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Messaggi sul blog con etichetta 'costume':


  • Paris Hilton Vs. Don DeLillo

    Specularità: dapprima, un articolo su Paris Hilton a Milano. Poi, uno stralcio da Rumore Bianco di Don DeLillo.
    Paris Hilton è la stalla più fotografata d'america.


    Ressa, tifo da stadio e lunghe code in piazza Cinque Giornate a Milano. Arriva Paris Hilton. Centinaia di persone: curiosi e fan, giovani (anche una mini-Paris di cinque anni al massimo), ma anche molti più attempati. Tutti in fila per vedere passare almeno per un secondo “la bionda ereditera che fa tanto notizia”. La Hilton è a Milano per presentare la sua linea di vestiti alla Coin: t-shirt, maglie, pantaloni, giacche invernali, persino cappellini di lana con il muso del suo chihuahua stampato in primo piano.
    Come una vera star, Paris si fa attendere. Quaranta minuti per la precisione. Nella attesa i numerosi adolescenti in coda fanno le prove i cellulari per un video, una foto. Un ricordo di questo momento, perché “chissà tra quanto mi capiterà”, spiega una 13enne in fila con una amica.
    In coda per Paris ci sono molte ragazze. Tutte “tirate” con trucco, abiti alla moda e sigaretta d’ordinanza. Sono numerosi anche i ragazzi, arrampicati anche sulle cabine telefoniche.Tutti, proprio tutti, hanno in mano un cellulare “ultimo modello” per immortalare questo momento e raccontarlo il giorno dopo ai compagni di scuola. Ad un ragazzo, che abita a tre quarti d’ora da Milano e deve fare in fretta per prendere l’autobus, chiediamo cosa direbbe a Paris se la incontrasse. “You’re beautiful. You’re my life” dice. “Ma non è un po’ sciocca?” osiamo chiedere. “No, è giusta per la sua età” giustifica lui, che si dice folgorato dalla dalla sua bellezza.
    Per molte ragazze, Paris Hilton è un modello di stile. “Mi piace anche la sua musica, ora sto imparando a conoscere la sua moda. Viene giudicata male per il suo passato, ma ora sta cambiando” giustifica una ragazza. Un’altra giovane invece è qui per “vedere qualcuno di famoso”. E in futuro non desidera diventare come Paris: “No, preferirei fare l’architetto”. E di passaggio c’è anche una signora. Si sofferma cinque minuti e poi chiede. “Chi c’è?”. Un’altra signora le risponde: “Paris Hilton”. “Chi? – ribatte – Ma quanto mi sta sulle scatole quella!”.

    Elisabetta Corsini
    Corriere della Sera online

    Diversi giorni più tardi Murray mi chiese notizie di un'attrazione turistica nota come la stalla più fotografata d'America.
    Quindi facemmo in auto ventidue miglia nella campagna che circonda Farmington. C'erano prati e orti di mele. Bianche staccionate fiancheggiavano i campi che scorrevano ai nostri fianchi. Presto cominciarono ad apparire i cartelli stradali. LA STALLA PIÙ FOTOGRAFATA D'AMERICA. Ne contammo cinque prima di arrivare al sito. Nell'improvvisato parcheggio c'erano quaranta auto e un autobus turistico. Procedemmo a piedi lungo un tratturo per vacche fino a un lieve sopralzo isolato, creato apposta per guardare e fotografare. Tutti erano muniti di macchina fotografica, alcuni persino di treppiede, teleobiettivi, filtri. Un uomo in un'edicola vendeva cartoline e diapositive, fotografie della stalla prese da quello stesso sopralzo. Ci mettemmo in piedi accanto a una macchia di alberi a osservare i fotografi. Murray mantenne un silenzio prolungato, scribacchiando di quando in quando qualche appunto in un quadernetto.
    - La stalla non la vede nessuno, - disse finalmente.
    Seguì un lungo silenzio.
    - Una volta visti i cartelli stradali, diventa impossibile vedere la stalla in sé.
    Quindi tornò a immergersi nel silenzio. La gente armata di macchina fotografica se ne andava dal sopralzo, immediatamente sostituita da altra.
    - Noi non siamo qui per cogliere un'immagine, ma per perpetuarla. Ogni foto rinforza l'aura. Lo capisci, Jack? un'accumulazione di energie ignote.
    Quindi ci fu un lungo silenzio. L'uomo nell'edicola continuava a vendere cartoline e diapositive.
    - Trovarsi qui è una sorta di resa spirituale. Vediamo solamente quello che vedono gli altri. Le migliaia di persone che sono state qui in passato, quelle che verranno in futuro. Abbiamo acconsentito a partecipare di una percezione collettiva. Ciò dà letteralmente colore alla nostra visione. Un'esperienza religiosa, in un certo senso, come ogni forma di turismo.
    Seguì un ulteriore silenzio.
    - Fotografano il fotografare, - riprese.
    Poi non parlò per un po'. Ascoltammo l'incessante scattare dei pulsanti degli otturatori, il fruscio delle leve di avanzamento delle pellicole.
    - Come sarà stata questa stalla prima di venire fotografata? - chiese Murray. - Che aspetto avrà avuto, in che cosa sarà differita dalle altre e in che cosa sarà stata simile? Domande a cui non sappiamo rispondere perché abbiamo letto i cartelli stradali, visto la gente che faceva le sue istantanee. Non possiamo uscire dall'aura. Ne facciamo parte. Siamo qui, siamo ora.
    Ne parve immensamente compiaciuto.

    Don DeLillo, Rumore bianco, Einaudi
    pagg. 18-19

  • Al tempo della barbarie-di Giuseppe Montesano

    Articolo apparso stamane sul quotidiano Il Mattino

    di Giuseppe Montesano

    Io mi sento come se fossi invecchiato di colpo, stremato e vecchio di secoli. Io che amo i luoghi in cui sono nato contro ogni senno, io oggi mi sento un po’ più morto. Mi ero svegliato, forse come tutti, stanco ma irragionevolmente, infantilmente contento, perché era cominciato un anno nuovo; come tutti avevo acceso distratto e assonnato il televisore; e come tutti ho saputo: ho saputo di Karim, il bambino colpito da una pallottola a Trentola Ducenta e in lotta disperata per la vita a sette anni, e di Giuseppe, il giovane uomo di trent’anni a cui la vita è stata tolta brutalmente a Torre Annunziata da un colpo di pistola.
    Ma come si fa a dirle, le cose che ti fanno a brandelli dentro? L’uomo che lascia sua figlia a sei mesi, una cosina piccola di sangue e anima che non avrà mai più suo padre e non potrà mai più conoscerlo, mai, mai; e l’abbandono, e le mogli e le madri nel dolore che non ha spiegazioni; e il padre e la madre che vedono il loro bambino, un pezzo dell’amore vivo, sull’orlo della morte, e tutto senza senso, tutto disperatamente e orribilmente senza senso: uccisi da colpi di pistola sparati per festeggiare l’anno nuovo! Hanno davvero senso le parole? Il televisore sgranava la sua giaculatoria, io non riuscivo nemmeno a respirare, mia figlia dormiva fortunata nel suo letto, ho guardato mia moglie, siamo una famiglia ho pensato, e potevamo essere noi ho pensato, noi come tutti: e mi sono salite agli occhi lacrime di rabbia feroce, e non riuscivo a respirare, e balbettavo. Perché devo vergognarmi di scriverlo? Ci sono momenti della vita in cui si è sopraffatti, se si ha ancora in sé qualcosa di umano, da un sentimento che non è vergogna confessare. Perché dobbiamo vergognarci di sentire sulla nostra carne un’ombra del morso che ha lacerato quella di Giuseppe e sta azzannando quella di Karim? La vera vergogna è ciò che accade qui, la vergogna che ci infliggiamo sono le centinaia di roghi di immondizia che la stupidità ha acceso, la vergogna è quella che dovrebbe ossessionare chi quei cumuli di sporco li ha lasciati crescere per stupidità e incapacità; la vergogna è la menzogna che da anni depreca l’orrore dei botti, delle dita mozzate come in un folle Iraq in pieno Occidente, della criminalità organizzata, dell’illegalità e sopraffazione delle cattive burocrazie e istituzioni che generano altra violenza e sopraffazione, in un crescendo infinito: la menzogna di chi poi chiude sempre un occhio, sempre chiude tutti e due gli occhi sulle illegalità grandi e piccole, le matrigne di ogni violenza. È di questo occhio chiuso che dobbiamo morire? Sparati, avvelenati, violentati fin dentro le nostre case? È di una incapacità di immaginare nuovi modi di convivenza che dobbiamo morire? È in mezzo al pigolare osceno dei banditori di una napoletanità falsa e di un pulcinellume interessato che dobbiamo decadere e degradarci? Io non posso vergognarmi di essere nato qui, io non sputo sulla terra che è la mia, e non voglio sentirmi soffocare di pianto e rabbia impotenti per quel padre, per la sua compagna, per le madri, per i figli, per tutti. Ma non posso continuare così. Noi, tutti, non possiamo vivere così. Non si tratta di volere o di potere, e non si tratta di scegliere: noi non abbiamo niente da scegliere, noi dobbiamo invertire il cammino. Frammenti di buon senso ci sono, uomini e istituzioni che non hanno niente di cui vergognarsi ci sono: quei servitori dello Stato che si fanno sbeffeggiare e ammazzare per requisire le bombe fuorilegge e arrestare camorristi e sopraffattori di ogni genere, quei giornali che pazientemente cercano di educare alla legalità e mostrano quello che c’è senza bugie, quei sindaci che hanno il coraggio di non cercare il consenso a tutti i costi e vietano la guerra dei fuochi artificiali di fine anno, la voce del cardinale di Napoli che non ha paura di dire quella verità che è sotto gli occhi di tutti, la buona volontà e la giusta ira di gruppi e singoli che dissennatamente sperano ancora di cambiare le cose e si oppongono all’arroganza del potere da qualsiasi parte venga, camorra o cattiva politica che sia: e quelli che restano sempre zitti, i silenziosi e pazienti che si svegliano ogni santo giorno per lavorare e educare i figli, e che cercano di sopravvivere in un posto dove regna l’assurdo e dove si può essere uccisi a Capodanno da un colpo di pistola. Io non mi voglio ritrovare a scrivere ancora e ancora parole come queste, io non voglio sempre piangere lacrime di rabbia impotente. Come tutti, voglio semplicemente poter vivere, e vivere in un posto dove ancora si abbia voglia di guardare senza sconforto ai figli, ai figli dei figli, e a quello che fino a ieri si chiamava il futuro. Ma se è questo che vogliamo, se è questo ciò di cui abbiamo bisogno, non abbiamo da scegliere: è necessario cambiare.

  • 2007: L’anno della sciatteria.

    Da La Stampa on line

    Di Paola Mastrocola

    Trasandato, non curato, lasciato andare: sciatto. Quando per uscire non ci mettiamo la camicia ma infiliamo direttamente il maglione per fare prima; quando riceviamo gli ospiti in pantofole o non ci leviamo le pinzette dai capelli. Quando lasciamo macchie sui vestiti, sui fogli, sulle tovaglie. Quando non ci diamo nemmeno un colpo di spazzola... La sciatteria è non fare bene le cose, metterci negligenza, pigrizia e indifferenza, trascurare un dettaglio, pensando che sia solo un dettaglio, un'inezia. E' sciatto il tecnico che ripara grossolanamente la tua stampante così che gliela devi riportare tre volte; il genitore che dice al figlio di fare i compiti ma non glieli controlla mai; lo studente che non porta il foglio protocollo per il compito e all'ultimo strappa una pagina di quaderno pensando che sia lo stesso.

    E' questo «fa lo stesso» che ci degrada e impoverisce, rendendoci poco degni di noi, dei nostri compiti. Niente fa mai lo stesso, e sono proprio i dettagli a segnare la differenza. La bellezza, per esempio, è fatta di dettagli: il colore degli occhi, la trasparenza di una vena. Come anche l'eleganza, la gentilezza, persino la bontà e l'intelligenza. Se indosso un bellissimo vestito ma dimentico di pulirmi le scarpe, se do una buona mancia al fattorino ma dimentico di salutarlo, rovino tutto. L'uomo che cede gentilmente il passo alla donna, se non abbassa anche leggermente il capo in un accenno d'inchino, incrina la perfezione del suo gesto. Anche il sole, se dimenticasse di battere proprio sull'angolino più nascosto e ghiacciato dei monti, guasterebbe l'opera dandoci un tramonto meno rosato. Dettagli, senza i quali saremmo sciatti. Oggi - anno 2007 - siamo, in generale, molto sciatti. La sciatteria è una tentazione senza tempo, un invito che è sempre difficile declinare. E' vero, ma questo anno che sta finendo è stato un anno particolarmente sciatto. Non ha curato i dettagli, ha mancato la bellezza, l'ordine, l'esattezza, l'eleganza, la bontà. Tanto per cominciare, ha fatto molti errori di grammatica: sui giornali, alla tivù, nelle telefonate (così ben intercettate e con perizia trascritte), a scuola, negli uffici e infine su YouTube. Se n'è infischiato delle regole, non ha messo gli accenti, ha saltato gli apostrofi, ha inciuccato l'uso dei tempi verbali: è stato un anno sgrammaticato, sregolato, disaccentato e disapostrofato. In più, ha usato espressioni basse, volgari, sboccate, triviali. Il parlar volgare è una scorciatoia troppo facile, e già solo per questo dovremmo evitarlo: dimostra che non abbiamo la forza delle scelte lessicali ardue, che non vogliamo rischiare nulla, che prendiamo quel che c'è nell'aria, orecchiamo, ripetiamo pedestremente quel che dicono tutti, senza fare lo sforzo di una minima ricerca, non siamo cavalieri erranti, siamo solo erranti, gente che erra nel senso di «sbagliare» e non anche nell'altro più nobile del «girovagare», dell'andare alla ricerca. Siamo immobili, paralizzati dentro il linguaggio. Parallelepipedi parlanti. Dunque sciatti! Essere sgrammaticati e volgari altro non è che una forma di sciatteria. E' un modo di abitare male la lingua, con disamore, disattenzione, cialtroneria. L'anno che volge al termine si è anche vestito male, pacchiano, disordinato, sguaiato. Non ha avuto cura di sé nel mostrarsi agli altri, né cura degli altri nel mostrare sé. Ha sbrindellato jeans, abbassato cinte per esibir mutande, gelidificato capelli. È andato a zonzo con l'anello alle orecchie e l'ombelico di fuori. Ha indossato la tuta da ginnastica per andare al ristorante. Ha scelto borse troppo firmate, felpe troppo stampate, scarpe troppo appuntite come la punta di una cazzuola. Ma soprattutto è stato un anno bullo. Violento, arrogante, irriverente. Non ha usato rispetto. Ha trattato male i più deboli, ha irriso i superiori, ha molestato le persone normali. Ragazzi che picchiano compagni disabili, deridono compagni gay; professoresse discinte che «scherzano» con gli allievi; studenti che allagano - o a scelta incendiano - le scuole; genitori che tirano pugni ai presidi; politici e alti funzionari che insultano, offendono, chiedono e offrono favori illeciti, usano parolacce. Già, perché i bulli non sono solo i ragazzini e non abitano solo nelle periferie: sono anche gli adulti, i potenti, e abitano nei quartieri bene, nei palazzi, nei ministeri. Non so come, ma credo esista un preciso legame tra sciatteria e bullismo. Forse il bullismo è la forma estrema della sciatteria. Nasce dalla stessa volontà di non far bene le cose, di trascurare, di negligere: di non avere rispetto.

    Bullismo è volersi sentire così potenti da ignorare i sentimenti dell'altro, non rispettare la sua persona, umiliarlo. Forse, ricevere gli ospiti con il vestito sporco o le mutande in evidenza non è poi così diverso dall'imbrattare i muri di una classe o deridere il compagno o vendere foto segrete al migliore offerente: si tratta in ogni caso di aver perso il rispetto, per le persone, per i luoghi, per le istituzioni; di cedere a quella volontà negativa del non fare bene le cose, del tirar via, del fare la minor fatica perché tanto quel che conta non è più rispettare l'altro, ma apparire il più potenti possibile, così potenti da dire: non mi curo di te, di quel che sei, di quel che pensi. Il 2007 infatti ha saltato la punteggiatura. Era già tutto detto lì, in quella omissione. Non ho mai visto omettere tante virgole come quest'anno. Su internet, posta elettronica, sms, compiti in classe, tivù, giornali, bigliettini d’auguri....E’ stato un anno senza virgole. Ma come si fa? Una pagina è un microcosmo ordinato, dove tutto si tiene, tutto ha una gerarchia e un ordine precisi, dipende da legami, da un prima e un dopo, e la punteggiatura è ciò che assicura tale ordine, è l'impalcatura dell'edificio. Se manca, l'edificio crolla, si sgretola in nulla, non ha più senso, cede, si sfilaccia, si fa poltiglia. Parole disperse, senza più un ordine e un fine. Un mondo senza virgole è per forza un mondo sciatto, quindi violento, maleducato, arrogante. Mi fa paura. Nell'anno che verrà potremmo ripartire dalle virgole. Così come da una camicia pulita, un saluto, un lavoro ben fatto. Chissà, magari funziona: potremmo tornare a essere gentili, accurati, attenti, coscienziosi, diligenti. Potremmo, solo rimettendo le virgole al loro posto (un così piccolo dettaglio...), essere il contrario di sciatti.

  • Italici Costumi

    Dal Corriere della Sera del 15/07/2007

    Far finta che il «caso» non esista, stavolta, è davvero impossibile. Basta alzare gli occhi durante il check- in in aeroporto, o accendere la tv. Loro sono lì, che aspettano. Donne, donne, donne. In formato gigantesco, sembrano uscite da un film di Fellini. Scollature profonde, sguardo malizioso. Sono lì per convincere: a comprare una valigia, a scegliere una nuova tariffa per il cellulare. Oppure, semplicemente, per «intrattenere». Succede in Italia, patria della bellezza femminile — e del suo sfruttamento. Perlomeno è questa, secondo il Financial Times, l’immagine che colpisce chi arriva nelle nostre città: corpi (inutilmente) scoperti che ammiccano dai cartelloni stradali, ragazze di nulla vestite che ancheggiano nei varietà.
    Ieri, l’autorevole quotidiano della City ha dedicato la copertina del suo inserto culturale alla naked ambition (la «nuda ambizione») delle donne italiane: «A trent’anni dalle richieste delle femministe su divorzio e aborto, qui le teenager vogliono lavorare come showgirl, ballerine e vallette di quiz a premi ». La prova sta tutta nella foto che domina la pagina: una Elisabetta Canalis oversize, cellulare all’orecchio, china a guardare negli occhi l’ignaro passante — sempre che il suo sguardo non sia stato già calamitato dalla scollatura messa in risalto da un ridotto bikini rosso. È un’immagine dell’ultima campagna Tim. E da oggi, per gli inglesi, è il simbolo dell’ «arcaicità» del popolo italiano.
    «Dal mio trasferimento a Milano, tre anni fa — scrive Adrian Michaels —, mi sono chiesto perché nessuno sembri preoccuparsi dell’uso incongruo che viene fatto della donna nella pubblicità e in tv... Davvero gli italiani, e in particolare le italiane, ritengono accettabile "vendere" quiz in prima serata stimolando i genitali maschili invece del cervello?». Segue reportage sul «Paese che ha dimenticato il femminismo »: Michaels elenca i balletti de L’Eredità, la gara per la successione al «trono» delle Veline, Ilaria D’Amico di cui «nessuno può dire che non conosca il calcio»,mache va in onda «invariabilmente in tubino nero», in piedi, circondata da ospiti «tutti uomini, tutti in giacca e cravatta, tutti seduti». In Gran Bretagna o negli Usa, sostiene il Ft, «questo susciterebbe reazioni di ogni tipo»; in Italia, l’abitudine ha avuto la meglio.
    Sottoscrive il ministro Emma Bonino, lei che è un’«eccezione » alla regola: «Il movimento femminile non ha mai spinto per riforme strutturali». Nel Belpaese, conclude Michaels, essere donna significa ancora «dolore e sofferenza (un riferimento agli ospedali che rifiutano l’epidurale, ndr), maternità e pasta, banche chiuse (simbolo dei servizi che ignorano i bisogni delle lavoratrici, ndr)». Ovvio, quindi, che le italiane si dividano in mamme «confinate in cucina a fare i ravioli» e figlie che cercano il successo attraverso la bellezza. Magari in formato due metri per sei. Il punto, come spiega al FT il pubblicitario Sergio Rodriguez, direttore creativo di Leo Burnett Italia, «è che qui, anche quando non serve, usi una donna».
    «Ma è proprio questo il problema: la mancanza di creatività — replica Alberto Abruzzese, sociologo delle comunicazioni di massa —. Pensiamo alle condizioni di lavoro dei nostri creativi, ai budget, all’assenza di formazione...». Va bene, ma la tv? Non è che lì vada meglio. «Che posso dire? È vero, punto.Manel sistema Italia, a partire dagli anni del boom, il corpo è considerato una ricchezza. Nella prima fase della sua presenza sullo schermo, poi, si doveva combattere il bigottismo della tv di Stato; e in questo momento, in cui avverto sinistri segnali di bigottismo strisciante, mi sento di ribadirlo ». Quanto alle donne, «mi pare che rispetto ai parametri del femminismo storico abbiano sviluppato maggior leggerezza».
    «Ma le donne protestano, eccome — si infervora la giornalista palestinese Rula Jebreal (che un ospite non identificato, nell’ultima puntata di Annozero, definì "gnocca senza testa", ndr)—. Il punto è che abbiamo bisogno del Ft per commentarlo, come se la questione non fosse palese; il mondo intero ci osserva e ride, e i nostri media ignorano il problema. L’Italia critica spesso il mondo arabo e musulmano, ma quando si tratta di guardare al ruolo delle donne nei media, in politica, dicono "ah no, è un’altra cosa". L’ultimo stadio è la mancanza di diritti, è vero. Ma il primo gradino è spingere una donna a spogliarsi e stare zitta per apparire ».

    Gabriela Jacomella