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Dr__Floyd

maschio - 33 anni, Chateau Saint-Georges (Salerno), Italy


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  • Incidente fatale per Valentina Giovagnini

    Ricordo la sua apparizione in un Festival di Sanremo di sei anni fa: drum machine, voce filtrata, cornamusa ed archi. Una proposta trasversale per i canoni nazional popolari adottati dal festival della canzone italiana, ma il mix funzionava, anche per le doti di interprete della giovane e graziosa cantante, che rispondeva al nome di Valentina Giovagnini.
    Quell'anno, va da sé, tifai per lei senza mezza termini. Ma arrivò solo seconda nella sua categoria, le nuove proposte, preceduta da Anna Tatangelo. Quest'ultima avrebbe poi riempito pagine e schermi negli anni avvenire, mentre il pop celtico in chiave elettronica offerto dalla creatura quasi boschiva sarebbe stato obliato dai media, dopo qualche passaggio dei suoi singoli su Mtv ed un paio di presenze al Festivalbar di quello stesso anno (il 2002).
    Qualche recensione letta online aveva celebrato il disco post sanremese di Valentina Giovagnini come una salutare fusione di medievo e moderno, sulla scia delle ben più note Bjork ed Enya. Ed il paragone, per chi volesse rendere l'idea della sua musica con pochissimi cenni, mi parse tutto sommato calzante.
    Di lei avevo perduto le tracce, e non solo per mia distrazione: non era riuscita a pubblicare altri dischi dopo di allora.
    Ho aperto il sito del Corriere della Sera, ho cliccato su un file audio per ascoltare l'opinione di Antonio Ferrari sui fatti di Gaza, ma prima che l'opinionista iniziasse a discutere, sono stato attratto dal bel volto di Valentina; accanto alla sua foto erano scritte le parole "Incidente" e "muore", e d'un tratto ho percepito distintamente nella memoria il suo nome, il suono di quell'atipico brano di Sanremo.
    Ed anche qualche secondo di gelo, nella ricostruzione di quello schianto con il quale il Caso ha sradicato, in modo del tutto non preventivabile, una ragazza che per me rappresenta qualcosa definibile come "un piacevole ricordo", ma che per amici e familiari rappresentava di certo una presenza insostituibile.

  • La cucina giapponese

    Armonia di forme e colori. Bellezza e soddisfazione del senso estetico. Se per gli occidentali la cucina è, prima di tutto, rivolta all’appagamento del gusto, per i giapponesi la vista è il primo senso che entra in gioco, a tavola. Ciò che viene pensato per essere gustato, viene pensato per essere gustato prima dagli occhi. Il piatto è una piccola opera d’arte che deve soddisfare regole precise di armonia e grazia, accostamenti di colori che non siano stridenti e di forme che siano complementari ed equilibrate.
    L’occhio poco esperto dell’occidentale non lo nota, ma quando in un ristorante giapponese vengono servite delle pietanze, si provi a fare attenzione a come sono disposte: le geometrie dei cibi e dei piatti; la regolare ed attentissima disposizione di ogni singolo pezzo di sushi; lo studio del colore di ciò che viene mangiato, nella ciotola dove viene servito.

    La cucina giapponese è, prima di tutto, creata per essere vista; poi, per essere assaggiata. In piccole parti, poiché in questo gioco delle forme e dei tagli un ruolo fondamentale lo ricoprono le cosiddette “bacchette”, hashi. Se il commensale non ha a sua disposizione un coltello, sarà il cuoco a risolvere il problema, tagliando il cibo nel modo più opportuno. E infatti per i cuochi giapponesi i coltelli sono strumenti importantissimi, quasi sacri: in nessuna altra cucina esiste una tale varietà di oggetti pensati per tagliare qualsiasi cosa, dal pesce crudo che verrà servito così, semplicemente perfetto in base al suo taglio (il sashimi), alle verdure, alla carne che, seppur scarsa, nella cucina giapponese esiste ed è ottima. L’arte del taglio, quindi, non riveste solo una funzione estetica ma anche pratica; o forse, in linea con la tradizione dell’arcipelago, che da sempre coniuga praticità e grazia, quella del taglio è diventata un’arte, proprio perché necessaria e utile. Attenzione, quindi, ad usare le bacchette nel modo più appropriato: non servono per tagliare, né tantomeno per “infilzare” pezzi di cibo difficili da prendere per dita occidentali inesperte: occorre tenere presente che conficcare hashi nel cibo è uno degli atti più sgradevoli che si possano compiere, a tavola.

    Soddisfatta la vista, ovviamente anche per i giapponesi è importante il gusto. Ma un gusto molto differente da quello occidentale. Si potrebbe pensare, sbagliando, che quella giapponese sia una cucina semplice, perché i vari ingredienti sono manipolati il meno possibile. È un errore, perché non è certo semplice esaltare il gusto di un cibo, cercando di preservarne la purezza. Gli alimenti devono essere, il più possibile, incontaminati: per questo motivo si tende a consumarli in parte crudi (pesce e verdure), mescolati tra loro il meno possibile, e serviti il più delle volte con salse a parte.
    Pesce e riso sono senz’altro i pilastri della cucina giapponese, e per ottimi motivi. Innanzitutto il Giappone è un arcipelago, e ha col mare un rapporto speciale. Ogni aspetto della vita giapponese andrebbe analizzato tenendo presente che tutto si basa sull’acqua e non sulla terra, non solo l’alimentazione ma anche la struttura delle case, ad esempio. Oltretutto la terra emersa è montuosa, le pianure sono scarse, il clima è difficile: l’isola più a nord, Hokkaido, ha un clima estremamente rigido e poco adatto ad agricoltura ed allevamento per gran parte dell’anno; il resto del Giappone ha il suo da fare tra tsunami, tifoni, terremoti e vulcani. La carne è stata bandita per molto tempo, anche per motivi religiosi, e la maggior parte delle terre coltivabili sono dedicate al riso e al tè.
    Il riso ha, in giapponese, vari nomi, se crudo, cotto, o cotto come riso all’aceto, cioè quello che accompagna il pesce nel sushi . Uno di questi nomi, goha n, indica in questa lingua non solo il riso ma anche l’intero pasto (colazione si dice asagohan , cena bangohan etc), e questo rende l’idea dell’importanza di questo cereale nell’alimentazione. Dal riso deriva il sakè, la bevanda più importante in Giappone: ne esistono più di 50mila tipi. Anche le verdure sono importantissime nella dieta giapponese, sia nella versione più nota ai palati occidentali, tempura , ovvero in pastella, sia crude o cucinate in altro modo.
    Nonostante la diffusione del riso, esiste anche la pasta, ed è anzi consumatissima, anche se non è proprio identica a quella “occidentale”. Gli spaghetti orientali vengono comunemente chiamati noodle, e sono alla base di piatti notissimi, come ad esempio il ramen .

    Piatti tipici

    La pietanza più nota del Giappone è senz’altro il sushi, che unisce i due cardini dell’alimentazione dell’arcipelago, riso e pesce. Il riso usato, la varieta japanica a chicco corto, è preparato con aceto, e prende il nome di sumeshi . Al riso vengono aggiunti filetti di pesce crudo, o gamberi, o uova di pesce. A seconda della forma e della preparazione il sushi ha nomi diversi. I blocchetti avvolti in alga nori, col pesce in genere al centro, si chiamano norisushi , mentre quelli modellati a mano, col pesce semplicemente appoggiato sopra il riso, hanno il nome di nigirisushi. Il sushi viene spesso consumato con wasabi , una pasta molto piccante, e shoyu , salsa di soia.

    Il sashimi è conosciuto al pari del sushi , anche se spesso le due specialità vengono confuse. Il sushi prevede l‘utilizzo, imprescindibile, del sumeshi , il riso all’aceto (tanto che probabilmente ne deriva anche il nome). Il sashimi consiste invece in sottili fettine di pesce o crostacei, crudi. E nient’altro. La difficoltà di questo piatto consiste nell’abilità del taglio: non ci si improvvisa artisti del sashimi da un giorno all’altro, occorre una preparazione lunga e complessa. Oltretutto, trattandosi di pesce crudo, deve essere della migliore qualità, freschissimo. All’arte del taglio si affianca quella della disposizione nel piatto: torna il discorso sul senso della bellezza nella cucina giapponese. Il sashimi non è mai adagiato a caso nel piatto che lo contiene.

    I noodle giapponesi sono di diverso tipo: i più noti prendono il nome di ramen. Si tratta di pasta di farina e uova, sottile, utilizzata nelle zuppe o con altri ingredienti. I soba sono realizzati con farina di grano e di grano saraceno, mentre gli udon , i più spessi, con farina e acqua.

    Tempura è un nome di origine portoghese: i giapponesi infatti appresero questo metodo di cottura dai mercanti sbarcati nell’arcipelago nel 1500. Si tratta di una pastella di acqua e farina in cui si immergono verdure, ma anche pesci, crostacei e molluschi, per poi friggerli, mantenendoli leggeri e croccanti.

    Le salse più note sono quella di soia, in giapponese shoyu , che si distingue in due varietà, più chiara e più scura, e la sukiyaki, che ha lo stesso nome del piatto di carne che serve a condire, uno dei più amati dai giapponesi. Il miso è ottenuto dalla soia e serve per le zuppe, la marinatura e il condimento di piatti; ne esistono tantissime varietà, raggruppabili in tre categorie principali, in base al colore.

    Tratto dal sito "Benessere.com"
    http://www.benessere.com/alimentazione/arg00/i...

  • Praga-Dublino

    Quella sera al Nový Smíchov di Praga proiettavano Goodbye Dragon Inn.
    La sala era semi deserta: a parte un sacerdote che aveva blaterato parole incomprensibili prima dell'inizio del film, gli unici altri spettatori erano due anziani signori dai tratti orientali, seduti l'uno accanto all'altro nelle poltrone centrali della quinta fila, ed una elegante signora bruna avvolta in un soprabito scuro.
    Quando si riaccesero le luci, fui l'unico ad attendere che scorressero tutti i titoli di coda del film taiwanese. Mentre riannodavo la sciarpa, notai la presenza - saranno stati 12 metri rispetto alla poltrona ove sedevo - di un guanto nero da donna. Mi affrettai a raccogliere lo spaiato indumento accessorio ed a chiudere il cappotto prima di precipitarmi fuori ed affrontare il gelo di quel Novembre praghese (non rammento con precisione l'anno, sarà stato il 2003, o forse il 2004).
    Per fortuna la signora era ancora a portata di vista; decisi di limitarmi a procedere con falcate più rapide sino ad approssimarmi a lei in maniera tale da poterla seguire senza il timore di smarrirne le tracce.

    Lei percorse alcune vie ancora molto affollate, a dispetto dell'ora (il mio orologio, sincronizzato via radio con il segnale diffuso dall'orologio atomico di Mainflingen, segnava le 23.32 nel momento in cui mettevo piede fuori del cinematografo ed accendevo una liberatoria sigaretta), poi entrò in un bar, sedette ad un tavolino, ordinò un latte macchiato, estrasse dalla borsetta il suo telefono cellulare, e vi gettò uno sguardo distratto.

    Is this one yours? - interruppi i suoi pensieri vaghi con quella inopinata domanda, mostrandole il guanto che presumevo appartenerle.

    Ora ripenso a noi come alle spettrali presenze di cui narrava il film da noi contestualmente visionato quella sera (This place is haunted by ghost - sussurrava uno degli spettatori).

    *Aveva ripreso a nevicare. Assonnato guardava i fiocchi neri e argentei cadere di sbieco contro il lampione. Era venuto il mo­mento di mettersi in viaggio verso l'ovest. I giornali dicevano il vero.C'era neve in tutta l'Irlanda. Cadeva dovunque sulla scura pianura centrale, sulle colline senza alberi, cadeva dolcemente sulla pianura di Alle e, più a occidente, cadeva dolcemente nelle scure onde ribelli dello Shannon. Cadeva anche dovunque nel cimitero isolato sulla collina dove Michael Furey era sepolto. Si posava in grossi mucchi sulle croci storte e sulle lapidi, sulle lance del cancelletto, sugli sterili pini. La sua anima si abbandonò lentamente mentre udiva la neve cadere lieve nell'universo e lieve cadere, come la discesa della sua ultima fine, su tutti i vivi e i morti.

    *James Joyce - I morti (da Gente di Dublino)

  • Il segno degli Universi paralleli

    Da Repubblica online:

    C'è un'immensa voragine nell'Universo. Si trova tra 6 e 10 miliardi di anni luce dalla Terra. Si tratta di un volume di spazio con un diametro di circa 900 milioni di anni luce dove il "nulla" la fa davvero da padrone. Agli strumenti che l'hanno scoperto appare come una gigantesca macchia oscura nel cielo, come se una mano smisurata avesse cancellato quasi tutti gli oggetti luminosi presenti al suo interno.
    Ora un gruppo di ricercatori ha dato una spiegazione a quel fenomeno. Suona fantascientifico, ma Laura Mersini-Houghton dell'Università del North Carolina a Chapel Hill (Usa) dice proprio così: "E' l'impronta indelebile di un altro universo che sta oltre il nostro". Ma per capire questa spiegazione - apparsa su NewScientist - che potrebbe rivoluzionare tutte le idee sorte sul nostro Universo è necessario fare un passo indietro.
    "Non solo non è mai stato trovato un vuoto tanto grande, ma nessuna ipotesi sulla struttura dell'Universo lo aveva previsto", aveva detto Lawrence Rudnick dell'Università del Minnesota (Usa), autore della scoperta del buco avvenuta lo scorso mese di agosto. E questo spiega il motivo per cui la sua esistenza era stata messa in luce quasi per caso.
    "Era una mattina durante la quale i radiotelescopi del Vla (Very Large Array) - in grado di captare ogni più piccolo segnale radio emesso da una stella, una galassie o qualunque altro corpo celeste ancora attivo - non erano impegnati in osservazioni particolari e allora ho deciso di puntarli verso la "macchia fredda" individuata dal telescopio spaziale della Nasa Wmap (Wilkinson Microwave Anisotopy Probe)", ha spiegato Rudnick. La "macchia fredda" in questione è una misteriosa anomalia presente nella mappa della "radiazione cosmica di fondo" dell'Universo, la radiazione che permea l'intero cosmo e che viene interpretata come l'energia residua del Big Bang. Tale radiazione presenta variazioni tra un punto e l'altro che non superano lo 0,001 per cento. Ma dalla "macchia fredda" che si trova in direzione della costellazione di Eridano, non giungeva ai radiotelescopi del Vla alcun "fotone", le particelle di energia cioè, che si muovono alla velocità della luce e che solitamente sono emesse da atomi o stelle attive. Ciò stava ad indicare che l'area era totalmente vuota di materia.
    Subito si sono scatenate le ipotesi per dare una spiegazione a quell'immenso buco fatto di nulla. Ipotesi che non davano pienamente ragione al fenomeno. Ora Mersini-Houghton sembra aver dato un senso ad esso interpretandolo al di fuori della cosmologia standard. La ricercatrice infatti, ha utilizzato la "teoria delle stringhe", una teoria della fisica che ipotizza che la materia, l'energia, lo spazio e il tempo siano la manifestazione di entità fisiche sottostanti, chiamate appunto le "stringhe", le quali vibrano in 10 dimensioni nello spazio-tempo e che formano le particelle subatomiche che originano gli atomi.
    Secondo questa teoria non esiste un solo Universo, bensì 10 alla 500 universi (si immagini un numero composta da 1 seguito da 500 zero, un numero inimmaginabile) ognuno con proprie leggi fisiche.
    Spiega Mersini-Houghton: "Quando il nostro Universo si formò doveva interagire con gli altri Universi vicini. E quel buco è proprio il risultato di quell'interazione avvenuta subito dopo la nascita del nostro Universo che da allora, per le caratteristiche che esso possiede, continuò ad espandersi. Purtroppo non ci è possibile osservare ciò che ci arriva dai confini dell'Universo, che si trova tra 42 e 156 (1) miliardi di anni luce da noi e quindi non possiamo vedere ciò che c'è oltre il buco". Ma quel buco è proprio l'impronta che un Universo diverso dal nostro ci ha lasciato all'inizio del tempo e dello spazio.
    Che il buco si formò agli inizi dell'Universo è d'accordo anche Rudnick, il quale dice: "Le teorie correnti suggeriscono che tutte le strutture che oggi vediamo nell'Universo presero forma all'inizio del tempo e dello spazio. La struttura vera e propria fatta di vuoti e agglomerati di materia, poi, è cresciuta nel tempo guidata dalle forze gravitazionali".
    Secondo Mersini-Houghton, tuttavia, dovrebbe esserci un altro buco simile a quello scoperto dalla parte opposta dell'Universo rispetto a quello già osservato e questo lo sapremo quando l'anno prossimo verrà lanciato un altro satellite per lo studio delle microonde dell'Universo molto più sofisticato dei precedenti, il satellite dell'Esa, Planck.
    L'ipotesa dell'astrofisica è ora sotto osservazione dell'intero mondo scientifico, che al momento guarda con sospetto alla Teoria delle Stringhe. Ma se quanto ipotizzato da Mersini-Houghton non verrà smentito, dovrà iniziare la ricerca ai quasi infiniti universi che circondano il nostro.

    Luigi Bignami

  • Martin Heidegger

    "L'esserci è il progetto gettato in cui a progettare non è l'esserci ma l'essere stesso"

  • Alieni in vista

    Vengono in pace, speriamo che non intendano questo concetto alla stregua degli alieni di Mars Attacks.
    Comunque, si spera vivamente che il mondo conosca qualche evento notevole in questo tiepido autunno bisestile, dopo le speranze di implosione entro il buco nero ginevrino, al momento disattese
    :)

    Il conto alla rovescia è partito diverso tempo fa. Adesso ci siamo - finalmente: il 14 ottobre 2008 gli alieni appartenenti alla «Federazione della Luce» raggiungeranno la Terra. Perlomeno di quest'idea sono la medium «Blossom Goodchild» e i suoi seguaci sul web. Pare che sia giunto il momento di conoscere la «verità» sull'esistenza di vita extraterrestre nell'Universo. Fenomeno internettiano o ennesima previsione fasulla, sono molti i blog e le community che discutono animosamente sul web.

    «14 october 2008 aliens»: digitando queste semplici parole su un qualsiasi motore di ricerca compaiono milioni di pagine. Dapprima la buona notizia: gli alieni si presenteranno quest'oggi, martedì, sul nostro pianeta, senza nessuna intenzione bellicosa. «Veniamo per aiutare il vostro pianeta»; «Non veniamo per conquistarlo»; «Non veniamo per distruggere»; «Veniamo per portarvi speranza». Questo - si tiene conto delle virgolette - avrebbero detto gli stessi alieni della «Federazione della Luce» tramite «Blossom Goodchild». L'australiana, emigrata dalla Gran Bretagna, una sorta di sensitiva che fino ad oggi ha operato perlopiù come «chaneller», ovvero come persona in contatto con le altre dimensioni, ha ricevuto il messaggio nell'agosto scorso. Da allora è diventata una sorta di addetta stampa ufficiosa degli affettuosi ET. Esseri viventi di natura extraterrestre le avrebbero indicato la data del 14 ottobre 2008 come momento di congiunzione tra la razza umana e quella aliena. A detta della sensitiva, una grossa astronave apparirà nei cieli dell'emisfero sud del pianeta per 72 ore, portando il messaggio di pace. Ovviamente si tratta delle solite sciocchezze, a detta dei più. «Questa è invece la prova finale», sostengono alcuni ufologi e simpatizzanti della materia.

    «Veniamo a comunicarvi che il giorno 14 ottobre 2008 un'astronave di grandi dimensioni sarà visibile nei vostri cieli, nella porzione sud del vostro emisfero e sarà compresa nel campo visivo di molti dei vostri stati. È stato deciso che resteremo all'interno della vostra atmosfera per un periodo di almeno tre giorni e durante questo periodo di tempo ci sarà molta agitazione sul vostro pianeta, i vostri governanti e le alte sfere di potere del vostro pianeta cercheranno di invadere lo spazio atmosferico che circonda la nostra astronave, le misure di sicurezza che abbiamo adottato a questo scopo sono necessarie dal momento che avrà probabilmente luogo una specie di commedia ad opera dei vostri stessi governanti volta a negare la nostra azione pacifica», recita il fantomatico messaggio ricevuto da «Blossom Goodchild».

    Elmar Burchia

    Corriere della Sera online

  • Bauman - Le paure luquide

    «Le nostre paure sono liquide, si attaccano e si staccano a seconda di chi le vende: politica ed economia».
    È Zygmunt Bauman che al World social summit spiega la paura. Viviamo in un realty ad eliminazione. Se perdi è colpa tua e paghi. È un racconto, una storia, un excursus. La paura che va e che viene. Che si compra e si vende. E coincide con la lotta millenaria fra libertà e sicurezza.
    Il pendolo si sposta ora verso l'una ora verso l'altra, entrambe esigenze primarie dell'uomo. La storia, il racconto, lo fa Zygmunt Bauman, nella sua lectio magistralis al World social summit di Roma. «È la storia delle paure viste dall'Europa - dall'altra parte dell'Atlantico il punto di vista è diverso», sottolinea il sociologo.
    È la lunga storia che va dalle paure sociali dei secoli scorsi, dalla lotta tra sicurezza e libertà, dunque, alle paure del XXI secolo per cui si accetta anche l'umiliazione, il liberticidio pur di avere quella fantomatica sicurezza.
    «Fantomatica perché non risolve il problema. Le nostre paure, infatti, - dice Bauman - sono liquide, non sono descrivibili, si attaccano a tutto, si staccano da tutto, sono facilmente alimentabili, ma difficilmente descrivibili». Eppure eccola spiegata in pochi minuti l'incertezza del secolo.
    «Quella che non è più umana e sociale ma animale e individuale e che viene proprio da quella libertà, o meglio liberismo. Quello che non ci da più reti, protezioni sociali o tutele. Dobbiamo accettare il rischio, la vita dipende da noi. O ce la facciamo, o siamo esclusi».
    Ma la paura che questa responsabilità illimitata genera non dipende solo dalla possibilità di essere esclusi, ma soprattutto dalla «frustrazione di doverci dire che non abbiamo saputo cogliere appieno ciò che la vita ci ha offerto, di non essere stati abbastanza abili.
    Questa nuova paura si chiama inadeguatezza - continua Bauman. Viene da tutti gli angoli della società. Potrebbe sparire la società per cui lavoriamo, potrebbero non servire più le nostre competenze».
    Ecco che per Bauman ci troviamo «in un reality».
    «Potremmo essere buttati fuori come succede per la legge della sopravvivenza. La nostra paura quotidiana viene generata dalla domanda conseguente e la domanda è: A chi toccherà essere fuori la prossima volta? Chi dovrà confessare il perché non è stato in grado di sfruttare tutte le possibilità per vincere».
    Insomma, continua Bauman - abbiamo sempre paura di non essere in linea con gli standard e di non meritare il nostro destino fino a dover ammettere che la colpa è solo nostra.
    Ed è qui che il mercato e la politica ci comprano - suggerisce il sociologo.
    «La paura è un guadagno perenne per i politici che sembrano accollarsi il compito di porre rimedio alla paura. Stessa cosa vale per le società commerciali che ci offrono un'auto blindata o una casa - fortezza. Entrambi i poteri sarebbero riluttanti a risolvere le nostre paure perché ogni paura genera nuovo reddito.
    Ora si cercano protezioni contro i clandestini - entra nel vivo dell'attualità Bauman - contro potenziali terroristi e gli attentati kamikaze. Far passare lo stato come quello che sa riconoscere un kamikaze è una grande opportunità per ristabilire la sua credibilità e ripristinare la disciplina.
    Questo ci dimostra che la paura è un capitale»
    , conclude il sociologo della Modernità liquida.

    Alessia Grossi

    da www.unita.it

  • Gli Ig Nobel 2008

    Da La Stampa online:

    Prima dei Nobel, arrivano gli Ig Nobel: ovvero i premi alle invenzioni e ricerche «alternative» o che comunque seguono linee di indagine poco battute - nonché finanziate - dalla comunità scientifica: ricerche tuttavia pubblicate da riviste scientifiche affermate e di prestigio. Unica differenza con i fratelli maggiori svedesi: l’Ig Nobel (o «ignobile», come suona in inglese) consiste nella sola gloria più o meno immortale e non riserva premi in denaro ai fortunati vincitori.

    Come è tradizione fin dalla prima edizione (1991) anche quest’anno i dieci premi in palio sono stati assegnati presso l’Università di Harvard (Massachussetts), sotto l’egida della rivista Annali della Ricerca Improbabile (Air); e nonostante la mancanza di fascino finanziario, costituiscono un ambito riconoscimento dato che come ebbe a spiegare il direttore di Air, Marc Abrahams, «la maggior parte degli scienziati, non importa su che cosa lavori, non è solita ricevere alcuna attenzione».

    Esempi di ricerche vincitrici del premio vanno dalla scoperta che la presenza di esseri umani tende ad eccitare sessualmente gli struzzi, all'affermazione che i buchi neri soddisfano tutte le caratteristiche tecniche che li renderebbero il luogo dove si trova l'Inferno. E ancora dalla scoperta di un modo per estrarre vanillina, la fragranza e l'aroma della vaniglia, dallo sterco di mucca allo sviluppo di un'arma chimica, la cosiddetta "bomba gay", capace di sviluppare un'irresistibile attrazione sessuale tra i soldati nemici.

    Alimentazione
    Il premio per la migliore ricerca sull'alimentazione è andato a un italiano, Massimiliano Zampini, 38 anni, ora in forze al Centro Interdipartimentale Mente-Cervello di Trento. Il riconoscimento è andato alla ricerca, pubblicata sul Journal of Sensory Studies e condotta a Oxford con Charles Spence sulla percezione delle patatine, in cui Zampini ha dimostrato che al variare del suono prodotto dalle patatine cambia anche la percezione che il soggetto ha di alcune loro caratteristiche, come la freschezza e la croccantezza. Una ricerca che mira a scoprire il ruolo dei diversi sensi nella percezione, ma che si è meritata il premio per il suo risvolto “divertente”.

    Chimica
    L’Ig Nobel per la chimica è andato a Deborah Anderson, della Boston School of Medicine, che ha messo alla prova la leggenda urbana che vuole la Coca Cola - oltre che efficiente stura lavandini - anche anticoncezionale di sicura efficacia: e in effetti, le prove di laboratorio hanno dimostrato che la “Coke” è una spietata spermicida, specie - per motivi rimasti inspiegati - la “Diet Coke”. La Coca Cola non ha rilasciato commenti.
    Ma per sottolineare ancora di più il lato scherzoso degli Ig Nobel, il premio per la chimica è andato anche ad altri quattro ricercatori che hanno dimostrato l'infondatezza della teoria che vede la Coca Cola come efficace spermicida.

    Economia
    Dan Ariely, economista della Duke Univesrity, si è assicurato il premio per aver dimostrato che i placebo più cari sono più efficaci di quelli a buon mercato, in ossequio al principio che se costa di più ci sarà pure un buon motivo: la case farmaceutiche che vendono prodotti generici ne avranno ora uno ottimo per ridisegnare le confezioni e ritoccare i prezzi.

    Psicologia
    Lo psicologo Geoffrey Miler ha invece messo alla prova gli studi che indicavano come le donne fossero più attraenti per gli uomini quando al massimo della fertilità: e in effetti, i guadagni di 18 spogliarelliste dimostravano che la media passava da circa 250 dollari ogni 5 ore di turno a 400 dollari nei periodi giusti.

    Archeologia
    L'Ig Nobel per l’archeologia (disciplina che non viene considerata da Stoccolma), finito al brasiliano Astolfo Gomes de Mello dell’Università di San Paolo, il quale ha dimostrato come gli armadilli - che scavano tunnel sotterranei come le talpe - siano in grado di «disturbare» i reperti interrati di diversi metri causando confusione nella successiva datazione.

    Fisica
    Il preomio per questa disciplina è andato ai ricercatori Dorian Raymer e Douglas Smith per uno studio condotto su di un problema che devono affrontare ogni giorno molti di noi: da oggi potremo affermare che è scientificamente provato che i mucchi di spaghi o di capelli si aggrovigliano inevitabilmente, creando nodi a volte impossibili da districare.

    Biologia
    Forse una delle ricerche più stravaganti quella condotta dai biologi Marie-Christine Cadiergues, Christel Joubert e Michel Franc: con il loro studio hanno scoperto che le pulci che vivono su un cane possono saltare in alto più di quelle che vivono su un gatto.

    Pace
    L'Ig Nobel per la Pace quest'anno è stato assegnato Al Comitato etico della Federazione Svizzera per la biotecnologia non umana e a tutti i cittadini della Svizzera. Il motivo? L'approvazione del principio legale secondo cui anche i vegetali hanno una dignità che deve essere rispettata e presa in considerazione.

    Scienze Cognitive
    Il premio è andato a cinque ricercatori giapponesi, Toshiyuki Nakagaki della Hokkaido University, Hiroyasu Yamada di Nagoya, Ryo Kobayashi della Hiroshima University, Atsushi Tero di Presto JST, Akio Ishiguro della Tohoku University, e a uno studioso ungherese, Ágotá Tóth dell'Università di Szeged per aver scoperto che le muffe che vivono nel fango riescono a trovare il percorso più breve tra due punti all'interno di un labirinto.

    Letteratura
    A David Sims, della Cass Business School di Londra, è andato il premio per la migliore opera letteraria per il suo studio «Voi bastardi: una esplorazione narrativa della pratica dell’indignazione nelle organizzazioni».

  • L'Invasione degli Astromostri

    L'Invasione degli Astromostri
    (Kaiju daisenso, Giappone, 1965, col, v.o. sott.it., 94’)
    Regia:Ishiro Honda

    Gli astronauti Glenn e Fuji a bordo di una navetta spaziale atterrano sul pianeta X nel sistema gioviano. Qui scoprono che gli umanoidi suoi abitanti vivono nel sottosuolo per proteggersi dagli attacchi del mostro tricefalo King Ghidorah.
    La richiesta d'aiuto fatta ai due esploratori terrestri è quantomeno singolare: trasportare il mostro alato Rodan e il grande Godzilla su X per combattere King Ghidorah e salvare così il mondo degli umanoidi. Si tratta invece di una trappola diabolica per privare la Terra degli unici due difensori che potrebbero contrastare King Ghidorah ed impedire la conquista del nostro pianeta da parte degli extra-terrestri.

    Il film verrà trasmesso da Fuori Orario, Rai 3, nella notte di Sabato 4 Ottobre, approssimativamente alle ore 4.10.

  • Paris Hilton Vs. Don DeLillo

    Specularità: dapprima, un articolo su Paris Hilton a Milano. Poi, uno stralcio da Rumore Bianco di Don DeLillo.
    Paris Hilton è la stalla più fotografata d'america.


    Ressa, tifo da stadio e lunghe code in piazza Cinque Giornate a Milano. Arriva Paris Hilton. Centinaia di persone: curiosi e fan, giovani (anche una mini-Paris di cinque anni al massimo), ma anche molti più attempati. Tutti in fila per vedere passare almeno per un secondo “la bionda ereditera che fa tanto notizia”. La Hilton è a Milano per presentare la sua linea di vestiti alla Coin: t-shirt, maglie, pantaloni, giacche invernali, persino cappellini di lana con il muso del suo chihuahua stampato in primo piano.
    Come una vera star, Paris si fa attendere. Quaranta minuti per la precisione. Nella attesa i numerosi adolescenti in coda fanno le prove i cellulari per un video, una foto. Un ricordo di questo momento, perché “chissà tra quanto mi capiterà”, spiega una 13enne in fila con una amica.
    In coda per Paris ci sono molte ragazze. Tutte “tirate” con trucco, abiti alla moda e sigaretta d’ordinanza. Sono numerosi anche i ragazzi, arrampicati anche sulle cabine telefoniche.Tutti, proprio tutti, hanno in mano un cellulare “ultimo modello” per immortalare questo momento e raccontarlo il giorno dopo ai compagni di scuola. Ad un ragazzo, che abita a tre quarti d’ora da Milano e deve fare in fretta per prendere l’autobus, chiediamo cosa direbbe a Paris se la incontrasse. “You’re beautiful. You’re my life” dice. “Ma non è un po’ sciocca?” osiamo chiedere. “No, è giusta per la sua età” giustifica lui, che si dice folgorato dalla dalla sua bellezza.
    Per molte ragazze, Paris Hilton è un modello di stile. “Mi piace anche la sua musica, ora sto imparando a conoscere la sua moda. Viene giudicata male per il suo passato, ma ora sta cambiando” giustifica una ragazza. Un’altra giovane invece è qui per “vedere qualcuno di famoso”. E in futuro non desidera diventare come Paris: “No, preferirei fare l’architetto”. E di passaggio c’è anche una signora. Si sofferma cinque minuti e poi chiede. “Chi c’è?”. Un’altra signora le risponde: “Paris Hilton”. “Chi? – ribatte – Ma quanto mi sta sulle scatole quella!”.

    Elisabetta Corsini
    Corriere della Sera online

    Diversi giorni più tardi Murray mi chiese notizie di un'attrazione turistica nota come la stalla più fotografata d'America.
    Quindi facemmo in auto ventidue miglia nella campagna che circonda Farmington. C'erano prati e orti di mele. Bianche staccionate fiancheggiavano i campi che scorrevano ai nostri fianchi. Presto cominciarono ad apparire i cartelli stradali. LA STALLA PIÙ FOTOGRAFATA D'AMERICA. Ne contammo cinque prima di arrivare al sito. Nell'improvvisato parcheggio c'erano quaranta auto e un autobus turistico. Procedemmo a piedi lungo un tratturo per vacche fino a un lieve sopralzo isolato, creato apposta per guardare e fotografare. Tutti erano muniti di macchina fotografica, alcuni persino di treppiede, teleobiettivi, filtri. Un uomo in un'edicola vendeva cartoline e diapositive, fotografie della stalla prese da quello stesso sopralzo. Ci mettemmo in piedi accanto a una macchia di alberi a osservare i fotografi. Murray mantenne un silenzio prolungato, scribacchiando di quando in quando qualche appunto in un quadernetto.
    - La stalla non la vede nessuno, - disse finalmente.
    Seguì un lungo silenzio.
    - Una volta visti i cartelli stradali, diventa impossibile vedere la stalla in sé.
    Quindi tornò a immergersi nel silenzio. La gente armata di macchina fotografica se ne andava dal sopralzo, immediatamente sostituita da altra.
    - Noi non siamo qui per cogliere un'immagine, ma per perpetuarla. Ogni foto rinforza l'aura. Lo capisci, Jack? un'accumulazione di energie ignote.
    Quindi ci fu un lungo silenzio. L'uomo nell'edicola continuava a vendere cartoline e diapositive.
    - Trovarsi qui è una sorta di resa spirituale. Vediamo solamente quello che vedono gli altri. Le migliaia di persone che sono state qui in passato, quelle che verranno in futuro. Abbiamo acconsentito a partecipare di una percezione collettiva. Ciò dà letteralmente colore alla nostra visione. Un'esperienza religiosa, in un certo senso, come ogni forma di turismo.
    Seguì un ulteriore silenzio.
    - Fotografano il fotografare, - riprese.
    Poi non parlò per un po'. Ascoltammo l'incessante scattare dei pulsanti degli otturatori, il fruscio delle leve di avanzamento delle pellicole.
    - Come sarà stata questa stalla prima di venire fotografata? - chiese Murray. - Che aspetto avrà avuto, in che cosa sarà differita dalle altre e in che cosa sarà stata simile? Domande a cui non sappiamo rispondere perché abbiamo letto i cartelli stradali, visto la gente che faceva le sue istantanee. Non possiamo uscire dall'aura. Ne facciamo parte. Siamo qui, siamo ora.
    Ne parve immensamente compiaciuto.

    Don DeLillo, Rumore bianco, Einaudi
    pagg. 18-19

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