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GBlue1988

maschio - 20 anni


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  • Per favore leggete

    Ciao a tutti...
    Questo non è un intervento mirato
    AD OTTENERE PIù VISITE...
    A FARE AMICIZIA...
    A FARE SONDAGGI...
    O ALTRE CAVOLATE...

    Sto usando i miei crediti per mettere sotto i riflettori qualcosa di serio...

    Ho appena sentito a studio aperto il dramma di una bambina...una bambina che ha tanta voglia di vivere come tutti gli altri ma che invece si ritrova a vivere un incubo...

    vi lascio qui il LINK per poter andare sul sito della famiglia...dove solo i loro genitori con le loro parole possono farvi capire quanto sia difficile questa situzione...

    SPARGETE LA VOCE...PIù CHE POTETE...E SE POTETE AIUTARLI AIUTATELI...

    vi ringrazio per l'attenzione...
    chi andrà a visitare il loro sito lasci un messaggio anche qui...così riesco a capire se sono riuscita ad ottenere il mio scopo...
    NEL MIO PICCOLO SPERO DI FARE QUALCOSA...

    ciao...

    www.aiutateilmioangelo.spaces.live.com (questo è il link...)

  • Petizioni a parer mio importanti

    Eutanasia:
    Abbiamo il diritto di scegliere se vivere o morire.
    Se siete a favore, qui avete la possiblità di firmare una petizione: http://www.lucacoscioni.it/appelloeutanasia

    Per tutelare la legge sull' aborto: http://www.firmiamo.it/liberadonna#sign

    Per il divieto degli allevamenti di animali da pelliccia:
    http://www.oipaitalia.com/public/pellicce/petizion- e.php

    Sito di Amnesty International, sezione appelli:
    http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/- L/IT/IDPagina/74

  • Informatevi

    Faccio appello a tutti voi cari amici o a tutti voi che visitate il mio profilo, affinchè vi informiate.
    Viviamo in un mondo che ormai è sull' orlo del disastro, non voglio essere pessimista, anzi vivo di speranze, però se si va avanti così la fine del mondo sarà la cosa migliore che possiamo augurarci.
    Ogni anno milioni di ettari di boschi vengono rasi al suolo, e ancora ogni giorno in moltissimi paesi del mondo si combattono guerre e vi sono centinaia di olocausti, si proprio oggi e non è Hitler ad ordinare lo sterminio di interi popoli bensì siamo noi con la nostra indifferenza.
    Purtroppo i media ci ragirano come vogliono, molto spesso per indirizzarci a partiti politici, e noi inconsapevoli abbocchiamo a tutto quello che ci viene propinato.
    Nulla è ciò che appare, ed un mondo in cui ormai nessuno si fida più di nessuno c è lo schiaffa ogni secondo, basta aprire la televisione oppure fare una passeggiata.
    Nel nostro piccolo ognuno di noi può fare qualcosa, non starò qui a ripetervi la solita solfa: differenziate i rifiuti, non sprecate l' acqua ecc. ecc. Semplicemente perchè credo che ripetendo la stessa cosa e tartassando la gente non solo la si fa disinteressare a cause e fatti importanti, ma la si inasprisce.
    Io credo invece che tutti noi siamo dotati di intelligenza, (anche se purtroppo tendiamo a sfruttare molto poco il nostro cervello perchè è come se ragionassimo a compartimenti stagni cosa che non fanno i bambini)dunque tutti possiamo arrivare a capire quanto siano importanti questi piccoli gesti quotidiani come il differenziare i rifiuti appunto.
    Quello che io vi chiedo è di informarvi e di non soffermarmi all' apparenza, leggete più giornali anche di idee o schieramenti diversi, e mettetevi sempre in discussione, anche perchè ricordatevi sempre che un fiume si fa con due rive, dunque a sbagliare si è sempre in due.
    Rinnovo il mio invito a firmare gli appelli sul sito di Amnesty International che è www.amnesty.it .
    Grazie a tutti coloro che hanno letto e se magari le mie parole hanno aiutato qualcuno ad aprire gli occhi, bè vi ringrazio il doppio e me ne sentirò lusingato.
    Per chi non ha tratto nulla, bè io ci ho provato.
    Con amore e luce Gae

  • Mariah Carey - Hero !Perchè tutti siamo degli eroi!!!!

    Eroe







    Hmm
    C'é un eroe
    se guardi nel tuo cuore
    non devi avere paura
    di quello che sei
    c'é una risposta
    se entri nella tua anima
    il dolore che conosci
    si scioglierà



    e verrà un eroe
    con la forza di andare avanti
    e tu metti da parte le tue paure
    e sai che puoi sopravvivere
    allora quando ti senti senza speranza
    guarda dentro te stesso e sii forte
    alla fine troverai la verità
    che c'é un eroe dentro te



    é una lunga strada
    quando affronti il mondo da solo
    nessuno allunga una mano
    a cui tu possa tenerti
    puoi trovare amore
    se cerchi dentro te stesso
    e il vuoto che sentivi
    sparirà



    e verrà un eroe
    con la forza di andare avanti
    e tu metti le tue paure da parte
    e sai che puoi sopravvivere
    allora quando ti senti senza speranza
    guarda dentro te stesso e sii forte
    alla fine troverai la verità
    che c'é un eroe dentro te



    Oh oooh
    Il Signore sa
    che é difficile seguire i sogni
    ma non permette a nessuno
    di strapparteli via
    aspetta
    ci sarà domani
    in tempo
    troverai la strada



    e verrà un eroe
    con la forza di andare avanti
    e tu metti da parte le tue paure
    e sai che puoi sopravvivere
    allora quando ti senti senza speranza
    guarda dentro te stesso e sii forte
    alla fine troverai la verità
    che c'é un eroe dentro te



    C'é un eroe dentro te
    Mhhh
    c'é un eroe dentro
    te

  • De Profundis

    De profundis
    Oscar Wilde, 1897
    Traduzione di Camilla Salvago Raggi. Feltrinelli editore, pagg: 63-73

    Il De Profundis è una lunga lettera a Lord Alfred Douglas, il giovane amato da Wilde, scritta nei primi mesi del 1897 nel carcere di Reading dove Wilde si trovava da quasi due anni per il reato di sodomia. È l'opera che ci permette di accostarci al vero mondo dell'autore, di riconoscere l'uomo e lo scrittore nel suo aspetto non mistificato. Una volta uscito di prigione, Wilde affidò il manoscritto all'amico giornalista Robert Ross, che fece due copie dattiloscritte. Una fu inviata allo stesso Douglas, che negò di averla mai ricevuta. Nel 1905, quando ormai Wilde era morto da cinque anni, Ross pubblicò un'edizione ridotta dell'originale col titolo di De Profundis, che rimase a tutte le edizioni successive. L'originale fu affidato nel 1909 da Ross al British Museum, con la condizione espressa che non fosse dato in visione per cinquant'anni. La seconda copia dattiloscritta forni il testo per la "first complete and accurate version" pubblicata da Holland nel 1949. In realtà quando, nel 1959, il manoscritto fu reso pubblico, fu possibile stabilire che i dattiloscritti contenevano parecchie centinaia di errori.

    De profundis
    Sono stato in prigione quasi due anni. Dalla mia natura è uscita una folle disperazione; un abbandono al dolore che era pietoso anche a vedersi; ira terribile e impotente; amarezza e disprezzo; angoscia che singhiozzava apertamente, tormento che non trovava voce, pena che rimaneva muta. Sono passato attraverso ogni possibile forma di sofferenza. Meglio di Wordsworth stesso, so quel che egli intendeva quando scrisse:

    La sofferenza è permanente, oscura e cupa e ha la natura dell'Infinità.
    Ma mentre vi sono state ore in cui mi sono rallegrato all'idea che le mie sofferenze dovessero essere infinite, non avrei potuto sopportare che esse fossero prive di significato. Ora trovo nascosto in fondo alla mia natura qualche cosa che mi dice che nel mondo intero niente è privo di significato, e tanto meno la sofferenza. Quel qualche cosa nascosto in fondo alla mia natura, come un tesoro in un campo, è l'umiltà. È l'ultima cosa che mi sia rimasta, e la migliore di tutte; la scoperta finale a cui sono giunto; il punto di partenza per una evoluzione nuova. Mi è giunta dal fondo di me stesso, perciò so che è giunta al momento giusto. Non avrebbe potuto giungere prima, né più tardi. Se qualcuno me ne avesse parlato, l'avrei respinta; se mi fosse stata offerta, l'avrei rifiutata. Ma poiché l'ho trovata voglio tenerla, non posso fare altrimenti. È l'unica cosa che abbia in sé gli elementi della vita, di una nuova vita, di una Vita Nuova per me. Di tutte le cose è la più misteriosa. Non possiamo darla via, e gli altri non possono darla a noi. Non possiamo acquistarla, fuorché cedendo in cambio tutto ciò che abbiamo. Soltanto quando abbiamo perduto tutto, ci accorgiamo dì possederla.

    Ora che mi accorgo che essa è in me vedo con assoluta chiarezza ciò che debbo fare, ciò che in realtà sono costretto a fare. Non occorre dirti che con questa espressione non alludo ad alcuna sanzione o comando esteriore. Non ne accetto alcuno. Sono molto più individualista di quanto sia stato mai. Mi sembra che solo ciò che esce da noi stessi possa avere un benché minimo valore. La mia natura sta cercando una nuova forma di realizzazione di sé. Questa è la sola cosa che mi concerne. E prima di tutto devo liberarmi da ogni possibile sentimento di amarezza contro di te.

    Sono senza casa e senza un soldo. Ma c'è di peggio a questo mondo. Sono del tutto sincero quando ti dico che piuttosto di uscire da questa prigione con il cuore amareggiato contro di te o contro il mondo, andrei volentieri di uscio in uscio mendicando il pane. Se non ottenessi nulla dalle case dei ricchi, dalle case dei poveri otterrei certo qualche cosa. Quelli che hanno molto sono spesso avari, quelli che hanno poco sono sempre pronti a spartire. Non mi dispiacerebbe affatto dormire d'estate sull'erba fresca, o quando venisse l'inverno ripararmi contro la tiepida bica coperta di paglia o sotto la tettoia di un vasto fienile, purché ci fosse l'amore nel mio cuore. Le esteriorità della vita mi sembrano adesso del tutto prive di importanza. Vedi a quale intensità di individualismo sono arrivato o meglio sto arrivando, perché il cammino è lungo, e "dove io cammino nascono i triboli".

    Naturalmente so bene che la mia sorte non sarà di mendicare lungo la strada maestra e che se mai mi coricherò di notte nell'erba fresca sarà per scrivere sonetti alla Luna. Quando uscirò di prigione, Robbie sarà ad aspettarmi fuori della cancellata a borchie di ferro, e Robbie è il simbolo non soltanto dell'affetto suo, ma anche dell'affetto di molti altri. Credo che avrò di che vivere per almeno diciotto mesi circa, così che, se non potrò scrivere dei bei libri, potrò almeno leggerli; e quale gioia è più grande di questa? Dopo, spero di riuscire a creare da capo la mia la facoltà creativa. Ma se le cose stessero diversamente; se non mi restasse un amico al mondo; se dovessi accettare la bisaccia e il mantello stracciato dell'estrema miseria; pure, finché restassi scevro di risentimento, di durezza e di disprezzo, potrei affrontare la vita con più calma e fiducia che se il mio corpo fosse coperto di porpore e lini preziosi, e l'anima malata d'odio. E non proverò davvero alcuna difficoltà a perdonarti. Ma perché il perdono diventi gioia per me, devi sentire di volerlo. Quando davvero lo vorrai, lo troverai già in attesa di te.

    Non occorre dire che il mio compito non finisce qui. Se così fosse, sarebbe relativamente facile. Mi aspettano ben altre difficoltà. Ho da scalare monti molto più ripidi, da traversare valli di gran lunghe più oscure. E dovrò trarre tutto dal profondo di me stesso. Né Religione, né Morale, né Ragione possono essere di minimo aiuto.

    La Morale non mi serve. Sono un antinomista nato. Sono uno di coloro che sono fatti per le eccezioni, non per le leggi generali. Ma mentre capisco che non vi è mai nulla di male in ciò che si fa, capisco anche che vi è qualche cosa di male in ciò che si diventa. È bene averlo imparato.

    La Religione non mi serve. La fede che altri dedicano all'invisibile, io la dedico a ciò che posso toccare e guardare. I miei dèi vivono in templi costruiti da mani umane, e nel cerchio dell'esperienza attuale la mia dottrina è perfetta e completa; anche troppo completa, forse, perché, come molti di coloro, o tutti coloro, che hanno posto su questa terra il loro Paradiso, ho trovato in essa non solo la bellezza del Paradiso ma anche l'orrore dell'Inferno. Quando mi accade di pensare alla religione, sento che mi piacerebbe fondare un Ordine per quelli che sono incapaci di credere; si potrebbe chiamarla la Confraternita degli Orfani, sul cui altare spoglio di candele un prete nel cui cuore non alberga la pace celebri con pane non benedetto e calice vuoto di vino. Qualsiasi cosa per essere vera deve diventare una religione. E l'agnosticismo, non meno della fede, dovrebbe avere i suoi riti. Ha disseminato i suoi martiri, dovrebbe raccogliere i suoi santi, e lodare Iddio ogni giorno per essersi celato agli uomini. Ma che sia fede o agnosticismo, per me non deve essere nulla di esteriore. I suoi simboli devono essere creati da me. Soltanto ciò che crea la propria forma è spirituale. Se non posso trovare il suo segreto dentro di me, non lo troverò mai. Se non lo possiedo già, mai esso verrà a me.

    La Ragione non mi serve. Essa mi dice che le leggi da cui sono stato condannato sono errate e ingiuste, e il sistema sotto il quale ho sofferto, un sistema ingiusto ed errato. Ma in qualche modo devo renderli entrambi giusti e buoni per me. Come in arte ci concerne unicamente ciò che una cosa particolare è per noi in un particolare momento, precisamente così avviene nell'evoluzione etica del nostro carattere. Debbo far si che tutto ciò che mi è accaduto sia un bene per me. Il tavolaccio, il cibo ributtante, le dure funi da sfibrare in stoppa finché i polpastrelli diventano insensibili dal bruciore, i compiti umilianti con cui inizia e finisce ogni giornata, la divisa squallida che rende il dolore grottesco a vedersi, il silenzio, la solitudine, la vergogna, tutto questo io debbo trasformare in una esperienza spirituale. Non vi è una sola degradazione del corpo di cui io non debba tentare di fare una spiritualizzazione dell'anima. Voglio arrivare al punto di poter dire semplicemente e senza affettazione, che i due grandi momenti cruciali della mia vita sono stati quello in cui mio padre mi mandò a Oxford, e quello in cui la società mi mandò in prigione. Non dirò che sia stata la cosa migliore che poteva accadermi, perché la frase suonerebbe troppo amara verso me stesso. Preferirei dire, o che si dicesse di me, che fui così tipicamente figlio della mia epoca da finire, nella mia perversità, e per amore di quella stessa perversità, col volgere in male i beni della mia vita, e i mali della mia vita in bene. Ciò che si dice, tuttavia, da parte mia o di altri, importa poco. Ciò che importa, ciò che ancora mi attende, ciò che ho da fare se non voglio rimanere mutilato, guasto e incompleto per il breve resto della mia vita, è di assorbire nella mia natura tutto quel che mi è stato fatto, farlo parte di me, accettarlo senza lamenti, paura o riluttanza. Il vizio supremo è la superficialità. Tutto ciò che è vissuto fino in fondo è giusto. Quando fui incarcerato alcuni mi consigliarono di cercare di dimenticare chi fossi. Era un consiglio disastroso. Soltanto rendendomi conto di ciò che sono ho trovato qualche conforto. Ora altri mi consigliano di cercare, quando sarò scarcerato, di dimenticare d'esser mai stato in prigione. So che sarebbe ugualmente disastroso. Significherebbe per me esser sempre perseguitato da un sensointollerabile di vergogna; e le cose che sono destinate a me non meno che a chiunque altro - la bellezza del sole e della luna, il corso delle stagioni, la musica dell'alba o il silenzio delle notti, la pioggia tra le foglie o la rugiada sull'erba inargentata - per me si guasterebbero e perderebbero il loro potere taumaturgico e la capacità di comunicare la gioia. Respingere le nostre esperienze è arrestare il nostro sviluppo, rinnegare le nostre esperienze è costringere la nostra vita alla menzogna. È niente di meno che rinnegare l'Anima. Infatti, proprio come il corpo assorbe cibi di ogni genere, cibi comuni e impuri insieme ad altri purificati da un prete o da una visione, e li trasforma in velocità o in forza, in gioco di muscoli armoniosi o in perfetta modellatura di carni, in curve e colori di capelli, di labbra, di occhi; così l'Anima a sua volta ha le proprie funzioni nutritive e può trasformare in nobili pensieri e alte passioni ciò che di per sé è basso, crudele e degradante; meglio ancora,può trovare proprio qui le sue manifestazioni più auguste, e spesso si rivela nella sua perfezione più assoluta proprio per mezzo di ciò che doveva sconsacrarla o distruggerla.

    Debbo accettare francamente il fatto di essere stato un comune carcerato di un carcere comune, e per strano che possa sembrarti, una delle lezioni che dovrò imparare è di non vergognarmene. Devo accettarlo come un castigo, e se ci si vergogna di essere stati castigati, tanto varrebbe non esserlo stati affatto. È vero che mi hanno dichiarato colpevole di molte cose che non avevo commesso, ma d'altra parte molte di cui mi hanno incolpato le avevo commesse davvero, e ancora più grande è il numero di quelle commesse di cui non sono stato nemmeno accusato. E in quanto a ciò che ho detto in questa lettera, che gli dèi sono misteriosi e ci puniscono per ciò che abbiamo in noi di buono e di umano non meno che per ciò che abbiamo di malvagio e di perverso, io devo accettare il fatto che siamo puniti per il bene non meno che per il male che facciamo. Non dubito che questo sia giusto. Ci aiuta, o ci dovrebbe aiutare, a conoscerli a fondo entrambi, e a non essere troppo vanitosi né dell'uno né dell'altro. Se dunque come spero non mi vergognerò del mio castigo, potrò pensare, e camminare, e vivere in libertà.

    Molti, una volta scarcerati, portano il carcere con sé anche in libertà, lo nascondono nei loro cuori come una segreta vergogna e infine come povere creature avvelenate si rintanano in qualche buco per morire. Possibile che debbano ridursi a questo, ed è ingiusto, terribilmente ingiusto che la società ve li costringa. La società si assume il diritto di infliggere all'individuo castighi spaventosi, ma ha il vizio supremo della superficialità, e non arriva a comprendere ciò che ha fatto. Quando il castigo è giunto al termine, essa lascia l'individuo a se stesso, cioè lo abbandona nel momento in cui hanno principio nei riguardi di lui i suoi doveri più alti. Essa in realtà si vergogna del suo operato, ed evita coloro che ha punito, come la gente evita un creditore- a cui non può pagare il debito, o uno a cui abbia inflitto un irreparabile, un irredimibile danno. Per me, dichiaro che se io mi rendo conto di ciò che ho sofferto, la società dovrebbe rendersi conto di ciò che mi ha inflitto; e che né dalla mia parte né dalla sua dovrebbe rimanere odio o amarezza.

    So naturalmente che da un particolare punto di vista le cose saranno più difficili per me che per altri, e devono essere tali per la natura stessa del mio caso. I poveri ladri e delinquenti che sono in carcere con me sono, sotto certi aspetti, più fortunati di quel che io non sia. Breve è il tratto di città grigia o di campagna verde che vide il loro peccato; per trovare chi non sa niente di ciò che commisero, non occorre andare più lontano di quanto un uccello possa volare tra il crepuscolo che precede l'alba e il sorgere dell'alba stessa; ma per me "il mondo si è ridotto a un palmo di larghezza" e dovunque io mi volga il mio nome è scritto sulle rocce a caratteri di piombo. Io infatti non sono passato dall'oscurità alla momentanea notorietà del delitto, ma da una specie di eternità di fama a una specie di eternità di infamia, e qualche volta sembro a me stesso una dimostrazione vivente, se pure occorreva dimostrarlo, di come tra la fama e l'infamia non vi sia che un passo, o meno ancora.

    Eppure io posso scorgere un bene nel fatto stesso che la gente mi riconoscerà dovunque vada e saprà tutto della mia vita, o almeno delle mie follie. Questo mi imporrà la necessità di affermarmi un'altra volta come artista appena mi sarà possibile. Se riuscirò a produrre anche solo un'altra bella opera d'arte potrò privare la malignità del suo veleno, la viltà del suo ghigno, e strappare dalle radici la lingua della derisione. E se per me la vita è, come lo è, un problema, è anche vero che io sono un problema di Vita. La gente è costretta a scegliere un atteggiamento nei miei confronti, e con ciò a giudicare se stessa mentre giudica me. Non occorre dire che non mi riferisco in particolare a questa o a quella persona. I soli che frequenterei volentieri sono adesso gli artisti, e coloro che hanno molto sofferto: quelli che conoscono la bellezza e quelli che conoscono il dolore; nessun altro mi interessa. E non esigo nulla dalla vita. Tutto ciò che ho detto riguarda semplicemente il mio atteggiamento mentale verso la vita intera; e sento che non vergognarmi del mio castigo è uno dei primi stadi a cui debbo arrivare per il mio perfezionamento interiore, appunto perché sono tanto imperfetto.

    Poi debbo imparare ad essere felice. Un tempo lo sapevo, o credevo di saperlo, per istinto. Era sempre primavera, un tempo, nel mio cuore. Il mio temperamento inclinava alla felicità. Colmavo la mia vita fino all'orlo di piacere, come si colma fino all'orlo una coppa di vino. Ora mi accosto alla vita da un punto di vista completamente nuovo, e anche soltanto concepire la felicità mi è spesso estremamente difficile. Ricordo di aver letto durante il mio primo trimestre a Oxford, nel Rinascimento di Pater, - un libro che ebbe un'influenza profonda sulla mia vita - come Dante ponga nei gironi più bassi dell'Inferno coloro che volontariamente vivono nella tristezza, e di essermi recato alla biblioteca universitaria a cercare quel passo della Divina Commedia in cui si dice di coloro che giacciono nella cupa palude dopo esser vissuti malinconici nella dolce aria del mondo, ripetendo fra i sospiri per l'eternità:

    Tristi fummo nell'aer dolce che dal sol s'allegra.
    Sapevo che la Chiesa condanna l'accidia, ma a me questo appariva un concetto del tutto irreale,proprio il genere di peccato, pensavo; che può inventare un prete completamente ignaro della vera vita. E non riuscivo a capire come Dante, che parla "del buon dolor ch'a Dio ne rimarita " potesse esser stato così duro verso gli innamorati della malinconia, se davvero ne esistevano. Non avevo idea che un giorno questa sarebbe stata una delle tentazioni peggiori della mia vita.

    Nel carcere di Wandsworth ero impaziente di morire. Era il mio unico desiderio. Quando, dopo due mesi d'infermeria, fui trasferito qui, e trovai che la mia salute fisica stava gradatamente migliorando, fui sopraffatto dall'ira. Decisi di suicidarmi il giorno stesso in cui avessi lasciato il carcere. Dopo qualche tempo questa fase infausta passò, e decisi di rassegnarmi a vivere, ma di assumere un aspetto cupo come un re assume la porpora; di non sorridere mai più; di far di ogni casa in cui mettessi piede una casa di lutto; di obbligare i miei amici ad accompagnare a passo lento la mia tristezza; di insegnar loro che la malinconia è il vero segreto della vita; di mutilarli con il mio tormento; di storpiarli con un dolore altrui. Ora i miei sentimenti sono molto diversi. Capisco che sarebbe ingratitudine e scortesia, quando i miei amici vengono a trovarmi, fare il viso triste così da obbligarli ad assumere espressioni ancora più tristi per dimostrarmi la loro partecipazione al mio dolore; o se volessi offrir loro il pranzo, invitarli a sedere in silenzio a un pasto d'erbe amare e di cibi funerari. Devo imparare a stare sereno e di buon umore.

    Nelle ultime due occasioni in cui mi fu consentito di vedere qui i miei amici cercai di essere il più allegro possibile, e di mostrare il mio buon umore in modo di compensarli in piccola parte della noia di venire da Londra fino a qui per farmi visita. È un compenso minimo, lo so, ma è quello, ne sono sicuro, a cui essi tengono maggiormente. Ho visto Robbie sabato scorso per un'ora, e ho tentato di esprimere quanto più pienamente ho potuto la gioia sincera che provavo a vederlo. E che io sia nel giusto dando così forma per me stesso a questi progetti e a queste idee, lo dimostra il fatto che per la prima volta dal mio incarceramento provo un vero desiderio di vivere.

    Ho davanti a me tante cose da fare che considererei una tragedia morire prima di riuscire a compierne almeno una piccola parte. Prevedo nuovi sviluppi in Arte e nella Vita, ciascuno dei quali costituisce una nuova forma di perfezione. Voglio vivere per esplorare quello che è per me niente di meno che un mondo nuovo. Vuoi sapere che cosa sia questo nuovo mondo? Credo che tu possa indovinarlo. È il mondo in cui sono vissuto Ultimamente.

    Il dolore, dunque, e tutto ciò che esso insegna, è il mio nuovo mondo. lo vivevo unicamente per il piacere. Evitavo il dolore e le sofferenze di ogni genere. Li detestavo. Avevo risoluto di ignorarli fin dove era possibile, di trattarli cioè come forme di imperfezione. Non facevano parte del piano della mia vita, non avevano posto nella mia filosofia. Mia madre, che conosceva la vita nella sua completezza, soleva spesso citarmi i versi di Goethe, trascritti da Carlyle in un volume che questi le aveva dato molti anni prima, e credo addirittura tradotti da lui:

    "Chi non mangiò mai il pane del dolore, chi non passò mai le ore della notte a piangere e a sospirare il mattino, quegli non vi conosce, o potenze celesti."
    Erano i versi che la nobile regina di Prussia, che Napoleone trattò con brutalità così grossolana, soleva citare nell'umiliazione dell'esilio; erano versi che mia madre citava spesso negli affanni della sua età avanzata; io mi rifiutavo assolutamente di accettare o ammettere la sublime verità che si celava in essi. Ricordo bene come solevo dirle che non avevo nessuna intenzione di mangiare il pane del dolore, o passare anche una sola notte a piangere nell'attesa di un'alba ancora più amara. Non avevo idea che proprio questa fosse la sorte che i Fati tenevano in serbo per me; che anzi per un anno intero della mia vita non avrei quasi fatto altro. Ma questa è la sorte che mi è stata assegnata; e durante questi ultimi mesi, dopo terribili lotte e difficoltà, sono riuscito a penetrare alcune delle lezioni nascoste nel cuore della sofferenza. I predicatori, e le persone che son solite ripetere sentenze a orecchio, parlano talvolta della sofferenza come di un mistero. In realtà essa è una rivelazione. Si discerne ciò che non si è mai stati capaci a discernere. Si affronta l'intero corso della storia da un punto di vista differente. Ciò che sull'Arte si è sentito confusamente per mezzo dell'istinto, viene percepito intellettualmente ed emotivamente con perfetta chiarezza di visione e assoluta intensità di percezione.

    Ora capisco che il Dolore, essendo la suprema emozione di cui l'uomo è capace, è insieme il modello e il banco di prova di tutta la grande Arte. L'artista è sempre alla ricerca di un modo di esistere in cui anima e corpo siano uniti e indivisibili; in cui l'esteriore sia espressione dell'interiore; in cui la Forma riveli l'Essenza. Di tali modi di esistere ve ne sono non pochi; la giovinezza e le arti che hanno per oggetto la giovinezza possono servirci a un dato momento da modello; in un altro momento preferiremo pensare che, nella sua delicatezza e sensibilità di impressioni, nella sua capacità di evocare uno spirito che alberghi negli aspetti esteriori delle cose e si vesta ugualmente di terra o d'aria, di città o di nebbia, nella morbida fusione dei suoi umori, toni e colori, la moderna pittura paesaggistica stia realizzando per noi pittoricamente ciò che fu realizzato con tanta perfezione plastica dai Greci. La musica, in cui il contenuto è totalmente assorbito nell'espressione e non può esserne separato, è un esempio complesso di ciò che sto tentando di dire; un fiore o un bambino ne sono un esempio semplice; ma il Dolore ne è il prototipo, nella vita come nell'Arte.

    Dietro alla Gioia e al Riso può esservi un temperamento rozzo, duro e insensibile. Ma dietro al Dolore vi è sempre il Dolore. La Sofferenza non porta maschera, al contrario del Piacere. La verità in Arte non è una corrispondenza tra l'idea essenziale e l'esistenza accidentale; non è la somiglianza tra forma e ombra, o tra il riflesso della forma nel cristallo e la forma stessa; non è l'eco rimandato dalla cavità del monte, né lo specchio d'acqua argentea che dalla valle mostra la Luna alla Luna e Narciso a Narciso. La verità nell'Arte è l'unità di un oggetto con se stesso; l'aspetto esteriore esprimente l'interiorità; l'anima incarnata, il corpo infuso di spirito. Per questa ragione nessuna verità è paragonabile al Dolore. Vi sono momenti in cui il Dolore mi appare come l'unica verità. Altre cose possono essere illusioni dell'occhio o degli appetiti, fatte per accecare quello o nauseare questi, ma dal Dolore sono stati creati i mondi, e alla nascita di un bimbo o di una stella assiste la sofferenza.

  • Intervista alla grande Vladimir Luxuria

    Intervista a Vladimir Luxuria


    Si può fare ironia dell’amore. Ci è concesso. Così come è del tutto legittimo prendersi gioco del sesso. Riderne. Non solo poesie e lacrime, insomma: quando parliamo di eros possiamo farlo anche senza intingere per forza il pennino nell’inchiostro delle ferite o dell’ebbrezza della passione. Sdrammatizzare talvolta aiuta. Via etere, Wladimiro Guadagno - in arte Vladimir Luxuria - la mattina dal lunedì al venerdì parla d’amore in Cuore e Luxuria, sua originalissima rubrica in onda su Radio Capital, con spirito e ironia. La sua voce è perfetta per parlare d’amore, e lo è anche per esplorare le meno conosciute vie dell’amore gay. La storia1 di Vladimir e l’originale percorso della sua vita ci consentono di aprire parentesi sull’identità di genere, sulla diversità e sul rispetto di essa. Ci permettono di addentrarci nella realtà del travestitismo e della transessualità. Le sue parole non sono mai banali. Che siano quelle scherzose sottolineate da una voce impostata alla radio, o che siano quelle da noi raccolte nella sua casa romana. E con una parola - «gay» - apriamo il nostro dialogo con Vladimir.

    Nell’inglese aulico, letterario «gay» vuol dire ‘gaio, felice’: vai a leggere le poesie inglesi e trovi «i campi erano gay» e ti immagini i girasoli tutti euforici o qualcosa del genere! A parte gli scherzi, questa parola l’ha trovata il movimento omosessuale americano per dare una scossa a questo stile lugubre e tetro con cui veniva dipinto il mondo omosessuale. Per andare contro all’idea che se sei gay devi essere triste, per contrastare questo senso di colpa che ci hanno voluto addossare, mea culpa mea culpa mea grandissima culpa! È una parola di reazione.

    Oggi qual è la situazione dell’omosessualità?

    Be’, oggi almeno l’omosessuale non viene più visto come un extraterrestre! Se ne parla di più, questo è il motivo principale. C’è anche più visibilità. In Parlamento abbiamo alcuni onorevoli dichiaratamente gay. Ci sono molti film che parlano di gay. Ci sono molti più gay che non nascondono di esserlo. Oggi si assiste anche, però, ad un tentativo di normalizzazione dell’omosessualità: si accetta l’omosessualità a patto che mantenga determinate caratteristiche: va bene l’omosessuale a patto che sia colto, raffinato, eccetera… Magari il gay più effeminato viene invece ghettizzato. Come non dovrebbe esistere una divisa per l’eterosessuale, lo stesso dovrebbe essere per il gay.

    Quali sono le difficoltà maggiori da affrontare nel vivere la propria omosessualità?

    Lo scoglio più difficile resta quello della famiglia. Oggi ancora non c’è educazione sessuale. Con la famiglia è sempre piuttosto difficile parlare di sessualità, a prescindere dalle proprie tendenze sessuali: del sesso, solitamente, si viene a sapere attraverso gli amici o sfogliando riviste pornografiche. Io penso che ogni genitore prima di vedere nascere il proprio bambino dovrebbe considerare la possibilità che il proprio figlio non rispecchi se stesso, non sia a propria immagine e somiglianza. Considerare anche l’eventualità che possa essere gay o trans. Essere già pronti di fronte a questa possibilità aiuterebbe genitore e figlio.

    Tu come vivi oggi la tua omosessualità?

    Sono un personaggio trasgressivo con una gran voglia di normalità repressa. Sono ben conscio di vivere un equilibrio molto precario. La cosa mia più vitale è cercare questo equilibrio tra maschile e femminile, fra il ludico e l’aspetto più serio… sono una persona piena di contraddizioni. Forse dovrei trovare una condizione sentimentale più tranquilla, situazione che non c’è. Il problema, in fondo, è trovare l’amore. Sì, anche quelli che vengono considerati «diversi» provano amore! Diversi, poi. C’è ancora qualcuno che riesce a vederci diversi quando tutto il mondo va verso l’omologazione, nell’epoca della globalizzazione! Direi allora che la diversità non può non essere che una virtù oggi. Tornando all’amore: ci sono alcune realtà, vedi quelle della Chiesa, che dovrebbero essere la grande voce dell’amore, eppure con odio, con grande odio, cercano di bollare questo sentimento – l’amore dei cosiddetti diversi – come qualcosa di moralmente disordinato, come qualcosa di pericoloso. Strana contraddizione. Mi piace il pensiero di S. Agostino: «Ama e fa ciò che vuoi». Ecco, mi sembra che la Chiesa ultimamente, in forte alleanza con una certa classe politica, tenda sempre di più a voler escludere gli altri che ad accoglierli. Un gran peccato, secondo me.

    Chi è che oggi scrive le regole dell’amore e dell’identità sessuale, decidendo ciò che è giusto e ciò che non lo è?

    Sono tutti coloro che da sopra un piedistallo puntano il dito (che poi quando si punta un dito, a osservare la mano, si nota che altre tre dita sono indirizzate verso di noi: bisognerebbe fare attenzione!). Sono i poteri che cercano di controllare la vita degli altri, ponendo paletti su ciò che è lecito e ciò che non lo è: il potere politico e quello religioso. E lo fanno attraverso gli strumenti che hanno: scuola e mass media, soprattutto.

    Nella «diversità» si è liberi però di amare, almeno?

    Liberi e clandestini, direi. Perché l’unione affettiva tra due persone dello stesso sesso non è ancora riconosciuta da questo Stato. Sarebbe giusto riconoscere queste unioni civili! Questo non vuol dire sfasciare l’idea del matrimonio, che tanto si sta sfasciando già da sola… C’è sempre l’ombra su queste cose del Vaticano, e di chi a livello politico delega le questioni politiche al Vaticano.

    Si può educare alla «diversità»? Come?

    Forse educando la gente a non reprimere la propria parte di diversità, ma a coltivarla. In ognuno di noi, indipendentemente dalla diversità sessuale, c’è qualcosa di bellissimo che ci fa sentire diversi dagli altri. Allora, invece di essere colpiti dalla sindrome delle oche e metterci una a seguire l’altra, non bisogna aver paura ma essere orgogliosi se una delle nostre piume è di colore diverso, o se abbiamo gusti diversi rispetto alla nostra comitiva. In fondo è quello che ci rende anche un po’unici.

    Piume, paillettes, parrucche, abiti femminili dai colori sgargianti. Com’è nato il piacere del travestirti?

    Nel mio caso è stato qualcosa di giocoso e ironico. Mi ricordo che da piccolo ero affascinato dai vestiti di mia madre, e quando lei usciva a me piaceva indossarli. Mettevo le canzoni che amava lei e con una penna, che fungeva da microfono, imitavo le cantanti di allora. Avevo tutto un mondo mio. Quella di travestirmi da donna è una fantasia che ho sempre avuto, è una fantasia che ho realizzato. Non è nulla di morboso. All’inizio pensavo che questa fantasia potesse incidere negativamente sul lavoro, in seguito è diventata il mio lavoro! È forte creatività: non è solo il semplice atto di vestirsi da donna, ma è anche il fatto di sperimentare vari codici di abbigliamento messi insieme. Creare, crearsi, sperimentarsi. Il mio trucco, poi, è l’ironia… in tutti e due i sensi. Nel mio travestimento non c’è il desiderio aristotelico di dare l’illusione di veridicità alla cosa, ma, anzi, l’esasperare il trucco, l’esasperare con la parrucca vuole dire vestirsi da donna ma allo stesso tempo prenderne le distanze. Anche se ci sono delle donne che rendono molto più difficile questo lavoro perché si esasperano già da sole!!!.

    Donne e uomini. Tu?

    Io mi sento uomo, non donna. Nel senso che non mi definisco un transessuale, anche se alcuni giornali mi definiscono tale, perché non ho mai voluto fare nessun tipo di trattamento esteriore al mio corpo: non ho fatto cure ormonali, né ho fatto ricorso al bisturi. È vero, anche, che quando mi travesto esce fuori una mia parte femminile molto forte. Se mi guardo nudo allo specchio, mi spiego, non è che non mi piaccio. Non avverto l’esigenza di trasformare il mio corpo. OK, esteriormente con l’abbigliamento lo facciamo tutti di trasformarci: ognuno nel vestirsi cerca di mettere in mostra le proprie qualità migliori e di nascondere ciò che gli piace di meno. Ultimamente poi, per me, purtroppo, il travestirmi è diventata una cosa di lavoro. Il mio travestimento lo vedo molto di più uno svelare che un nascondere. Ci sono tante persone che invece, vestendosi, si nascondono: io ho visto tanti finti perbenisti in giacca e cravatta, e finti ricchi, e finti intellettuali… almeno io non sono un finto travestito: io sono tutto vero! Oggi, poi, i codici d’abbigliamento sono molto cambiati: tra i due sessi nel vestire prima c’era una nettissima separazione, era tutto più sessualizzato. Un uomo con una camicia rosa o con i colpi di sole, qualche tempo fa era considerato un gay. Ora l’abbigliamento non ti racconta più molto della sessualità di chi lo indossa.

    Hai accennato prima alla transessualità.

    La transessualità non è un vezzo come da molti viene dipinta. Essere transessuali è un’esigenza. E non è affatto semplice esserlo. Implica grande sofferenza: devi affrontare la famiglia, il mondo. E anche spese, spesso: per cure ormonali, per chirurgie estetiche… Queste persone a fatica cercano di costruirsi una propria identità vera, cercano di non mentire. Poi arriva la Chiesa che definisce ancora oggi gli omosessuali come malati, quando l’omosessualità è stata tolta da tempo dalle malattie dall’organizzazione mondiale della sanità. Chi ancora nel 2003 dichiara certe cose dovrebbe preoccuparsi di ciò che avviene in casa propria, spendere più parole contro la pedofilia dei preti in America che contro omosessuali e transessuali.

    Nella tua storia personale, ci sono pagine di vita non facili come quelle che raccontano della tua esperienza nel mondo della prostituzione.

    Quando ho cominciato, quando mi è stata fatta la prima offerta pensavo di averlo fatto per i soldie perché la persona che voleva pagarmi mi piaceva. In seguito, attraverso un lavoro di riflessione su me stesso, ho capito che era stato un atto vendicativo nei confronti di una persona di cui ero stato innamorato e che mi aveva allontanato dicendo che non la attraevo fisicamente. Era come se avessi voluto dimostrare a me stesso che potevo piacere agli uomini, e che piacevo al punto che loro erano disposti a pagare per stare con me. In realtà, dopo, mi sono reso conto che in quella situazione sei solo un oggetto. Da quella esperienza ho comunque imparato molto. Ho incontrato persone sole, persone che a volte avevano solamente bisogno di parlare, in una società in cui tutto scorre davvero così veloce che è difficile comunicare. Con alcune di queste persone ho conservato un’amicizia nel tempo. Alcune di loro, una volta diventato famoso, sono venute a vedermi ai miei spettacoli; a volte accompagnati dalle loro ragazze, che immagino ignorassero che tipo di legame avessero stretto i loro fidanzati con me in passato.

    Tu, definito dai media come un personaggio trasgressivo, che idea hai della trasgressione in amore?

    Riuscire a stare bene e felici con la persona che si ama. La vera trasgressione è riuscire a non cedere alle proprie tentazioni, riuscire a capire che un rapporto affettivo comprende anche dei compromessi e delle rinunce. Adesso è troppo facile trasgredire in quell’altra maniera. Riuscire a mantenere un rapporto con una persona, è questa per me oggi la vera trasgressione.

  • Ultima Lettera di Marie Antoinette

    16 ottobre 1793:

    ultima lettera a Madama Elisabetta


    Questo 16 Ottobre alle quattro del mattino

    È a voi, mia sorella,che scrivo per l'ultima volta. Sono stata
    condannata non a una morte vergognosa, essa. non è tale che
    per i delinquenti, ma a raggiungere vostro fratello; innocente
    corne lui, spero mostrare la stessa sua fermezza negli ultimi
    momenti. Sono calma come lo si è quando la coscienza non
    rimprovera nulla; ho un profondo dolore d'abbandonare i miei
    poveri bimbi; voi sapete ch'io non esistevo che per loro e per
    voi, mia buona e tenera sorella, voi che avete per la vostra
    amicizia. sacrificato tutto per essere con noi, in che posizione vi lascio!

    Ho appreso durante il processo che mia figlia è separata da voi.
    Ahimé! povera bimba, non oso scriverle, ella non
    riceverebbe la mia lettera; non So nemmeno se questa vi perverrà.

    Ricevete per loro due la mia benedizione. Spero che
    un giorno, quando saranno piu grandi, potranno riunirsi con
    voi e godere interamente delle vostre tenere cure.

    Pensino essi a tutto quello che io non ho cessato d'ispirar loro, che
    i principii e l'esecuzione esatta dei propri doveri sono la prima base
    della vita; che la loro amicizia e la loro scambievole fiducia
    ne farà la felicità; che mia figlia senta come sia suo dovere,
    data la sua età, aiutare sempre suo fratello con i consigli
    dell'esperienza ch'essa ha in piu di lui e che la sua amicizia potrà ispirarle.

    Che mio figlio, da parte sua, renda a sua sorella tutte
    le cure, i servizi che l'amicizia può ispirare; sentano entrambi,
    infine, che in qualunque posizione vengano a trovarsi, essi non
    saranno veramente felici che grazie alla loro uinione. Prendano
    esempio da noi!

    Quanta consolazione, nelle nostre disgrazie, ci
    è venuta dalla nostra amicizia, e nella gioia, si gode
    doppiamente,quando si puô dividerla con un amico; e dove si può
    trovarne di piu teneri, di più uniti che nella propria famiglia?

    Mio figlio non deve mai dimenticare le ultime parole di suo
    padre che io gli ripeto espressamente: non cerchi mai di vendicare
    la nostra morte.

    Debbo parlarvi d'una. cosa molto penosa per il mio cuore.
    So quanto quel bimbo deve avervi data pena; perdonatelo, mia
    cara sorella, pensate alla sua et à e come sia facile
    far dire a un bambino quello che si vuole e
    anche quello ch'egli non comprende: verrà un giorno, lo spero,
    nel quale egli sentirà maggiormente tutto il valore della vostra
    bontà e della vostra tenerezza per tutti e due.

    Mi rimane da confidarvi ancora i miei ultimi pensieri; avrei voluto
    sçrivervi dal principio del processo; ma oltre al fatto che non mi
    lasciavano scrivere, l'incalzare degli avvenimenti è stato cosi
    rapido, che non ne ho avuto realmente il tempo.

    Io muoio nella religione cattolica, apostolica e romana, in
    quella dei miei padri, nella quale sono stata allevata,
    e che ho sempre professata, non avendo nessuna consolazione
    spirituale da aspettare, non sapendo se esistano ancora qui
    preti di questa religione, e, anche se ciò fosse, il luogo in cui mi
    trovo li esporrebbe troppo se vi entrassero una volta.

    Io chiedo sinceramente perdono a Dio di tutti gli errori che ho potuto
    commettere da quando esisto. Spero che nella sua bontà, vorrà
    accogliere i miei ultimi voti, corne quelli che ho fatto da molto
    tempo, perché voglia ricevere la mia anima nella sua misericordia
    e nella sua bontà.

    Chiedo perdono a tutti quelli che conosco, e a voi, mia sorella, in
    particolare, di tutte le pene che, senza
    volerlo, ho potuto causar loro. Perdono tutti i miei nemici il
    male che mi hanno fatto. Dico qui addio aIle mie zie e a tutti
    i miei fratelli e sorelle.

    Avevo degli amici, l'idea d'esserne separata per sempre e le loro
    pene sono uno dei piu grandi rimpianti ch'io porti con me
    morendo, sappiano almeno che sino all'ultimo istante ho pensato a loro.

    Addio, mia buona e tenera sorella; possa questa lettera
    giungervi! Pènsate sempre a me, vi bacio con tutto il cuore,
    così come quei poveri e cari bambini,

    Mio Dio! com'è lacerante lasciarli per sempre!
    Addio, addio, non mi occuperò piu che
    dei miei doveri spirituali.

    Siccome non sono libera delle mie
    azioni, mi porteranno forse un prete, ma protesto qui che non
    gli dirò una parola, e che lo tratterò come un essere assolutamente estraneo.

    Contrassegnata da: Guffroy, Massieu, Lecointre, Fouquier-Tinville e Leg[...] (Legot .

    Questa lettera non arrivò mai alla cognata Elisabetta: fu consegnata ad un certo Bault che la portò a Fouquier-Tinville ( il feroce accusatore di M.Antonietta)
    Dopo il 9 Termidoro il convenzionale Courtois incaricato di perquisire la casa di Robespierre, trova il documento e lo conserva per tutto il periodo dell’impero Napoleonico.
    Nel 1816 , alla restaurazione,l’anziano regicida, per accativarsi l’indulgenza dei Borboni, consegna la lettera a Luigi XVIII , fratello del defunto Luigi XVI.

    Nel testo evidenziato in rosso, alcuni storici hanno voluto “leggere” un messaggio di addio a Fersen, ma tale ipotesi rimane tuttora molto soggettiva.
    Sembra accertato che la macchia sulla lettera , sia una lacrima caduta a Maria Antonietta, e che ha diluito l’inchiostro.

    Terminata la lettera a Madama Elisabetta,
    Maria Antonietta scrive questo breve messaggio
    che inserisce nel suo libro di preghiere


    « Questo 16 ottobre alle 4 e 1/2 del mattino
    Mio Dio! Abbiate pietà di me!
    I miei occhi non hanno più lacrime
    per piangere per voi miei poveri
    bambini; addio, addio!
    Maria Antonietta »

  • Madre Teresa

    Dai il meglio di te...
    Se fai il bene, ti attribuiranno
    secondi fini egoistici
    non importa, fa' il bene.
    Se realizzi i tuoi obiettivi,
    troverai falsi amici e veri nemici
    non importa realizzali.
    Il bene che fai verrà domani
    dimenticato.
    Non importa fa' il bene
    L'onestà e la sincerità ti
    rendono vulnerabile
    non importa, sii franco
    e onesto.
    Dà al mondo il meglio di te, e ti
    prenderanno a calci.
    Non importa, dà il meglio di te
    (Poesia composta dalla Grande Madre Teresa di Calcutta)

  • Sms

    "Si...La felicità si può trovare...La si può trovare, un giorno, quando ormai si disperava.
    Allora l' orizzonte si apre, è come se una voce gridasse: " Eccola"!
    E provi di nuovo il bisogno di confidare ad una persona l' intera tua esistenza.
    Di dargli tutto, sacrificare tutto te stesso.
    Non ci si spiega ma si intuisce.
    Ci si è già visti nei sogni.
    Finalmente ho di nuovo davanti la scintilla dell' amore che risplende grazie a te."

  • Habanera

    1. L'amour est un oiseau rebelle
    Que nul ne peut apprivoiser,
    Et c'est bien en vain qu'on l'appelle
    S'il lui convient de refuser.
    Rien n'y fait menace ou prière,
    L'un parle bien, l'autre se tait,
    Et c'est l'autre que je préfère,
    Il n'a rien dit mais il me plaît.
    (Refrain)
    |: L'amour, l'amour, :|
    L'amour est enfant de Bohème,
    Il n'a jamais jamais connu de loi,
    Si tu ne m'aimes pas je t'aime,
    Si je t'aime prends garde à toi.

    2. L'amour que tu croyais surprendre
    Battit de l'aile et s'envola,
    L'amour est loin, tu peux l'attendre,
    Tu ne l'attends plus, il est là.
    Tout autour de toi, vite, vite,
    Il vient, s'en va, puis il revient,
    Tu crois le tenir, il t'évite,
    Tu crois l'éviter, il te tient.
    (Refrain)

    Taduzione:
    1. L'amore è un uccello ribelle che nullo non può domare, ed è bene invano soltanto si lo chiama se gli occorre rifiutare. Nulla vi fa minaccia o preghiera, uno parla bene, l'altra si tace, ed è il diverso soltanto io preferisce, non ha detto nulla ma mi soddisfa. (Refrain) |: l'amore, l'amore,: | L'amore è bambino della Boemia, non ha mai mai conosciuto leggi, se graditi non ti amo, così ti amo mi prendi guardia a te. 2. L'amore che credevi di sorprendere batté dell'ala e si volò, l'amore è lontano, puoi attenderla, non la attendi più, è là. Tutto attorno a te, rapidamente, rapidamente, viene, se ne va, quindi ritorna, credi di tenerlo, lo evita, credi di evitarlo, lo tiene. (Refrain)

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