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Messaggi sul blog con etichetta 'Amore':


  • L'AMORE E' AUDACIA

    Da Conversazioni con Loro, di Daniel Meurois Givaudan, Ed. Amrita, pag. 115-122.
    Abbiamo deciso di pubblicare questo testo di saggezza.
    Perché possa arrivare a tutti invitiamo chi lo legge a ritenere il dialogo come un dialogo con se stesso fatto dall’autore.
    Cliccando sulla foto si viene indirizzati al sito di Anne e Daniel Meurois Givaudan.



    Da millenni la vostra carne è diventata il tempio dei vostri blocchi, il segno del vostro restringervi.
    Lo vediamo bene: appena ne prendete coscienza, appena tentate di liberarvi dall'asfissia, ecco che la memoria del corpo oppone resistenza, resta aggrappata alle sue abitudini, vi richiama alle sue antiche rive.
    È qui, su questa precisa soglia, la soglia del totalitarismo balbettato dalle vostre cellule, che il lavoro va compiuto...»
    Un interrogativo sorge repentino, e subito lo scrivo, nella sua nudità.
    «Come? Dimmi come!»
    «Osando! Sì, dirai che mi ripeto... Ma è proprio l'audacia, il motore dimenticato.
    È l'unica che riesca a forzare il meccanismo routinario; non c'è niente che la possa sostituire.
    Senza un seme di follia, nessuna vera speranza è possibile.
    Si parla sempre d'Amore come se fosse lui il grande agente della trasformazione universale, ma non si ha la minima idea delle forze che gli permettono di schiudersi, di espandersi.
    Per la mia gente l'audacia è uno degli slanci fondamentali che conducono alla liberazione dell'Amore.

    Voi immaginate sempre che lo stato di Amore sia qualcosa di fisso che si raggiunge in un dato momento, e poi non lo si lascia mai più.
    Niente di più falso!
    L'illuminazione della coscienza è il contrario della staticità; viene mantenuta solo nel permanente rinnovarsi, lungo un'infinità di scalini che vanno saliti uno dopo l'altro.
    E il frutto di una quantità infinita di rotture di abitudini.
    Capisci perché chi ama la Forza d'amare vive come un perpetuo apprendista-scalatore?
    Va da un'audacia all'altra, lasciando la presa da una parte per trovarne una più in alto, più vicino alla purezza...»
    «E che gli chiederà ancora di più...»
    «Sì, è vero, gli chiederà sempre un po' di più!
    L'audacia è il coraggio dell'equilibrista, la forza dell'acrobata che non teme gli sguardi dei curiosi, di quelli che mantengono l'ordine del sonno istituzionale».
    «Ma stavamo parlando della memoria delle cellule...»
    «Giustappunto: è l'audacia nelle mille cose quotidiane a liberare la memoria cellulare dal suo peso, a consentirle di rinnovarsi. Si possono intraprendere tutte le terapie di "pulizia" che esistono, ma rimarranno lettera morta se l'osare non sarà al centro delle tue intenzioni.
    La mente concettuale è solo un'infima parte del motore delle trasformazioni.
    La vostra umanità ben raramente esce dalla mente concettuale, ed è per questo che è stagnante, che si sta ossidando!
    L'audacia imprime il suo sigillo sulla porta d'accesso a quella che possiamo chiamare mente superiore.
    È dunque l'audacia a rompere i vetri, a inventare nuovi scenari, perché è un'immaginazione coraggiosa, un detergente assoluto.
    È evidente che nessuno la può iniettare a un altro!
    E tuttavia, chi l'ha assaggiata una volta poi le apre la via dentro di sé.
    Capisci quant'è importante?
    La mia gente lo tiene sempre presente, anche nell'educazione dei bambini.
    Il Bel Rischio, se vogliamo dargli un nome, è una disciplina a sé, in cui ognuno, ogni anno, lancia una sfida a se stesso.
    Inutile dirti che in un sistema siffatto la ruggine non trova posto!
    Le cellule continuamente sono rimescolate, le scorie delle paure e dei desideri non soddisfatti non ristagnano, e così appare una straordinaria, vera voglia di vivere...
    Ecco da dove viene questo nostro irresistibile bisogno d'amare e di reinventare l'amore!
    Chi è consapevole di essere un nobile avventuriero, necessariamente diventa uno straordinario innamorato della Vita; alimenta il motore del Vivente, sa d'essere co-autore della Grazia che lo abita».
    «Direi che è un'idea un po'... stoica!
    Audacia, coraggio volontà... Magari la sofferenza...»
    «Non mescolare tutto! Ti sembro provenire da un mondo dove la difficoltà e il dolore controllato sono maestri del pensiero?
    La tensione, l'irrigidimento non sono affatto il centro del nostro stile di vita, anzi, vanno in direzione opposta.
    Abbiamo esplorato e abbandonato la via... spartana tanto tempo fa; è una via guerriera, e anche se dovesse applicarsi solo all'individuo resterebbe pur sempre una guerra.
    Perché mai trasformare una sfida in una violenza su se stessi?
    Esiste un atteggiamento più retto: vedere la sfida come un gioco, come una gioiosa scommessa, invece che come una lotta.
    Questo atteggiamento lo si impara; basta concedersi un po' di tempo, stando quietamente al gioco dell'illusione».
    «Parlami delle difficoltà e della sofferenza, comunque.
    Qui, come sai, le religioni e l'opinione comune le ritengono un fermento indispensabile per elevare l'anima».
    Di nuovo mi sembra di udire un sorriso, che la Presenza mi rivolge dal di dentro quando sollevo un argomento controverso.
    «Mi stai parlando di un ruvido saio e di flagellazione, oppure delle mille sofferenze quotidiane?»
    «A dire la verità, mi sembra che la frusta sia un po' fuori moda; quindi si tratta di ciò che la vita ci riserva ogni giorno delle prove che bisogna superare.
    È vero che abbiamo delle belle corazze spesse, e che prima o poi bisogna imparare a romperle, ma...»
    «... ma non ti sembra che questo sia il rimedio assoluto, vero?»
    «Ho visto che sofferenza e prove rendono gli uomini ancora più ruvidi, invece di levigarli. Cosa accade, fra i tuoi? È un problema risolto?»
    A questa mia domanda segue un lungo silenzio. Metto giù la penna, e per la prima volta, stranamente, ho l'impressione che non ci sia soltanto la mia amica al mio fianco, ma che stia consultandosi con altre Presenze. Non dico nulla, aspetto.
    «Ascolta...
    Lo Slancio della creazione che ci ha dato vita tanto, tanto tempo fa, ci ha lasciati completamente liberi di essere partecipi della sua espansione, e quindi liberi di noi stessi.
    Era questa la regola del Gioco, un gioco così straordinario che comprendeva persino la clausola di potersi ribellare contro la regola... perché non è possibile penetrare la grandezza e la perfezione di un gioco se non se ne esplorano tutte le possibilità.
    Dunque, partendo da questo principio qualcuno si è azzardato a condurre il gioco a modo suo.
    Aveva la stimolante sensazione di barare, di riscriverne le regole, ma in realtà stava solo esplorando una delle possibilità del gioco.
    Ha voluto, in un certo senso, giocare con una palla spinosa, invece che con una palla liscia.
    Ha pensato che le spine potevano dare un'impressione più concreta di esistenza.
    A questo punto ha lanciato la palla, e un giocatore impressionato da questa novità l'ha afferrata al volo.
    Ovviamente si è punto, e l'ha lanciata subito dopo a qualcunaltro, che ha fatto la stessa cosa, e così via.
    Ecco, simbolicamente e con un'analogia, come è cominciata la storia, e come ancora si perpetua.
    Le spine delle prime sofferenze scoperte sono sempre piantate nel nostro essere, e continuamente la palla ci ritorna, perché siamo presi nella frenesia del gioco.
    Anche se fa male, non riusciamo più a immaginarne uno diverso...
    Al punto che le spine sono diventate parte integrante del funzionamento delle nostre cellule, e queste ultime non riescono più a concepirsi altrimenti se non nella sofferenza della lotta e nella fissazione che la vita le aggredisca.
    Da tempi immemorabili, dunque, agiamo soltanto per riflesso.
    Tutte le volte che riceviamo una palla di aggressione, ci affrettiamo a rilanciarla subito.
    È così che scriviamo tutte le nostre guerre, quelle piccole e quelle grandi.
    Abbiamo dimenticato che la libertà, che sta alla base del gioco, ci permette ancora e sempre di cambiare pallone.

    Ormai, però, sta diventando sempre più chiaro che provare dolore e battersi distribuendo e perpetuando la sofferenza non è una faccenda ineluttabile...
    È più chiaro di quanto non lo fosse un tempo, e il numero delle persone che se ne rendono conto va crescendo.
    È più chiaro anche per noi che siamo qui, discretamente, al vostro fianco, nel tentativo di suggerirvi un'altra via, un altro pallone con cui giocare».
    «Ogni idea di dualismo, di lotta, di sofferenza, deve essere allora ormai un ricordo per il vostro mondo...
    Avete superato questa fase?»
    «No, francamente non è ancora un ricordo. Non siamo arrivati a tanto.
    Se non altro, non sul piano collettivo, anche se molti di noi ci sono arrivati a livello individuale.
    Proprio come la Terra ha i suoi saggi, ha dei fari che ricordano la direzione da prendere, noi abbiamo i nostri.
    Posso dirti però che ci siamo liberati del principio dell'aggressività, lo abbiamo eliminato dai nostri meccanismi di base.
    Siamo riusciti a comprendere quanto fosse incoerente, velenoso.
    Questo non elimina i disaccordi e quindi le difficoltà, le sofferenze, perché siamo nati dallo stesso Respiro di libertà da cui siete nati voi... ma tutto viene vissuto in modo diverso dal vostro, da un'altezza che relativizza le cose, e ci conduce più in fretta alla pacificazione.
    Quindi, sappiamo anche noi cos'è la sofferenza!
    Abbiamo però smesso di giocare al gioco assurdo e infinito della vittima e dell'aggressore.
    Abbiamo cessato di alimentare le piaghe quando si aprono, così non siamo più seminatori di guerre. Non proviamo più alcun piacere perverso in questo».
    «E un punto che mi tocca profondamente.
    Mi sembra che la Terra continui a nutrire una razza di uomini che gode nel seminare la guerra».
    «È evidente che è così, ed ecco perché le difficoltà in cui affonda il tuo pianeta sono così acute e appiccicose.
    Ma quando ti parlavo di guerra, mi riferivo anche a quelle piccole guerre quotidiane scatenate dagli individui, e replicate dai grandi conflitti, in cui si applica la stessa energia.
    Sì, molti di voi provano ancora un piacere malsano a dar battaglia; sai perché?»
    «Credo che lo stato di guerra, ossia uno stato di emergenza totale, solleciti nell'essere incarnato una "forza" primitiva, dinamica, ed è forse per questo che molti hanno la sensazione di esistere pienamente, di poter superare se stessi solo in guerra.
    Tutte le cause possono trovare una giustificazione, se alimentiamo un universo in cui la lotta è il motore preferito per mettersi in valore.
    È certo un meccanismo inconscio, ed è questo che lo rende profondamente perverso».
    «Sì, ma non sei andato fino in fondo al problema.
    Hai detto "sensazione di esistere"... e perché non provarla anche al di fuori delle situazioni di lotta? Perché? E poi, che cos'è questa "sensazione di esistere"?»
    «È il bisogno di respirare su tutti i piani dell'essere, di dispiegare la nostra personalità, le nostre forze, la nostra creativita... non so!»
    «Forse lo è per tè; ma non è questo che ti ho chiesto.
    Per molti, ahimè, esistere significa ancora voler essere "più" degli altri.
    Più forti, più potenti, più ricchi...
    E tutti i "più" che ti puoi immaginare!
    Vuoi dire, insomma, dominare, imporre il proprio ordine personale delle cose.
    E questo, per un'unica ragione: mascherare le proprie paure».

    «Torniamo sempre allo stesso punto!
    Perlopiù non avete ancora capito che il fatto di sentirsi a proprio agio con se stessi e con gli altri, di impugnare le redini della propria vita, di esplorare finalmente la felicità, non deriva da una dimostrazione di forza.
    Qualsiasi essere e, per estensione, qualsiasi gruppo che cerca di impressionarne un altro o di imporgli la propria volontà, confessa apertamente con questo suo atteggiamento le proprie angosce, la propria incapacità di essere padrone di sé, il proprio infantilismo.
    Per questo tutte le forze autoritarie e tutte le violenze risalgono a un senso di inferiorità, a una paura incontrollata, a una quantità di piccinerie».
    «E adesso, una domanda tè la faccio io: da dove viene questo acuto senso di inferiorità?»
    «Già tè l'ho detto: dal senso di separazione. Dal fatto di essere tagliati fuori dalla propria fonte; dall'aver dimenticato chi siamo e a cosa siamo destinati.
    Tutte le guerre mobilitano delle energie, e la nozione di conflitto rimane ben ancorata nell'anima umana terrestre; se quest'ultima non si sfianca a forza di cozzare contro il muro che chiude il suo vicolo cieco, se non fa uno sforzo di riconciliazione con la propria vera identità, non troverà nessuna via d'uscita.
    Si crede sempre che l'uno si opponga al due, e che l'aspetto duale di tutto ciò che esiste comporti inevitabilmente e assoluta mente un conflitto.
    Ma anche questo è un errore.
    È la visione puerile dell'ordine delle cose, una visione di cui la Terra, insieme ad altri pianeti, è rimasta prigioniera.
    Perché mai il due dev'essere nemico dell'uno?
    La donna è forse avversaria dell'uomo?
    Chi ci crede al punto di fame un principio della propria esistenza, dovrebbe cominciare seriamente ad interrogarsi.
    Il senso di separazione e di opposizione non sono ne la norma universale ne l'ineluttabile motore della Vita; sono invece una malattia.
    Non la malattia della Vita, la cui purezza inattaccabile è pari al diamante, ma una malattia dell'esistenza.
    L'uno e il due sono argomenti di progresso della Forza, ed è detto che l'armonia può nascere solo dalla loro unione.
    Queste sono cose semplici, a cui è facile aderire, ma oggi non basta soltanto dare il proprio consenso...
    Quando la casa va a fuoco, non c'è più da tergiversare, basta fanfaronate.
    Si svela l'anima che è in noi e ci si rimbocca le maniche».
    «Ci vuole umiltà, per questo...»
    «Sì, un'umiltà che immediatamente vi fa crescere!
    Le maschere sono sempre troppo pesanti da portare, e un giorno o l'altro bisogna decidersi a posarle; prima è, meglio è.
    Nel nostro mondo impariamo a parlare dei nostri disagi, delle nostre sofferenze e dei nostri timori appena abbiamo l'età per riuscire ad esprimerci.
    Fa parte del nostro sistema educativo.
    Per noi è di capitale importanza, perché ci evita di trovare rifugio dietro a una quantità di false sembianze.
    Non ci importa delle religioni, ci importa dell'essere umano, della felicità.
    E posso dirti che è questo che eleva l'anima, avvicinandola alla sua Fonte creatrice.
    Bisogna uscire dalle teorie che balbettano, dalle menzogne che ne nascono, e passare all'azione, capisci?
    Questa mia presenza al tuo fianco, tutte le nostre navi ancora invisibili nei vostri cieli, hanno una sola ragione, ed è questa presa di coscienza.
    La filosofia fondata sui rapporti di forza è un'eresia, un insulto alla Fonte del Vivente, perché tutti siamo signori del punto di vista, signori del potere che conferiamo alle circostanze».
    «Perché non dici "che conferiamo agli altri"?»

    «Perché i cosiddetti "altri" sono prima di tutto circostanze, strumenti, incudini che la Vita ci mette di fronte per forgiarci.
    Gli "altri" sono innanzitutto pretesti perché noi si possa incontrare noi stessi, sono filtri per filtrare le nostre impurità, sono dita puntate sulle nostre piaghe... e che per fortuna ci esortano anche ad esprimere le nostre buone qualità.
    Tu sei una circostanza, e anch'io lo sono!
    Non c'è niente di peggiorativo in questo, anzi: una circostanza è una decisione, un movimento del Divino nella sua Creazione, qualcosa di sacro e di magico che consente nuove occasioni di fioritura.
    Abbiamo imparato a guardare le cose in questo modo e, credimi, la Vita ci appare davvero diversa!
    Diventa più lieve, e a poco a poco viene spontaneo assecondarla nel suo slancio.
    Verità, audacia, unione, dolcezza e potenza, sono altrettanti universi che vi suggeriamo di esplorare adesso, in questo momento, senza attendere oltre».

  • L'AMORE E' CIECO



    La Follia decise di invitare i suoi amici a prendere un caffè da lei.
    Dopo il caffè, la Follia propose: 'Si gioca a nascondino?'.
    'Nascondino? Che cos'è?' - domandò la Curiosità.
    'Nascondino è un gioco. Io conto fino a cento e voi vi nascondete.
    Quando avrò terminato di contare, cercherò e il primo che troverò sarà il prossimo a contare'.
    Accettarono tutti ad eccezione della Paura e della Pigrizia.
    '1,2,3. - la Follia cominciò a contare.
    La Fretta si nascose per prima, dove le capitò.
    La Timidezza, timida come sempre, si nascose in un gruppo d'alberi.
    La Gioia corse in mezzo al giardino.
    La Tristezza cominciò a piangere, perché non trovava un angolo adatto per nascondersi.
    L' Invidia si unì al Trionfo e si nascose accanto a lui dietro un sasso.
    La Follia continuava a contare mentre i suoi amici si nascondevano.
    La Disperazione era disperata vedendo che la Follia era gia a novantanove.
    'CENTO! - gridò la Follia - Comincerò a cercare.'
    La prima ad essere trovata fu la Curiosità, poiché non aveva potuto impedirsi di uscire per vedere chi sarebbe stato il primo ad essere scoperto.
    Guardando da una parte, la Follia vide il Dubbio sopra un recinto che non sapeva da quale lato si sarebbe meglio nascosto.
    E così di seguito scoprì la Gioia, la Tristezza, la Timidezza.
    Quando tutti furono riuniti, la Curiosità domandò: 'Dov'è l'Amore?'.
    Nessuno l'aveva visto.
    La Follia cominciò a cercarlo.
    Cercò in cima ad una montagna, nei fiumi sotto le rocce.
    Ma non trovò l'Amore.
    Cercando da tutte le parti, la Follia vide un rosaio, prese un pezzo di legno e cominciò cercare tra i rami,
    allorché ad un tratto sentì un grido.
    Era l'Amore, che gridava perché una spina gli aveva forato un occhio.
    La Follia non sapeva che cosa fare.
    Si scusò, implorò l'Amore per avere il suo perdono e arrivò fino a promettergli di seguirlo per sempre.
    L'Amore accettò le scuse.
    Oggi, l' Amore è cieco e la Follia lo accompagna sempre.

  • L’Arte del RINGRAZIARE

    Vi sembrerà un titolo strano, in realtà si tratta di un argomento che mi ha fatto riflettere.
    Giorni fa, mentre guardavo il Cielo ringraziandolo per l’ennesimo aiuto giuntomi al momento giusto, mi sono soffermato su una domanda: qual è il vero valore della parola grazie?
    Questa forte ed armoniosa unione di lettere, cosa rappresenta veramente quando viene accompagnata dal tono gentile della nostra voce?
    Credo che, come molte forme di cordialità negli anni sia divenuta scontata, abbia perso quello spessore che faceva della riconoscenza un puro scambio fraterno.
    Oggi si tende ad usarla poco o addirittura affatto, al meglio viene detta velocemente per esprimere solo buona educazione.
    Credo che questo gentile vocabolo abbia molto di più da comunicarci.
    Rendersi grati per qualcosa che si è ricevuto dispone il nostro essere a riconoscere l’Amore, e questa predisposizione tenderà a nascere di conseguenza anche negli altri.
    Quando “evochiamo” la parola GRAZIE risvegliamo in noi stessi una nota sensibile, la gratitudine, la riconoscenza, dove nel riconoscere intendo proprio l’identificazione del triangolo sacro Io – Tu - DIO.
    Ed è vero quindi che doniamo con più gioia quando ringraziamo di più.
    Non solo!
    Questo atto d’amore risuona in chi lo riceve, entra nel suo animo, tocca il suo cuore e la sua mente che all’unisono riconoscono l’amore dettato da un gesto semplice e gentile. E per incanto tutto si addolcisce! L’aria, l’ambiente, l’umore!
    Noi e la nostra vita!
    Questo significa amore.
    Dire “grazie” è contagioso!
    Quando qualcuno se lo sente dire, è inevitabile, scatta immediatamente, nasce in noi una sensazione piacevole, non dettata dall’ego perché in realtà questo vuol dire che un nostro fratello o una sorella con un atto di cortesia ci ha mostrato amore, rispetto, considerazione per noi.
    Io direi così che un grazie tira l’altro ed in compagnia creano sorrisi sul volto ma soprattutto nell’anima.
    Vi prego di restare sul significato sottile di queste poche e piccole parole, non voglio che voi guardiate questo scritto cercando fra le righe delle piccate di ego o di orgoglio … No … restiamo sulle onde alte che richiamano la dolcezza, la semplicità e l’essenza di pure espressioni d’amore.
    Diciamo pure che ringraziare provoca una reazione a catena di sensazioni positive; se trattenete in voi quella gioia che vi è sorta nel momento in cui qualcuno con cordialità vi ha detto grazie per qualcosa, o se lo avete fatto voi facendo nascere con sincerità questo sentimento dal vostro profondo cuore, beh se la tenete con voi questa dolce emozione e la assorbite in voi la prossima persona che incontrerete la percepirà, la leggerà sul vostro viso ed in qualche modo si predisporrà ad essere più contenta, a sorridere e ringraziare anch’ella di più, oppure sarà solo meno arrabbiata di prima… andrà bene comunque.
    Questo è amore, questo è amarsi!!!
    Eh sì, perché ricordiamolo sempre che chi ci sta davanti è il nostro specchio e se noi amiamo lui amiamo di conseguenza noi stessi, o almeno “ci guardiamo con meno rabbia e crudeltà”.
    Avete mai pensato a quante volte in una giornata dite grazie?
    Mio fratello ha un modo buffo di dire, o così l’ho pensato fino a che non ho meglio riflettuto; lui risponde spesso al “grazie” in questo modo:
    “Ti ringrazio che mi ringrazi!”
    Tale suo modo di dire oggi mi sembra un magnifico gioco di specchi e rispecchi.
    Vi porgo un esempio: mangiando in pizzeria ho notato che il più delle persone, vuoi perché stanno chiacchierando animatamente, o stanno controllando il cellulare, o sono perse nei loro pensieri … ma ben pochi ringraziano il cameriere che così carinamente ha portato loro la cena!!
    È un esempio banale, ma è utile per capire perché nella nostra società siamo tutti così tristi, angosciati, preoccupati … ci sono troppo poche persone che portano sorrisi e positività con un po’ di semplice cordialità.
    È facile dire “grazie”, è una parola dolce, gentile… eppure manca spesso!
    Propongo un esercizio; siamo qui per crescere insieme, ebbene dobbiamo fare un’analisi di noi stessi, riconoscere le soglie, i blocchi ed imparare con un po’ di sforzo ad oltrepassare per andare più avanti …
    E chissà la crescita che gioie ci porterà!
    L’esercizio consiste innanzitutto nel notare quante volte la parola “GRAZIE” esce da noi; provate e riprovate senza perdervi d’animo.
    Dopodiché iniziate la giornata leggendo un foglietto con scritto in grande “GRAZIE”, posto sul comodino, vicino alla sveglia, attaccato al letto … dove volete; magari accompagnatelo anche da un dolce sorriso.
    È importante perché per prima cosa ringraziate il Creatore di avervi dato un’occasione in più per migliorare su questo piano e, al contempo, fate lo stesso verso voi stessi, ricordandovi così di amarvi davvero nell’anima.
    D'altronde DIO non vive in noi ?!!
    Questo vorrà dire che con questa sana abitudine non solo amerete di più il vostro prossimo, ma anche voi stessi ed anche il Divino … che ci ricorda così che TUTTO è L’UNO e L’UNO è TUTTO.
    Viviamo più in sintonia con noi stessi e vivremo meglio nel TUTTO.
    Io ho già cominciato.
    Per chi potesse e volesse, consiglio di seminare anche qualche foglietto con scritto “grazie” qua e là in casa, in ufficio (sulla scrivania), in macchina, nell’agenda e nel portafoglio.
    Ricordate che il “GRAZIE” è CONTAGIOSO e se vorrete potrete migliorare la vostra vita.
    Ringraziatevi e amatevi di più e veramente, per quello che siete ora, qui, adesso, non per quello che è il ricordo di voi stessi di quando eravate … giovani, liberi o chissà cosa, né per quello che pensate diverrete nel domani.
    AMATEVI OGGI… per lo splendore che è in voi!
    Forse vi sembrerà un discorso scontato ... ma lo è davvero?
    Spero di essere riuscito, almeno in parte, a comunicarvi quello che ho nel cuore e quello che questa riflessione mi ha donato.
    Vi auguro di vivere la gioia, vera e piena.
    GRAZIE, siete tutti nel mio cuore

  • PRECETTO CINESE

    Il denaro può comprare una casa
    ma non un focolare;
    può comprare un letto
    ma non il sonno;
    può comprare un orologio
    ma non il tempo;
    può comprare un libro
    ma non la conoscenza;
    può comprare una posizione
    ma non il rispetto;
    può pagare il dottore
    ma non la salute;
    può comprare l'anima
    ma non la vita;
    può comprare il sesso
    ma non l'amore.

  • La vera Luce è l'Amore

    Giuliana Conforto è una ricercatrice in tutti i sensi.
    Infatti oltre che laureata in fisica e docente universitaria ricerca da anni qualcosa che non si vede, ma che esiste. Ha scritto vari libri in questo campo di ricerca come "L'Universo Organico e L'Utopia Reale", "LUH Il Gioco Cosmico dell'Uomo" e "La Futura Scienza di Giordano Bruno" e numerosi articoli, tiene seminari ed ha un sito web di cui forniamo il link.
    Citiamo di questa autrice questa frase presa da uno dei suoi libri:
    "La Vita è una Forza cosmica; si esprime al meglio in chi è innamorato; è eros, emozione, gioia, bellezza, armonia; è stata rivelata anche in laboratorio, ma gli scienziati, che ignorano il "segreto" rivelato da tutti i grandi saggi della storia, Le hanno dato un nome astruso.
    E' infatti nei nomi vani, l'inganno, la congiura del potere e di tutte le discipline ortodosse che alimentano la paura della morte e credono che esista un solo pianeta abitato da "vita intelligente"...
    La Vita è Intelligenza cosmica: è la vera Luce, l'Amore, che unisce infiniti mondi e li rende vivi (Giordano Bruno 1548-1600); una sua traccia è ciò che la fisica chiama "forza debole", l'eros, "l'amor che move il sole e le stelle" (Dante Alighieri 1265-1321), per me".

    Giuliana Conforto