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CORDOGLIO PER LA MORTE DEL DR. ANDREA TAMAGNONE
MAURICE. CORDOGLIO PER LA MORTE DEL DR. ANDREA TAMAGNONE
Era da anni era impegnato nei percorsi di riattribuzione di sesso per le persone transessuali all'ospedale Molinette di Torino
martedì 19 agosto 2008 , di comunicato stampa
Il circolo di cultura gay, lesbica, bisessuale e transgender Maurice di Torino esprime profondo cordoglio per l'assurda morte del Dr. Andrea Tamagnone, avvenuta giovedì notte sull'autostrada Torino -Piacenza. Egli era da anni era impegnato nei percorsi di riattribuzione di sesso per le persone transessuali all'ospedale Molinette di Torino. Si tratta certamente di una tragica perdita dal punto di vista professionale, ma soprattutto da quello umano. Il Dr. Tamagnone infatti, con le persone transessuali in un difficile momento della loro vita, ere sempre riuscito ad affiancare un sincero rapporto umano a quello più strettamente medico.
Alla famiglia esprimiamo la massima vicinanza in questo momento di lutto.
Il Direttivo -
STEWARD MORTO, LA SUA ERA UNA FAMIGLIA NORMALE
STEWARD MORTO, LA SUA ERA UNA FAMIGLIA NORMALE
Bruttissima replica di Merlo alla lettera di risposta di Grillini al suo bruttissimo editoriale di ieri
domenica 24 agosto 2008 , di la Repubblica
Steward morto, la sua era una famiglia normale
Franco Grillini Presidente Gaynet
Ho letto con un certo stupore la requisitoria di Francesco Merlo, nell'articolo pubblicato ieri, contro il sottoscritto e contro l'Arcigay, colpevoli di aver notato nell'immane disastro della Spanair solo la morte di due omosessuali che stavano assieme. Merlo non deve aver letto i giornali o ascoltato tutti i Tg perché in Italia si è parlato soprattutto della vittima italiana dell'incidente aereo. Per sensibilità verso i familiari abbiamo taciuto per ben 2 giorni, ma quando un grande quotidiano nazionale ha finalmente parlato in modo esplicito dello steward e del suo "compagno" abbiamo fatto notare i due pesi e le due misure usati da quasi tutta la stampa nazionale, quella "progressista" compresa. E cioè se si tratta del povero architetto ammazzato da un prostituto romeno, allora si scatena la bassa macelleria della cronaca nera: si parla di "omicidio gay", di "ambienti omosessuali", addirittura di "festini gay", tralasciando in questo caso ogni riguardo verso la famiglia della vittima. Il poveretto è stato massacrato due volte ma di questo e di altre tragedie, del "camposanto" gay (morti ammazzati, suicidi, mancata prevenzione sanitaria e via dicendo) a Merlo poco importa. E nemmeno importa il nocciolo del nostro ragionamento che non era tanto l'identità omosessuale dello steward quanto il pubblico riconoscimento dell'esistenza della sua famiglia. Si è parlato di tante vedove, di tanti vedovi, di molti figli rimasti soli, di un sacco di genitori piangenti. Si è parlato di famiglie disperate, e guarda caso erano tutte famiglie splendidamente eterosessuali. Sulla famiglia di Domenico, nemmeno una parola. Sui suoi sogni, i suoi progetti di vita, sull'impegno che lui e il suo compagno avevano profuso nel crescere insieme un figlio: nulla, silenzio. Quella era una famiglia a tutto tondo, Domenico aveva un partner e un figlio come ne abbiamo in tanti. Non davano scandalo a nessuno a Parigi, ma siccome era, a Parigi per l'appunto, una famiglia "normale" che conduceva una vita normale, allora in Italia non lo si può dire. Zitti, i gay non hanno famiglie normali, anzi, non possono nemmeno avere famiglia, ma solo "torbidi ambienti omosessuali". Non possiamo proprio accettarlo.
Sulla base di un assoluto diritto di proprietà dell'argomento lei continua a trarre rendita dai morti, architetti o steward che siano. Il riconoscimento dei sacrosanti diritti dei gay passa anche per la liberazione dai 'rentiers' ideologici. (f.m.)
DOMENICO RISO ERA IN VOLO CON LA SUA FAMIGLIA. ERA COSì DIFFICILE DIRLO?
Lettera a "Liberazione": Una farsa mediatica nella tragedia: certe quotidianità normali non vanno proprio raccontate domenica 24 agosto 2008 , di Liberazione
Caro direttore, quando due giorni fa abbiamo letto in prima pagina sul "Corriere" che c'era una vittima italiana nella tragedia di Madrid e che questa vittima viaggiava "con il compagno e il figlio", in tanti ci siamo stupiti: abbiamo dovuto leggere fino in fondo per capire se il "Corriere" intendesse proprio "quello". Siamo talmente abituati ad omissioni e censure, ad essere socialmente inesistenti e invisibili (o visibili solo nei quadretti manipolatori e distorcenti che puntuali arrivano con le cronache morbose dei Gay Pride), che non ci aspettavamo che qualcuno potesse... raccontare i fatti dando alle cose il nome che hanno. Ci è del resto bastato sfogliare le pagine bianche de "La Repubblica" e de "L'Arena" e leggere i commenti di disappunto del nostro governatore Galan e dell'editorialista Merlo, per capire che in effetti il "Corriere" aveva osato... fare un giornalismo sereno squarciando suo malgrado il muro di gomma di una pratica culturale profonda e diffusa in Italia: l'omissione censoria. C'era una famiglia su quel volo. Punto. Era così semplice dirlo, come si sarebbe potuto dire per qualsiasi altra famiglia. Era una famiglia nella sua quotidianità e come tale è stata raccontata da chi ha avuto il coraggio di farlo: perché più di mille Gay Pride, vale proprio il racconto di questa quotidianità normale a riconoscere nella società e nella cultura l'esistenza dei gay e delle lesbiche in questo Paese... Fosse stata una famiglia eterosessuale ce lo avreste detto? Certo, ce lo avreste raccontato in coro con dovizia di particolari... Questa volta "casualmente" per la quasi totalità dei media italiani, ad eccezione del "Corriere", su quel volo c'era un single italiano e residente a Parigi in ferie con un amico qualsiasi e un bambino circondati da eufemismi, qualche nota campanilistica sul dolore del paese di origine e la questione è stata chiusa. Una farsa mediatica nella tragedia: certe quotidianità normali non vanno proprio raccontate. La difesa di questa linea censoria omissiva è del resto arrivata imperterrita con le parole di Merlo e Galan... "Non si fruga nelle lenzuola" è l'argomento: quante volte ormai abbiamo sentito questa opportunistica e militante litania ipocrita? Si usa per cancellare la nostra vita sociale e civile, per suggerire di fatto che le nostre relazioni e i nostri amori non hanno una forma e un contenuto socialmente e giuridicamente apprezzabili. Le nostre relazioni non esistono e non abbiamo diritto a quadretti romantici mediatici perché, al contrario delle famiglie eterosessuali, la nostra vita sociale e affettiva è banale "privato sotto le lenzuola": per gli altri scatta il racconto sociale romantico di una famiglia "normale" eterosessuale, per noi scatta la pruderie e il "rispetto" per la vita cruda e privata dei singoli (corpi) sotto le lenzuola. Era così scandaloso e difficile dirlo? Domenico Riso era in volo con la sua famiglia, due uomini e un figlio. Voler a tutti i costi far passare l'omissione censoria dell'indicibile per rispetto della persona è davvero un esercizio patetico e rivoltante di furberia culturale.
Michele Breveglieri Arcigay "Pianeta Urano" Verona -
Il grande passo del Brasile
Generi/ Il grande passo del Brasile, per liberare i trasessuali dalla prostituzione
Come già avviene in Italia (dove è necessaria una sentenza del tribunale), anche in Brasile le operazioni chirurgiche di rettifica sessuale saranno a carico del Servizio Sanitario Nazionale. La decisione del Governo del Paese sudamericano è di grande importanza.
Basti pensare che l'emigrazione di molte transessuali brasiliane verso l'Italia, un viaggio che poi finisce sui viali delle città o nella camera di qualche scalcinata pensione, ha finora avuto soprattutto l'obiettivo di raccogliere in fretta, prostituendosi, i soldi necessari all'intervento chirurgico (dai 15mila ai 20mila euro).
Ma, per liberare le persone transessuali economicamente più sfortunate dalla necessità di prostituirsi, occorre che i Governi facciano di più. In Brasile, ma anche in Italia: la mutuabilità di tutto il percorso di transizione, comprendendo anche la cura ormonale, il sostegno psicologico e, per i maschi transizionanti
femmine, la rimozione della barba.
Ciò non perche l'Organizzazione Mondiale della Sanità descriva il transessualismo come una malattia psichica, ma perché la disforia di genere è un raro e spiacevole handicap. Punto e basta. Perché gli psicologi che ti seguono durante il percorso (un sostegno che sarà previsto anche dal protocollo adottato in Brasile) non devono certificare una tua ipotetica e strana follia, ma ti aiutano a superare il mare in tempesta che è la tua vita.
Sul fatto che la disforia di genere sia o meno una malattia c'è molto dibattito all'interno delle organizzazioni italiane che raggruppano le persone transessuali. Io ho una posizione che considero eterodossa rispetto a quella prevalente in queste organizzazioni.
"Qualcosa" è di certo accaduto mentre io, ancora allo stadio di embrione, mi stavo sviluppando nel ventre di mia madre. Si viene concepiti tutti allo stato femminile. Poi alcuni embrioni ricevono una spinta ormonale verso il genere maschile. A me ciò è capitato solo in parte e ha escluso del tutto il cervello.
Quanto avvenuto può essere definito "malattia genetica"? Non lo so. Fatto sta che alcune persone nascono deformi, magari senza un braccio. Possono essere definite malate perché prive di un arto fin
dall'inizio? O "malattia" è soltanto ciò che compromette il funzionamento standard di un organo/organismo che precedentemente "girava" a meraviglia?
Gli Stati hanno il dovere di intervenire se una categoria di cittadini patisce discriminazioni e non parte mai alla pari con gli altri, ma con un handicap. In questo caso, le persone transessuali hanno il diritto di pretendere dallo Stato tutta l'assistenza necessaria a raggiungere una migliore qualità della vita.
generi@affaritalian i.it -
Amori Trans
Anna si sta cercando un fidanzato. Vuole trovare qualcuno che
sia "speciale", che le voglia bene al di là di ogni dubbio, che
accetti la sua condizione transessuale come una semplice circostanza
della vita e non come una condanna. Anna non si è ancora operata, ma
intende farlo al più presto. Sembra nata a Goteborg e in estate non
ama prendere il sole. Dietro quei grandi occhiali scuri che ricordano
gli anni Sessanta, coltiva da anni uno sguardo distante. Dice che lo
fa per proteggersi. Francesca ha deciso che non si opererà mai. Vive
ancora con i suoi genitori, ai quali ha già presentato il suo attuale
ragazzo. Di giorno Francesca frequenta l'università, la sera lavora
in un noto locale milanese. È coreografa di un piccolo corpo di ballo
e, all'occorrenza, serve ai tavoli. Prende la vita a piccole dosi,
una modica quantità di tutto, senza mai eccedere. Mi ha detto che è
questo, forse, il segreto della sua felicità.
Silvia ha concluso la transizione ormai da molti anni. È impiegata in
un'azienda di import-export dove nessuno conosce il suo passato. Dopo
un'iniziale parentesi eterosessuale, Silvia è adesso felicemente
lesbica. Ha deciso di non impegnarsi più per i diritti delle persone
GBLT (gay-bisessuali- lesbiche- trans). Il tempo libero lo dedica a una
sua vecchia passione: il trekking. Caterina, la sua compagna, avrebbe
preferito qualcosa di più sedentario, ma ha finito per adeguarsi. E,
infine, Teresa. Ha ancora un filo di barba, che nasconde con quintali
di fondotinta. Il suo "viaggio" è cominciato da poco e sta rinnovando
il guardaroba. Cerca di superare anche lei l'imbarazzo che tutte
abbiamo vissuto avvicinandoci le prime volte ai box di prova del
reparto femminile dei grandi magazzini. Teresa ha tre figli, ormai
grandi. Ha lasciato la casa coniugale da circa un mese.
Quante vite raccontate per ore al telefono, tramite Skype o magari
nelle mailing lists... Poi arriva il momento di incrociare gli
sguardi e di riconoscersi, quando ormai il nickname è diventato
inutile. Alcuni individui hanno una vera e propria "fame" di contatti
umani, desiderano che le conoscenze diventino amicizie al più presto.
Ma, forse, ha ragione Francesca: nessuna persona più di noi ha la
necessità di affrontare la vita assaggiandola soltanto, piluccando
qua e là, di piatto in piatto. Magari indossando, come Anna, dei
grandi occhiali scuri.
generi@affaritalian i.it -
LA DRAG KING? UNA CHE DI VOI SA UN SACCO DI COSE
LA DRAG KING? UNA CHE DI VOI SA UN SACCO DI COSE
Donne-in-divenire che mettono in scena uomini
venerdì 15 agosto 2008 , di Liberazione
di Paola Guazzo
Ancora poco visibili in Italia, le performance delle drag king , donne-in-divenire che mettono in scena uomini king size ed eccessivi nei loro travestimenti, rappresentano un attraversamento non neutro dei molti luoghi comuni legati all'identità maschile (alle identità culturali che sul sesso genere si specchiano).
Oltre un immaginario (maschile
un po' stantio che, nelle espressioni più diffuse dello stage lgbt, sembra permearsi quasi esclusivamente sulle "favolosità" di altri travestimenti, quelli queen , la king è per ora una performance marginale ed "oscena", nel senso di "fuori scena" proposto da Derrida; tuttavia, proprio in virtù di questa sua marginale oscenità, la sua "decodificazione figurale" dovrebbe poter essere vista ed ascoltata anche da chi del neutro maschile e della sua presunta universalità è portatore (più o meno "sano", più o meno critico).
Cosa rappresentano le esperienze di attraversamento del maschile per i soggetti che hanno partecipato ai rari workshop italiani di kinging (fra cui ricordiamo quello gestito da Beatriz Preciado a Prato nel 2005)? Parlando con un consistente numero di king ho potuto notare come tratto saliente dell'attraversamento e del travestimento il modo diverso di entrare, percepire e vivere lo spazio. Questo, per loro, il fasto del maschile, regale , per tautologia. Agio e sovranità coloniale , si direbbe, osando con un altro passo teorico collegare a riti di passaggio e miti occidentali, maschi, bianchi e cristiani l'ombra sul muro della king .
La performance king size può essere letta come una "messa in scena" della colonizzazione.
La king non è "favolosa", e se è narrante lo è nel senso di Conrad pronto a tratteggiare in Heart of darkness il re occidentale e tribale Kurtz: nel triste tropico dell'orientamento del soggetto maschile colonizzatore - ricordiamo qui la Dialettica dell'illuminismo di Adorno e Horkheimer - l'asservimento tribale e la ratio capitalistica sono nudi, il re è nudo e la proprietà è nuda proprietà. La king rappresenta il punto di collasso in cui questa colonizzazione malinconicamente si sfalda, il graffito attraversato e riposizionato di un maschile come "griffe" che implode su se stessa in quel corpo misto e deterritorializzato che è lo spazio performativo stesso.
Reperto contrario alla drag king , in una scena italiana da cui non possiamo astrarci, è la figura-personaggio grafico della lesbica incinta utilizzata nella campagna visiva del Pride bolognese di quest'anno; la didascalia ci ammonisce che "l'utero è suo e della sua compagna". Con buona pace di quarant'anni di femminismo, il corpo in effigie di questa jeune-fille incinta indica il ritorno della proprietà biologico-riproduttiva anche nei luoghi più inaspettati: non solo nuda proprietà, ma comproprietà ed - eventualmente - multiproprietà. -
A CHE COSA PUò SERVIRCI L'AUTOCOSCIENZA
A CHE COSA PUò SERVIRCI L'AUTOCOSCIENZA
Come si costruisce l'identità di "uomo" in un corpo femminile
venerdì 15 agosto 2008 , di Liberazione
di Lorenzo Bernini
In questo articolo racconterò brevemente la mia esperienza in un gruppo di autocoscienza maschile di Milano, senza pretendere di riassumere nella mia voce quelle degli altri uomini che ne fanno parte. Il gruppo non si è convocato sul tema della violenza, ma più in generale su quello dell'identità maschile. Il suo progetto è antecedente alla manifestazione lesbica e femminista contro la violenza sulle donne del novembre 2007 e risale almeno al 2003, anno di nascita del movimento italiano degli uomini transessuali e transgender. Attualmente è frequentato da due uomini trans, un uomo etero, e due uomini gay (uno dei quali sono io), accomunati dalla volontà di mettere in discussione la propria mascolinità.
Nel piccolo campione di uomini gay che hanno frequentato, saltuariamente o stabilmente, il gruppo di autocoscienza, la mia posizione di genere - che già sapevo non essere molto popolare tra i gay del movimento antagonista italiano, prosecutori del pensiero di Mario Mieli e della sua critica radicale della mascolinità - è risultata minoritaria. Io, infatti, pur essendo gay, nel mio percorso di vita non ho decostruito ma anzi ho costruito la mia identità di "uomo". Nel 2003, ho sentito che in qualche modo le parole del nascente movimento degli uomini trans mi riguardavano, perché per me, come per loro, la mascolinità non è stata affatto un "dato" immediato di natura, ma il risultato di un "processo" che ha richiesto un'autonoma ridefinizione tanto della mia mascolinità quanto della mia omosessualità.
L'identità maschile tradizionale è caratterizzata non solo e non tanto dagli attributi del corpo maschile, ma anche e soprattutto dalla negazione simbolica di tutto ciò che viene ricondotto al femminile: per il desiderio e la sottomissione del femminile e per il disprezzo dell'omosessualità e del transgenderismo. Ma l'esperienza del nostro gruppo di autocoscienza maschile dimostra che è possibile sentirsi uomini pur essendo nati con corpi femminili, pur non provando desiderio verso le donne, pur combattendo il maschilismo, l'omofobia e la transfobia. A chi, a questo punto, volesse sapere da me "che cosa" resta della soggettività maschile quando si mettano in discussione maschilismo, omofobia e transfobia, risponderei, però, che la domanda è mal posta, perché non ha alcun senso chiedere a un soggetto "che cosa è la tua soggettività?". Come insegna Hannah Arendt, a un soggetto si può chiedere solo "chi sei?", disponendosi ad ascoltare la sua storia confusa: accettando che egli non è sovrano sulle sue identificazioni, perché esse dipendono dal riconoscimento degli altri e da un mondo di significati culturali di cui egli non è padrone. Ma da cui neppure è completamente padroneggiato.
Uno di questi significati è, appunto, il genere. Nessuno, infatti, sceglie di venire al mondo in una realtà in cui la sessualità è regolata da una logica binaria e gerarchizzante che distingue tra uomini e donne. E tuttavia ogni soggetto è libero di agire almeno parzialmente sul binarismo sessuale a cui è assoggettato, "dislocando" (per usare un termine caro a Judith Butler) il genere di cui si sente portatore. È possibile, ad esempio, che alcuni uomini poco tradizionali riflettano assieme su quel che resta in loro del maschilismo, dell'omofobia e della transfobia tradizionali, cercando di non lasciarsene determinare e di rendere così praticabili, prima di tutto a loro stessi, nuove declinazioni della mascolinità. È questo appunto, almeno io credo, il significato politico del lavoro che stiamo facendo nel gruppo di autocoscienza maschile di Milano. -
TRANSESSUALI AI GIOCHI DI PECHINO
OLIMPIADI. UN ARTICOLO DEL CORRIERE DELLA SERA SUI TRANSESSUALI AI GIOCHI DI PECHINO
«Troppo maschili» La sfida triste di Edinanci e Pam
giovedì 14 agosto 2008 , di La redazione
Trans ed ermafroditi all'Olimpiade
Discriminazioni e incomprensioni: dal '36 a oggi lo sport si dimostra più lento della società che cambia
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
PECHINO — A Edinanci consigliarono il judo come terapia. Attraverso il successo nello sport, forse, un giorno sarebbe riuscita ad accettare se stessa. «Mi è sembrato di combattere con un uomo» disse l'azzurra Lucia Morico, che ad Atene sconfisse la brasiliana nello spareggio per il bronzo e oggi, a Pechino, rischia di ritrovarsela di fronte. Edinanci Silva è un ermafrodita che ha deciso di operarsi. 1, 2 o x? Edinanci ha scelto di essere donna ma lo sport olimpico, ogni quattro anni, s'interroga se sia giusto che chi ha la barba e il pomo d'Adamo s'iscriva a tornei da femmina. L'atletica deve ancora cominciare, e già monta la polemica contro Pamela Jelimo, 18 anni, keniana, regina annunciata degli 800 metri. Non può correre così, non è possibile, dicono. Non fa mai interviste perché si tradirebbe: ha la voce da uomo. Qui non ci sarebbe stato posto per Santhi Sundarajan, privata dell'argento ai Giochi asiatici, accusata di essere un maschio e ridicolizzata dalla stampa indiana: «Ha cromosomi anormali».
L'ermafrodita Alex, nel film argentino «Xxy» vincitore della Settimana della critica a Cannes 2007, scappa in Uruguay per non affrontare la realtà. Ma all'Olimpiade non si sfugge. La società che cambia è in piscina, sul tatami, al poligono del tiro, sotto il canestro e dentro le corsie dell'atletica, la disciplina più praticata nel mondo, quella con la casistica più ampia, prima, durante e le mostruose donne- uomo plasmate dal doping della Ddr. Andreas Krieger era nato Heidi e lanciava il peso oltre 21 metri. Un oro (Europei Stoccarda '86) e molti steroidi dopo, è stato costretto a cambiare sesso. Ha fatto causa ai criminali in camice bianco che l'avevano dopato. Ma nessuno gli ha ridato la sua vita.
Yvonne Buschbaum, bronzo nell'asta a Budapest '98, aveva conquistato il cielo e non la verità: «Ho vissuto come un uomo in un corpo da donna. Non ne posso più. Comincio una cura di ormoni. Essere trans è una scelta estrema, chiedo rispetto: i miei successi sono biologicamente puliti perché non mi sono mai dopata».
Nel novembre 2003, pressato dall'incalzare degli eventi, il Comitato olimpico internazionale aprì le porte dei Giochi ai transessuali. «Non ci saranno discriminazioni: il Cio rispetta i diritti dell'uomo» disse il direttore medico Patrick Schamasch. Patti chiari e amicizia lunga: operazione, documentazione medica che attesti il cambiamento di sesso, rispetto della carta olimpica. Puoi essere stato uomo, ma non puoi farti di ormone della crescita. Renée Richards, all'anagrafe Richard Raskind, campionessa di tennis negli anni 70, dissente: «I trans non dovrebbero partecipare ai Giochi». Però si battè per se stessa: nel 1976 la Federtennis Usa le negò la partecipazione agli Us Open, fece causa davanti alla Suprema Corte e la vinse. Parinya Kiatbusaba e Michelle Dumaresq sono campionesse transessuali di kickboxing e mountain bike. E Mianne Bagger, operata nel '95, gioca a golf nel pro Tour.
Ma il caso era aperto ben prima che il Cio decidesse di occuparsene. Nel 1936, a Berlino, la sprinter polacca Stella Walsh venne sconfitta dall'americana Helen Stephens, che fissò il nuovo record del mondo sui 100 metri in 11''4. Dopo la gara, la Polonia protestò: Helen è un maschio, non ha diritto alla medaglia. Il test della femminilità (una brutale ispezione corporale) provò che era tutto regolare. 44 anni dopo, l'autopsia del coroner sul corpo di Stella Walsh, trovato senza vita in un posteggio di un discount di Cleveland, dimostrò che la confusione delle idee, e dei sessi, viaggiava molto più veloce dello sport. A essere un uomo, era Stella. Tokyo '74: Ewa Klobukowska vince un oro e un bronzo nell'atletica. Fallisce il test della femminilità e viene bandita dalle gare. L'anno dopo diventa mamma.
Gaia Piccardi
La brasiliana
Edinanci Silva oggi potrebbe affrontare Lucia Morico nel judo: è un ermafrodita che ha deciso di essere donna, tra le polemiche
La keniana
Pamela Jelimo, favorita annunciata negli 800 metri non fa mai interviste perché si tradirebbe: ha la voce da uomo e preferisce non parlare
Discussa
La judoka brasiliana Edinanci Silva ai Giochi panamericani
(How/Getty) -
L'odissea di una peruviana
La denuncia di due ragazze sudamericane maltrattate da un poliziotto a Roma
Una fermata e poi rilasciata: erano sedute sugli scalini di una chiesa
L'odissea di una peruviana
"In cella perché straniera"
http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/cronaca/a- rrestata-straniera/arrestata-straniera/arrestata-s- traniera.html
La Chiesa di Santa Maria della Vittoria, davanti alla quale le due peruviane sono state fermate
di MARIA ELENA VINCENZI
ROMA - Scambiata per prostituta, umiliata davanti ai passanti proprio nel centro della città, portata all'ufficio Immigrazione. E lasciata lì, tutta la notte, in una cella minuscola, sporca e maleodorante con prostitute vere, che le passano accanto e sbrigano le pratiche per il rilascio ben più velocemente di lei. Succede a Roma, la città che, su disposizione del governo, avrà il maggior numero di militari a presidiare strade, stazioni, ambasciate. La stessa dove i primi appuntamenti nell'agenda del sindaco sono le nuove ordinanze anti-rovistaggio, anti-accattonaggio Scambiata per prostituta, una notte in cella
Le vittime sono due ragazze normalissime. Vestite come qualsiasi altra giovane romana. Jeans, T-shirt a girocollo, ballerine, 28 anni, occhiali a goccia, capelli legati e un filo di trucco. Solo che, nonostante l'inflessione romanesca, sono peruviane. Almeno di nascita: a Roma ci vivono da cinque anni. Sono diplomate in Italia e frequentano regolarmente l'università "La Sapienza". Si mantengono con qualche lavoretto, una fa la cameriera e l'altra la baby sitter. Vivono in zona Prati. La domenica insegnano catechismo a Santa Maria degli Angeli, piazza della Repubblica, poco distante dalla centralissima stazione Termini.
Un racconto fatto di lacrime e paura, quello delle due protagoniste della storia, M. J. P. e Y. V. "Erano le 17 quando sono arrivata in via XX Settembre per aspettare che la mia amica uscisse dal lavoro. Dovevamo andare con amici a prendere l'aperitivo. Lei era in ritardo, così ho deciso di sedermi sui gradini di Santa Maria della Vittoria. Cinque minuti e una volante della polizia mi si avvicina. Gli agenti abbassano il finestrino e uno dei due mi chiede: "Ma che fai ti metti a lavorare proprio qui, davanti a una chiesa?". Io, incredula, rispondo: "Come?". Lui ripete lo stesso concetto. Rimango senza parole, non riesco a credere che si possano essere permessi di confondermi con una prostituta: sono una ragazza normale, vestita con gonna e camicia. Non riesco a reagire. L'unica cosa che faccio è chiamare la mia amica". Che racconta: "Sono scesa, ho trovato M. in lacrime. Mi sono avvicinata e gli agenti hanno ripetuto a me la stessa cosa, con lo stesso tono sprezzante: "Bella, diglielo pure alla tua amica, questa è una chiesa, non potete mettervi a lavorare qui". Vado su tutte le furie e loro, di tutta risposta, ci chiedono i documenti: io li avevo, la mia amica no perché aveva una borsetta da sera molto piccola. Intorno, la gente iniziava a innervosirsi per la reazione dei poliziotti. Tanto che, dopo qualche schermaglia, decidono di andare via".
Ma non finisce qui: alcune donne che hanno assistito alla scena convincono le studentesse ad andare a denunciare l'accaduto in questura. Hanno preso pure il numero di targa della volante. Le due ragazze decidono di seguire il consiglio e a piedi arrivano a via San Vitale, sede della questura di Roma.
"Entriamo in portineria e chiediamo di fare una denuncia: il poliziotto all'entrata è gentilissimo. Dopo un minuto, dall'ingresso entra lo stesso agente con cui avevamo litigato. "Ancora qui state? Adesso vi faccio passare la voglia". E mi prende per un braccio - racconta Y. V. - io mi divincolo e gli dico che lo denuncerò. L'agente per la prima volta abbandona il tono arrogante, si stizzisce e carica la mia amica in macchina. "Con te non posso ma con lei sì, è senza documenti".
E se ne vanno senza nemmeno dirmi dove la portano. I colleghi della questura, che hanno visto la scena senza battere ciglio, dopo la mia insistenza mi dicono la destinazione, l'ufficio immigrati di via Patini. Chiamo un amico, vado a casa di M. a prendere i documenti e li porto là. Arrivo alle 20 e consegno tutto. Chiedo quanto ci metteranno a rilasciarla: due ore circa. Decido di aspettare. Passano le ore e delle mia amica nemmeno l'ombra".
"Mi hanno tolto tutto quello che avevo - spiega l'amica - e mi hanno chiuso dentro una cella sporca di immondizia. Non riuscivo a smettere di piangere. Tutti gli altri stranieri che stavano lì uscivano prima di me, ladre, prostitute, pusher, abusivi. La notte è passata così, tra lacrime e preghiere. Sono uscita solo alle 10.30 del mattino". Versione confermata anche da un amico italiano, C. B., che ha accompagnato Y. a prendere i documenti a casa della ragazza e poi a via Patini. "Siamo stati lì davanti fino alle 3 del mattino, poi siamo tornati più tardi. E, infine, alle 10.30 sono stato io a prendere M. quando, sconvolta, è stata rilasciata e l'ho accompagnata a casa in motorino".
E ancora ieri, una volta fuori, le ragazze non riescono a dimenticare. "Roma è diventata invivibile per gli stranieri: siamo regolari, parliamo romano, abbiamo amici italiani eppure veniamo trattate così. Siamo qui da tanti anni, continuiamo ad amare questa città, ma facciamo fatica a viverci". Forse tutto questo andrebbe denunciato. "Volevamo farlo ieri, ma poi è andata come è andata. Ora abbiamo paura, chi ci torna in questura?".
(14 agosto 2008) -
TRANSESSUALE ARGENTINO ACCOLTELLATO
TRANSESSUALE ARGENTINO ACCOLTELLATO: è GRAVE
Ostia. Affrontato in pineta da due uomini, forse dell'Est Europa, che volevano rapinarlo
mercoledì 13 agosto 2008 , di Corriere.it
Accoltellato all'addome, per rapinarlo dei pochi euro che aveva nella borsetta. La vittima è un transessuale argentino di 27 anni che adesso si trova in prognosi riservata all'ospedale Grassi di Ostia. E' successo lunedì sera, poco dopo le 9, in viale del Lido di Castel Fusano, in pineta, in una zona dove stazionano decine di «lucciole» e dove sorgono, nascoste dalla fitta boscaglia, le favelas abitate da centinaia di immigrati, perlopiù rumeni.
Gli aggressori, stando a quanto raccontato ai carabinieri dal sudamericano, sarebbero due dell'Est Europa, forse ubriachi, che lo avrebbero avvicinato con il pretesto di appartarsi tra i cespugli nelle vicinanze del viottolo. Ma il viado si è subito insospettito. E ha rifiutato l'incontro. Gli sconosciuti lo hanno allora immobilizzato, cercando di strappargli la borsetta con dentro il contante. L'argentino ha reagito con forza, colpendoli a calci e pugni ma è stato scaraventato a terra da uno degli aggressori che lo ha accoltellato all'addome. Poi sono scappati. Con il cellulare, il trans ha avvertito il 118 e dopo poco un'ambulanza lo ha portato al Grassi dove è ricoverato in prognosi riservata «ma non in pericolo di vita», dicono i medici.
Un episodio non infrequente a Castel Fusano, pineta sempre più a rischio per la presenza di lucciole e viados. Lo scorso agosto una prostituta nigeriana fu sgozzata da uno psicopatico con precedenti penali per molestie e aggressioni. -
Trans aggredito chiama Cc, arrestato
ANSA 2008-08-10 18:53
Trans aggredito chiama Cc, arrestato
Le manette scattano perche' e' clandestino
(ANSA) - ROMA, 10 AGO - Un trans, in preda al panico perche' un cliente tentava di abbattere la porta di casa sua, ha chiamato i carabinieri ma e' stato arrestato.I militari hanno accertato che il trans, un brasiliano di 33 anni, e' un clandestino che si era sottratto a un'ordinanza di espulsione. Denunciato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina il 'cliente', risultato essere formalmente l'inquilino del monolocale occupato dal trans, formalmente concessogli in locazione, come prestanome, da una societa'.