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Blog / Etichette / Cinema
Messaggi sul blog con etichetta 'Cinema':
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L'Invasione degli Astromostri
L'Invasione degli Astromostri
(Kaiju daisenso, Giappone, 1965, col, v.o. sott.it., 94’)
Regia:Ishiro Honda
Gli astronauti Glenn e Fuji a bordo di una navetta spaziale atterrano sul pianeta X nel sistema gioviano. Qui scoprono che gli umanoidi suoi abitanti vivono nel sottosuolo per proteggersi dagli attacchi del mostro tricefalo King Ghidorah.
La richiesta d'aiuto fatta ai due esploratori terrestri è quantomeno singolare: trasportare il mostro alato Rodan e il grande Godzilla su X per combattere King Ghidorah e salvare così il mondo degli umanoidi. Si tratta invece di una trappola diabolica per privare la Terra degli unici due difensori che potrebbero contrastare King Ghidorah ed impedire la conquista del nostro pianeta da parte degli extra-terrestri.
Il film verrà trasmesso da Fuori Orario, Rai 3, nella notte di Sabato 4 Ottobre, approssimativamente alle ore 4.10.
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Un film misterioso
Jeri sera me sò visto n’film che nun me pareva malaccio, solo che era già iniziato da quarche minuto, e siccome che se trattava de n’canale privato locale, a’programmazione retrospettiva nun l’ho trovata. Così ho pensato de scrive’ n’blogghe, e se quarcuno me sa ddì de cosa se tratta, sissarebbe così gentile da dirmelo, me farebbe n’grosso piacere.
Ecco ‘a trama, grossomodo:
Ce stava n’omo che se n’annava n’giro dentro a ‘no scantinato allagato, e se sentiva de bisbija quarcosa da certe voci confuse, e se metteva a spià ner muro. Dar muro usciva come ‘na mano, e ‘na specie de mummia glie metteva ‘sta mano n’faccia, e st’omo diventava ‘na mezza mummia pure lui, e poi moriva.
Poi se vedeva ‘na tipa bbionda che, mentre se n’annava n’giro colla macchina sua, tutta tranquilla, se vedeva spuntà n’artra bionda con pastore tedesco n’mezzo a ‘a strada. A tipa fermava ‘a macchina, scenneva, s’avvicinava a quell’artra, e ‘sta bionda cor cane, che ciaveva du palle gialle ar posto dell’occhi, glie faceva:
“Aò, finalmente sei arrivata, te stavo a’spettà. Devi da sapè che, siccome che sò cecata, quelli se credono che nun ce vedo, ma io ce vedo mejo dell’altri, e te posso di’ che l’arbergo tuo cià ‘na maledizione, e sarebbe mejo si tu te facessi ‘e valigge e te n’andassi da quer posto, che pure si nun ce vedo, vedo che nun è ‘n posto adatto a te. Ce stava n’pittore maledetto che quarcuno l’ha ammazzato, e quello nun se po’ da’ pace, e s’aggira de notte pe ‘e stanze, e gnente gnente te potrebbe mette’ ‘na mano n’faccia, e nun sarebbe na carezza de ‘bbrivido".
E quella gliarisponneva:
“Anvedi 'sta sciancata. Ma tu nun sai gnente, ‘st’arbergo, tempo du mesi, t’o faccio risplenne come novo, metto tutto n’mano all’architetto mijo, e poi te faccio vede’, te faccio…”
Poi, ‘st’omo ch’era morto all’inizio se trovava all’obbitorio, e vicino a lui ce stava pure a’ mummia che gli’aveva messo 'a mano ‘n’faccia, e pure n’dottore che voleva sperimentà si ‘sta mummia ciaveva ancora vita, e glie ‘ttaccava certi fili pe’faglie n’elettro e n’cefalo grammo. Poi se vedevano ‘a moje e ‘a fija de ‘sto tipo ch’era morto che entravano nell’obbitorio, e mentre ‘a moje piagneva pe’llutto subbito, ‘a mummia riprendeva vita, e glie faceva cadè n’acido n’faccia ‘a moje; così ‘a fija, sentendo l’urlo de su’ mamma, se precipitava dentro, e mentre cercava de scappà, se ritrovava coll’occhi gialli, tale e quale a quella cecata de prima.
A’n certo punto, se vedeva Michele Mirabbella, quello d’Elisirre, che era n’architetto, e doveva da restrutturà l’albergo, e allora annava ar catasto pe’trova er progetto origginale de l’arbergo, ma nun faceva n’tempo a pija er proggetto, che se trovava a terra immobbile, e ‘no sciame de tarantole glie sistemava a faccia: una glie tirava er naso, n’artra l’occhi, na terza addirittura glie tirava a’lingua, e così moriva pure lui, senza emette’ manco ‘n lamento.
Poi, verso a’fine, a’mummia, l’omo morto e l’architetto se presentavano come zombi a casa d’a cecata, e la minacciano, e lei, siccome che era cecata e nun se poteva difende de perzona, glie diceva ar cane: “Vai bello, daje, azzannalli tutti a quell’infami”.
E così er cane obbediva, e se sentiva ‘na lotta disumana, e ‘sto cane tornava vicino a’cecata, che glie faceva i complimenti, glie diceva che era stato bbono e bbravo, e che se meritava ‘na cena speciale, ma sarà che er cane se dimostrava suscettibile e nun gradiva i complimenti, sarà che se sbajava sur significato d’a cena speciale, fatto sta che ‘sto cane s’azzannava pure a’llei.
Ner finale, comunque, a’bbionda dell’arbergo, insieme a n’amico dottore, cercavano n’tutti i modi de capì che succedeva, ma ‘a città era deserta, così er dottore glie diceva che nun ce stava gnente da preoccupasse, che secondo lui ce stavano i mondiali, pure se era inverno, ma in realtà tutta ‘a città era diventata n’covo de zombi, che guidati da a’mummia volevano zombizzà pure a loro due.
Così, ‘sti due provavano a rifiuggiasse dentro all’arbergo, ma scappa scappa se ritrovavano dentro a ‘na specie de labbirinto senza uscita, e nell’ultima inquadratura se vedeva che, a’ fine, erano diventati cecati pure loro, e ciavevano du palle gialle ar posto dell’occhi, ed erano entrati nel quadro del pittore maledetto, e ‘a tipa bbionda, pure si nun lo diceva, pensava che la cecata ciaveva raggione, e che mò che pure lei se ritrovava cecata, e glie toccava de mette’ n’guardia all’altri, e sta' a vedè che ll'altri nun l'avrebbero creduta manco a lei
P.S.
Ho trovato online una serie di podcast che si occupa del tema: cinema italiano di genere degli anni ' 70 e ' 80.
Una delle puntate di Tre Rose - questo il nome del programma - è dedicata al misterioso film di cui si diceva.
Eccone il link: http://www.tempimoderni.com/podcast/trerose/tr...
Di seguito, il link per accedere alla lista delle puntate:
http://www.tempimoderni.com/podcast/trerose/rs... -
Mereghetti e la critica
Una riflessione di Mereghetti sulla critica cinematografica
E la critica?
E' a un punto critico.
Riflessione sulle riviste di cinema italiane e sullo stato della critica in occasione dei vent'anni di Ciak. Quando ormai i periodici "militanti" sembrano pensati solo come palestre per esercizi accademici o narcisistici.
A che punto sta la pubblicistica cinematografica in Italia? E' migliore o peggiore del cinema che si trova di fronte? Ciak compie vent'anni di vita e anche se non è la rivista più longeva d'Italia, è quella con il progetto culturale più rischioso e arrischiato: confrontarsi con il cinema esistente (quindi, quello brutto come quello bello) per riuscire a trovare un equilibrio sostenibile tra informazione e analisi. Risultato non sempre ottenuto, ammettiamolo, ma caparbiamente inseguito (come si sforza di fare anche il settimanale Film TV), specie negli ultimi anni, tenendo conto dei limiti e condizionamenti che impongono l'essenza "industriale" e non solo "cinefila" dell'impresa.
Il problema vero, però, non è quello di dare i voti a questa o quella pubblicazione (in nome di quale autorità, poi) ma piuttosto di chiederci quale sia il quadro generale entro cui si muovono le riviste "di cinema". Per capire se esiste un progetto condivisibile o meno. Diciamo subito che il quadro non sembra dei più rosei, perchè le riviste di cinema che si vorrebbero più militanti (pensiamo a duellanti, a SegnoCinema, negli ultimi anni anche a Cineforum o a Filmcritica) troppe volte sembrano pensate non per parlare di cinema ma per offrire ai propri collaboratori l'occasione di fare sfoggio della propria cultura. Non è una differenza da poco, che spesso finisce per rivelarsi più indigesta del solito quando l'aspirazione degli scriventi si colora di velleità accademiche.
Allora il linguaggio diventa francamente improponibile e il livello di analisi critica sfiora l'autismo. Quando non regredisce nel narcisismo. Troppo pessimista? Diciamo meglio, troppo poco smemorato, perchè gli anni mi permettono di aver letto ben altre pubblicazioni, dove magari le analisi critiche potevano farsi discutibili (anch'io ho contribuito in anni passati a ingrossare l'elenco dei film o dei registi giudicati in maniera troppo univoca, non faccio fatica a confessarlo), ma lo spirito con cui erano scritte quelle note non rivelava mai tentazioni solipsistiche. Come si diceva allora "c'era un progetto" che faceva sì, per esempio, che riviste spesso lontanissime sul piano ideologico, si riconoscessero in un comune orizzonte cinematografico. Come fu, nella gloriosa stagione degli anni Sessanta, tra Ombre Rosse e Cinema & Film.
Oggi quella necessità sembra tragicamente sparita, di pari passi con l'imbarbarimento dell'idea stessa di "critica cinematografica", costretta a oscillare tra il tono salottiero e finto ironico della notule da quotidiani e quello semiologico - accademico dei mensili specializzati. Dice Bertrand Tavanier, che prima di essere un buon regista, era, ed è, un grandissimo critico, che una delle cose che lo mettono più di cattivo umore è leggere brutte recensioni ai film che ha amato. Sono parole su cui varrebbe la pena di riflettere perchè una "brutta recensione" non è necessariamente una recensione negativa, ma piuttosto un testo dove il film da analizzare non è più l'oggetto principale del discorso. Quando il recensore diventa più importante dell'opera, quando il film - fosse pure la peggior bufala del mondo - viene abbassato a pretesto per far sfoggio del proprio sarcasmo, o della propria cattiveria, o anche della propria "cultura", allora il critico (e la critica cinematografica) perde immediatamente il proprio ruolo e la propria funzione.
Non vuol dire essere necessariamente pedanti, vuol dire essere rispettosi e ricordare che il critico è sempre al servizio dello spettatore e del cinema. E mai viceversa. Altrimenti usciamo dal campo della critica ed entriamo in quello del pettegolezzo, della supponenza, della prevaricazione, tutte caratteristiche più adatte a primedonne, magari isteriche, che non a critici degni di questo nome."
Paolo Mereghetti -
Woody Allen ricorda Bergman
Da Repubblica.It
La notizia della morte di Bergman l'ho ricevuta a Oviedo, una graziosa cittadina nel nord della Spagna dove sto girando un film. Il messaggio telefonico di un amico comune mi è stato recapitato sul set. Bergman mi disse una volta che non voleva morire in una giornata di sole e poiché non ero presente, posso solo sperare che abbia avuto quel tempo piatto nel quale lavorano al meglio tutti i registi.
L'ho detto già in passato a persone che hanno un'idea romantica degli artisti e che considerano la creazione artistica qualcosa di sacro: alla fine, l'arte non ti salva. Non importa quanto sublimi siano le opere che realizzi (e Bergman ci ha dato un menù di sbalorditivi capolavori del cinema), non ti proteggeranno dal fatale bussare alla porta che interrompe il cavaliere e i suoi amici alla fine de Il settimo sigillo. E così, in una giornata di luglio, Bergman, non è riuscito a rimandare il suo inevitabile scacco matto e il miglior cineasta dei miei tempi se n'è andato.
Qualche volta ho scherzato dicendo che l'arte era come il cattolicesimo degli intellettuali, forniva il desiderio di intravedere una vita dopo la morte. Ma per come la vedo io, è meglio continuare a vivere nel proprio appartamento che nei cuori e nelle menti del pubblico.
Ed è certo che i film di Bergman continueranno a vivere e a essere visti nei musei e in televisione e venduti in Dvd. Ma, conoscendolo, questa non poteva che essere una magra consolazione e sono sicuro che avrebbe barattato con piacere ognuno dei suoi film per un ulteriore anno di vita. Ciò gli avrebbe dato altri sessanta compleanni per continuare a realizzare film. E non ho dubbi che è così che avrebbe impiegato il tempo guadagnato: facendo ciò che amava fare più di qualsiasi altra cosa, girare dei film.
A Bergman piaceva il processo della realizzazione. Gli importava molto meno la risposta che i suoi film suscitavano. Gli faceva piacere che si apprezzasse il suo lavoro, ma una volta mi disse: "Se il mio film non piace, ciò mi crea problemi... per circa 30 secondi". Non gli interessavano i risultati al botteghino, anche se i produttori e i distributori lo chiamavano regolarmente comunicandogli gli incassi dei weekend: quei numeri gli entravano da un orecchio e gli uscivano dall'altro. Diceva: "Verso la metà della settimana, i loro pronostici follemente ottimistici si saranno ridotti a niente". Il plauso della critica gli faceva piacere, ma non ne aveva bisogno nemmeno per un secondo e se è vero che ci teneva che gli spettatori si godessero il suo lavoro, è altrettanto vero che non sempre li aiutava.
Eppure, i suoi film più difficili da decifrare ben valevano lo sforzo. Per esempio, quando si capiva che le due donne de Il silenzio sono soltanto due aspetti in lotta di un'unica donna, questo enigmatico film si apriva in tutto il suo fascino. Oppure, avere fresca in mente la filosofia danese prima di vedere Il settimo sigillo o Il volto certamente avrebbe aiutato, ma il talento di Bergman nel raccontare storie era talmente straordinario che riusciva a incantare gli spettatori anche con un materiale difficile. Mi è capitato spesso di sentire dire dalle persone che avevano visto un suo film: "Non ho capito esattamente quello che ho appena visto, ma ogni singolo fotogramma mi ha tenuto aggrappato al bordo della poltrona".
Bergman restava devoto al teatro - era anche un grande regista di teatro - ma il suo lavoro cinematografico non ha tratto idee soltanto da lì; lui ha attinto alla pittura, alla musica, alla letteratura e alla filosofia. Il suo lavoro ha indagato le ansie più profonde degli uomini, dando spesso un inusitato spessore a queste poesie di celluloide. Morte, amore, arte, il silenzio di Dio, la difficoltà dei rapporti umani, l'agonia del dubbio religioso, i matrimoni falliti, l'incapacità delle persone di comunicare tra loro.
Ma era una persona calorosa, divertente, con un carattere scherzoso, insicura di fronte ai suoi immensi talenti e che stava bene con le donne. Incontrarlo non voleva dire entrare repentinamente nel tempio creativo di un genio formidabile, oscuro, meditabondo e che incuteva soggezione con profonde e complesse riflessioni, espresse con accento svedese, sullo spaventoso destino dell'uomo in un desolato universo. Tutt'al più poteva uscirsene così: "Woody, ho fatto ancora quello stupido sogno in cui mi presento sul set per girare e non riesco a decidermi su dove collocare la macchina da presa; il fatto è che è una cosa che ormai so fare abbastanza bene e che faccio da anni. Ti capita mai di fare questi sogni ansiosi?" Oppure: "Pensi che sarebbe interessante girare un film dove la cinepresa non si muove neanche di un centimetro mentre gli attori entrano ed escono dall'inquadratura? Oppure farebbe ridere la gente?".
Cosa si risponde al telefono a un genio? Non mi pareva che quella fosse una buona idea, ma sono convinto che nelle sue mani sarebbe potuta diventare qualcosa di speciale. Dopotutto, anche il vocabolario da lui inventato per indagare la profondità della psiche degli attori sarebbe apparso ridicolo a chi studiava cinematografia. Nelle scuole di cinema (fui cacciato dalla New York University abbastanza presto quando studiavo per la specializzazione negli anni Cinquanta) l'enfasi era sempre sul movimento. Queste sono immagini in movimento, si insegnava agli studenti, e la macchina da presa dovrebbe muoversi. E i professori avevano ragione. Ma quando Bergman collocava la macchina da presa fissa sul volto di Liv Ullmann o di Bibi Andersson e lì la lasciava e non la spostava e il tempo passava, allora accadeva qualcosa di strano e meraviglioso, dovuto solo alla sua genialità. Lo spettatore era preso dal personaggio e nessuno si annoiava. Al contrario, si era entusiasti.
Bergman, con tutte le sue idiosincrasie e ossessioni filosofiche e religiose, aveva un senso innato per raccontare le storie e quindi era inevitabile che fosse in grado di intrattenerti anche quando nella sua mente era intento a sceneggiare le idee di Nietzsche o di Kierkegaard. Ero solito restare a lungo al telefono con lui. Erano telefonate dall'isola in cui viveva. Non accettavo i suoi inviti per andare a trovarlo perché viaggiare in aereo non mi piaceva. Inoltre non avrei apprezzato un volo su un minuscolo aeroplano con il quale avrei raggiunto un puntino vicino alla Russia per quello che immaginavo sarebbe stato un pranzo a base di yogurt. Parlavamo sempre di film e naturalmente lasciavo parlare lui la maggior parte del tempo, perché sentivo che era un privilegio ascoltare i suoi pensieri e le sue idee. Lui proiettava per sé un film ogni giorno e i film non si stancava mai di vederli. Di ogni tipo, muti e sonori. Per addormentarsi guardava una cassetta di quel tipo di cinema che non lo costringeva a pensare e che lo aiutava a rilassarsi dall'ansietà, qualche volta un film di James Bond.
Come tutti i grandi maestri del cinema - Fellini, Antonioni o Buñuel, per esempio - Bergman ha avuto i suoi critici. Ma se si escludono dei lapsus occasionali, i film di questi artisti hanno colpito profondamente milioni di persone in tutto il mondo. In effetti, sono coloro che meglio conoscono il cinema, coloro che lo fanno - registi, sceneggiatori, attori, direttori della fotografia, montatori - a provare il maggior rispetto per il lavoro di Bergman.
Poiché per decenni ho cantato le sue lodi tanto entusiasticamente, quando è scomparso mi sono arrivate richieste di commenti o interviste. Come se avessi avuto qualcosa di efficace da aggiungere alla triste notizia, se non proclamare semplicemente la sua grandezza. Mi è stato chiesto quale era stata per me la sua influenza. Come avrebbe potuto influenzarmi? Ho risposto: lui era un genio e io non sono un genio, e la genialità non può essere insegnata.
Quando Bergman iniziò a essere conosciuto nelle cineteche di New York come un grande autore cinematografico, io ero un giovane commediografo e un comico di night-club. Si può subire l'influenza di Groucho Marx e di Ingmar Bergman? Una cosa sono riuscito ad apprendere da lui, qualcosa che non dipende dalla genialità e nemmeno dal talento, qualcosa che può essere nei fatti imparata e sviluppata. Parlo di ciò che spesso si chiama con poca precisione etica del lavoro, ma che in realtà è semplice disciplina.
Ho imparato dal suo esempio a cercare di fare il meglio possibile in un dato momento, senza cedere all'assurdo mondo dei successi e dei flop, senza rassegnarsi a entrare nello sfavillante ruolo del regista, realizzando invece un film per poi passare a quello successivo. Bergman ha girato nella sua vita circa 60 film, io ne ho girati 38. Se non posso raggiungere la sua qualità, forse potrò avvicinarmi alla sua quantità. -
Cannes, cerimonia d'apertura e possibili vincitori
Ieri pomeriggio ho visto la cerimonia di apertura del Festival di Cannes, presente tra gli ospiti David Lynch, applaudito dal pubblico per la presentazione di un suo corto, Absurda, che è parte di un lavoro collettivo realizzato da 35 cineasti che affrontano il tema "la sala cinematografica".
Trattasi di filmato molto breve, inquadratura fissa che ricorda molto da vicino un segmento di INLAND EMPIRE: lo schermo cinematografico fissato da Laura Dern quando lei, appena terminate le riprese del film, si reca in una sala che proietta le immagini del film appena girato. Vi si mostrano un paio di forbici giganti, poi una ballerina bidimensionale, infine delle urla fuori campo.
La musica dovrebbe provenire da INLAND EMPIRE.
Quanto al resto, da segnalare il quasi centenario Manoel De Olveira convocato a dichiarare aperto il Festival, cammina appoggiandosi ad un bastone ma, a parte questo dettaglio, il suo quasi secolo è portato miracolosamente, il cineasta portoghese realmente cristallizzato in una sorta di dimensione atemporale, come il buon Ghezzi ama ricordare.
Visionate anche alcuni stralci dai film in concorso, sarò forse smentito eppure il mio quinto senso e mezzo mi suggerisce, in base ai frammenti, che la Palma d’Oro verrà assegnata ad uno dei due seguenti film:
"Yasamin kiyisinda" di Fatih Akin
oppure
"Secret Sunshine" di Lee Chang-dong -
INLAND EMPIRE
INLAND EMPIRE-Visione I
Con INLAND EMPIRE Lynch riapproda entro (ed in questo caso oltrepassa) la Terra di Nessuno visitata da pochi cineasti nel corso della storia del cinema.
Stavolta il sonno della ragione è ancor più profondo, ed i mostri generati ancor più liberi di muoversi all’interno di un labirinto dalle pareti molto sottili, perforabili ad ogni passo (ed ogni passo è, inevitabilmente, falso), con un gesto qualsiasi, come quello di avvicinare una sigaretta accesa ad un tessuto bianco, e scorgere, attraverso il piccolo foro praticato, porte dirette verso luoghi altri, verso tempi altri.
Lo spettatore viene proiettato in una casa degli specchi infranti, allestiti in modo da riflettere immagini irrimediabilmente distorte, disposti in guisa tale da giustificare, onde poi negarlo subito dopo, ogni tentativo di ricostruire un percorso lineare.
INLAND EMPIRE è l’IMPERO delle deviazioni, del deragliamento percettivo.
Lynch ha dichiarato che l’avvento del digitale è caratterizzato dalla leggerezza e dalla maggiore praticabilità dell’utilizzo dei mezzi di ripresa. Ad una maggiore libertà sul piano linguistico-formale non può che corrispondere una ritrovata libertà sul piano dei contenuti, che si svincolano (molti direbbero “sin troppo”) dai canoni narrativi classici, persino da quelli già labili praticati dal regista in alcuni dei suoi lavori precedenti.
E così, durante la visione, per lo scrivente era inevitabile ripensare al cinema proposto dalle avanguardie storiche, ad “Un chien andalou” di Bunuel piuttosto che ad “Entr’acte” di Rene Clair, e poi ad ulteriori stratificazioni di quel che fu il cinema in pellicola, attraverso primi piani sui volti degli spettri portati sul grande schermo già da Fellini, Da Rivette, da Bergman, da Resnais, come se il nuovo codice digitale, prima di poter essere utilizzato con assoluta autonomia, dovesse richiamare a sé, con la dovuta riverenza, alcuni fotogrammi chiave delle pellicole visionate sino ad oggi.
INLAND EMPIRE: non più film ma abbacinante opera visiva percorsa dall’evanescenza dei fantasmi della mente, del sogno/incubo, del Cinema.
Voto 10
INLAND EMPIRE-Visione II
Dopo aver rivisto il film per la seconda volta, devo dire che la re-visione ha segnato una modifica nella percezione del film stesso: non credo di dover rivedere il mio giudizio postato sopra, ove scrivevo di libertà "dai canoni narrativi classici, persino da quelli già labili praticati dal regista in alcuni dei suoi lavori precedenti", ma rettificare che, se si guarda al film con il senno di poi, ovvero con una conoscenza pregressa degli eventi che l'opera lynchiana mette in scena, e dunque provando, durante la visione, a ricostruire le giunture tra i vari piani narrativi, il film diviene decisamente meno tortuoso, anzi persino toccante nel meraviglioso finale, quando la donna polacca riesce a riabbracciare l'amato. E dunque anch'io mi allineo alle interpretazioni che sono state fornite da diversi altri utenti, permettendomi di suggerire a chi fosse stato molto disorientato dalla prima visione, di andare di nuovo al cinema per scoprire alcune chiavi di interpretazione che le visioni successive di certo riserveranno.
Il discorso di Lynch è profondamente metacinematografico, ri-teorizza il cinema come sguardo su un passato che non esiste più, se non come simulacro spettrale raggelato all'interno dei fotogrammi/frames. Forte di queste nuove conquiste ermeneutiche, devo dire che, sui titoli di coda, ho pensato: Questo film è IMMENSO.