Dr__Floyd
maschio - 33 anni, Chateau Saint-Georges (Salerno), Italy
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30 Luglio 2007: la scomparsa di due Giganti del Cinema.
di Luigi Pingitore
Lascia un po' sbigottiti la coincidenza che ha voluto che due grandissimi registi, come Bergman e Antonioni, venissero a mancare a distanza di ventiquattro ore l'uno dall'altro. Inutile cercare punti di contatto tra questi due maestri. Ve n'era uno solo, la passione assoluta con cui hanno delegato al cinema, e alla forza rappresentativa delle immagini, la possibilità di trovare un senso.all'esistenza.
Bergman lo ha fatto con i propri mezzi, che sono assolutamente suoi: del suo sguardo, della sua cultura rigidamente protestante, del suo humus nordico. Nei suoi film c'è un interrogativo di fondo che aleggia sotto la patina della messa in scena, del plot, dei dialoghi, ed è lo stesso interrogativo che muoveva la ricerca di Kierkegaard: come superare la distanza che separa dimensione estetica da quella etica. Nel filosofo danese la risposta fu il salto religioso, l'approdo alla delega del senso a Dio. In Bergman c'è questa tentazione, ma non c'è mai il salto compiuto, l'atto finale. Il suo cinema continua a essere di film in film una domanda che si perpetua, arricchendosi di angosciose sottotracce ma anche della meravigliosa possibilità dell'arte. Perché ogni suo film, al di là di ciò che ci racconta, è innanzitutto un'epifania fotografica e recitativa di assoluta bellezza.
In Antonioni c'è la stessa tensione ad utilizzare la macchina da presa e il proprio sguardo per formulare una domanda. Roland Barthes a proposito del suo cinema disse "è una critica costante, dolorosa ed esigente di quella traccia profonda del senso che si chiama destino".
Ma vale per il regista di Ferrara quello che si è detto di Bergman. Il potenziale 'filosofico' del suo cinema è in realtà stemperato e assorbito dalla forza iconografica della sua capacità registica.
C'è una scena di Professione reporter, film girato da Antonioni nel 1975, che divenne famosissima per la maestria tecnica con cui fu costruita: un lungo piano sequenza, a chiusura del film, in cui la macchina da presa passa da una stanza d'albergo allo spiazzo antistante per poi ritornare, dopo una panoramica circolare, alla medesima stanza rovesciando il punto di vista iniziale.
Se si volesse individuare la scena più assiomatica nella carriera del regista ferrarese, quella in cui sembra riassumersi per magica condensazione tutto il suo sguardo, allora si tratta di questa scena.
C'è in queste immagini una sintesi purissima dello sguardo di Antonioni; il rapporto tra individuo e spazio, il silenzio, la doppiezza delle immagini (quando la macchina da presa esce dalla stanza abbiamo la percezione che l'uomo disteso è addormentato. Quando vi ritorna sappiamo che è morto).
Ma c'è anche la capacità tecnica di meravigliare, una fotografia bellissima, un'orchestrazione dei corpi nello spazio che lascia a bocca aperta.
Tutti i film di Antonioni hanno in realtà dei finali bellissimi, studiati per rimanere impressi. Si pensi a Zabriskie Point che passa alla storia per quell'esplosione al ralenty della villa dell'industriale. Era il personale contributo di un borghese alla contestazione e al clima post sessantottino americano. L'immagine di migliaia di frammenti dell'era consumistica, frigoriferi, lavatrice, televisore, che si frantumano e dissolvono, accompagnati dalla musica dei Pink Floyd. Oppure la chiusura di Blow Up, film girato a Londra, in cui il protagonista-fotografo che si fida solo di ciò che percepisce attraverso i sensi è coinvolto da un gruppo di mimi in una partita a tennis senza palla e senza racchette.
Ma anche il finale de L'eclissi, de La notte, de L'avventura.
Se la radice culturale di Bergman è la Scandinavia, quella di Antonioni è Ferrara; è la pianura padana con le sue nebbie e i suoi spazi. E' la pittura metafisica, Morandi piuttosto che De Chirico, o Sironi.
E il suo cinema ha qualcosa di metafisico, nel rapporto slabbrato tra uomo e territorio. Gli uomini si muovono sempre sempre in spazi che non sembrano predisposti per ricevere la loro presenza, hanno tagli di luce ostili, sporgenze nei muri che rallentano l'andatura.
C'è una scena molto bella ne l'Eclissi: una donna, dopo aver abbandonato il proprio uomo, esce da quella casa che li ha visti vivere assieme e si avventura lungo una strada vuota e silenziosa. Il suo passo e nevrotico, accelerato. La sua faccia dominata dall'emozione. Sa che si sta lasciando alle spalle una porzione della sua vita. Ma all'improvviso arriva di fronte ad un cancello che le impedisce di continuare. La costringe a fermarsi. Antonioni non si sofferma con troppe inquadrature su quell'ostacolo, non vuole sottolinearne eccessivamente la valenza metaforica. Il vento si muove sulle sporgenze d'acciaio del cancello e produce un fischio. La donna alza lo sguardo per ascoltarlo.
Sono gli oggetti del mondo, corpi e cose inanimate, ad appassionarlo. Come le nature morte morandiane, le statue senza volto di De Chirico. E' ai corpi che pone le domande.
Ecco, forse risalta in questo un nuovo punto di contatto tra Bergman e Antonioni. L'aver raccontato se stessi e le proprie angosce attraverso i corpi degli attori e in particolare delle donne; e ancora di più delle donne che hanno amato. Monica Vitti è la donna antonioniana per eccellenza. Per Bergman come non ricordare il sodalizio con Liv Ullmann o Bibi Anderssonn, compagne di vita e di lavoro.
Sono due sguardi sulla realtà in cui è riposta una fiducia assoluta nel cinema come luogo di interazione tra le cose e i primi piani. Inutile cercare facili contrapposizioni tra cinema americano vs cinema europeo, cinema di genere vs cinema d'autore. La verità è nella fiducia che hanno sia Antonioni che Bergman nel primo piano di un volto come possibilità di evocare e raccontare l'emozione. Cinema quasi austero da questo punto di vista.
Bisogna aver vissuto probabilmente la prima metà del secolo per avere tanta fiducia nel cinema. E forse non è un caso che la morte di questi due giganti coincida con l'inizio del nuovo secolo, e con l'avvento delle tecnologie digitali, che di qui a poco modificheranno totalmente il modo di girare film e quindi di pensare attraverso i corpi la realtà. -
Klaus Kinski
Da Il Corriere della Sera online:
Il leggendario e geniale attore tedesco Klaus Kinski era schizofrenico e psicopatico. A 17 anni dalla sua morte sono state scoperte le cartelle cliniche della star del cinema. Anticonformista, cinico e rissoso anche fuori dallo schermo, Kinski era solito denigrare con linguaggio assai colorito il cinema in genere, i critici, il pubblico e anche il proprio lavoro. Per anni ha sofferto di depressione, è stato definito un personaggio folle e problematico. Già a 26 anni fu ricoverato per un breve periodo in una struttura per cure mentali. Ora dagli archivi di un ospedale berlinese sono venute alla luce le sue cartelle cliniche. Sono stati pubblicati, infatti, i documenti storici di circa 100 mila pazienti dell'allora «Städtische Irren- und Idioten-Anstalt zu Dalldorf», letteralmente «struttura cittadina per pazzi e idioti di Dalldorf». Tra il 1880 e il 1960 tra i pazienti c'era anche Klaus Kinski. Sui documenti, che risalgono ai primi anni Cinquanta, compare il suo nome di battesimo, Klaus Nakschinski.
Per i medici già allora era chiar che quell'uomo era «un pericolo pubblico» come pure un genio. Dalla prima pagina della sua cartella si legge: «Diagnosi temporanea: schizofrenia. Definitivo: psicopatia».
Il giovane attore durante questo periodo sarebbe stato perdutamente innamorato di una dottoressa di 24 anni più vecchia. Gli psichiatri annotano: «Secondo il suo racconto i due si amano profondamente».
La donna, invece, avrebbe avuto solo un affetto materno per Kinski. Il giovane attore, allora disoccupato, colto dalla disperazione e dalla gelosia tentò il suicidio assumendo tre fiale di morfina. Sopravvisse, ma tre giorni dopo assunse nuovamente una dozzina di compresse di sonnifero. Più di una volta si scagliò ferocemente contro la donna, gesto che che indusse a classificare Kinski come «pericolo pubblico». Tuttavia, quella che è considerata una stella di prima grandezza della storia cinematografica non si definì mai un «pazzo». Kinski morì nel 1991 per un arresto cardiaco.
Elmar Burchia
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In Every Dream Home A Heartache - Roxy Music
Descrizione della canzone tratta da Ondarock:
Il brano è una preghiera in negativo tesa a scavare l’oscuro smarrimento di chi gioca una partita (persa) contro le proprie ossessioni. Esso sfrutta appieno parecchi luoghi comuni dell’estetica glam, il fascino esercitato dal lusso sfrenato (“You float my new pool/ De luxe and delightful”) e la perversa attitudine feticista (“Your skin is like vinyl/ The perfect companion”) per condurci in una spirale nella quale l’angoscia presente nel titolo è, a conti fatti, il minore dei mali. La litanìa di Ferry, colma di tensione, si snoda monocorde per più di tre minuti, supportata da un tappeto di tastiere sostenuto appena da un sax minimale; l’accorgimento per raffigurare i propri turbamenti è la bambola gonfiabile che si trasforma nell’amante perfetta: silenziosa ma dalle forme sinuose, può essere amata senza timore in quanto creatura che prende letteralmente forma dallo stesso respiro del suo amante (“my breath is inside you”). La parabola della donna oggetto, portata qui agli estremi, disvela una misoginia indotta più dalla paura dei propri baratri che non da un’autentica ostilità nei confronti dell’altro sesso; e infatti, la preghiera si chiude con un dolente “I blew up your body/but you blew my mind” (“Ho fatto esplodere il tuo corpo – di plastica ndr – ma tu hai fatto esplodere la mia mente”), prima di deflagrare in uno spiazzante assolo rock dove le rullate di batteria in flanger sospingono la chitarra nel liberatorio finale in vibrato di Ferry, che declama finalmente l’espressione della sua insana follia (“Oh, those heartaches/ Dreamhome heartaches”).
In every dream home a heartache
And every step I take
Takes me further from heaven
Is there a heaven?
I`d like to think so
Standards of living
They're rising daily
But home oh sweet home
It's only a saying
From bell push to faucet
In smart town apartment
The cottage is pretty
The main house a palace
Penthouse perfection
But what goes on
What to do there
Better pray there
Open plan living
Bungalow ranch style
All of its comforts
Seem so essential
I bought you mail order
My plain wrapper baby
Your skin is like vinyl
The perfect companion
You float my new pool
De luxe and delightful
Inflatable doll
My role is to serve you
Disposable darling
Can't throw you away now
Immortal and life size
My breath is inside you
I'll dress you up daily
And keep you till death sighs
Inflatable doll
Lover ungrateful
I blew up your body
But you blew my mind
Oh Those Heartaches
Dreamhome Heartaches
Da For your pleasure (1973) -
Pensieri sartriani
Eravamo un mucchio di esistenti impacciati, imbarazzati da noi stessi, non avevamo la minima ragione d'esser lì, né gli uni né gli altri, ciascun esistente, confuso, vagamente inquieto si sentiva di troppo in rapporto agli altri. Di troppo: era il solo rapporto ch'io potessi stabilire tra quegli alberi, quelle cancellate, quei ciottoli. Invano cercavo di contare i castagni, di situarli in rapporto alla Velleda, di confrontare la loro altezza con quella dei platani: ciascuno di essi sfuggiva dalle relazioni nelle quali io cercavo di rinchiuderli, s'isolava, traboccava. Di queste relazioni (che m'ostinavo a mantenere per ritardare il crollo del mondo umano, il mondo delle misure, delle quantità, delle direzioni) sentivo l'arbitrarietà; non avevano più mordente sulle cose. Di troppo, il castagno, lì davanti a me, un po' a sinistra. Di troppo la Velleda… Ed io - fiacco, illanguidito, osceno, digerente, pieno di cupi pensieri - anch'io ero di troppo. Fortunatamente non lo sentivo, più che altro lo comprendevo, ma ero a disagio perché avevo paura di sentirlo (anche adesso ho paura - ho paura che questo mi prenda dietro la testa e mi sollevi come un'onda). Pensavo vagamente di sopprimermi, per annientare almeno una di queste esistenze superflue. Ma la mia stessa morte sarebbe stata di troppo. Di troppo il mio cadavere, il mio sangue su quei ciottoli, tra quelle piante, in fondo a quel giardino sorridente. E la carne corrosa sarebbe stata di troppo nella terra che l'avrebbe ricevuta, e le mie ossa, infine, ripulite, scorticate, nette e pulite come denti, sarebbero state anch'esse di troppo: io ero di troppo per l'eternità.
Jean-Paul Sartre
La nausea -
I codici cancellati
Parte dell'articolo a firma di Franco Cordero
Da Repubblica online:
Parole, gesti, mimica berlusconiani sono materiale clinico. Vedi come reagisce nella Ville Lumière, dove autorità e popolo commemorano il 219° anniversario della Bastiglia espugnata. Quando gli comunicano l'arresto d'O. D. T., già sindacalista Psi, ora Pd, e alcune persone più o meno limpide al vertice della Regione Abruzzo, sotto l'accusa d'una gestione corrotta della sanità, la cui spesa tocca livelli stellari, sembra ignaro del caso (lo suppongo tale, mentre qualche interessato, stando alle notizie, se l'aspettava), inveisce contro l'ennesimo "teorema".
Nome curioso. Nell'Italia rieducata da Mediaset parola e pensiero sono drasticamente ridotti: circola un italiano "basic", vocaboli combinati in sintagmi che l'utente trova prêts-à-dire, senza fatica mentale; glieli forniscono speaker, giornali, politicanti; "teorema" viene da questo fondo, come "gogna mediatica", "assalto allo Stato democratico", "cittadino crocifisso".
...
Cosa spaventa Sua Maestà? Un'entità astratta, senza viso: in greco, nómos basiléus, la legge, regola sovrana: gl'infesta le notti; la combatte da quarant'anni; l'ha manomessa in mille modi; dallo scempio è nato un impero. L'ormai vecchio nomòfobo vuol chiudere i conti seppellendola. Tale il senso della furia verbale: poiché a Pescara le toghe perseguitano chi merita riguardi, su due piedi annuncia una "riforma radicale della magistratura"; vuol scindere le carriere?; non basta, scaverà a fondo.
...
La "democrazia liberale" richiede due riforme: abolire la cosiddetta obbligatorietà dell'azione penale; e (punto sottinteso ma fondamentale) procure inquadrate nel potere esecutivo. Bellissimo programma. Muore l'illusione che siamo uguali davanti alla legge: punire o no diventa materia d'una scelta, come nell'autonomia privata; avendo dei crediti, chiedo il pagamento o lascio perdere, affare mio. Lo chiamavamo diritto penale: nel lessico dei dottori, "criminalia", e adesso ordigno adoperabile sui malvisti dal governo; è l'arma che impugna contro chi vuole, se gli torna comodo. I meno ignoranti sanno attraverso quale laborioso sviluppo i quattro codici dell'età unitaria elaborino un controllo dell'inazione: era problema capitale; i meccanismi attuali lo risolvono nel modo meno imperfetto.
Caduto l'obbligo d'agire, regnano prassi legalmente amorfe: l'uomo del ministro colpisce o no, secondo direttive derogabili da ordini ad personam; e perde ogni senso l'altro carattere della domanda penale, l'essere irretrattabile; quando l'attore ministeriale desista, la causa finisce. Adesso vediamo cosa sia la "democrazia liberale" declamata dai pedagoghi: nel caso pescarese il pubblico ministero in sintonia con chi comanda ammonirebbe l'autore della denuncia, "stanco d'essere munto"; se non vuole rogne, porti via quel materiale (fotografie, colloqui registrati, tabulati Telepass, numeri delle banconote ecc.).
Che la Regione abbia un debito spaventoso da spesa sanitaria, è questione minore: siamo un Paese ingegnoso; basta scaricarla sulla bestia da soma; non immaginate quanto peso porti. Ha mille forme il fisco occulto. Nella Repubblica del malaffare fisiologico, quindi indisturbato, l'indebitamento significa vita: i portaborse diventano finanzieri; l'animale totem è un pidocchio gigante.
L'happening berlusconiano 14 luglio e le glosse milanesi dicono a che punto siamo nella regressione: fondata da una Destra austera, l'Italia bene o male era paese europeo; presto lo sarà solo geograficamente. Se n'è impadronito un plutocrate ignorante: sotto maschera ilare ha disegni brutali, visibili anche dai fisionomisti meno acuti; governa, dispone delle Camere, comanda la giustizia penale attraverso mani ministeriali. Erano tre i poteri, separati: se li è presi; li confonde semplificando l'ordinamento alla misura minima; Napoleone costruiva dei codici; lui detesta l'astratto; decide, ordina, deroga, paga, promuove, affossa, castiga, grazia. I chierici gli cantano salmi in ginocchio. Valuterei in questa chiave il pericolo dello scudo immunitario al quale Palazzo Madama ribadirà l'ultimo chiodo. -
Le ultime lettere di Jacopo Ortis I
Hai tu veduto dopo i giorni della tempesta prorompere fra l'auree nuvole dell'oriente il vivo raggio del Sole e riconsolar la natura? Tale per me è la vista di costei. - Discaccio i miei desiderj, condanno le mie speranze, piango i miei inganni: no, io non la vedrò più; io non l'amerò. Odo una voce che mi chiama traditore; la voce di suo padre! M'adiro contro me stesso, e sento risorgere nel mio cuore una virtù sanatrice, un pentimento. - Eccomi dunque saldo nella mia risoluzione; saldo più che mai: ma poi? - All'apparir del suo volto ritornano le illusioni, e l'anima mia si trasforma, e obblia se medesima, e s'imparadisa nella contemplazione della bellezza.
8 Maggio
Da "Le ultime lettere di Jacopo Ortis"
Ugo Foscolo -
In partenza: 10.23 A. M.
Sono le 10.23.
Tra poche decine di minuti la tua nave salperà, diretta verso il Brasile.
Giunto, con passo rapidissimo, al porto, sono salito su una delle navi lì ancorate per cercare di salutarti, ma il biglietto che hai lasciato ad Edgar era impreciso; ne ricordo, confusamente, poche parole: “oceano”, “documentario”, “partenza alle undici in punto”.
Le cabine di questa vasta nave sono tutte uguali: ognuna di esse dispone di un oblò cubico che proietta, sulla parete opposta, foto ed immagini luminose selezionate da chi la occupa. Ed io non scorgo foto od immagini che tu possa aver selezionato. Scelgo qualche cabina a caso, busso alla porta, se lo sguardo viene catturato per alcuni secondi da uno di quegli stimoli visivi, ma i viaggiatori mi sembrano, a ben guardare, sorprendentemente simili tra loro, e tutti, invariabilmente, dissimili da te.
Scendo dalla nave, provando a rammentare maggiori dettagli del tuo impreciso biglietto, ma mi arrendo dinanzi alla vanità dei miei sforzi mnemonici, e non posso che supporti già partita, ormai distante.
Mi consola pensare che Ricardo sarà lì ad accoglierti, e che allieterà il tuo soggiorno con le sue filastrocche cantate. So bene che a te le sue rime appaiono divertenti, io invece le trovo ingenue, come ti rivelai l’autunno scorso (ricordi? Osai rompere il silenzio che dominava lo scomparto del treno - i cui finestrini offrivano ai nostri occhi appannati l'inviolabile quiete dei Colli Euganei - con la prima cosa che mi venne in mente, e tu scoppiasti a ridere per l'inadeguatezza - fu questo il sostantivo esatto che utilizzasti, quando d'un tratto tornasti seria - della mia osservazione), e ad esse oppongo la maggiore godibilità dello humour celato all'interno dei miei versi, che tu disconosci, più per dispetto che per reale convinzione.
Io, d’altra parte, ho accumulato sulla mia scrivania molti film di Glauber Rocha e di Julio Bressane, e finalmente, grazie alla tua partenza, avrò un valido motivo per vederli, pensandoli come un fil rouge che si sostituisce al nostro mancato saluto. -
Estate - Artemoltobuffa
L'aggettivo "buffo" possiede un quid di buffezza fonetica.
Trovo buffo, molto buffo, il pronunziare questo aggettivo.
Ricordo di averci riflettuto sin dalle elementari: nella mia scuola si trovavano dei grandi affreschi che illustravano, sequenzialmente, la sintetica storia di Pinocchio.
In uno di essi, un Pinocchio ormai bimbo ripensava al sé stesso burattino, ed esclamava: Com'ero buffo quando ero un burattino!
Ricordo che sorridevo sempre alla lettura di quelle parole. Non tanto per il concetto espresso, ma per quel "buffo" che io ripetevo tra me e me, più e più volte, sino a svuotarlo di ogni rimando ad un qualsivoglia referente concreto od astratto, rendendolo mero suono, segno senza significato.
Avrò avuto 7/8 anni anch'io, come il protagonista di questo brano, e fu la prima volta che realizzavo l'assoluta convenzionalità del linguaggio verbale da me utilizzato.
Ferdinand de Saussure si insinuava nelle mie riflessioni, attraverso un bimbo di legno ed un buffo aggettivo.
Rammento anche altra considerazione relativa a quegli affreschi; essa riguardava la mia incapacità di comprendere il desiderio di Pinocchio: mi domandavo per quale ragione egli trovasse tanto attraente l'idea di poter smarrire la sua lignea natura.
Da allora, cominciai a vagheggiare l'idea di potere, un dì, trasformarmi in un burattino, ed esclamare a mia volta: Com'ero buffo quando ero un bambino!
(Si ringrazia l'onniveggenza musicofila di Madame S. per la segnalazione)
Mio padre in cantina costruisce una panca
immerso in un'ombra profonda
mio zio dietro casa dà il veleno alla vite
il cane piu in là si lecca le ferite
avrò cinque sei anni ed in mezzo al giardino
sono immerso fino al collo dentro a un catino
penso l'estate sia questa
stare in mezzo alla cose immersi fino alla testa.
mio padre in giardino è dietro al tagliaerba
mia madre china su un cruciverba
mia nonna in una stanza
sta cucendo camicie curva sopra la macchina cuce camicie
mi dà un pezzo di stoffa ed un gesso da sarta
mi guarda negli occhi mi dice "ora disegna"
e visto che è estate mi impegno
a stare fermo nel buio a lasciare un segno.
mio padre in giardino dorme sopra una panca
mia madre in cucina si stanca
mia zia dietro casa sistema l'aiuola
ritorno dal mio ultimo giorno di scuola
avrò sette otto anni ed oggi con mio cugino
a pranzo berrò un bicchiere di vino
e penso l'estate sia anche questa
il vino che fa girare la testa...
Estate
dall'album L'aria misteriosa (2007)
di Artemoltobuffa -
The Waste Land
Madame Sosostris, chiaroveggente famosa,
Aveva preso un brutto raffreddore, ciononostante
E' nota come la donna più saggia d'Europa,
Con un diabolico mazzo di carte. Ecco qui, disse,
La vostra carta, il Marinaio Fenicio Annegato
(Quelle sono le perle che furono i suoi occhi. Guardate!)
E qui è la Belladonna, la Dama delle Rocce,
La Dama delle situazioni.
Ecco qui l'uomo con le tre aste, ecco la Ruota,
E qui il mercante con un occhio solo, e questa carta,
Che non ha figura, è qualcosa che porta sul dorso,
E che a me non è dato vedere. Non trovo
L'Impiccato. Temete la morte per acqua.
Vedo turbe di gente che cammina in cerchio.
Grazie. Se vedete la cara Mrs. Equitone,
Ditele che le porterò l'oroscopo io stessa:
Bisogna essere così prudenti in questi giorni.
Città irreale,
Sotto la nebbia bruna di un'alba d'inverno,
Una gran folla fluiva sopra il London Bridge, così tanta,
Ch'io non avrei mai creduto che morte tanta n'avesse disfatta.
Sospiri, brevi e infrequenti, se ne esalavano,
E ognuno procedeva con gli occhi fissi ai piedi. Affluivano
Su per il colle e giù per la King William Street,
Fino a dove Saint Mary Woolnoth segnava le ore
Con morto suono sull'ultimo tocco delle nove.
Là vidi uno ch e conoscevo, e lo fermai, gridando: « Stetson!
Tu che eri con me , sulle navi a Milazzo!
Quel cadavere che l'anno scorso piantasti nel giardino,
Ha cominciato a germogliare? Fiorirà quest'anno?
Oppure il gelo improvviso ne ha danneggiato l'aiola?
Oh, tieni il Cane a distanza, che è amico dell'uomo,
Se non vuoi che con l'unghie, di nuovo, lo metta allo scoperto!
Tu, hypocrite lecteur! - mon semblable, - mon frère!
T.S. Eliot
Versi tratti da La terra desolata -
Estate/E la chiamano estate - Bruno Martino
Estate
Estate,
sei calda come i baci che ho perduto
sei piena di un amore che è passato
che il cuore mio vorrebbe cancellar.
Odio l'estate,
il sole che ogni giorno ci scaldava
che splendidi tramonti dipingeva
adesso brucia solo con furor.
Tornerà un altro inverno
cadranno mille petali di rose
la neve coprirà tutte le cose
e forse un pò di pace tornerà.
Odio l'estate,
che hai dato il tuo profumo ad ogni fiore
l'estate che hai creato il nostro amore
per farmi poi morire di dolor.
Odio l'estate.
(Bruno Martino - Bruno Brighetti)
Qui il video:
http://it.youtube.com/watch?v=7Tf7LmHU8_0
E la chiamano estate
E la chiamano estate
questa estate senza te
ma non sanno che vivo
ricordando sempre te.
Il profumo del mare
non lo sento, non c'è più
perché non torni qui, vicino a me.
E le chiamano notti
queste notti senza te
ma non sanno che esiste
chi di notte piange te.
Ma gli altri vivono, parlano, amano.
E la chiamano estate
questa estate senza te.
E le chiamano notti
queste notti senza te
ma non sanno che esiste
chi di notte piange te.
Ma gli altri vivono, parlano, amano.
E la chiamano estate
questa estate senza te.
(Califano, Zanin, Martino)
Qui il video:
http://it.youtube.com/watch?v=A0lD1d0r_H8&...