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Dr__Floyd

maschio - 31 anni, Chateau Saint-Georges (Salerno), Italy


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  • Achille e la tartaruga - Takeshi Kitano a Venezia

    Di Pasquale Colizzi
    Da L'Unità online

    Energia propulsiva al 100%. Il cinema di Takeshi Kitano può perdere di originalità ma non di smalto. L'autore giapponese, già Leone d'oro al Lido per Hana-bi, porta in concorso la terza parte di una trilogia sull'idea di se e di artista. La prima (Takeshi's) esplorava il rapporto tra l'uomo privato e il personaggio pubblico, la seconda (Glory to the filmaker voleva essere un film "felliniano" fotografava un regista indeciso su che film fare per ottenere successo.
    E le montagne russe della popolarità hanno sempre accompagnato la carriera di Kitano: celebre comico televisivo, attore "drammatico" lanciato dal maestro Oshima, poi filmmaker vezzeggiato dai festival e più fortunato in Europa che in casa propria.
    Achille e la tartaruga, che come i due precedenti non ha avuto eccessive fortune distributive, per ora non è stato acquistato nemmeno per l'Italia. E così sembra riproporsi l'interrogativo che aleggiava nelle due opere precedenti: Kitano sta prendendo tempo in attesa di trovare una direzione? Basti dire che parte in maniera quasi calligrafica, poi vira nella tragicommedia, con i tipi siparietti di sua invenzione dove si riesce a ridere della morte. Crescendo sempre di più al pari della follia del protagonista.
    Machisu dall'infanzia alla maturità (da adulto lo interpreta lui stesso), è un bambino a cui piace disegnare, un ragazzo introverso che si salva con la pittura, un adulto ossessionato da quello che tenta di far diventare un lavoro remunerativo.
    Nessuno però compra i suoi quadri (che poi sono stati dipinti dallo stesso Kitano): i galleristi gli suggeriscono sempre nuove soluzioni artistiche ma non sborsano denaro. Così costringe una famiglia sul lastrico, con la moglie devota assistente che esasperata lo abbandona. Machisu (in giapponese l'assonanza è con Matisse) sembra vittima del paradigma di Zenone ripreso nel titolo, secondo cui Achille raggiungerà solo all'infinito la tartaruga.
    Una sorta di dilemma, che proviamo guardando un uomo di cui non riusciamo a capire se sia un artista dotato ma non riconosciuto o solo un bravo pittore che intuendo lo stile giusto o azzeccando l'idea nuova potrebbe sbancare.
    Primo di una pattuglia di tre autori giapponesi in concorso, un Kitano ormai stabilmente biondo e astemio (dopo il terribile incidente in moto che gli frantumò la testa) ha spiegato ai giornalisti del Lido «che un sacrificio come quello di Machisu in fondo non è necessario». Van Gogh e compagnia maledetti non fanno per lui, pragmatico e puntuale come un orologio nello sfornare film.
    In questo lo vediamo dipingere in tutti gli stili, inventarsi aggeggi curiosi e fare le prove anche fisicamente più dure. Tanto che ricordano il programma televisivo di giochi pericolosi "Mai dire Banzai", di cui lui stesso fu regista. Molte di quelle opere le ha poi sorteggiate tra chi gliele aveva richieste: «Mai venduto un mio quadro fino ad oggi».
    Quanto alla sua partecipazione a Venezia, ormai un classico, il regista spiega che in fondo "il suo ritmo di produzione combacia perfettamente con le date del Festival" per cui il Lido è diventato una tappa del suo "programma annuale di lavoro".
    Del resto la promozione europea dei suoi film è diventata fondamentale, visto che buona parte del suo successo lo vive fuori dal Giappone. E infatti spiega, come è successo in altre occasioni, «che essere scelto per il concorso di Venezia è difficile, a differenza di quanto sostengono i media giapponesi».Un messaggio inviato anche ai registi di casa sua «che candidano i loro film, poi vengono bocciati e così non lo raccontano in giro».

  • Un film misterioso

    Jeri sera me sò visto n’film che nun me pareva malaccio, solo che era già iniziato da quarche minuto, e siccome che se trattava de n’canale privato locale, a’programmazione retrospettiva nun l’ho trovata. Così ho pensato de scrive’ n’blogghe, e se quarcuno me sa ddì de cosa se tratta, sissarebbe così gentile da dirmelo, me farebbe n’grosso piacere.
    Ecco ‘a trama, grossomodo:

    Ce stava n’omo che se n’annava n’giro dentro a ‘no scantinato allagato, e se sentiva de bisbija quarcosa da certe voci confuse, e se metteva a spià ner muro. Dar muro usciva come ‘na mano, e ‘na specie de mummia glie metteva ‘sta mano n’faccia, e st’omo diventava ‘na mezza mummia pure lui, e poi moriva.
    Poi se vedeva ‘na tipa bbionda che, mentre se n’annava n’giro colla macchina sua, tutta tranquilla, se vedeva spuntà n’artra bionda con pastore tedesco n’mezzo a ‘a strada. A tipa fermava ‘a macchina, scenneva, s’avvicinava a quell’artra, e ‘sta bionda cor cane, che ciaveva du palle gialle ar posto dell’occhi, glie faceva:
    “Aò, finalmente sei arrivata, te stavo a’spettà. Devi da sapè che, siccome che sò cecata, quelli se credono che nun ce vedo, ma io ce vedo mejo dell’altri, e te posso di’ che l’arbergo tuo cià ‘na maledizione, e sarebbe mejo si tu te facessi ‘e valigge e te n’andassi da quer posto, che pure si nun ce vedo, vedo che nun è ‘n posto adatto a te. Ce stava n’pittore maledetto che quarcuno l’ha ammazzato, e quello nun se po’ da’ pace, e s’aggira de notte pe ‘e stanze, e gnente gnente te potrebbe mette’ ‘na mano n’faccia, e nun sarebbe na carezza de ‘bbrivido".
    E quella gliarisponneva:
    “Anvedi 'sta sciancata. Ma tu nun sai gnente, ‘st’arbergo, tempo du mesi, t’o faccio risplenne come novo, metto tutto n’mano all’architetto mijo, e poi te faccio vede’, te faccio…”
    Poi, ‘st’omo ch’era morto all’inizio se trovava all’obbitorio, e vicino a lui ce stava pure a’ mummia che gli’aveva messo 'a mano ‘n’faccia, e pure n’dottore che voleva sperimentà si ‘sta mummia ciaveva ancora vita, e glie ‘ttaccava certi fili pe’faglie n’elettro e n’cefalo grammo. Poi se vedevano ‘a moje e ‘a fija de ‘sto tipo ch’era morto che entravano nell’obbitorio, e mentre ‘a moje piagneva pe’llutto subbito, ‘a mummia riprendeva vita, e glie faceva cadè n’acido n’faccia ‘a moje; così ‘a fija, sentendo l’urlo de su’ mamma, se precipitava dentro, e mentre cercava de scappà, se ritrovava coll’occhi gialli, tale e quale a quella cecata de prima.
    A’n certo punto, se vedeva Michele Mirabbella, quello d’Elisirre, che era n’architetto, e doveva da restrutturà l’albergo, e allora annava ar catasto pe’trova er progetto origginale de l’arbergo, ma nun faceva n’tempo a pija er proggetto, che se trovava a terra immobbile, e ‘no sciame de tarantole glie sistemava a faccia: una glie tirava er naso, n’artra l’occhi, na terza addirittura glie tirava a’lingua, e così moriva pure lui, senza emette’ manco ‘n lamento.
    Poi, verso a’fine, a’mummia, l’omo morto e l’architetto se presentavano come zombi a casa d’a cecata, e la minacciano, e lei, siccome che era cecata e nun se poteva difende de perzona, glie diceva ar cane: “Vai bello, daje, azzannalli tutti a quell’infami”.
    E così er cane obbediva, e se sentiva ‘na lotta disumana, e ‘sto cane tornava vicino a’cecata, che glie faceva i complimenti, glie diceva che era stato bbono e bbravo, e che se meritava ‘na cena speciale, ma sarà che er cane se dimostrava suscettibile e nun gradiva i complimenti, sarà che se sbajava sur significato d’a cena speciale, fatto sta che ‘sto cane s’azzannava pure a’llei.
    Ner finale, comunque, a’bbionda dell’arbergo, insieme a n’amico dottore, cercavano n’tutti i modi de capì che succedeva, ma ‘a città era deserta, così er dottore glie diceva che nun ce stava gnente da preoccupasse, che secondo lui ce stavano i mondiali, pure se era inverno, ma in realtà tutta ‘a città era diventata n’covo de zombi, che guidati da a’mummia volevano zombizzà pure a loro due.
    Così, ‘sti due provavano a rifiuggiasse dentro all’arbergo, ma scappa scappa se ritrovavano dentro a ‘na specie de labbirinto senza uscita, e nell’ultima inquadratura se vedeva che, a’ fine, erano diventati cecati pure loro, e ciavevano du palle gialle ar posto dell’occhi, ed erano entrati nel quadro del pittore maledetto, e ‘a tipa bbionda, pure si nun lo diceva, pensava che la cecata ciaveva raggione, e che mò che pure lei se ritrovava cecata, e glie toccava de mette’ n’guardia all’altri, e sta' a vedè che ll'altri nun l'avrebbero creduta manco a lei

  • Il Medagliere Olimpico degli Italiani.

    Davide Rebellin, Medaglia d'Argento, Ciclismo - Strada, Prova in linea uomini. 9 Agosto
    Giovanni Pellielo, Medaglia d'Argento, Tiro a volo - Trap uomini. 10 Agosto
    Tatiana Guderzo, Medaglia di Bronzo, Ciclismo - Strada, Prova in linea donne. 10 Agosto
    Matteo Tagliariol, Medaglia d'Oro, Scherma - Spada individuale uomini. 10 Agosto
    Italia, Medaglia d'Argento, Tiro con l'arco - Gara a squadre uomini. 11 Agosto
    Giulia Quintavalle, Medaglia d'Oro, Judo - Categoria 57 kg donne. 11 Agosto
    Margherita Granbassi, Medaglia di Bronzo, Scherma - Fioretto individuale donne. 11 Agosto
    Valentina Vezzali, Medaglia d'Oro, Scherma - Fioretto individuale donne. 11 Agosto
    Francesco D'Aniello, Medaglia d'Argento, Tiro a volo - Double Trap uomini. 12 Agosto
    Federica Pellegrini, Medaglia d'Oro, Nuoto - 200 stile libero. 13 Agosto.
    Salvatore Sanzo, Medaglia di Bronzo, Scherma - Fioretto individuale uomini. 13 Agosto
    Chiara Cainero, Medaglia d'Oro, Tiro a volo - Skeet donne. 14 Agosto
    Andrea Minguzzi, Medaglia d'Oro, Lotta Greco-Romana - Categoria 84 kg uomini. 14 Agosto
    Italia, Medaglia di Bronzo, Scherma - Spada a squadre uomini. 15 Agosto
    Alessia Filippi, Medaglia d'Argento, Nuoto - 800 stile libero donne. 16 Agosto
    Italia, Medaglia di Bronzo, Scherma - Fioretto a squadre donne. 16 Agosto
    Italia, Medaglia d'Argento, Canottaggio - Quattro di coppia uomini. 17 Agosto
    Italia, Medaglia di Bronzo, Scherma - Sciabola a squadre uomini. 17 Agosto
    Diego Romero, Medaglia di Bronzo, Vela - Laser radial uomini. 19 Agosto
    Paola Sensini, Medaglia d'Argento, Vela - RS:X donne. 20 Agosto
    Elisa Rigaudo, Medaglia di Bronzo, Atletica leggera - Marcia 20 km donne. 21 Agosto
    Alex Schwazer, Medaglia d'Oro, Atletica leggera - Marcia 50 km uomini. 22 Agosto
    Vincenzo Picardi, Medaglia di Bronzo, Pugilato - Categoria 51 kg. 22 Agosto
    Mauro Sarmiento, Medaglia d'Argento, Taekwondo - Categoria 80 kg uomini. 22 Agosto
    Italia, Medaglia di Bronzo, Canoa - K4 1000 metri uomini. 22 Agosto
    Josefa Idem, Medaglia d'Argento, Canoa - K1 500 donne. 23 Agosto
    Clemente Russo, Medaglia d'Argento, Pugilato - Categoria 91 kg. 23 Agosto
    Roberto Cammarelle, Medaglia d'Oro Pugilato - Categoria > 91 kg. 24 Agosto


    Per lo streaming di tutti gli eventi che la tv non trasmette:

    http://www.pechino2008.rai.it/dl/RaiSport/Publishi- ngBlock-b4e0c005-45c3-4562-870c-9cff574c184d.html

    Per sfruttare il seguente link, non si dovrebbe cliccare direttamente sul medesimo, ma copiarlo ed incollarlo nella barra degli indirizzi del proprio browser:

    http://www.eurovisionsports.tv/olympics/

  • Frasi da annotare sul taccuino

    Vi sono momenti nei quali dubbi sulle proprie doti incombono gravosi.
    In tali casi, trovo utile ripetere mentalmente una frase, credo originariamente pronunziata da Giulio Andreotti, e ripresa nel recente, validissimo film di Paolo Sorrentino, intitolato "Il Divo":

    «Intellettualmente parlando, mi considero di statura media, ma se mi guardo intorno non è che veda molti giganti».

    E Netlog, almeno da questo punto di vista, dovrebbe essere rinfrancante per coloro che son dotati di senno

  • Durkheim e il suicidio

    Per quanto ci si possa dichiarare niente affatto materialisti, è necessario che gli esseri umani dispongano di una serie di elementi empirici basilari per poter sopravvivere. La crisi economica globale in atto, l'impossibilità degli individui di poter contare su fonti di reddito stabili e sufficienti per il sostentamento, saranno elementi tali da richiedere l'ausilio degli studi compiuti dall'illustre sociologo Émile Durkheim, che di seguito riporto, dopo averle estratte da un sito che si occupava dell'argomento:


    Nel suo studio sul suicidio Durkheim vuole dimostrare sino a che punto gli individui siano determinati dalla realtà collettiva. Non c'è nulla infatti di più specificamente individuale del togliersi la vita eppure quando l'individuo e così solo e disperato da uccidersi, la società è anche allora presente nella coscienza dell'infelice.
    Durkheim affronta lo studio del suicidio in tal modo: definisce il fenomeno, confuta le interpretazioni precedenti, elenca i vari tipi di suicidio e infine sviluppa una teoria generale del fenomeno studiato.
    Il suicidio è "qualsiasi caso di morte derivata direttamente o indirettamente da un'azione positiva o negativa compiuta dalla vittima stessa e che quest'ultima sapeva che avrebbe dovuto produrre questo risultato ". Esempi di atto positivo è il tirarsi un colpo di rivoltella alla tempia, esempio di atto negativo è il non abbandonare una casa in fiamme o il rifiutare qualsiasi cibo sino al punto di morire. L'espressione " direttamente o indirettamente " rinvia a una distinzione paragonabile a quella di positivo o negativo.
    La definizione di suicidio che opera Durkheim assimila anche quei casi di morte volontaria circondati da egoismo e da gloria.
    Durkheim osserva dalle statistiche che il tasso di suicidi in una determinata popolazione è relativamente costante. Esso non varia in modo arbitrario ma in funzione di molteplici circostanze. Il compito del sociologo e quello di stabilire le correlazioni tra le circostanze e le variazioni del tasso di suicidi, tali variazioni sono fenomeni sociali.


    I tre tipi di suicidio che Durkheim ritiene di essere in grado di definire sono: il suicidio egoistico, il suicidio altruistico e il suicidio anomico.
    Il suicidio egoistico è dovuto all’allentarsi dei legami comunitari e per tale ragione è analizzato da Durkheim facendo ricorso alla correlazione tra il tasso di suicidi e i quadri sociali integratori quali la religione e la famiglia, quest'ultima considerata sotto il duplice aspetto del matrimonio e dei figli.
    Il tasso di suicidio varia con l'età, cresce con l'andar di anni. Varia col sesso: e più elevato tra gli uomini che tra le donne. Varia con la religione: i suicidi sono più frequenti tra i protestanti che tra i cattolici. Durkheim paragona anche la situazione degli uomini e delle donne sposate con quella dei celibi, dei nubili, dei vedovi e delle vedove. Paragonando la frequenza dei suicidi tra queste categorie di persone Durkheim individua il “coefficiente di conservazione” che misura la diminuzione della frequenza del suicidio e il “coefficiente di aggravamento”. Le statistiche mostrano che, oltrepassata una certa età, le donne sposate senza figli soffrono di un coefficiente d'aggravamento ciò sta a dimostrare che la protezione non è data tanto dal matrimonio quanto dalla famiglia e dai figli. La famiglia senza figli non è un ambiente di integrazione sufficientemente forte.
    Questo primo tipo sociale di suicidio ricavato dallo studio statistico delle correlazioni è definito col termine di egoismo. Uomini o donne tendono tanto più a togliersi la vita quanto più pensa esclusivamente a se stessi, quando non sono integrati in un gruppo sociale.

    Il secondo tipo di suicidio è quello altruistico tipico delle società a solidarietà meccanica, in cui l’individuo si sacrifica per rinsaldare il gruppo di appartenenza (oggi noi potremmo esplicitamente ascrivere in questa categoria il suicidio dei kamikaze). Questo tipo di suicidio è presentato da Durkheim in due esempi principali. Il primo che si riscontra in numerose società arcaiche è quello della vedova indiana che accetta di essere posta sul rogo che brucerà il corpo del marito. Si tratta di un fenomeno di completo annullamento dell'individuo nel gruppo: l'individuo si dà alla morte per conformarsi a imperativi sociali. Il secondo esempio è quello del comandante di un bastimento che non vuole sopravvivere alla perdita della sua nave e si sacrifica dunque a un imperativo sociale interiorizzato a tal punto da soffocare l'istinto di conservazione.
    Oltre a questi casi di suicidio eroico e religioso, Durkheim scopre dalle statistiche un esempio moderno di suicidio altruistico: l'aumento della frequenza dei suicidi nell'esercito. Egli ha rilevato in questa categoria un coefficiente di aggravamento: i militari si tolgono la vita più dei civili della stessa età e condizione. Tali suicidi non possono essere definiti egoistici perchè, per definizione, i militari appartengono a un gruppo molto integrato.

    Esiste infine un terzo tipo sociale di suicidio, il suicidio anomico. Questo è quello che interessa maggiormente Durkheim perché è il più caratteristico della società moderna. E’ fortemente connesso alle crisi da essa attraversate, quando si crea cioè disordine (anomia); e a tal proposito Durkheim argomenterà che il numero di suicidi aumenta sia in periodi di recessione economica sia di impetuoso sviluppo. Le statistiche mostrano anche una tendenza alla diminuzione di suicidi in concomitanza con grandi avvenimenti politici. Nei periodi di guerra il numero di suicidi diminuisce. Il suicidio anomico tende ad aumentare anche parallelamente al numero di divorzi. L'uomo divorziato è più minacciato dal suicidio delle donne. Durkheim cerca di spiegare tale fenomeno: l'uomo trova nel matrimonio equilibrio e disciplina ma, grazie alla tolleranza dei costumi, egli conserva una certa libertà. La donna trova nel matrimonio più disciplina che libertà. L'uomo divorziato dunque ricade nell'indisciplina mentre la donna divorziata beneficia di un'accresciuta libertà che compensa in parte la perdita della protezione familiare. Il suicidio anomico dunque colpisce gli individui in ragione delle condizioni di vita nelle società moderne. Nelle società moderne infatti l'esistenza sociale non è regolata dal costume, gli individui si trovano in una competizione reciproca permanente, si aspettano tanto dalla vita e le chiedono tanto e sono perciò perennemente esposti alla sofferenza che nasce dalla sproporzione tra le loro aspirazioni e le loro soddisfazioni. Tale atmosfera è propizia allo sviluppo della corrente suicidogena.

    A questo punto Durkheim delinea la sua teoria che può essere riassunta in tal modo: i suicidi sono fenomeni individuali, le cui cause sono sostanzialmente sociali. Le cause reali del suicidio sono rappresentate da alcune forze sociali che mutano da società a società, da gruppo a gruppo, da religione a religione; esse nascono dal gruppo e non dagli individui singolarmente presi. Ancora una volta ritroviamo il tema fondamentale per cui le società sono eterogenee nei confronti degli individui; esistono fenomeni il cui fondamento è la collettività e non la somma degli individui.

  • Eclipse

    All that you touch and all that you see
    all that you taste, all you feel
    and all that you love and all that you hate
    all you distruct, all you save
    and all that you give and all that you deal
    and all that you buy, beg, borrow or steal
    and all you create and all you destroy
    and all that you do and all that you say
    and all that you eat and everyone you meet
    and all that you slight and everyone you fight
    and all that is now and all that is gone
    and all that's to come
    and everything under the sun is in tune
    but the sun is eclipsed by the moon.


    The Dark Side of the Moon (1973)

    Pink Floyd

  • La Mostra del Cinema di Venezia edizione 2008

    Il primo dato riguarda la produzione nazionale: quattordici i film italiani disseminati tra concorso e altre sezioni. Nomi noti, meno noti, possibili scoperte come Mirko Locatelli, trentaquattrenne milanese col suo Primo giorno d'inverno scritto insieme alla compagna-complice di cinema Giuditta Tarantelli. È in Orizzonti, la sezione nella Mostra del cinema di Venezia «riservata» alle tendenze ma che nella geografia di Marco Müller e del suo gruppo di lavoro tende, e giustamente, a essere ridefinita ogni volta. Magari è una questione di «genere» visto che lì troviamo tutti i documentari - «linea editoriale» questa condivisa col festival di Cannes che dalla Palma a Michael Moore non li volle in concorso, preferendo la definizione, forse più rassicurante, di «cinema di realtà». Ci sono grandissimi registi documentaristi tipo l'americano Ross McElwee (In Paraguay), l'israeliano Avi Mograbi (Z32) ma anche l'opera seconda di un italiano fuoriclasse come Gianfranco Rosi (Below Sea Level) in coproduzione americana. E ancora Eugenio Polgovsky, messicano, che avevamo conosciuto al parigino Cinéma du Reel con Tropico del Cancro (2004) a Venezia con Los Herenderos, o la coppia franco-brasiliana Jean-Pierre Duret e Andréa Santana con Puisque nous sommes nés.
    Gli Eventi di Orizzonti si concentrano sull'attualità narrativa delle morti alla ThyssenKrupp, un doppio sguardo quello di Monica Repetto e Pietro Ballo in ThyssenKrupp Blues e di Mimmo Calopresti in La fabbrica dei tedeschi in una giornata nella quale, insieme all'associazione Articolo 21 si discute delle morti sul lavoro oggi e di come il cinema possa raccontarle.
    Nella conferenza stampa, scadenza obbligata dell'estate, Marco Müller e il neo presidente della Biennale Paolo Baratta hanno annunciato la posa della «prima pietra» per il futuro Palazzo del cinema. Per sintetizzare la selezione invece è tornata spesso la definizione di un cinema «nomade»: «Non vogliamo fare l'atlante del pianeta ma una mappa di ciò che ha saputo rinnovarsi».
    La Mostra numero 65 è dedicata a Yussef Chahine, appena scomparso, e del grandissimo regista egiziano Müller - che ne aveva curato una bella retrospettiva quando era direttore al festival di Locarno - sembra avere restituito l'arabesque libertario nel suo programma. Concorso, Fuori concorso, Orizzonti rimescolano le aspettative, rivendicano spegiudicatezza, piacere.
    Che in gara ci sia Pupi Avati (Il papà di Giovanna) fa parte del «gioco« di equilibrismi (politici comune peraltro ai grossi festival. Però, rimanendo in Italia, gli altri sono Pappi Corsicato (Il seme della discordia) o Marco Bechis con BirdWatchers, dedicato al suo amico poeta Enrique Ahriman, che gira in Brasile, nel Mato Grosso, raccontando disperazione e rivolta degli indio Kaiowa - il quarto titolo italiano è Un giorno perfetto di Ferzan Ozpetek. Fuori concorso c'è Paolo Benvenuti con Puccini e la fanciulla, ma anche un cortometraggio di Mario Monicelli (Vicino al Colosseo ... c'è Monti) ...
    Qualcuno ha fatto notare la riduzione di film anglofoni e la scomparsa delle Notti veneziane riservate ai titoli «spettacolari». Lo sciopero degli sceneggiatori hollywoodiani ha certo pesato come probabilmente l'inedito imposto dal festival di Toronto. Venezia però può vantare 49 lungometraggi in prima mondiale, che è sempre segno di forza per un grande festival. Come puntare a un cinema americano che è indipendenza non solo produttiva ma soprattutto di uso dell'immaginario. Col magnifico duetto Katrhyn Bigelow (Hurt Locker) e Jonathan Demme (Rachel Getting Married ), il film che apre, fuori concorso dei fratelli Coen Burn After Reading, cast di lusso con George Clooney, Brad Pitt, Tilda Swinton, Frances McDormand, John Malkovich... E Vegas: Based on a True Story di Amir Naderi, iraniano che però è volato a New York molti anni fa e lì lavora e sperimenta...
    Negli Orizzonti c'è Julio Bressane, brasiliano dell'onda «radicale» nel cinema novo (A Erva do Rato realizzato insieme a Rosa Dias), in gara il giovane Tariq Teguia (Gabbia), algerino, rivelazione alla Mostra con Rome Rather Than You (2006) . E Haile Gerima, ritorno di un cinema africano della diaspora, lui è etiope, vive da molto tempo negli Stati uniti ma Teza lo ha prodotto con Francia e Germania.
    Il cinema francese è Barbet Schroeder col suo film «giapponese» Inju, la Bete dans l'Ombre, la Turchia è Semih Kaplanogu (Sut) lanciato da Yumurta (alla Quinzaine l'anno scorso). Nelle linee «danzanti» troviamo Claire Denis (35 Rhums) e Agnés Varda (Les Plages d'Agnés, tutte le spiaggie importanti nella vita della regista che ha appena compiuto ottant'anni) fuori gara insieme a Manoel De Oliveira (un corto di sette minuti, Do Visivel ao Invisivel) e José Mojiaca Marins, il Brasile horror e divertito (Encarnaçao do demonio).
    Il Giappone sono Hayao Miyazaki (Ponyo on Cliff by the Sea) e Oshii Mamoru (The Sky Crawlers) ma anche Beat Takeshi, regista e interprete di Achilles and the Tortoise. Presenze «affezionate» della Mostra come Lav Diaz, nome di punta del cinema filippino contemporaneo divenuto riferimento obbligato nel cinema mondiale (a Venezia con Melancholia). Tra Francia, Germania e Portogallo c'è la Nuit de chien di Werner Schroeter, il regista più sfuggente di quella che fu la nuova onda del cinema tedesco, che è oggi nei film della «scuola berlinese» di cui Christian Petzold (Jerichow) è l'esponente prediletto dalla critica in patria.


    Di Cristina Piccino
    Da Il Manifesto online

  • 30 Luglio 2007: la scomparsa di due Giganti del Cinema.

    di Luigi Pingitore

    Lascia un po' sbigottiti la coincidenza che ha voluto che due grandissimi registi, come Bergman e Antonioni, venissero a mancare a distanza di ventiquattro ore l'uno dall'altro. Inutile cercare punti di contatto tra questi due maestri. Ve n'era uno solo, la passione assoluta con cui hanno delegato al cinema, e alla forza rappresentativa delle immagini, la possibilità di trovare un senso.all'esistenza.
    Bergman lo ha fatto con i propri mezzi, che sono assolutamente suoi: del suo sguardo, della sua cultura rigidamente protestante, del suo humus nordico. Nei suoi film c'è un interrogativo di fondo che aleggia sotto la patina della messa in scena, del plot, dei dialoghi, ed è lo stesso interrogativo che muoveva la ricerca di Kierkegaard: come superare la distanza che separa dimensione estetica da quella etica. Nel filosofo danese la risposta fu il salto religioso, l'approdo alla delega del senso a Dio. In Bergman c'è questa tentazione, ma non c'è mai il salto compiuto, l'atto finale. Il suo cinema continua a essere di film in film una domanda che si perpetua, arricchendosi di angosciose sottotracce ma anche della meravigliosa possibilità dell'arte. Perché ogni suo film, al di là di ciò che ci racconta, è innanzitutto un'epifania fotografica e recitativa di assoluta bellezza.


    In Antonioni c'è la stessa tensione ad utilizzare la macchina da presa e il proprio sguardo per formulare una domanda. Roland Barthes a proposito del suo cinema disse "è una critica costante, dolorosa ed esigente di quella traccia profonda del senso che si chiama destino".
    Ma vale per il regista di Ferrara quello che si è detto di Bergman. Il potenziale 'filosofico' del suo cinema è in realtà stemperato e assorbito dalla forza iconografica della sua capacità registica.
    C'è una scena di Professione reporter, film girato da Antonioni nel 1975, che divenne famosissima per la maestria tecnica con cui fu costruita: un lungo piano sequenza, a chiusura del film, in cui la macchina da presa passa da una stanza d'albergo allo spiazzo antistante per poi ritornare, dopo una panoramica circolare, alla medesima stanza rovesciando il punto di vista iniziale.
    Se si volesse individuare la scena più assiomatica nella carriera del regista ferrarese, quella in cui sembra riassumersi per magica condensazione tutto il suo sguardo, allora si tratta di questa scena.
    C'è in queste immagini una sintesi purissima dello sguardo di Antonioni; il rapporto tra individuo e spazio, il silenzio, la doppiezza delle immagini (quando la macchina da presa esce dalla stanza abbiamo la percezione che l'uomo disteso è addormentato. Quando vi ritorna sappiamo che è morto).
    Ma c'è anche la capacità tecnica di meravigliare, una fotografia bellissima, un'orchestrazione dei corpi nello spazio che lascia a bocca aperta.
    Tutti i film di Antonioni hanno in realtà dei finali bellissimi, studiati per rimanere impressi. Si pensi a Zabriskie Point che passa alla storia per quell'esplosione al ralenty della villa dell'industriale. Era il personale contributo di un borghese alla contestazione e al clima post sessantottino americano. L'immagine di migliaia di frammenti dell'era consumistica, frigoriferi, lavatrice, televisore, che si frantumano e dissolvono, accompagnati dalla musica dei Pink Floyd. Oppure la chiusura di Blow Up, film girato a Londra, in cui il protagonista-fotografo che si fida solo di ciò che percepisce attraverso i sensi è coinvolto da un gruppo di mimi in una partita a tennis senza palla e senza racchette.
    Ma anche il finale de L'eclissi, de La notte, de L'avventura.



    Se la radice culturale di Bergman è la Scandinavia, quella di Antonioni è Ferrara; è la pianura padana con le sue nebbie e i suoi spazi. E' la pittura metafisica, Morandi piuttosto che De Chirico, o Sironi.
    E il suo cinema ha qualcosa di metafisico, nel rapporto slabbrato tra uomo e territorio. Gli uomini si muovono sempre sempre in spazi che non sembrano predisposti per ricevere la loro presenza, hanno tagli di luce ostili, sporgenze nei muri che rallentano l'andatura.
    C'è una scena molto bella ne l'Eclissi: una donna, dopo aver abbandonato il proprio uomo, esce da quella casa che li ha visti vivere assieme e si avventura lungo una strada vuota e silenziosa. Il suo passo e nevrotico, accelerato. La sua faccia dominata dall'emozione. Sa che si sta lasciando alle spalle una porzione della sua vita. Ma all'improvviso arriva di fronte ad un cancello che le impedisce di continuare. La costringe a fermarsi. Antonioni non si sofferma con troppe inquadrature su quell'ostacolo, non vuole sottolinearne eccessivamente la valenza metaforica. Il vento si muove sulle sporgenze d'acciaio del cancello e produce un fischio. La donna alza lo sguardo per ascoltarlo.
    Sono gli oggetti del mondo, corpi e cose inanimate, ad appassionarlo. Come le nature morte morandiane, le statue senza volto di De Chirico. E' ai corpi che pone le domande.

    Ecco, forse risalta in questo un nuovo punto di contatto tra Bergman e Antonioni. L'aver raccontato se stessi e le proprie angosce attraverso i corpi degli attori e in particolare delle donne; e ancora di più delle donne che hanno amato. Monica Vitti è la donna antonioniana per eccellenza. Per Bergman come non ricordare il sodalizio con Liv Ullmann o Bibi Anderssonn, compagne di vita e di lavoro.
    Sono due sguardi sulla realtà in cui è riposta una fiducia assoluta nel cinema come luogo di interazione tra le cose e i primi piani. Inutile cercare facili contrapposizioni tra cinema americano vs cinema europeo, cinema di genere vs cinema d'autore. La verità è nella fiducia che hanno sia Antonioni che Bergman nel primo piano di un volto come possibilità di evocare e raccontare l'emozione. Cinema quasi austero da questo punto di vista.
    Bisogna aver vissuto probabilmente la prima metà del secolo per avere tanta fiducia nel cinema. E forse non è un caso che la morte di questi due giganti coincida con l'inizio del nuovo secolo, e con l'avvento delle tecnologie digitali, che di qui a poco modificheranno totalmente il modo di girare film e quindi di pensare attraverso i corpi la realtà.

  • Klaus Kinski

    Da Il Corriere della Sera online:


    Il leggendario e geniale attore tedesco Klaus Kinski era schizofrenico e psicopatico. A 17 anni dalla sua morte sono state scoperte le cartelle cliniche della star del cinema. Anticonformista, cinico e rissoso anche fuori dallo schermo, Kinski era solito denigrare con linguaggio assai colorito il cinema in genere, i critici, il pubblico e anche il proprio lavoro. Per anni ha sofferto di depressione, è stato definito un personaggio folle e problematico. Già a 26 anni fu ricoverato per un breve periodo in una struttura per cure mentali. Ora dagli archivi di un ospedale berlinese sono venute alla luce le sue cartelle cliniche. Sono stati pubblicati, infatti, i documenti storici di circa 100 mila pazienti dell'allora «Städtische Irren- und Idioten-Anstalt zu Dalldorf», letteralmente «struttura cittadina per pazzi e idioti di Dalldorf». Tra il 1880 e il 1960 tra i pazienti c'era anche Klaus Kinski. Sui documenti, che risalgono ai primi anni Cinquanta, compare il suo nome di battesimo, Klaus Nakschinski.

    Per i medici già allora era chiar che quell'uomo era «un pericolo pubblico» come pure un genio. Dalla prima pagina della sua cartella si legge: «Diagnosi temporanea: schizofrenia. Definitivo: psicopatia».
    Il giovane attore durante questo periodo sarebbe stato perdutamente innamorato di una dottoressa di 24 anni più vecchia. Gli psichiatri annotano: «Secondo il suo racconto i due si amano profondamente».
    La donna, invece, avrebbe avuto solo un affetto materno per Kinski. Il giovane attore, allora disoccupato, colto dalla disperazione e dalla gelosia tentò il suicidio assumendo tre fiale di morfina. Sopravvisse, ma tre giorni dopo assunse nuovamente una dozzina di compresse di sonnifero. Più di una volta si scagliò ferocemente contro la donna, gesto che che indusse a classificare Kinski come «pericolo pubblico». Tuttavia, quella che è considerata una stella di prima grandezza della storia cinematografica non si definì mai un «pazzo». Kinski morì nel 1991 per un arresto cardiaco.

    Elmar Burchia


  • In Every Dream Home A Heartache - Roxy Music

    Descrizione della canzone tratta da Ondarock:


    Il brano è una preghiera in negativo tesa a scavare l’oscuro smarrimento di chi gioca una partita (persa) contro le proprie ossessioni. Esso sfrutta appieno parecchi luoghi comuni dell’estetica glam, il fascino esercitato dal lusso sfrenato (“You float my new pool/ De luxe and delightful”) e la perversa attitudine feticista (“Your skin is like vinyl/ The perfect companion”) per condurci in una spirale nella quale l’angoscia presente nel titolo è, a conti fatti, il minore dei mali. La litanìa di Ferry, colma di tensione, si snoda monocorde per più di tre minuti, supportata da un tappeto di tastiere sostenuto appena da un sax minimale; l’accorgimento per raffigurare i propri turbamenti è la bambola gonfiabile che si trasforma nell’amante perfetta: silenziosa ma dalle forme sinuose, può essere amata senza timore in quanto creatura che prende letteralmente forma dallo stesso respiro del suo amante (“my breath is inside you”). La parabola della donna oggetto, portata qui agli estremi, disvela una misoginia indotta più dalla paura dei propri baratri che non da un’autentica ostilità nei confronti dell’altro sesso; e infatti, la preghiera si chiude con un dolente “I blew up your body/but you blew my mind” (“Ho fatto esplodere il tuo corpo – di plastica ndr – ma tu hai fatto esplodere la mia mente”), prima di deflagrare in uno spiazzante assolo rock dove le rullate di batteria in flanger sospingono la chitarra nel liberatorio finale in vibrato di Ferry, che declama finalmente l’espressione della sua insana follia (“Oh, those heartaches/ Dreamhome heartaches”).



    In every dream home a heartache
    And every step I take
    Takes me further from heaven
    Is there a heaven?
    I`d like to think so
    Standards of living
    They're rising daily
    But home oh sweet home
    It's only a saying
    From bell push to faucet
    In smart town apartment
    The cottage is pretty
    The main house a palace
    Penthouse perfection
    But what goes on
    What to do there
    Better pray there

    Open plan living
    Bungalow ranch style
    All of its comforts
    Seem so essential
    I bought you mail order
    My plain wrapper baby
    Your skin is like vinyl
    The perfect companion
    You float my new pool
    De luxe and delightful
    Inflatable doll
    My role is to serve you
    Disposable darling
    Can't throw you away now
    Immortal and life size
    My breath is inside you
    I'll dress you up daily
    And keep you till death sighs
    Inflatable doll
    Lover ungrateful
    I blew up your body
    But you blew my mind

    Oh Those Heartaches
    Dreamhome Heartaches



    Da For your pleasure (1973)

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