrebbe creare cose belle, ma non dovrebbe inserirvi nulla della propria vita. Viviamo in un'epoca in cui gli uomini ritengono che l'arte sia una specie di autobiografia. Abbiamo perduto il senso della bellezza astratta. Un giorno farò vedere al mondo che cosa sia, e proprio per questo il mondo non vedrà mai il mio ritratto di Dorian Gray."
"Secondo me hai torto, Basil, ma non voglio discutere con te. Discute continuamente solo chi ha esaurito l'intelligenza. Dimmi, Dorian Gray ti vuole molto bene?"
Il pittore rifletté un poco. "Gli piaccio," rispose dopo qualche attimo; "so che gli piaccio. Naturalmente io lo adulo spaventosamente. Provo uno strano piacere a dirgli cose che so benissimo poi mi pentirò di avergli detto. Di regola è molto gentile con me, sediamo insieme nello studio e parliamo di una quantità di cose. Ogni tanto, però, si dimostra terribilmente irriflessivo e pare che si diverta davvero a farmi soffrire. Allora, Harry, ho la sensazione di aver ceduto la mia anima a qualcuno che la tratta come se fosse un fiore da mettere all'occhiello, una piccola decorazione per appagare la sua vanità, l'ornamento di un giorno d'estate."
"I giorni d'estate, Basil, favoriscono gli indugi," mormorò Lord Henry. "Forse ti stancherai prima di lui. È triste pensarlo, ma senza dubbio il genio è più duraturo della bellezza. Questo spiega perché noi tutti ci diamo tanta pena per istruirci all'eccesso. Nella lotta selvaggia per l'esistenza, cerchiamo di avere qualcosa di durevole e perciò ci riempiamo la mente di cose inutili e di fatti, sperando stupidamente di mantenere la nostra posizione. L'uomo che sa tutto: ecco l'ideale moderno. E la mente dell'uomo che sa tutto è una cosa orrenda. È come un negozio di cianfrusaglie, pieno di polvere e di mostruosità, dove ogni cosa ha un prezzo superiore di quel che vale. Comunque, penso che sarai il primo a stancarti. Un giorno guarderai il tuo amico e ti sembrerà un pò sfuocato, oppure non ti piacerà il tono del suo colore o qualche cosa di simile. Dentro di te, lo rimprovererai con durezza e penserai seriamente che si è comportato molto male nei tuoi confronti. Quando si farà nuovamente vivo, sarai assolutamente freddo e indifferente. Sarà un grosso peccato, perché questo produrrà in te un cambiamento. Quello che mi hai raccontato è un vero romanzo, lo si potrebbe chiamare un romanzo d'arte e la cosa peggiore che capita quando si vive un romanzo di qualunque tipo è che ci lascia completamente privi di sentimenti romantici."
"Non parlare in questo modo, Harry. La personalità di Dorian Gray mi dominerà finché vivrò. Non puoi sentire quello che io sento. Sei troppo incostante."
"Ah, mio caro Basil, proprio per questo posso sentirlo. Quelli che sono fedeli conoscono solo il lato banale dell'amore: sono gli infedeli che ne conoscono le tragedie." E Lord Henry strofinò un fiammifero su uno squisito astuccio d'argento e cominciò a fumare una sigaretta con un'aria conscia di sé e soddisfatta come se avesse riassunto il mondo in una frase.
Tra le foglie verde lacca dell'edera si sentiva uno stormire di passeri cinguettanti, e le ombre azzurre delle nubi si inseguivano sull'erba come rondini.
Come si stava bene nel giardino! E quant'erano piacevoli le emozioni degli altri!... molto più piacevoli delle loro idee, gli sembrava. L’anima e le passioni di un amico: ecco le cose affascinanti della vita. Con silenzioso piacere si raffigurò il pasto noioso che aveva mancato per rimanere tanto a lungo con Basil Hallward. Se fosse andato da sua zia, avrebbe incontrato di certo Lord Goodbody e si sarebbe parlato solo di come nutrire i poveri e della necessità di dormitori modello. Ciascuna classe avrebbe predicato l'importanza di quelle virtù che nella propria vita non erano necessarie. I ricchi avrebbero magnificato il valore del risparmio e i pigri avrebbero parlato con eloquenza della dignità del lavoro. Per fortuna a tutto questo era sfuggito! E, mentre stava pensando a sua zia, un'idea parve colpirlo. Rivolgendosi a Hallward, disse: "Caro amico, adesso mi viene in mente."
"Che cosa, Harry?"
"Dove ho già sentito il nome di Dorian Gray."
"E dove?" domandò Hallward, aggrottando leggermente le sopracciglia.
"Non fare quella faccia arrabbiata, Basil. È stato da mia zia, Lady Agatha. Mi ha detto che aveva scoperto un meraviglioso giovanotto che l'avrebbe aiutata nell'East End e che si chiamava Dorian Gray. Devo riconoscere che non mi ha parlato della sua bellezza. Le donne non apprezzano la bellezza, le brave donne almeno. Disse che era molto onesto e che aveva un ottimo carattere. Immaginai immediatamente un tipo dai capelli lunghi, con gli occhiali, tutto coperto di lentiggini e barcollante su un paio di piedi enormi. Vorrei aver saputo che si trattava del tuo amico."
"Sono molto contento che tu non l'abbia saputo, Harry."
"Perché?"
"Perché non desidero che tu lo conosca."
"Non desideri che lo conosca?"
"No."
"Il signor Dorian Gray è nello studio, signore," disse il maggiordomo scendendo in giardino.
"Adesso dovrai presentarmi," esclamò Lord Henry, ridendo.
Il pittore si rivolse al domestico che, immobile, socchiudeva gli occhi nel sole. "Preghi il signor Gray di attendere, Parker: rientrerò tra qualche istante."
L'uomo si inchinò e risalì lungo il vialetto.
Poi si rivolse a Lord Henry. "Dorian Gray è il mio più caro amico," disse. "Ha un carattere semplice e bello. Quello che ti ha detto tua zia è assolutamente vero. Non lo guastare. Non cercare di influenzarlo: la tua sarebbe una cattiva influenza. Il mondo è grande e in esso ci sono moltissime persone straordinarie. Non allontanare da me l'unica persona che dà alla mia arte tutto il suo fascino; la mia vita come artista dipende da lui. Ricorda, Harry, mi fido di te."
Parlava lentamente e le parole parevano uscirgli contro la sua volontà.
"Che sciocchezze stai dicendo!" disse Lord Henry con un sorriso e, prendendolo a braccetto, quasi lo trascinò dentro la casa.