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Dr__Floyd

maschio - 33 anni, Chateau Saint-Georges (Salerno), Italy


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  • Preview veneziana

    Da La Stampa online
    di Fulvia Caprara

    Il direttore della Mostra del cinema di Venezia, Marco Müller, non ha dubbi. La scena in assoluto più scandalosa della Mostra che s’inaugura domani è quella di Dev.D di Anurag Kashyap in cui si vede una bellissima ragazza indiana, nubile e vergine, mentre si avvia in un viottolo di campagna con un materassino arrotolato sotto il braccio. Sembrerebbe poca cosa e invece ha un forte valore rivoluzionario. Nella società indiana, dove ancora regna la legge dei matrimoni combinati e dove i rapporti tra i sessi sono organizzati in un rigido sistema di regole, «il cinema mostra per la prima volta due eventi straordinari: un rapporto prematrimoniale e una donna che prende l’iniziativa». Roba da far tremare le vene ai polsi. Risvegliando magari l’attutita sensibilità del cinefilo, da sempre rotto a tutte le esperienze e incapace di intravedere provocazioni che un normale spettatore coglierebbe al primo sguardo.

    La Mostra in questo settore è prodiga. Il cinema spinge il pedale sui temi più caldi del momento. Si va da Todd Solondz, specialista di atmosfere ambigue e inquietanti, che riprende in Life during wartime l’argomento pedofilia già affrontato in Happiness a Werner Herzog che reinterpreta la discesa agli inferi del poliziotto Nicolas Cage, alle prese con la dipendenza dal sesso e dalla cocaina, nel prequel-remake del Cattivo tenente di Abel Ferrara, a Charlize Theron che strapazza la sua luminosa bellezza in The road di John Hillcoat, epopea post-apocalittica sui lati più oscuri, compreso il cannibalismo, di un’umanità futuribile. Stupri e violenze sullo sfondo della guerra civile in Sri Lanka si susseguono in Between two worlds di Vimutkthi Jayasundara, mentre Lebanon di Samuel Maoz documenta i massacri della prima guerra del Libano dell’82.

    Non mancano gli orrori quotidiani, la passione che diventa violenza come in Persecution di Patrice Chéreau, gli effetti disastrosi prodotti dallo strapotere delle multinazionali nelle esistenze dei cittadini americani e di altre parti del mondo in Capitalism: a love story di Michael Moore, la piaga crescente dell’obesità in Gordos di Daniel Sánchez Arévalo, autoanalisi di gruppo attraverso cui si capisce che dietro il problema del sovrappeso si nascondono abissi ben più gravi di tormenti, paure, inadeguatezze. Anche la barbarie dell’infibulazione, descritta in Desert flower di Sherry Hormann fa ancora, incredibilmente, parte delle nostre cronache d’attualità. Il film si basa sull’omonima autobiografia della modella e ambasciatrice presso le Nazioni Unite Waris Dirie che, dopo l’infanzia di soprusi in Somalia, ha iniziato un lungo cammino di liberazione senza per questo poter cancellare il peso del segreto custodito fin dall’infanzia.

    L’horror, in tutte le sue più varie declinazioni, è uno dei grandi protagonisti del Festival e quindi vai con il sangue, le urla e le mutilazioni di Rec2 di Jaume Balaguerò e Paco Plaza o di Survival of the dead di George Romero. Ma ci sarà anche chi griderà agli scandali politici sollevati da Videocracy sulla società italiana immersa nella regressione collettiva operata dalla tv, e dal nuovo documentario di Oliver Stone South of the border sul controverso presidente venezuelano Hugo Chávez.

    E poi sesso e ancora sesso, perfino nei cartoni animati come Teat beat of sex, 15 episodi di un minuto l’uno in cui il capitolo è trattato esclusivamente dal punto di vista di lei. Tra i punti dibattuti, quanto e se le misure siano importanti per il piacere femminile, a che cosa servono le mutandine, se la masturbazione comporti pericoli oppure no. Per tirare un respiro di sollievo e guardare un po’ più in alto sarà salutare la visione di Lourdes, girato dalla viennese Jessica Hausner nella cittadina dei miracoli. Stavolta l’estasi, anche se mistica, è assicurata.

  • La 66esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia

    Dal Corriere della Sera online

    Giuseppe Tornatore, Michael Moore, Werner Herzog, Fatih Akin, Patrice Chereau, George Romero, Jacques Rivette, Michele Placido, Francesca Comencini, Todd Solodondz, Shirin Neshat. E' una mostra grandi firme, quella presentata a Roma da Marco Müller e Palo Baratta, non solo per la presenza tra i film in concorso dello stilista Tom Ford in qualità di regista debuttante. «È la selezione più sorprendente e che la Mostra abbia offerto negli ultimi anni», ha sintetizzato il direttore della 66esima edizione del festival, dal 2 al 12 settembre. «Avevo sempre voluto una mostra per chi fa i film, per chi li fa circolare, e per chi li va a vedere e quest'anno il festival assolve tutti questi compiti. Venezia non è un contenitore, ma una libera associazione di tante scelte».

    ITALIA - «Mai il numero dei paesi che hanno film alla mostra del cinema è stato così alto: 25», ha sottolineato Müller, ma certo l'Italia sarà rappresentata al Lido come non mai. Quattro le pellicole in concorso, Baaria di Giusppe Tornatore (film d'apertura) e poi Il grande sogno di Michele Placido; Lo spazio bianco di Francesca Comencini e La doppia ora di Giuseppe Capotondi. Due giurati italiani, Liliana Cavani e Luciano Ligabue. Tre pellicole in Orizzonti, di Guagagnino, Puccioni e Terracciano. Due maestri, Francesco Maselli con Le ombre rosse, interpretato da Roberto Herlitzka ed Ennio Fantastichini, e Giuliano Montaldo con L'oro di Cuba, presenti nella sezione Cinema del presente. E poi una nuova sezione, Controcampo italiano, con dieci titoli.

    AMERICA - Anche molta America alla Mostra: Moore, Solondz, Herzog, Romero, Tom Ford e The Road. Michael Moore debutta nella rassegna veneziana con il documentario sulla crisi finanziaria Capitalism: A Love Story, George Romero con un nuovo capitolo zombie-horror Survival of the Dead., un habitué del Lido come Todd Solondz porta Life During Wartime. Probabilmente americano sarà anche il film a sorpresa che sarà comunicato più avanti.

    FUORI CONCORSO - Al Lido fuori competizione, accanto alle star americane non mancheranno nemmeno gli autori: se il Leone d'Oro alla carriera John Lasseter porta in versione 3D Toy Story e Toy Story 2, Abel Ferrara risponde la docu-fiction Napoli Napoli Napoli, Oliver Stone con il documentario South of the Border e l'egiziano Yousry Nasrallah con Scheherazade, Tell Me a Story. John Turturro con Roman Paska dietro la macchina da presa per il documentario Prove per una tragedia siciliana.

    CONTRO I TAGLI - La conferenza stampa era stata anticipata da un acceso fuori programma. Attori, registi, lavoratori dello spettacolo sono dati appuntamento all'Hotel Excelsior di Roma per protestare contro i tagli al Fondo unico dello Spettacolo. Portavoci della protesta, Sergio Castellitto e Carlo Verdone. Castellitto ha letto un manifesto «in difesa dei diritti del pubblico», ed aggiunto: «La Francia ha elevato il proprio sostegno a 513 milioni e 620 mila euro, l’Italia ha destinato al cinema 11 milio­ni e 446 mila euro. L’equivalente del costo medio di due film francesi». Poi ha concluso dicendo: «Facciamo un gesto futurista», e riducendo in coriandoli il volantino lo ha gettato verso la platea di giornalisti ed addetti ai lavori che erano seduti in attesa della conferenza stampa. Dopo di lui ha preso la parola Carlo Verdone per sottolineare la gravità della situazione anche delle sale cinematografiche che «se non sono multiplex chiudono a centinaia». Ha preso poi la parola lo sceneggiatore e giornalista Andrea Purgatori che ha letto una finta lettera del ministro Bondi scatenando l'ilarità della sala: tra le misure previste dal ministro nel finto annuncio corsi di dialetto per attori ed annessione dell'Italia alla Francia.

  • [b]Nautica celeste[/b]

    Omaggio ai 40 anni dal primo passo dell'uomo sulla Luna.

    Vorrei renderti visita

    nei tuoi regni longinqui

    o tu che sempre

    fida ritorni alla mia stanza

    dai cieli, luna,

    e, siccom’io, sai splendere

    unicamente dell’altrui speranza.

    Da IX Ecloghe

    Di Andrea Zanzotto

  • Generazione «né-né»

    Dal Corriere della Sera online

    «Mi chiamo Maria Elena Crespi, Malena per i miei quattro amici, ho 23 anni, vivo alle porte di Milano, non studio e non lavoro. Provo vergogna per questo? Io no». Malena è un nome e cognome, un viso acqua e sapone, e una storia di disillusioni e non impegno convinto che gli spagnoli catalogano sotto l'insegna Generación «ni-ni»: ni estudia ni trabaja: generazione «né» studio «né» lavoro. Adolescenti e giovani. Spagnoli e italiani, inglesi e americani. Tanti. Sempre di più. Anche se non la maggioranza. In Italia il fenomeno non ha un'etichetta, non ancora, ma sociologi e psicologi lo conoscono bene. E i dati inediti del Rapporto Giovani 2008, elaborati dal Dipartimento di Studi sociali, economici, attuariali e demografici della Sapienza di Roma per conto del ministro della Gioventù Gorgia Meloni, sembrano certificarlo. Ancor più quando vengono incrociati con le anticipazioni dell'indagine Istat sulla Forza lavoro 2008. Nella fascia di età tra i 15 e i 19 anni ci sono 270 mila ragazzi che non studiano e non lavorano (il 9%): la maggior parte perché un lavoro non lo trova; 50 mila perché della loro inattività ne fanno una scelta; 11 mila, poi, proprio perché di lavorare o studiare non ne vogliono sapere («non mi interessa», «non ne ho bisogno»).

    Stessa tendenza nei dati relativi ai giovani tra i 25 e 35 anni: un milione e 900 non studia e non lavora. Vale a dire: quasi uno su quattro (il 75%). Un milione e 200 mila di questi gravitano nella disoccupazione (ma tra loro c'è chi dice di non cercare bene perché è «scoraggiato» o perché «tanto il lavoro non c'è»). Settecentomila sono invece gli «inattivi convinti»: non cercano un lavoro e non sono disposti a cercarlo. È stato calcolato che se avessimo tassi occupazionali pari a quelli dei Paesi bassi (capolista nella classifica Ue, 81,3% nella fascia d'età tra i 15 e i 39 anni), il nostro Pil guadagnerebbe 1-2 punti in percentuale. Ma il fenomeno «né-né» è qualcosa che va oltre i numeri. In Spagna, dice una recente indagine di Metroscopia pubblicata su El País in occasione del battesimo massmediatico della Generación «ni-ni», il 54% dei giovani tra i 18 e i 35 anni dichiara di «non avere un progetto su cui riversare il proprio interesse o le proprie illusioni».

    Il leitmotiv: «Lo studio? tempo perso, non mi apre le porte al futuro. Il lavoro? Non lo cerco perché tanto non lo trovo». E la crisi sembra aver accentuato la rinuncia a qualsiasi impegno. Soddisfatti della loro vita privata (lo è l'80%), i giovani spagnoli si sentono in preda a una «devastazione lavorativa». E anche chi alla fine sceglie di studiare, lo fa senza prospettive. «Appena si rendono conto di cosa li aspetta continuano a formarsi, viaggiano, lavorano magari come camerieri per pagarsi un master mentre mamma e papà a casa li aspettano». Stesse tonalità per la fotografia scattata ai giovani «né-né» nostrani: coccolati dalla società e iperprotetti in famiglia come i «bamboccioni» ma troppo consapevoli delle loro scelte per finire sotto l'etichetta; apatici e un po' disarmati come i figli della «generazione x» ma anagraficamente troppo giovani per essere loro apparentati; circondati da fratelli e amici icona della «generazione mille euro» ma troppo disillusi per provare a loro volta a infilarsi, prima o dopo, nella stessa realtà. «Non lavorano perché la famiglia li mantiene e un impiego non si trova; non studiano o studiano meno di una volta per i programmi più leggeri, la mancanza di selezione», dice la psicoterapeuta Anna Oliverio Ferraris. «Se poi il modello è quello alla Grande Fratello (basta andare in tv per guadagnare) passa il concetto che per riuscire non serve impegnarsi. E ci si lascia vivere fino a 30 anni senza un progetto. Le motivazioni, invece, si coltivano fin dall'infanzia. Insieme al concetto che la realtà è anche lotta e sacrificio. E per questo è bella».

    Malena, nella sua stanza tappezzata di libri, annuisce: «Vero. Ma io lotto per quello che va a me. E per ora sto bene così. Forse un po' meno i miei genitori, la mia vecchia prof di lettere che ha sempre visto per me un futuro "promettente" (che parolaccia). E forse anche la società che non accetta quelli che cercano una strada diversa dai mille e 120 euro al mese di mia sorella laureata-dottorata». «Ci fosse però quella strada — aggiunge Daniele, dietro un nome di fantasia — me l'hanno rubata. Mio fratello ha fatto di tutto per fare contento il mondo e s'è trovato senza un lavoro e senza se stesso. Io a me non rinuncio, ma così sto male». Enrico B., 26 anni, non studia, non lavora, ma ha una compagna e un figlioletto a cui badare: «Il mio lavoro? Per mesi è stato cercare un lavoro. Adesso prendo quello che viene». E al bimbo chi pensa? «Mia madre e mio padre. Per ora viviamo con loro, poi si vedrà».

    Alessandra Mangiarotti

    Aggiungo due commenti di lettori del Corriere, credo siano utili a qualche riflessione.

    Torno a rispondere per spiegare cosa viene intesa per generazione nè nè. Esistono tre categorie di persone. La prima è fatta di persone che grazie agli aiuti arriva ovunque e si permette di fare qualsiasi cosa e grazie a questo fa arrabbiare le altre due categorie. La seconda categoria sono quelli non hanno capito e sono arrabbiati con i nè nè perchè è molto più facile che arrabbiarsi verso chi sta sopra tipo il capo raccomandato. Ma anche a voi rode rode rode!!!! E poi c'è la terza che siamo noi Nè Nè Che abbiamo capito che la vita non è solo lavoro aspettando la sera per guardare la tv, poi il week end per uccidersi in discoteca e poi aspettare le due settimane estive per andare al mare. Noi abbiamo una concezione diversa e una crescita continua in termini di stimoli e di conoscenza. Il Nè nè non lavora e non studia ufficialmente; ma non è un fannullone. Io ho ambizione, non sono viziato, ho fatto tanti sacrifici, non sono uno che va a spaccare le città durante eventui sportivi o politici ho dei progetti e non sono svogliato. Forse noi siamo i precursori di ciò che verrà, abbiamo capito che il mondo e l'economia come viene impostato ora ci farà fare uno scivolone ancora più grosso di quello dei mutui subprime e siamo già pronti a un mondo nuovo fatto di persone e non solo forza lavoro. Guardate i nostri mega capi con la loro politica corrotta dove ci hanno portato...

    Sono gli indicatori della nostra era. Da un lato un diffuso benessere allargato anche ad una larghissima classe media che si riflette nel tenore di vita dei giovani dalla tenera età fino alla maturità. Dall'altro un appiattimento scandaloso delle professioni ed un avvilimento ormai cronico delle professionalità intellettuali. Come si può dire oggi ad un ragazzo cui gravitano nelle tasche svariate centinaia di euro al mese al netto di tasse pagate dai genitori, di svenarsi la gioventù studiando per poi scontrarsi con le lobbi, il clientelismo, il mondo delle raccomandazioni scabrose, e finire per prendere un settimo dell'edicolante-terza-media da cui compra il giornale? Come si può valorizzare l'investimento di uno Stato nella educazione, nella scuola, nelle Università e nella ricerca se poi il mondo rende molto più conveniente lo stare seduti e non fare niente, e chi invece ci prova e si laurea riesce a malapena a superare lo stupendio di un operaio dopo una decina di anni di lavoro, pur restando dieci volte sotto quello di un qualunque idraulico che lavoro in nero? La TOTALE assenza di meritocrazia, di premio per il sacrificio, le capacità speciali, genera anche questo.

  • Michael Jackson

    Il paragrafo conclusivo di un articolo di Andrea Scanzi, per La Stampa online.

    Jacko era uno che danzava scivolando sul terreno. Pattinava sulle adolescenze, regalava sogni, spingeva a muoversi. Non portava messaggi, era un mix di istintività, rivoluzione intuita e stregoneria commerciale. Qualcosa di potentissimo e al contempo fragile. Lui come la sua musica. Quelle grida a intercalare il ritmo, quei balli tra lo snodato e il truzzo. Uno spettacolo. Ha inventato molte cose. I videoclip con ambizioni da film, il look alieno, il pop-soul da neri con approccio da bianco. È stato un Re Mida col tempo in scadenza, capace perfino di rendere belli i mocassini coi calzini bianchi di spugna. Ha davvero creato una babele di incanti. Musica, note, riff. Purtroppo per lui, non è mai riuscito a trovare la formula magica per salvarsi la vita. Voleva essere Peter Pan, quando si è accorto di non esserlo è caduto giù. Ora lo beatificheranno, con la stessa dismisura con la quale fino a ieri l’avevano crocifisso. Non era un santo e non era più un genio. Ma lo è stato. Giusto un battito di ciglia. Giusto lo spazio di pattinare sulle nuvole. Per poi cadere. Quasi come Peter Pan.

  • Prove di un mondo diverso di Guido Viale

    “Oggi il mondo è di nuovo a un bivio. Può approdare a uno spaventoso aumento di poteri autoritari, di regimi antidemocratici, di pulsioni razziste come negli anni trenta del secolo scorso in Europa – le premesse ci sono tutte; in Italia ancor più che altrove – oppure rimettere in questione assetti economici e sociali dell’intero pianeta.
    Pace, difesa e promozione – attraverso la condivisione - dei beni comuni, valorizzazione dei saperi diffusi e della dimensione locale, creazione di un nuovo spazio pubblico sono le basi irrinunciabili di quella riconversione ecologica degli apparati produttivi e dei modelli di consumo senza i quali l’intero pianeta non ha futuro".

    Prove di un mondo diverso

    Guido Viale

  • Colloquio

    Colloquio


    Ora il sereno è ritornato le campane
    suonano per il vespero ed io le ascolto
    con grande dolcezza. Gli ucelli cantano
    festosi nel cielo perchè? Tra poco e
    primavera i prati meteranno il suo
    manto verde, ed io come un fiore ap-
    pasito guardo tutte queste meraviglie.



    Scritto su un muro in campagna
    Per il deluso autunno,
    per gli scolorenti
    boschi vado apparendo, per la calma
    profusa, lungi dal lavoro
    e dal sudato male.
    Teneramente
    sento la dalia e il crisantemo
    fruttificanti ovunque sulle spalle
    del muschio, sul palpito sommerso
    d’acque deboli e dolci.
    Improbabile esistere di ora
    in ora allinea me e le siepi
    all’ultimo tremore
    della diletta luna,
    vocali foglie emana
    l’intimo lume della valle. E tu
    in un marzo perpetuo le campane
    dei Vesperi, la meraviglia
    delle gemme e dei selvosi uccelli
    e del languore, nel ripido muro
    nella strofe scalfita ansimando m’accenni;
    nel muro aperto da piogge e da vermi
    il fortunato marzo
    mi spieghi tu con umili
    lontanissimi errori, a me nel vivo
    d’ottobre altrimenti annientato
    ad altri affanni attento.

    Sola sarai, calce sfinita e segno,
    sola sarai fin che duri il letargo
    o s’ecciti la vita.

    Io come un fiore appassito
    guardo tutte queste meraviglie

    E marzo quasi verde quasi
    meriggio acceso di domenica
    marzo senza misteri

    inebetì nel muro.

    Andrea Zanzotto

    (Vocativo, 1957)

  • Le otto scritture antiche mai decifrate

    Da Il Corriere della Sera Online
    di Francesco Tortora

    Da quando è comparso sulla Terra l’uomo ha sempre sentito l’esigenza di trasmettere alle generazioni successive le conoscenze e l'esperienza acquisita nel tempo. La scrittura è certamente l’invenzione più importante per tramandare la storia. Senza la decifrazione dei linguaggi antichi oggi l'umanità avrebbe una cognizione molto limitata delle civiltà del passato. Secondo gli storici la prima scrittura a comparire sulla Terra è quella cuneiforme usata dai Sumeri: incise su tavolette di argilla le prime testimonianze risalgono al 3.000 a.C. Successivamente forme di scrittura apparvero in Egitto, quindi in Europa e via di seguito in Cina e in America del Sud. Benché molte scritture del passato siano state decifrate dagli storici, esistono ancora oggi linguaggi oscuri. Proprio a queste scritture ancora da decifrare la rivista inglese New Scientist dedica un lungo reportage individuando otto importanti grafie che restano ancora sconosciute all'umanità.

    Per interpretare una scrittura del passato lo studioso deve poter contare sempre su due requisiti minimi: un'abbondanza di testi e reperti archeologi che aiutino a interpretare i linguaggi sconosciuti. L'umanità non avrebbe mai decifrato i geroglifici egiziani senza l'aiuto della Stele di Rosetta, la lastra in granito scuro scoperta nel 1822 in Egitto. Su questo reperto archeologico è incisa un’iscrizione in tre differenti grafie: geroglifico, demotico e greco antico. Attraverso la comparazione con il greco antico, idioma ben conosciuto dagli studiosi, questi riuscirono a comprendere le regole e i significati dei geroglifici egiziani. Oggi le scritture antiche ancora da decifrare si possono dividere in tre categorie: le scritture il cui alfabeto è stato decifrato ma non si è compresa la lingua; le scritture il cui alfabeto è incomprensibile ma di cui si conosce la lingua; scritture i cui alfabeto e linguaggio sono entrambi incomprensibili.

    La prima scrittura ancora da decifrare elencata dal New Scientist è quella etrusca. L'alfabeto è stato quasi completamente decifrato assieme a importanti aspetti della grammatica, ma l'interpretazione del linguaggio ancora oggi appare complessa e spesso incomprensibile. Ciò accade anche perché la maggior parte delle numerose iscrizione etrusche arrivate fino a noi (circa 10mila) sono per lo più scritti funerari e generalmente molto brevi. Inoltre, sebbene la scrittura assomigli molto al greco antico, vi sono sostanziali differenze. Prima di tutto le lettere etrusche si scrivono da destra a sinistra, nella direzione opposta a quella greca. Poi l'etrusco è una lingua che non deriva dall'indoeuropeo, ma proprio come l'odierna lingua basca non ha alcun legame con le grandi famiglie linguistiche dell'antichità. Stesso discorso per la seconda scrittura dell'elenco: l'alfabeto meroitico. Usato dagli abitanti del regno di Kush, civiltà che fiorì intorno all'800 a.C. nel Nord Africa, tra il sud dell'Egitto moderno e la parte settentrionale del Sudan, gli studiosi ne hanno decifrato l'alfabeto, ma non il linguaggio. Per quanto riguarda la scrittura, come per la lingua antica egiziana conosciamo due forme di grafia: la geroglifica, usata per lo più sui monumenti, e quella corsiva, usata nel commercio e nelle faccende quotidiane. Entrambe le forme di scrittura sono dotate di 23 segni che furono decifrati nel 1911 dall'egittologo e professore di Oxford Francis Llewellyn Griffith. Tuttavia il significato delle parole continua a essere sconosciuto e non ha alcuna somiglianza con nessuna delle lingue parlate nell'Africa subsahariana.

    Tra le scritture ancora da decifrare elencate dal New Scientist compaiono anche un gruppo di grafie usate da civiltà precolombiane: l'olmeca, la zapoteca e la epi-olmeca. La prima scrittura fu usata dall’omonima civiltà vissuta tra il 1.500 A.C. e il 400 d.C. nell'odierno Messico centro-meridionale, a est dell'istmo di Tehuantepec. Fino a pochi anni fa si pensava che questa popolazione antica fosse analfabeta, ma nel 1990 è stato scoperto un blocco di pietra su cui compaiono iscrizioni che risalgono al 900 a.C. In tutto sono presenti circa 60 simboli, fino ad oggi non decifrati: secondo gli studiosi finché non saranno ritrovati altri reperti archeologici con gli stessi simboli sarà davvero difficile interpretare questi segni. Qualcosa in più sappiamo invece del linguaggio usato dalla civiltà zapoteca: questa fiorì nella Valla di Oaxaca circa 2.600 anni fa. Gli zapotechi usavano un tipo di scrittura a ideogrammi sillabici e le prime iscrizioni ritrovate risalgono al 600 a.C. e sono presenti su pareti dipinte, ma anche su vasi, ossa e gusci. Questa popolazione parlava un linguaggio che ancora oggi è usato da sparute popolazioni che vivono nel Centro America. Tuttavia gli studiosi non sono riusciti a ricostruire l'alfabeto usato da questa civiltà anche a causa delle estreme confusione e complessità dei linguaggi parlati dalle moderne popolazioni zapoteche. Infine vi è la grafia epi-olmeca. La prima traccia di questa scrittura risale al 1902, quando fu scoperta la statuetta di Tuxtla, una figura in nefrite risalente al II secolo d.C. La lingua parlata dalla popolazione che ideò questa scrittura è probabilmente una versione arcaica dello Zoche, idioma ancora oggi usato nell'Istmo di Tehuantepec. John Justeson e Terrence Kaufman, due studiosi americani, hanno proposto una decifrazione frammentaria di questa scrittura, ma finché non saranno trovati nuovi reperti sarà molto difficile avere un'interpretazione chiara.

    Tra le scritture antiche ancora da decifrare una delle più famose è la "Lineare A". Scoperta insieme a un'altra scrittura antica, la Lineare B (decifrata nel 1952), dal celebre archeologo britannico Arthur Evans durante gli scavi a Creta nel 1900, questo alfabeto era usato sull'isola greca dalla civiltà micenea nel II millennio a.C. Composta da segni che vanno da sinistra verso destra e presente su diverse tavolette d'argilla, questa scrittura è tuttora indecifrata e poco comprensibile, sebbene abbia molti simboli in comune con la Lineare B. Segue la scrittura Rongo-Rongo ( significa "canti" ) usata già dai primi abitanti dell'isola di Pasqua: essi sbarcarono sull’isola dell'Oceano Pacifico intorno al 300 d.C. Questa lingua antica è molto simile al Rapanui, l'odierno idioma parlato sull'isola di Pasqua, ma la scrittura è incomprensibile e complessa (si tratta di una grafia "bustrofedica", ovvero un sistema di segni che non ha una direzione fissa, ma che cambia senso continuamente). Sono arrivati fino a noi solo 25 iscrizioni in Rongo Rongo: la maggior parte di questi scritti sono incisi su pezzi di legno. Un'altra scrittura incomprensibile è quella "Indus", usata dalla civiltà che visse nella Valle dell'Indo tra il 2.500 e il 1.900 a.C. Purtroppo ci restano poche iscrizioni, presenti per lo più su vasi di ceramica e non vanno oltre i 5 caratteri. I segni conosciuti sono circa 400 e a causa della brevità delle iscrizioni non è stato possibile ancora decifrare questa scrittura. Le ultime due grafie storiche ancora da decifrare sono quella proto-elamica e la scrittura presente sul Disco di Festo. La prima è la più antica scrittura non-decifrata al mondo. Essa si sviluppò intorno al 3.000 a.C. assieme alla scrittura sumerica. Quest'ultima visse diversi secoli ed è stata in parte decifrata, mentre la scrittura proto-elamica si estinse dopo appena 150 anni dalla sua comparsa nella regione di Elam, antico nome biblico dato al territorio che oggi corrisponde alla parte sud-occidentale dell'Iran. Sappiamo davvero poco delle popolazioni che usavano questa scrittura. Ancora oggi restano oscuri sia i caratteri sia la lingua delle iscrizioni. La scrittura presente sul Disco di Festo è un insieme di simboli impressi con stampini incisi su entrambe le facciate del reperto archeologico. Scoperto nel 1908 dagli italiani Luigi Pernier e Federico Halbherr, mentre stavano scavando a Creta nel palazzo minoico di Festo, questo magnifico reperto risale al 1.700 a.C. ed è composto da 241 simboli: tutti i segni non sono stati ancora decifrati e non hanno nessuna somiglianza con le scritture conosciute del tempo.

  • La Linea d'Ombra - Nuova Serie

    Dal 12 maggio riparte su Rai Due, il Martedì a mezzanotte, La Linea d’ombra, un programma chiamato a indagare il confine oltre il quale si sono spinti coloro che hanno ucciso.

    Condotto dal criminologo Massimo Picozzi, il programma racconterà, tra le altre, la storia di Milena Quaglini, la donna che reagì alle violenze subite diventando un’omicida seriale, di Pietro De Negri, il “canaro della Magliana”, di Pietro Maso e Carlo Nicolini, assassini con moventi diversi dei propri genitori, di Giancarlo Giudice, un serial-killer che uccideva anziane prostitute per vendicarsi della matrigna, e di Mohamed Sebai, un immigrato tunisino assassino seriale.
    Linea d’ombra cercherà poi di varcare il confine più estremo, raccontando la storia di Primo Levi, il grande scrittore torinese sopravvissuto ad Auschwitz e morto suicida.
    Filmati inediti, reperti investigativi, documenti originali e testimonianze dirette: attraverso questi materiali il programma tenterà di ricostruire il contesto nel quale tutto è accaduto, mentre quattro voci saranno delegate a rappresentare quattro categorie concettuali: Giustizia, Fede, Mente e Investigazione.
    La prima puntata sarà dedicata al caso Ludwig, una sigla con la quale vennero rivendicati 18 omicidi commessi nel nord-est italiano e in Germania, tra il 25 agosto 1977 e il 7 gennaio 1984. Dietro a motivazioni xenofobe di stampo neonazista, l’escalation di violenza durò sei anni. Il 4 marzo 1984 furono arrestati due ragazzi: Wolfang Abel e Marco Furlan: all’apparenza due persone perbene, di buona famiglia. Verranno condannati il 10 aprile 1990 a 27 anni di reclusione.

    La Linea d'Ombra
    Ogni Martedì alle ore 24.00
    Su Raidue

  • Interstellar Overdrive

    Dal Corriere della sera online

    Avete mai pensato di viaggiare a bordo dell’Enterprise alla velocità della luce? O addirittura di superarla? Il vostro sogno potrebbe diventare realtà. Mentre cresce la febbre per l’uscita al cinema dell'undicesimo film della saga di Star Trek, due scienziati americani stanno studiando una nuova possibilità per raggiungere la «propulsione a curvatura». E per il momento non avrebbero trovato alcun impedimento che vada a scontrarsi con le leggi della fisica.

    Per chi non fosse un seguace della celebre saga televisiva e cinematografica, la velocità di curvatura consente ai terrestri protagonisti della storica serie tv degli anni Sessanta di creare le premesse per il primo contatto con i vulcaniani, la specie del celeberrimo Spock, già in possesso della tecnologia e che, per prassi, instaura rapporti esclusivamente con civiltà che ne sono giunte a conoscenza. Un motore a curvatura, in termini semplici, avrebbe un effetto simile a quello di un elastico, contraendo lo spazio davanti alla navicella e dilatando quello retrostante.

    Secondo quanto riportato dal sito statunitense Science Daily , due fisici americani sarebbero al lavoro per realizzare questa spinta fantascientifica nel mondo del reale. Gerald Cleaver e Richard Obousy, infatti, sono convinti che manipolando una porzione di spazio attraverso un’ingente concentrazione di energia si potrebbe arrivare alla creazione di una «bolla» in grado di spingere l’astronave a una velocità ben superiore rispetto a quella della luce. Un effetto del tutto simile a quello derivante dal cavalcare un’onda. Presupposto necessario agli studi dei due scienziati è la M-theory , un recente sviluppo della Teoria delle stringhe che aumenta le dimensioni dell’universo a undici. Sarebbe, infatti, proprio attraverso l’intervento in questa undicesima dimensione che si creerebbe l’energia necessaria a questa super propulsione, nello stesso modo in cui potrebbe essersi espanso l’universo dopo il Big Bang.

    La Teoria della relatività di Einstein non esclude la possibilità di superare la velocità della luce, ma asserisce che per farlo sarebbe necessaria una quantità di energia infinita. Quantità che invece Cleaver e Obousy hanno ricalcolato e che risulterebbe pari "soltanto" all’intera massa di Giove. Il viaggio interstellare alla ricerca di nuovi mondi e nuove civiltà potrebbe diventare qualcosa di più di un semplice espediente cinematografico, anche se probabilmente passerà molto tempo prima che si riesca a creare la tecnologia in grado di sfruttare questo tipo di energia.

    Simone D’Ambrosio

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