Dr__Floyd
maschio - 33 anni, Chateau Saint-Georges (Salerno), Italy
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Test
Un link ad un test (in lingua inglese) che valuta i disturbi della personalità. Io ho riportato i seguenti risultati (premetto che, non fornendo netlog un layout adatto alla disposizione della tabella, devo riportarla in modo diverso da come emerge sul sito, ma i valori numerici sono esatti; il primo indica la mia percentuale rispetto al disturbo in questione, il secondo indica invece il valore medio riportato dalle persone testate) :
Paranoid - 42% - 49%
Schizoid - 84% - 53%
Schizotypal - 70% - 53%
Antisocial - 38% - 47%
Borderline - 54% - 47%
Histrionic - 66% - 43%
Narcissistic-34% - 41%
Avoidant - 70% - 39%
Dependent - 30% - 37%
Obsessive-Compulsive - 78% - 40%
Non so quanto sia attendibile, e peraltro, in 2/3 domande, non ero certissimo della esattezza della traduzione, comunque sia, chi volesse cimentarsi lo faccia pure, son 50 domande, una decina di minuti di tempo dovrebbero bastare. -
Lo scrittore David Foster Wallace trovato impiccato
Un’ironia sempre arguta, cui si sommava una lucida capacità di analisi che faceva leva sull’esplorazione dei più minuti dettagli del quotidiano. Erano questi i segni distintivi dello stile inconfondibile di David Foster Wallace, autore di culto della letteratura americana contemporanea suicidatosi nella sua casa californiana. Foster Wallace, nato a Ithaca nel 1962, aveva deciso molto presto di dedicarsi a tempo pieno alla narrativa: La scopa del sistema, da lui stesso definito “un romanzo di formazione di un giovane wasp ossessionato dalla filosofia di Wittgenstein e Derrida”, apparve nel 1987 e ricevette dalla critica un’accoglienza entusiastica. Il successo dell’opera d’esordio si ripetè con Il rap spiegato ai bianchi, un saggio composto a quattro mani con Mark Costello, e con la raccolta di racconti La ragazza dai capelli strani (1989) che lo lanciò come il vero erede dei padri della sperimentazione postmoderna statunitense grazie a una sorprendente capacità di mescolare materiali e di intrecciare i generi. “Il mio modo di scrivere è quasi sempre argomentativo perché segue il mio carattere, il mio modo di essere. So che ogni aspetto dell’esistenza ha molti volti e io cerco di rendere conto di ognuno. Ne risulta una certa confusione, che mi auguro interessante”, disse in un’intervista.
A consacrare definitivamente la fama su scala planetaria di questo ragazzo imponente sul piano fisico, con i capelli lunghi legati con una bandana, fu nel 1996 uno sterminato romanzo dal titolo misterioso (Infinite Jest, ovvero “Scherzo infinito”) nel quale offriva il minuzioso resoconto di quanto accade in un’America del futuro dove il potere è nelle mani di un gruppo di pazzi con tendenze criminali, “una terra che diventa una sintesi da incubo tra Disneyworld e gli inferni di Bosch”, osservò uno dei recensori. Il libro, che in originale è lungo 1200 pagine (di cui circa cento di note), diventate 1400 nella traduzione italiana uscita da Fandango, fa entrare Wallace nel Gotha della narrativa di lingua inglese di fine millennio.
Estraneo alla mondanità letteraria (ma senza gli eccessi da “invisibile” alla maniera di Salinger o di Pynchon), David Foster Wallace ha vissuto a lungo a Bloomington, città dell’Illinois dove ha insegnato nel locale ateneo. Di recente si era trasferito a Pomona, nei pressi di Los Angeles, scegliendo la tranquillità garantita da una cattedra in una piccola (e quasi sconosciuta) università di provincia. Nel 1999 è apparso Brevi interviste con uomini schifosi, il secondo volume di racconti, e nel 2004 Oblio, terza raccolta di storie con protagonisti personaggi eccentrici, spesso innamorati della filosofia e della matematica, persi in privati universi fantastici e assolutamente incapaci di scendere a patti con la realtà.
I saggi di Foster Wallace, spesso usciti su piccole riviste indipendenti, sono raccolti nel volume Considera l’aragosta (2005) e offrono il graffiante ritratto di un’America profonda e sconosciuta ai media, confermandone le doti di pittore dell’ipermoderno e della cultura pop. La cerimonia per la consegna degli Oscar del porno gli permette così di ragionare sui misteri della libido, un festival organizzato nel Maine per promuovere il consumo di crostacei lo spinge a riflettere sul dolore, un viaggio al seguito di un candidato alle primarie presidenziali del 2000 gli suggerisce considerazioni sull’influenza dei media sul dibattito politico. Foster Wallace si sofferma su vicende ordinarie accentuandone le caratteristiche surreali, mentre gli elementi di follia presenti negli uomini e nelle donne di cui si occupa vengono ritenuti indizi di un disagio di portata più generale. Sotto questo profilo il saggio migliore è quello in cui racconta la mattina dell’11 settembre 2001 in una città dell’Indiana: mentre le Torri crollano, gli uomini e le donne del Midwest cercano di sfuggire all’orrore mostrato dalle tv precipitandosi a tosare l’erba dei loro giardini. Un gesto istintivo, commenta Foster Wallace, compiuto per proteggere un piccolo mondo antico che gli effetti degli attentati distruggeranno in fretta. Definito dall’amico e collega Jonathan Franzen, “l’erede contemporaneo della tradizione comica di lingua inglese che ha avuto inizio con Swift e Sterne”, Foster Wallace è stato proposto in Italia da Einaudi, Fandango e Minimum Fax.
di Roberto Bertinetti
Da Il Messaggero online -
Buco nero supermassiccio
Bene, è partito il super acceleratore di particelle del Cern. Il buco nero è concreta minaccia...
Di seguito, una intervista pubblicata da La Stampa, Gabriele Beccaria intervista Paul Davies
E’ quasi impossibile per i non scienziati discriminare tra stranezza legittima e pura follia». Parola di Paul Davies, fisico, cosmologo e divulgatore britannico. I suoi colleghi se ne stanno accorgendo sulla propria pelle. Sono bastati alcuni «ribelli» (i folli, appunto) a scatenare la psicosi di massa: il mondo finirà oggi o di lì a poco per colpa dell’LHC? Dopo le accuse dagli Usa di Luis Sancho e Walter Wagner, ora il momento della celebrità è tutto per Otto Rossler, controverso biochimico e professore di Teoria del Caos all’Università di Tubinga, in Germania. Anche lui annuncia l’Apocalisse e anche a lui la Corte europea dei diritti umani ha detto no: il ricorso per stoppare il super-acceleratore è stato respinto.
Professore, lei ha chiesto al Cern una conferenza sulla sicurezza, ma le sue paure sono state giudicate infondate. E' pentito?
«Ho un’idea e una preoccupazione, ma evidentemente loro sono più intelligenti di me!».
Scherzi a parte?
«E’ una questione di psicologia: se la maggior parte degli scienziati sostiene che non ci sono pericoli, allora tutti seguono l’opinione generale».
Il Cern, comunque, ha pubblicato un «report»: non le è bastato?
«Nessuno ha risposto alla mia teoria».
Lei immagina la Terra trafitta da tremendi fasci di energia e divorata da una serie di mini-buchi neri, cresciuti nel suo grembo a causa dell’LHC: da dove nasce questo scenario?
«Ho elaborato la prova della non-evaporazione dei buchi neri, smentendo il modello noto come “Hawking evaporation”».
Così lei sovverte molti principi fisici: c’è qualche collega che le dà ragione?
«All’inizio pensavo di essere stato il primo a sollevare dubbi sul teorema di smaterializzazione, ma mi sbagliavo. Vladimir Belinski, professore alla Sapienza di Roma, ha pubblicato una ricerca simile due anni fa, un anno prima della mia. E lui ha lavorato a Mosca con il cosmologo Jakob Zeldovich, leader della scuola russa sui buchi neri».
Non ha preso abbagli?
«Nessun errore. Tutta la questione nasce da Einstein, che aveva l’abilità di vedere cose mai pensate prima, ma il difetto di non arrivare alle conclusioni estreme. La mia scoperta è legata alla relazione spazio-tempo».
Provi a spiegare.
«Quando il tempo è rallentato di un fattore doppio, lo spazio è due volte più grande. Le mie equazioni lo provano, ma nessuno, finora, l’aveva evidenziato. E’ su questa base che dimostro che i black holes alla fine del tunnel spazio-tempo non evaporano».
Lei si aspetta molti buchi neri, giusto?
«C’è da aspettarsi un milione di black holes in una decina di giorni».
Come li produrrebbe l’LHC?
«Sappiamo che nell’acceleratore si scontrano fasci di protoni a energie altissime e che all’interno ci sono particelle più piccole, i quarks: lo scenario è che due quarks si avvicinino così tanto da generare un black hole, confermando la Teoria delle Stringhe».
Che forma avrebbero i buchi?
«Non a forma di punto, ma probabilmente ad anello. Ma esiste anche una teoria alternativa, la “fractal space time theory” di Mohamed El Naschie: il buco nero sarebbe un oggetto frattale».
E le dimensioni?
«All’inizio minimali, poi si verificherà un fenomeno come quello delle trottole».
Vale a dire?
«Assisteremo all’auto-organizzazione delle strutture, simile a quella dei buchi neri che alimentano le quasars e le nano-quasars: la differenza è che nel primo caso la materia ha un nucleo di miliardi di masse solari e due “jets” energetici, mentre nel secondo la massa è di una-due volte quella del Sole. In ogni caso, basteranno 50 mesi per divorare la Terra».
Non vede difese?
«Potremmo provare a inviarli nello spazio, ma non avremmo abbastanza energia».
Come arriverebbe la fine?
«La Terra verrebbe ingoiata e si restringerebbe a una pallina: come una ciliegia»
Elio e le storie tese
Buco nero supermassiccio
Dall'album Studentessi (2008)
Nello spazio siderale c'è un enorme buco nero
Non ti ci puoi avvicinare non ti ci puoi
Perché quello si mangia tutto
è un problema allucinante
Ma l'umanità non è mai stata informata
E non lo sente come un pericolo incombente
Spesso la gente rimane indifferente
Non dico balle, è tutto vero!
Sì, ma comunque ci lascia indifferenti
Però intanto il buco nero si è mangiato il mondo intero
Il buco nero supermassiccio
"Buco nero supermassiccio, dunque!
Wilson, il nobel Wilson, continua ad accusare la NASA e questa volta non ha torto!
'Avete sbagliato tutto!' dice. Ed in effetti la crescita del buco nero, invece che lenta e graduale, si sta rivelando purtroppo rapidissima, quindi è possibile che a breve ci si ritrovi tutti quanti nel buco nero e profondo e potrebbe anche essere l'ultima edizione del nostro TG, l'ultima edizione dell'umanità"
Il buco nero ci ha ingoiati e siamo stati risucchiati
In un'altra dimensione nella quale siamo circondati
Dalle pulci gigantesche provenienti dal futuro
Che non amano la luce preferiscono l'oscuro
Sono sempre alla ricerca di un uomo dall'ascella forte
Ieri sera in discoteca ballando se ne sono accorte
E magari ce n'è una che ci sta
Benedetto il buco nero e le leggi di Keplero
Il buco nero supermassiccio
Non dico balle è tutto vero. Simile.
Pulci giganti ammantate di mistero
Mi hanno dato un buon lavoro e mi pagano anche in nero
Faccio il mignotto nel dancing delle pulci
"Ultima curva! Cosa sta facendo Buco Nero, ragazzi! Cosa sta facendo 'sto ragazzo! Sta cambiando il destino dell'umanità! Sembrava dovesse essere un dramma e invece sta diventando tutto divertentissimo! Siamo sul rettilineo dell'umanità! Anche in discoteca il mignotto lavora e la pulce, la grande pulce, ammantata di mistero, apprezza il lavoro del mignotto! Buco nero c'è! Buco c'è! Nero c'è! Nero c'è!"
NASA, tu non l'avresti detto mai
Che nel buco nero puoi trovare lavoro
NASA, ma quante cose che non sai
Qui tra le stelle faccio faville con le mie ascelle
NASA chissà quando capirai
Che i tuoi cosmonauti sono troppo profumati
Dimmi adesso che farai, mandi su uno scimpanzè?
Intanto, si è scoperto il vero finanziatore del progetto
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Achille e la tartaruga - Takeshi Kitano a Venezia
di Pasquale Colizzi
Da L'Unità online
Energia propulsiva al 100%. Il cinema di Takeshi Kitano può perdere di originalità ma non di smalto. L'autore giapponese, già Leone d'oro al Lido per Hana-bi, porta in concorso la terza parte di una trilogia sull'idea di se e di artista. La prima (Takeshi's) esplorava il rapporto tra l'uomo privato e il personaggio pubblico, la seconda ( Glory to the filmaker voleva essere un film "felliniano" ) fotografava un regista indeciso su che film fare per ottenere successo.
E le montagne russe della popolarità hanno sempre accompagnato la carriera di Kitano: celebre comico televisivo, attore "drammatico" lanciato dal maestro Oshima, poi filmmaker vezzeggiato dai festival e più fortunato in Europa che in casa propria.
Achille e la tartaruga, che come i due precedenti non ha avuto eccessive fortune distributive, per ora non è stato acquistato nemmeno per l'Italia. E così sembra riproporsi l'interrogativo che aleggiava nelle due opere precedenti: Kitano sta prendendo tempo in attesa di trovare una direzione? Basti dire che parte in maniera quasi calligrafica, poi vira nella tragicommedia, con i tipi siparietti di sua invenzione dove si riesce a ridere della morte. Crescendo sempre di più al pari della follia del protagonista.
Machisu dall'infanzia alla maturità (da adulto lo interpreta lui stesso), è un bambino a cui piace disegnare, un ragazzo introverso che si salva con la pittura, un adulto ossessionato da quello che tenta di far diventare un lavoro remunerativo.
Nessuno però compra i suoi quadri (che poi sono stati dipinti dallo stesso Kitano): i galleristi gli suggeriscono sempre nuove soluzioni artistiche ma non sborsano denaro. Così costringe una famiglia sul lastrico, con la moglie devota assistente che esasperata lo abbandona. Machisu (in giapponese l'assonanza è con Matisse) sembra vittima del paradigma di Zenone ripreso nel titolo, secondo cui Achille raggiungerà solo all'infinito la tartaruga.
Una sorta di dilemma, che proviamo guardando un uomo di cui non riusciamo a capire se sia un artista dotato ma non riconosciuto o solo un bravo pittore che intuendo lo stile giusto o azzeccando l'idea nuova potrebbe sbancare.
Primo di una pattuglia di tre autori giapponesi in concorso, un Kitano ormai stabilmente biondo e astemio (dopo il terribile incidente in moto che gli frantumò la testa) ha spiegato ai giornalisti del Lido «che un sacrificio come quello di Machisu in fondo non è necessario». Van Gogh e compagnia maledetti non fanno per lui, pragmatico e puntuale come un orologio nello sfornare film.
In questo lo vediamo dipingere in tutti gli stili, inventarsi aggeggi curiosi e fare le prove anche fisicamente più dure. Tanto che ricordano il programma televisivo di giochi pericolosi "Mai dire Banzai", di cui lui stesso fu regista. Molte di quelle opere le ha poi sorteggiate tra chi gliele aveva richieste: «Mai venduto un mio quadro fino ad oggi».
Quanto alla sua partecipazione a Venezia, ormai un classico, il regista spiega che in fondo "il suo ritmo di produzione combacia perfettamente con le date del Festival" per cui il Lido è diventato una tappa del suo "programma annuale di lavoro".
Del resto la promozione europea dei suoi film è diventata fondamentale, visto che buona parte del suo successo lo vive fuori dal Giappone. E infatti spiega, come è successo in altre occasioni, «che essere scelto per il concorso di Venezia è difficile, a differenza di quanto sostengono i media giapponesi».Un messaggio inviato anche ai registi di casa sua «che candidano i loro film, poi vengono bocciati e così non lo raccontano in giro».
di Marco Spagnoli
da Primissima.it
Il capitolo conclusivo della cosiddetta ‘trilogia sull’artista’ scritto e diretto da Takeshi Kitano si apre sull’Olimpo dove un fumetto che ricorda alla lontana i tratti dei Manga giapponesi vede Zeus spiegare ad Apollo una delle cosiddette ‘aporie del movimento’ della scuola sofista: il “piè veloce Achille”, infatti, non potrà mai superare – in una corsa – la tartaruga se questa è partita prima e lo precede. Lo spazio tra di loro, infatti, potrà essere diviso all’infinito e l’uomo più veloce dell’antichità non potrà, così, mai raggiungere il lentissimo animale. La citazione derivata dalla filosofia greca antica da parte di Kitano, serve allo sceneggiatore, regista e attore nipponico per raccontare la storia di un ragazzo che nato in una famiglia ricchissima, perde tutto con il suicidio del padre derivato dal fallimento dell’azienda di sua proprietà. La sua passione per l’arte e il disegno, sviluppata grazie all’amore paterno per la pittura e al suo inspiegabile mecenatismo per improbabili pittori consigliati da un mercante d’arte senza scrupoli, diventa progressivamente un’ossessione che il ragazzo si porta dietro dall’orfanotrofio fino all’età adulta in cui degenera in una forma di autismo che lo rende incapace di pensare ad altro.
Lo spazio tra l’artista (o presunto tale) e l’arte diventa progressivamente infinito e l’uomo perde tutto (inclusa moglie, figlia e – quasi – la vita) pur di raggiungere lo scopo di un’intera esistenza. Drammatico e frammentario, divertente e paradossale soprattutto nel cosiddetto ‘terzo atto’, Achille e la Tartaruga rappresenta un’altra grande sorpresa da questo autore nipponico intelligente e lungimirante. Un film non facile che seguendo le contraddizioni della vita di un ragazzo duramente segnato dalle difficoltà dell’esistenza, sviluppa un viaggio di amore e odio all’interno di una’magnifica ossessione’ diventata, nel corso del tempo, una corsa letale contro il tempo che passa. Le tre età del giovane artista: la fanciullezza, la gioventù e la (presunta) maturità in cui è lo stesso Kitano ad arrivare sulla scena, equivalgono ad un lento scivolare in cui il personaggio diventa sempre più maniacale e slegato da un mondo tanto cinico quanto indifferente ai suoi sforzi e al suo impegno visionario. Le sofferenze interiori dell’artista non vengono esplicitate così come quelle dell’uomo che rimasto solo da bambino, osserva la realtà con uno stupore che non porta alla comprensione di essa, quanto piuttosto alla sua interpretazione e riproduzione. Elegante, ma – al tempo stesso – ‘deprivato’ di ogni clamore, Achille e la Tartaruga sembra essere la celebrazione di un viaggio senza punto di arrivo e che si conclude in un finale aperto in cui lo spettatore è libero di interpretare la sorte dell’uomo che ha accompagnato per quasi due ore di film. Una pellicola in cui ‘gli dei’ restano sullo sfondo e in cui l’umanità egocentrica e egomaniacale del pittore mette a dura prova la simpatia e la compassione del pubblico per una figura di artista distaccato e distante, rapito dal proprio impegno che sembra, forse, essere destinato a non avere alcun riconoscimento. -
Un film misterioso
Jeri sera me sò visto n’film che nun me pareva malaccio, solo che era già iniziato da quarche minuto, e siccome che se trattava de n’canale privato locale, a’programmazione retrospettiva nun l’ho trovata. Così ho pensato de scrive’ n’blogghe, e se quarcuno me sa ddì de cosa se tratta, sissarebbe così gentile da dirmelo, me farebbe n’grosso piacere.
Ecco ‘a trama, grossomodo:
Ce stava n’omo che se n’annava n’giro dentro a ‘no scantinato allagato, e se sentiva de bisbija quarcosa da certe voci confuse, e se metteva a spià ner muro. Dar muro usciva come ‘na mano, e ‘na specie de mummia glie metteva ‘sta mano n’faccia, e st’omo diventava ‘na mezza mummia pure lui, e poi moriva.
Poi se vedeva ‘na tipa bbionda che, mentre se n’annava n’giro colla macchina sua, tutta tranquilla, se vedeva spuntà n’artra bionda con pastore tedesco n’mezzo a ‘a strada. A tipa fermava ‘a macchina, scenneva, s’avvicinava a quell’artra, e ‘sta bionda cor cane, che ciaveva du palle gialle ar posto dell’occhi, glie faceva:
“Aò, finalmente sei arrivata, te stavo a’spettà. Devi da sapè che, siccome che sò cecata, quelli se credono che nun ce vedo, ma io ce vedo mejo dell’altri, e te posso di’ che l’arbergo tuo cià ‘na maledizione, e sarebbe mejo si tu te facessi ‘e valigge e te n’andassi da quer posto, che pure si nun ce vedo, vedo che nun è ‘n posto adatto a te. Ce stava n’pittore maledetto che quarcuno l’ha ammazzato, e quello nun se po’ da’ pace, e s’aggira de notte pe ‘e stanze, e gnente gnente te potrebbe mette’ ‘na mano n’faccia, e nun sarebbe na carezza de ‘bbrivido".
E quella gliarisponneva:
“Anvedi 'sta sciancata. Ma tu nun sai gnente, ‘st’arbergo, tempo du mesi, t’o faccio risplenne come novo, metto tutto n’mano all’architetto mijo, e poi te faccio vede’, te faccio…”
Poi, ‘st’omo ch’era morto all’inizio se trovava all’obbitorio, e vicino a lui ce stava pure a’ mummia che gli’aveva messo 'a mano ‘n’faccia, e pure n’dottore che voleva sperimentà si ‘sta mummia ciaveva ancora vita, e glie ‘ttaccava certi fili pe’faglie n’elettro e n’cefalo grammo. Poi se vedevano ‘a moje e ‘a fija de ‘sto tipo ch’era morto che entravano nell’obbitorio, e mentre ‘a moje piagneva pe’llutto subbito, ‘a mummia riprendeva vita, e glie faceva cadè n’acido n’faccia ‘a moje; così ‘a fija, sentendo l’urlo de su’ mamma, se precipitava dentro, e mentre cercava de scappà, se ritrovava coll’occhi gialli, tale e quale a quella cecata de prima.
A’n certo punto, se vedeva Michele Mirabbella, quello d’Elisirre, che era n’architetto, e doveva da restrutturà l’albergo, e allora annava ar catasto pe’trova er progetto origginale de l’arbergo, ma nun faceva n’tempo a pija er proggetto, che se trovava a terra immobbile, e ‘no sciame de tarantole glie sistemava a faccia: una glie tirava er naso, n’artra l’occhi, na terza addirittura glie tirava a’lingua, e così moriva pure lui, senza emette’ manco ‘n lamento.
Poi, verso a’fine, a’mummia, l’omo morto e l’architetto se presentavano come zombi a casa d’a cecata, e la minacciano, e lei, siccome che era cecata e nun se poteva difende de perzona, glie diceva ar cane: “Vai bello, daje, azzannalli tutti a quell’infami”.
E così er cane obbediva, e se sentiva ‘na lotta disumana, e ‘sto cane tornava vicino a’cecata, che glie faceva i complimenti, glie diceva che era stato bbono e bbravo, e che se meritava ‘na cena speciale, ma sarà che er cane se dimostrava suscettibile e nun gradiva i complimenti, sarà che se sbajava sur significato d’a cena speciale, fatto sta che ‘sto cane s’azzannava pure a’llei.
Ner finale, comunque, a’bbionda dell’arbergo, insieme a n’amico dottore, cercavano n’tutti i modi de capì che succedeva, ma ‘a città era deserta, così er dottore glie diceva che nun ce stava gnente da preoccupasse, che secondo lui ce stavano i mondiali, pure se era inverno, ma in realtà tutta ‘a città era diventata n’covo de zombi, che guidati da a’mummia volevano zombizzà pure a loro due.
Così, ‘sti due provavano a rifiuggiasse dentro all’arbergo, ma scappa scappa se ritrovavano dentro a ‘na specie de labbirinto senza uscita, e nell’ultima inquadratura se vedeva che, a’ fine, erano diventati cecati pure loro, e ciavevano du palle gialle ar posto dell’occhi, ed erano entrati nel quadro del pittore maledetto, e ‘a tipa bbionda, pure si nun lo diceva, pensava che la cecata ciaveva raggione, e che mò che pure lei se ritrovava cecata, e glie toccava de mette’ n’guardia all’altri, e sta' a vedè che ll'altri nun l'avrebbero creduta manco a lei
P.S.
Ho trovato online una serie di podcast che si occupa del tema: cinema italiano di genere degli anni ' 70 e ' 80.
Una delle puntate di Tre Rose - questo il nome del programma - è dedicata al misterioso film di cui si diceva.
Eccone il link: http://www.tempimoderni.com/podcast/trerose/tr...
Di seguito, il link per accedere alla lista delle puntate:
http://www.tempimoderni.com/podcast/trerose/rs... -
Il Medagliere Olimpico degli Italiani.
Davide Rebellin, Medaglia d'Argento, Ciclismo - Strada, Prova in linea uomini. 9 Agosto
Giovanni Pellielo, Medaglia d'Argento, Tiro a volo - Trap uomini. 10 Agosto
Tatiana Guderzo, Medaglia di Bronzo, Ciclismo - Strada, Prova in linea donne. 10 Agosto
Matteo Tagliariol, Medaglia d'Oro, Scherma - Spada individuale uomini. 10 Agosto
Italia, Medaglia d'Argento, Tiro con l'arco - Gara a squadre uomini. 11 Agosto
Giulia Quintavalle, Medaglia d'Oro, Judo - Categoria 57 kg donne. 11 Agosto
Margherita Granbassi, Medaglia di Bronzo, Scherma - Fioretto individuale donne. 11 Agosto
Valentina Vezzali, Medaglia d'Oro, Scherma - Fioretto individuale donne. 11 Agosto
Francesco D'Aniello, Medaglia d'Argento, Tiro a volo - Double Trap uomini. 12 Agosto
Federica Pellegrini, Medaglia d'Oro, Nuoto - 200 stile libero. 13 Agosto.
Salvatore Sanzo, Medaglia di Bronzo, Scherma - Fioretto individuale uomini. 13 Agosto
Chiara Cainero, Medaglia d'Oro, Tiro a volo - Skeet donne. 14 Agosto
Andrea Minguzzi, Medaglia d'Oro, Lotta Greco-Romana - Categoria 84 kg uomini. 14 Agosto
Italia, Medaglia di Bronzo, Scherma - Spada a squadre uomini. 15 Agosto
Alessia Filippi, Medaglia d'Argento, Nuoto - 800 stile libero donne. 16 Agosto
Italia, Medaglia di Bronzo, Scherma - Fioretto a squadre donne. 16 Agosto
Italia, Medaglia d'Argento, Canottaggio - Quattro di coppia uomini. 17 Agosto
Italia, Medaglia di Bronzo, Scherma - Sciabola a squadre uomini. 17 Agosto
Diego Romero, Medaglia di Bronzo, Vela - Laser radial uomini. 19 Agosto
Paola Sensini, Medaglia d'Argento, Vela - RS:X donne. 20 Agosto
Elisa Rigaudo, Medaglia di Bronzo, Atletica leggera - Marcia 20 km donne. 21 Agosto
Alex Schwazer, Medaglia d'Oro, Atletica leggera - Marcia 50 km uomini. 22 Agosto
Vincenzo Picardi, Medaglia di Bronzo, Pugilato - Categoria 51 kg. 22 Agosto
Mauro Sarmiento, Medaglia d'Argento, Taekwondo - Categoria 80 kg uomini. 22 Agosto
Italia, Medaglia di Bronzo, Canoa - K4 1000 metri uomini. 22 Agosto
Josefa Idem, Medaglia d'Argento, Canoa - K1 500 donne. 23 Agosto
Clemente Russo, Medaglia d'Argento, Pugilato - Categoria 91 kg. 23 Agosto
Roberto Cammarelle, Medaglia d'Oro Pugilato - Categoria > 91 kg. 24 Agosto
Per lo streaming di tutti gli eventi che la tv non trasmette:
http://www.pechino2008.rai.it/dl/RaiSport/Publ...
Per sfruttare il seguente link, non si dovrebbe cliccare direttamente sul medesimo, ma copiarlo ed incollarlo nella barra degli indirizzi del proprio browser:
http://www.eurovisionsports.tv/olympics/ -
Frasi da annotare sul taccuino
Vi sono momenti nei quali dubbi sulle proprie doti incombono gravosi.
In tali casi, trovo utile ripetere mentalmente una frase, credo originariamente pronunziata da Giulio Andreotti, e ripresa nel recente, validissimo film di Paolo Sorrentino, intitolato "Il Divo":
«Intellettualmente parlando, mi considero di statura media, ma se mi guardo intorno non è che veda molti giganti».
E Netlog, almeno da questo punto di vista, dovrebbe essere rinfrancante per coloro che son dotati di senno
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Durkheim e il suicidio
Per quanto ci si possa dichiarare niente affatto materialisti, è necessario che gli esseri umani dispongano di una serie di elementi empirici basilari per poter sopravvivere. La crisi economica globale in atto, l'impossibilità degli individui di poter contare su fonti di reddito stabili e sufficienti per il sostentamento, saranno elementi tali da richiedere l'ausilio degli studi compiuti dall'illustre sociologo Émile Durkheim, che di seguito riporto, dopo averle estratte da un sito che si occupava dell'argomento:
Nel suo studio sul suicidio Durkheim vuole dimostrare sino a che punto gli individui siano determinati dalla realtà collettiva. Non c'è nulla infatti di più specificamente individuale del togliersi la vita eppure quando l'individuo e così solo e disperato da uccidersi, la società è anche allora presente nella coscienza dell'infelice.
Durkheim affronta lo studio del suicidio in tal modo: definisce il fenomeno, confuta le interpretazioni precedenti, elenca i vari tipi di suicidio e infine sviluppa una teoria generale del fenomeno studiato.
Il suicidio è "qualsiasi caso di morte derivata direttamente o indirettamente da un'azione positiva o negativa compiuta dalla vittima stessa e che quest'ultima sapeva che avrebbe dovuto produrre questo risultato ". Esempi di atto positivo è il tirarsi un colpo di rivoltella alla tempia, esempio di atto negativo è il non abbandonare una casa in fiamme o il rifiutare qualsiasi cibo sino al punto di morire. L'espressione " direttamente o indirettamente " rinvia a una distinzione paragonabile a quella di positivo o negativo.
La definizione di suicidio che opera Durkheim assimila anche quei casi di morte volontaria circondati da egoismo e da gloria.
Durkheim osserva dalle statistiche che il tasso di suicidi in una determinata popolazione è relativamente costante. Esso non varia in modo arbitrario ma in funzione di molteplici circostanze. Il compito del sociologo e quello di stabilire le correlazioni tra le circostanze e le variazioni del tasso di suicidi, tali variazioni sono fenomeni sociali.
I tre tipi di suicidio che Durkheim ritiene di essere in grado di definire sono: il suicidio egoistico, il suicidio altruistico e il suicidio anomico.
Il suicidio egoistico è dovuto all’allentarsi dei legami comunitari e per tale ragione è analizzato da Durkheim facendo ricorso alla correlazione tra il tasso di suicidi e i quadri sociali integratori quali la religione e la famiglia, quest'ultima considerata sotto il duplice aspetto del matrimonio e dei figli.
Il tasso di suicidio varia con l'età, cresce con l'andar di anni. Varia col sesso: e più elevato tra gli uomini che tra le donne. Varia con la religione: i suicidi sono più frequenti tra i protestanti che tra i cattolici. Durkheim paragona anche la situazione degli uomini e delle donne sposate con quella dei celibi, dei nubili, dei vedovi e delle vedove. Paragonando la frequenza dei suicidi tra queste categorie di persone Durkheim individua il “coefficiente di conservazione” che misura la diminuzione della frequenza del suicidio e il “coefficiente di aggravamento”. Le statistiche mostrano che, oltrepassata una certa età, le donne sposate senza figli soffrono di un coefficiente d'aggravamento ciò sta a dimostrare che la protezione non è data tanto dal matrimonio quanto dalla famiglia e dai figli. La famiglia senza figli non è un ambiente di integrazione sufficientemente forte.
Questo primo tipo sociale di suicidio ricavato dallo studio statistico delle correlazioni è definito col termine di egoismo. Uomini o donne tendono tanto più a togliersi la vita quanto più pensa esclusivamente a se stessi, quando non sono integrati in un gruppo sociale.
Il secondo tipo di suicidio è quello altruistico tipico delle società a solidarietà meccanica, in cui l’individuo si sacrifica per rinsaldare il gruppo di appartenenza (oggi noi potremmo esplicitamente ascrivere in questa categoria il suicidio dei kamikaze). Questo tipo di suicidio è presentato da Durkheim in due esempi principali. Il primo che si riscontra in numerose società arcaiche è quello della vedova indiana che accetta di essere posta sul rogo che brucerà il corpo del marito. Si tratta di un fenomeno di completo annullamento dell'individuo nel gruppo: l'individuo si dà alla morte per conformarsi a imperativi sociali. Il secondo esempio è quello del comandante di un bastimento che non vuole sopravvivere alla perdita della sua nave e si sacrifica dunque a un imperativo sociale interiorizzato a tal punto da soffocare l'istinto di conservazione.
Oltre a questi casi di suicidio eroico e religioso, Durkheim scopre dalle statistiche un esempio moderno di suicidio altruistico: l'aumento della frequenza dei suicidi nell'esercito. Egli ha rilevato in questa categoria un coefficiente di aggravamento: i militari si tolgono la vita più dei civili della stessa età e condizione. Tali suicidi non possono essere definiti egoistici perchè, per definizione, i militari appartengono a un gruppo molto integrato.
Esiste infine un terzo tipo sociale di suicidio, il suicidio anomico. Questo è quello che interessa maggiormente Durkheim perché è il più caratteristico della società moderna. E’ fortemente connesso alle crisi da essa attraversate, quando si crea cioè disordine (anomia); e a tal proposito Durkheim argomenterà che il numero di suicidi aumenta sia in periodi di recessione economica sia di impetuoso sviluppo. Le statistiche mostrano anche una tendenza alla diminuzione di suicidi in concomitanza con grandi avvenimenti politici. Nei periodi di guerra il numero di suicidi diminuisce. Il suicidio anomico tende ad aumentare anche parallelamente al numero di divorzi. L'uomo divorziato è più minacciato dal suicidio delle donne. Durkheim cerca di spiegare tale fenomeno: l'uomo trova nel matrimonio equilibrio e disciplina ma, grazie alla tolleranza dei costumi, egli conserva una certa libertà. La donna trova nel matrimonio più disciplina che libertà. L'uomo divorziato dunque ricade nell'indisciplina mentre la donna divorziata beneficia di un'accresciuta libertà che compensa in parte la perdita della protezione familiare. Il suicidio anomico dunque colpisce gli individui in ragione delle condizioni di vita nelle società moderne. Nelle società moderne infatti l'esistenza sociale non è regolata dal costume, gli individui si trovano in una competizione reciproca permanente, si aspettano tanto dalla vita e le chiedono tanto e sono perciò perennemente esposti alla sofferenza che nasce dalla sproporzione tra le loro aspirazioni e le loro soddisfazioni. Tale atmosfera è propizia allo sviluppo della corrente suicidogena.
A questo punto Durkheim delinea la sua teoria che può essere riassunta in tal modo: i suicidi sono fenomeni individuali, le cui cause sono sostanzialmente sociali. Le cause reali del suicidio sono rappresentate da alcune forze sociali che mutano da società a società, da gruppo a gruppo, da religione a religione; esse nascono dal gruppo e non dagli individui singolarmente presi. Ancora una volta ritroviamo il tema fondamentale per cui le società sono eterogenee nei confronti degli individui; esistono fenomeni il cui fondamento è la collettività e non la somma degli individui. -
Eclipse
All that you touch and all that you see
all that you taste, all you feel
and all that you love and all that you hate
all you distruct, all you save
and all that you give and all that you deal
and all that you buy, beg, borrow or steal
and all you create and all you destroy
and all that you do and all that you say
and all that you eat and everyone you meet
and all that you slight and everyone you fight
and all that is now and all that is gone
and all that's to come
and everything under the sun is in tune
but the sun is eclipsed by the moon.
The Dark Side of the Moon (1973)
Pink Floyd -
La Mostra del Cinema di Venezia edizione 2008
Il primo dato riguarda la produzione nazionale: quattordici i film italiani disseminati tra concorso e altre sezioni. Nomi noti, meno noti, possibili scoperte come Mirko Locatelli, trentaquattrenne milanese col suo Primo giorno d'inverno scritto insieme alla compagna-complice di cinema Giuditta Tarantelli. È in Orizzonti, la sezione nella Mostra del cinema di Venezia «riservata» alle tendenze ma che nella geografia di Marco Müller e del suo gruppo di lavoro tende, e giustamente, a essere ridefinita ogni volta. Magari è una questione di «genere» visto che lì troviamo tutti i documentari - «linea editoriale» questa condivisa col festival di Cannes che dalla Palma a Michael Moore non li volle in concorso, preferendo la definizione, forse più rassicurante, di «cinema di realtà». Ci sono grandissimi registi documentaristi tipo l'americano Ross McElwee (In Paraguay), l'israeliano Avi Mograbi (Z32) ma anche l'opera seconda di un italiano fuoriclasse come Gianfranco Rosi (Below Sea Level) in coproduzione americana. E ancora Eugenio Polgovsky, messicano, che avevamo conosciuto al parigino Cinéma du Reel con Tropico del Cancro (2004) a Venezia con Los Herenderos, o la coppia franco-brasiliana Jean-Pierre Duret e Andréa Santana con Puisque nous sommes nés.
Gli Eventi di Orizzonti si concentrano sull'attualità narrativa delle morti alla ThyssenKrupp, un doppio sguardo quello di Monica Repetto e Pietro Ballo in ThyssenKrupp Blues e di Mimmo Calopresti in La fabbrica dei tedeschi in una giornata nella quale, insieme all'associazione Articolo 21 si discute delle morti sul lavoro oggi e di come il cinema possa raccontarle.
Nella conferenza stampa, scadenza obbligata dell'estate, Marco Müller e il neo presidente della Biennale Paolo Baratta hanno annunciato la posa della «prima pietra» per il futuro Palazzo del cinema. Per sintetizzare la selezione invece è tornata spesso la definizione di un cinema «nomade»: «Non vogliamo fare l'atlante del pianeta ma una mappa di ciò che ha saputo rinnovarsi».
La Mostra numero 65 è dedicata a Yussef Chahine, appena scomparso, e del grandissimo regista egiziano Müller - che ne aveva curato una bella retrospettiva quando era direttore al festival di Locarno - sembra avere restituito l'arabesque libertario nel suo programma. Concorso, Fuori concorso, Orizzonti rimescolano le aspettative, rivendicano spegiudicatezza, piacere.
Che in gara ci sia Pupi Avati (Il papà di Giovanna) fa parte del «gioco« di equilibrismi (politici
comune peraltro ai grossi festival. Però, rimanendo in Italia, gli altri sono Pappi Corsicato (Il seme della discordia) o Marco Bechis con BirdWatchers, dedicato al suo amico poeta Enrique Ahriman, che gira in Brasile, nel Mato Grosso, raccontando disperazione e rivolta degli indio Kaiowa - il quarto titolo italiano è Un giorno perfetto di Ferzan Ozpetek. Fuori concorso c'è Paolo Benvenuti con Puccini e la fanciulla, ma anche un cortometraggio di Mario Monicelli (Vicino al Colosseo ... c'è Monti) ...
Qualcuno ha fatto notare la riduzione di film anglofoni e la scomparsa delle Notti veneziane riservate ai titoli «spettacolari». Lo sciopero degli sceneggiatori hollywoodiani ha certo pesato come probabilmente l'inedito imposto dal festival di Toronto. Venezia però può vantare 49 lungometraggi in prima mondiale, che è sempre segno di forza per un grande festival. Come puntare a un cinema americano che è indipendenza non solo produttiva ma soprattutto di uso dell'immaginario. Col magnifico duetto Katrhyn Bigelow (Hurt Locker) e Jonathan Demme (Rachel Getting Married ), il film che apre, fuori concorso dei fratelli Coen Burn After Reading, cast di lusso con George Clooney, Brad Pitt, Tilda Swinton, Frances McDormand, John Malkovich... E Vegas: Based on a True Story di Amir Naderi, iraniano che però è volato a New York molti anni fa e lì lavora e sperimenta...
Negli Orizzonti c'è Julio Bressane, brasiliano dell'onda «radicale» nel cinema novo (A Erva do Rato realizzato insieme a Rosa Dias), in gara il giovane Tariq Teguia (Gabbia), algerino, rivelazione alla Mostra con Rome Rather Than You (2006) . E Haile Gerima, ritorno di un cinema africano della diaspora, lui è etiope, vive da molto tempo negli Stati uniti ma Teza lo ha prodotto con Francia e Germania.
Il cinema francese è Barbet Schroeder col suo film «giapponese» Inju, la Bete dans l'Ombre, la Turchia è Semih Kaplanogu (Sut) lanciato da Yumurta (alla Quinzaine l'anno scorso). Nelle linee «danzanti» troviamo Claire Denis (35 Rhums) e Agnés Varda (Les Plages d'Agnés, tutte le spiaggie importanti nella vita della regista che ha appena compiuto ottant'anni) fuori gara insieme a Manoel De Oliveira (un corto di sette minuti, Do Visivel ao Invisivel) e José Mojiaca Marins, il Brasile horror e divertito (Encarnaçao do demonio).
Il Giappone sono Hayao Miyazaki (Ponyo on Cliff by the Sea) e Oshii Mamoru (The Sky Crawlers) ma anche Beat Takeshi, regista e interprete di Achilles and the Tortoise. Presenze «affezionate» della Mostra come Lav Diaz, nome di punta del cinema filippino contemporaneo divenuto riferimento obbligato nel cinema mondiale (a Venezia con Melancholia). Tra Francia, Germania e Portogallo c'è la Nuit de chien di Werner Schroeter, il regista più sfuggente di quella che fu la nuova onda del cinema tedesco, che è oggi nei film della «scuola berlinese» di cui Christian Petzold (Jerichow) è l'esponente prediletto dalla critica in patria.
Di Cristina Piccino
Da Il Manifesto online