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Arkimede69

maschio - 16 anni, Fondi, Italy


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  • Dietro l'angolo

    “Quando viaggio so bene quel che fuggo, ma non quello che cerco”. Scadeva il Cinquecento quando il saggio Montaigne viaggiava in Europa. Due secoli dopo l’idea del viaggio già si ribaltava a suon di Grand Tour consumati in Italia per amor di scienza e conoscenza: gli inglesi sapevano perfettamente quello che ne Bel Paese si doveva esplorare, ammirare, apprendere. Con umiltà, tanto puntiglio e senza fretta.
    Oggi invece si corre, si viaggia sul web si crede di sapere tutto di tutti in anticipo. Per esempio che a Shangai e all’Havana calzavano Nike e mangiano linguine al pesto, come a Roma divorano sushi e sashimi. Insomma, si vede tanto ma si guarda e si scopre poco, cercando poi indigene e singolari performance che anche i turisti “per caso” accarezzano più col denaro che con l’informazione e l’attenzione. Perfino il viaggio-fuga sulle onde di un sogno liberatorio dagli impegni quotidiani, scolastici o familiari che siano, si brucia sul monitor a scapito del viaggio perlustrativo. E con una curiosità proporzionale alla distanze: più lontana è la meta virtuale, più fantastico e divertente è il tour e maggiore, perciò, la percezione del distacco e dell’appagante evasione. Perché nella mente del viaggiatore la distanza spaziale diventa distanza temporale. Ciò spiega l’incubo dei viaggi esotici e oltre oceanici – da Cuba alle Hawaii – proposti dagli invasivi e totemici spot pubblicitari che esaltano, perenni, un mare turchese e una spiaggia di borotalco. O quello della carta stampata che spinge all’effimero godimento delle destinazioni più cool, trendy, smart come, oggi, l’East End londinese, il Prenzlaur Berg berlinese, l’Arabat moscovita, il Marais parigino. Per non dire del viaggio-mito e del mito del viaggio, magari a cavallo di una moto sulle orme di “Easy Rider” o di “Diario di una motocicletta” in compagnia di uno zaino, che Che e del Jim Hendrix. Importante è partire, ingollare il vento di terre lontane e vagabondare sulla scia di Pitea, l’esploratore greco che per primo navigò il “mare coagulato” del Baltico. Giusto ed entusiasmante; ma non sufficiente. Perché se è chiaro che costumi ed abitudini sono ormai omologati, è altrettanto indissolubile che i paesaggi assoluti (dal Cervino alla Monument Valley, dai Llanos venezuelani al delta del Don o ai fiordi Norvegesi), come quelli storicamente ben modellati dall’uomo (dai vigneti della Borgogna alle risaie cinesei), valgono sì il viaggio ma meritano un contatto consapevole.
    E gli osannati luoghi comuni, quelli certificati e ufficialmente riconosciuti? Non bastano in se medesimi quando ovunque ormai dieci celebri insegne hanno uniformato anche le storiche piazze più belle d’Europa, incanalando lo sguardo profano più su un paio di scarpe che sui fregi di un palazzo barocco. Non bastano quando anche le più belle e spettacolari architetture contemporanee di Frank Gehry o Santiago Calatrava, di Norman Foster o Renzo Piano diventano segni e simboli da consumare per dovere, Non bastano quando anche il viaggio “intelligente” ha come meta l’imperdibile mostra tematica del giorno, frutto più dell’improvvisazione che della ricerca però promossa dalla pubblicità con martellante tenacia. Ci si diverte e si impara di più tra le straniere genti che affollano in ogni dove i mercati alimentari. E allora, dove andare? Ovunque, ma informandosi, comunicando e osservando. Fotografando con gli occhi. Qualunque luogo “altro” e diverso solletica ed emoziona, se non si pattina la superficie perché ciò si può fare calpestando il pavimento di casa.
    Il viaggiare non è istruttivo a ogni costo; può aprire la mente, può ampliare la tolleranza delle abitudini altrui, può sollecitare paragoni e innescare interrogativi. Può essere bagaglio e non baule di idee e di svaghi: basta trasportarsi adeguatamente, e non essere trasportati.

  • Discorso Filosofico

    Stavo seduto quieto et sereno presso una panchina ben adombrata, dietro una siepe, nell’attesa degli eventi, quando ebbi modo di udire una conversazione.

    Parmenide: L’essere è e non può non essere.
    Gorgia: Ma cosa dici, niente è. Nulla esiste.
    Schopenauer: ma cosa dite! Tutto esiste come rappresentazione mentale!
    Nietsche: sì, ma converrete con me che Dio è morto!
    Pascal: mmm. Scommettiamo?
    Gorgia: mi pare che non c’entri nulla. E comunque, nulla esiste.
    Schopenauer: quindi neanche tu.
    Gorgia: hai ragione. Ok, muoio.

    (Gorgia scompare, sconfitto dal proprio sillogismo)

    Marx: in realtà noi siamo un ammasso di carne che vive per soddisfare altra carne: perché continuare così? Perché non emanciparsi? Perché continuare ad esser vittime? Perchè stare sottomessi all'arroganza di quei pochi potenti che ci sfruttano?
    Don Milani: non concordo sulla prima parte, però il signor Marx ha ragione: l’obbedienza, vi dico, non è più una virtù!
    Hegel: sono un po’ confuso. Con un simpatico schemino dialettico avevo sistemato tutto. Tesi antitesi e sintesi. Ma avete messo troppa carne al fuoco. Era tutto così ordinato, e ora niente torna più. Mi ritirerò nelle mie stanze.
    Socrate: io ragazzi miei, credo siate tutti in errore. L’unica cosa che posso dire con certezza è che so di non sapere.
    Kierkegaard: non generalizziamo però. Io so che la morte è l’unica cosa certa e l’unica cosa di cui non possiamo sapere niente con certezza.
    Nietzche: Dio è morto vi dico! E comunque qui siamo tra filosofi, che cosa ci fa Don Milani?
    Marx: già, e poi noi i preti non li vogliamo.
    Schopenauer: lasciate fare il priore. Lui è lì in quanto volontà di rappresentazione.
    Socrate: io vi dico di lasciar perdere tutti questi discorsi: la cosa che dobbiamo fare è partorire la verità!
    Spinoza: vi sbagliate, su un punto, perché Dio è in tutto, Dio è nella Natura, la Natura!
    Pitagora: e i triangoli dove li mettiamo?
    Marx: in culo li mettiamo! Stiamo parlando di cose serie qua!
    Socrate: parla per bene, che sennò lo dico alla maestra.
    Marx: m’importa una sega! Non ho voglia di stare a subire le vostre sciocche accuse, rivolte da quale pulpito poi! Rissa!
    Nietsche: Dio è morto!

    (i filosofi iniziano a farsi minacciosi, ognuno col proprio atteggiamento. Pascal ammette che è più vantaggioso non partecipare alla lotta, perché partecipando, in ogni caso, non vincerebbe nulla. Nietsche diventa super sayan ed è il più agguerrito di tutti. Marx chiama a gran voce i proletari di tutto il mondo, ma prende un gran numero di cazzotti, perché questi nel frammentre sono andati a votare la Lega Nord. Hegel pone una tesi, la smentisce con l’antitesi, e al momento della sintesi scopre di avere il naso sanguinante. Socrate, sapendo di non sapere di prendere dei cazzotti, cade stramazzato a terra. E così via.)
    Assisto preoccupato alla rissa. Non pensavo che personaggi così emeriti potessero picchiarsi così. Un po’ deluso, anzi molto a dire il vero, spunto fuori, nel tentativo di sedare la rissa. Si accorgono di me.

    Nietsche: un umano!
    Schopenauer: ahhh! Ricomponetevi, suvvia!
    Tutti: sì sì, non possiamo farci vedere così!
    Socrate: che figura!
    Tutti: o mamma, perderà stima nei nostri confronti!

    Mi avvicino ancora, e prendo parola

    Arkimede (Io): ebbene sì, non mi aspettavo un comportamento del genere, così irresponsabile poi!
    Tutti: scusa…
    Arkimede: no mi va che delle belle menti come voi passino le giornate a scannarsi!
    Tutti: scusa…
    Arkimede: non dovete chiedere scusa a me. Comunque. Per penitenza, niente televisione per una settimana.
    Tutti: noooo
    Marx: nemmeno Porta a Porta?
    Arkimede: No!
    Tutti: sigh.
    Arkimede: e ora di corsa in camera vostra. Tutti a letto. Irresponsabili.

    (se ne vanno, mesti mesti, consci della figuraccia)

    Arkimede: e tu, Gorgia, non far finta di non esistere. La punizione vale anche per te!

  • Impossible Is Nothing

    Impossibile
    è solo una parola
    pronunciata da piccoli uomini
    che trovano più facile vivere
    nel mondo che gli è stato creato
    piuttosto che cercare di cambiarlo.
    Impossibile
    non è un dato di fatto,
    è un' opinione.
    Impossibile
    non è una regola,
    è una sfida.
    Impossibile
    non è uguale per tutti.
    Impossibile
    non è per sempre...

    IMPOSSIBLE IS NOTHING

  • Amleto - Shakespeare

    Amleto
    Essere o non essere;questo é il problema:se sia più nobile d'animo sopportare gli oltraggi,i sassi e i dardi dell' iniqua fortuna,o prender l' armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli.Morire: dormire;nulla di più;e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio e alle infinite miserie naturale retaggio della carne,é soluzione da accogliere a mani giunte.Morire,dormire,sognare forse: ma qui é l' ostacolo, quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte quando siamo già sdipanati dal groviglio mortale,ci trattiene:é la remora questa che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti.Chi vorrebbe,se no,sopportar le frustate e gli insulti del tempo,le angherie del tiranno,il disprezzo dell' uomo borioso,le angosce del respinto amore,gli indugi della legge,l' oltracotanza dei grandi,i calci in faccia che il merito paziente riceve dai mediocri,quando di mano propria potrebbe saldare il suo conto con due dita di pugnale?Chi vorrebbe caricarsi di grossi fardelli imprecando e sudando sotto il peso di tutta una vita stracca,se non fosse il timore di qualche cosa,dopo la morte,la terra inesplorata donde mai non tornò alcun viaggiatore,a sgomentare la nostra volontà e a persuaderci di sopportare i nostri mali piuttosto che correre in cerca d' altri che non conosciamo?Così ci fa vigliacchi la coscienza;così l' incarnato naturale della determinazione si scolora al cospetto del pallido pensiero.E così imprese di grande importanza e rilievo sono distratte dal loro naturale corso:e dell' azione perdono anche il nome.

    Shakespeare

  • I Have A Dream - Martin Luther King, Jr.

    I Have A Dream
    Martin Luther King, Jr.
    Washington, 28 Agosto 1963.

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    Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

    Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.

    Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un "pagherò" del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo "pagherò" permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

    E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo "pagherò" per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: "fondi insufficienti". Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.

    Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

    Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.

    Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.

    Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.

    Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.

    Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.

    E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: "Quando vi riterrete soddisfatti?" Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.

    Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.

    Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:"Riservato ai bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.

    Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

    Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

    E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

    Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

    Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

    Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!.

    Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

    Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

    Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

    Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.

    Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.

    Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.

    Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.

    Ma non soltanto.

    Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.

    Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.

    Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

    E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: "Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamoliberi finalmente".

    Guarda il video su Youtube

  • Manuale IBM

    Come sapete il mouse si chiama in francese 'souris', in spagnolo 'raton', in tedesco 'maus' e solo noi, popolo latino, invece di chiamarlo 'topo', lo chiamiamo 'mouse'. Gli americani della IBM questo non lo sapevano e hanno tradotto un po' troppo letteralmente un loro manuale di istruzioni distribuito in tutte le filiali del mondo, tra cui quelle italiane...

    Memorandum realmente distribuito agli impiegati statunitensi di tutte le filiali IBM. La traduzione è stata fatta dagli americani per gli impiegati della IBM Italia.

    LE PALLE DEI TOPI SONO DA OGGI DISPONIBILI COME PARTI DI RICAMBIO. SE IL VOSTRO TOPO HA DIFFICOLTA' A FUNZIONARE CORRETTAMENTE, O FUNZIONA A SCATTI, E' POSSIBILE CHE ESSO ABBIA BISOGNO DI UNA PALLA DI RICAMBIO. A CAUSA DELLA DELICATA NATURA DELLA PROCEDURA DI SOSTITUZIONE DELLE PALLE, E' SEMPRE CONSIGLIABILE CHE ESSA SIA EFFETTUATA DA PERSONALE ESPERTO. PRIMA DI PROCEDERE, DETERMINATE CHE TIPO DI PALLE HA BISOGNO IL VOSTRO TOPO. PER FARE CIO' E' SUFFICIENTE ESAMINARE LA SUA PARTE INFERIORE. LE PALLE DEI TOPI AMERICANI SONO NORMALMENTE PIU' GRANDI E PIU' DURE DI QUELLE DEI TOPI D'OLTREOCEANO. LA PROCEDURA DI RIMOZIONE DI UNA PALLA VARIA A SECONDA DELLA MARCA DEL TOPO. LA PROTEZIONE DELLE PALLE DEI TOPI D'OLTREOCEANO PUO' ESSERE SEMPLICEMENTE FATTA SALTARE VIA CON UN FERMACARTE, MENTRE SULLA PROTEZIONE DELLE PALLE DEI TOPI AMERICANI DEVE ESSERE PRIMA ESERCITATA UNA TORSIONE IN SENSO ORARIO O ANTIORARIO. NORMALMENTE LE PALLE DEI TOPI NON SI CARICANO DI ELETTRICITA' STATICA, MA E' COMUNQUE MEGLIO TRATTARLE CON CAUTELA, COSI' DA EVITARE SCARICHE IMPREVISTE. SI RACCOMANDA AL PERSONALE ESPERTO DI PORTARE CONSTANTEMENTE CON SE' UN PAIO DI PALLE DI RISERVA, COSI' DA GARANTIRE SEMPRE LA MASSIMA SODDISFAZIONE AI CLIENTI.
    NEL CASO IN CUI LE PALLE DI RISERVA SCARSEGGINO, E' POSSIBILE INVIARNE RICHIESTA ALLA DISTRIBUZIONE CENTRALE UTILIZZANDO I SEGUENTI CODICI:

    - PIN 33F8462 -> PALLE PER TOPI AMERICANI
    - PIN 33F8461 -> PALLE PER TOPI STRANIERI

  • Fate Battere I Vostri Cuori All'Unisono Con Le Mie Parole

    In questi giorni è stato ritrovato l’audio completo di questo discorso di Gandhi: oggi più che mai, un omaggio alla riflessione di tutti.

    Signora Presidente e amici, non credo di dovermi scusare con voi per il fatto che sono costretto a parlare in una lingua straniera. Chissà se questi altoparlanti porteranno la mia voce fino ai confini di questo immenso pubblico. Quelli di voi che sono lontani possono alzare la mano, se sentono quello che dico? Sentite? Bene. Bene, se la mia voce non vi giunge, non è colpa mia, ma colpa degli altoparlanti.
    Quello che volevo dirvi è che non devo scusarmi. Non oso, visti tutti i delegati che si sono riuniti qua da tutta l’Asia, e gli osservatori – ho imparato questa parola pronunciata da un amico americano che disse: “Non sono un delegato, sono un osservatore”. Di primo impatto con lui, vi assicuro, pensavo venisse dalla Persia, ma ecco davanti a me un americano e gli dico: “Sono terrorizzato da te, e vorrei che mi lasciassi stare”. Potete immaginare un americano che mi lasci stare? Non lui e, quindi, ho dovuto parlargli.
    Quello che volevo dirvi è che il mio idioma per me madrelingua, non lo potete capire, e non voglio insultarvi insistendo su di esso. Il linguaggio nazionale, Hindustani, ci metterà tanto tempo prima di rivaleggiare con un linguaggio internazionale.
    Se ci deve essere rivalità, c’è rivalità tra francese e inglese. Per il commercio internazionale, indubbiamente l’inglese occupa il primo posto. Per discorsi e corrispondenza diplomatici, sentivo dire quando studiavo da ragazzo che il francese era la lingua della diplomazia e se volevi andare da una parte all’altra dell’Europa dovevi provare ad imparare un po’ di francese, e quindi ho provato ad imparare qualche parola di francese per riuscire a farmi capire. Comunque, se ci deve essere rivalità, la rivalità potrebbe nascere tra francese e inglese. Quindi, avendo imparato l’inglese, è naturale che faccia ricorso a questa parlata internazionale per rivolgermi a voi.
    Mi chiedevo di cosa dovessi parlarvi. Volevo raccogliere i miei pensieri, ma lasciate che sia onesto con voi, non ne ho avuto il tempo.
    Però ieri ho comunque promesso che avrei provato a dirvi qualche parola.
    Mentre venivo con Badshah Khan, ho chiesto un piccolo pezzo di carta ed una matita. Ho ricevuto una penna invece di una matita. Ho provato a scarabocchiare qualche parola. Vi spiacerà sentirmi dire che quel pezzo di carta non è qui con me. Ma questo non importa, ricordo cosa volevo enunciare, e mi sono detto: “I miei amici non hanno visto la vera India, e non ci stiamo incontrando in una conferenza nel cuore della vera India”.
    Delhi, Bombay, Madras, Calcutta, Lahore – queste sono tutte grandi città e quindi, hanno subito l’influenza dell’Occidente, sono state fatte, magari eccetto Delhi ma non New Delhi, sono state fatte dagli inglesi. Poi ho pensato ad un breve saggio – credo che dovrei chiamarlo così – che era in francese. Era stato tradotto per me da un amico anglo-francese, e lui era un filosofo, era anche un uomo altruista e diceva che mi aveva dato la sua amicizia senza che io lo conoscessi, perché lui parteggiava per le minoranze ed io rappresentavo, assieme ai miei connazionali, una minoranza senza speranze, e non solo senza speranze ma una minoranza disprezzata.
    Se gli europei del Sudafrica mi perdonano per quello che dico, eravamo tutti “coolies” [lavoratore non qualificato a basso costo]. Io ero un insignificante avvocato “coolie”. A quei tempi non avevamo dottori “coolie”, non avevamo avvocati “coolie”. Ero il primo nel campo. Ma sempre un “coolie”. Magari sapete cosa si intende con la parola “coolie” ma questo mio amico, si chiamava Krof – sua madre era francese, suo padre inglese – disse: “Voglio tradurre per te una storia francese”.
    Mi perdonerete, chi di voi sa la storia, se nel ricordarla faccio degli errori qua e là, ma non ci sarà nessun errore nell’avvenimento principale.
    C’erano tre scienziati e – ovviamente è una storia inventata – tre scienziati uscirono dalla Francia, uscirono dall’Europa alla ricerca della “Verità”. Questa era la prima lezione che mi aveva insegnato quella storia, che se bisogna cercare la verità, non la si trova su suolo europeo. Quindi, indubbiamente neanche in America.
    Questi tre grandi scienziati andarono in parti diverse dell’Asia. Uno trovò la strada per l’India e diede inizio alla sua ricerca. Raggiunse le cosiddette città di quei tempi. Naturalmente, ciò avvenne prima dell’occupazione inglese, prima anche del periodo Mughal, così è come ha illustrato la storia l’autore francese, ma visitò comunque le città, vide la gente delle cosiddette caste alte, uomini e donne, fino a che non si addentrò in un’umile casa, in un umile villaggio, e quella casa era una casa Bhangi, e trovò la verità che stava cercando, in quella casa Bhangi, nella famiglia Bhangi, uomo, donna, forse 2 o 3 bambini (lo dico come me lo ricordo) e poi lui descrive come la trovò. Tralascio tutto questo.
    Voglio collegare questa storia a quello che voglio dire a voi, che se volete vedere il meglio dell’India, dovete trovarlo in una casa Bhangi, in un’umile casa Bhangi, o villaggi simili, 700.000 come ci insegnano gli storici inglesi. Un paio di città qua e là, non ospitano neanche qualche crore [unità di misura indiana che equivale a 10 milioni] di persone. Ma i 700.000 villaggi ospitano quasi 40 crore di persone. Ho detto quasi perché potremmo togliere una o due crore che stanno in città, comunque sarebbero 38 crore.
    E poi mi sono detto, se questi amici sono qui senza trovare la vera India, per cosa saranno venuti? Ho poi pensato che vi pregherò di immaginare quest’India, non dal punto di vista di questo immenso pubblico ma per come potrebbe essere. Vorrei che leggeste una storia come questa storia dei francesi o altre ancora. Magari, qualcuno di voi vada a vedere qualche villaggio dell’India e allora troverà la vera India.
    Oggi farò anche questa ammissione: non ne sarete affascinati alla vista. Dovrete raschiare sotto i mucchi di letame che sono oggi i nostri villaggi. Non voglio dire che siano mai stati dei paradisi. Ma oggi sono veramente dei mucchi di letame; non erano così prima, di questo sono abbastanza certo. Non l’ho appreso dalla storia ma da quello che ho visto io stesso dell’India, fisicamente con i miei occhi; e io ho viaggiato da una parte all’altra dell’India, ho visto i villaggi, i miserabili esemplari dell’umanità, gli occhi senza vita, eppure sono l’India, e ciononostante in quelle umili case, nel mezzo dei mucchi di letame troviamo gli umili Bhangis, dove troverete un concentrato di saggezza. Come? Questa è una grande domanda.
    Bene, allora voglio illustrarvi un altro scenario. Di nuovo, ho imparato dai libri, libri scritti da storici inglesi, tradotti per me. Tutta questa ricca conoscenza, mi spiace dire, arriva qui da noi in India attraverso i libri inglesi, attraverso gli storici inglesi, non che non ci siano storici indiani ma neanche loro scrivono nella loro madrelingua, o nella loro lingua nazionale, Hindustani, o se preferite chiamarli due idiomi, Hindi e Urdu, due forme della stessa lingua. No, ci riferiscono quello che hanno studiato sui libri inglesi, magari gli originali, ma attraverso gli inglesi in inglese, questa è la conquista culturale dell’India, che l’India ha subito.
    Ma ci dicono che la saggezza è arrivata dall’Occidente verso l’Oriente. E chi erano questi saggi? Zoroastro. Lui apparteneva all’Oriente. Fu seguito dal Buddha. Lui apparteneva all’Oriente, apparteneva all’India. Chi ha seguito il Buddha? Gesù, di nuovo dall’Asia. Prima di Gesù ci fu Musa, Mosè, che apparteneva anche lui alla Palestina, ma verificavo con Badshah Khan e Yunus Saheb ed entrambi sostenevano che Mosè appartenesse alla Palestina, sebbene fosse nato in Egitto. Poi venne Gesù, poi Mohammad. Tutti loro li tralascio. Tralascio Krishna, tralascio Mahavir, tralascio le altre luci, non le chiamerò luci minori, ma sconosciute in Occidente, sconosciute al mondo letterario.
    In ogni modo, non conosco una singola persona che possa uguagliare questi uomini d’Asia. E poi cosa accadde? Il Cristianesimo, arrivando in Occidente, si è trasfigurato. Mi spiace dire questo, ma questa è la mia lettura. Non dirò altro al riguardo. Vi racconto questa storia per incoraggiarvi e per farvi capire, se il mio povero discorso può farvi capire, che lo splendore che vedete e tutto quello che vi mostrano le città indiane non è la vera India. Certamente, il massacro che avviene sotto i vostri occhi, mi dispiace, vergognoso come dicevo ieri, dovete seppellirlo qui. Il ricordo di questo massacro non deve oltrepassare i confini dell’India, ma quello che voglio voi capiate, se potete, è che il messaggio dell’Oriente, dell’Asia, non deve essere appreso attraverso la lente occidentale, o imitando gli orpelli, la polvere da sparo, la bomba atomica dell’Occidente.
    Se volete dare di nuovo un messaggio all’Occidente, deve essere un messaggio di “Amore”, un messaggio di “Verità”.
    Ci deve essere una conquista (applausi) per favore, per favore, per favore. Questo interferisce con il mio discorso, e interferisce anche con la vostra comprensione. Voglio catturare i vostri cuori, e non voglio ricevere i vostri applausi. Fate battere i vostri cuori all’unisono con le mie parole, e io credo che il mio lavoro sarà compiuto.Voglio lasciarvi con il pensiero che l’Asia debba conquistare l’Occidente. Poi, la domanda che mi ha fatto un mio amico ieri: “Se credevo in un mondo unico?”. Certo, credo in un mondo unico. Come posso fare diversamente, quando divento erede di un messaggio di amore che questi grandi, inconquistabili maestri ci hanno lasciato? Potete esprimere questo messaggio di nuovo ora, in questa era didemocrazia, nell’era del risveglio dei più poveri dei poveri, potete esprimere questo messaggio con maggiore enfasi. Poi completerete la conquista di tutto l’Occidente, non attraverso la vendetta perché siete stati sfruttati, e nello sfruttamento voglio ovviamente includere l’Africa, e spero che quando vi reincontrerete in India la prossima volta ci sarete tutti: spero che voi, nazioni sfruttate della terra, vi incontrerete, se a quell’epoca ci saranno ancora nazioni sfruttate.
    Ho forte fiducia che se unite i vostri cuori, non solo le vostre menti, e capite il segreto dei messaggi che i saggi uomini d’Oriente ci hanno lasciato, e che se veramente diventiamo, meritiamo e siamo degni di questo grande messaggio, allora capirete facilmente che la conquista dell’Occidente sarà stata completata e che questa conquista sarà amata anche dall’Occidente stesso.
    L’Occidente di oggi desidera la saggezza. L’Occidente di oggi è disperato per la proliferazione della bomba atomica, perché significa una completa distruzione, non solo dell’Occidente, ma la distruzione del mondo, come se la profezia della Bibbia si avverasse e ci fosse un vero e proprio diluvio universale. Voglia il cielo che non ci sia quel diluvio, e non a causa degli errori degli umani contro se stessi. Sta a voi consegnare il messaggio al mondo, non solo all’Asia, e liberare il mondo dalla malvagità, da quel peccato.
    Questa è la preziosa eredità che i vostri maestri, i miei maestri, ci hanno lasciato.

    Discorso tenuto da Gandhi alla Conferenza delle relazioni interasiatiche, New Delhi, 2 aprile 1947. Traduzione e commento a cura di Tara Gandhi.


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  • Divina Commedia - Inferno, Canto V (Paolo e Francesca)

    [...]

    Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
    prese costui de la bella persona
    che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.

    Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
    mi prese del costui piacer sì forte,
    che, come vedi, ancor non m'abbandona.

    Amor condusse noi ad una morte.
    Caina attende chi a vita ci spense».
    Queste parole da lor ci fuor porte.

    Quand' io intesi quell' anime offense,
    china' il viso, e tanto il tenni basso,
    fin che 'l poeta mi disse: «Che pense?».

    Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
    quanti dolci pensier, quanto disio
    menò costoro al doloroso passo!».

    Poi mi rivolsi a loro e parla' io,
    e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
    a lagrimar mi fanno tristo e pio.

    Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri,
    a che e come concedette amore
    che conosceste i dubbiosi disiri?».

    E quella a me: «Nessun maggior dolore
    che ricordarsi del tempo felice
    ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.

    Ma s'a conoscer la prima radice
    del nostro amor tu hai cotanto affetto,
    dirò come colui che piange e dice.

    Noi leggiavamo un giorno per diletto
    di Lancialotto come amor lo strinse;
    soli eravamo e sanza alcun sospetto.

    Per più fïate li occhi ci sospinse
    quella lettura, e scolorocci il viso;
    ma solo un punto fu quel che ci vinse.

    Quando leggemmo il disïato riso
    esser basciato da cotanto amante,
    questi, che mai da me non fia diviso,

    la bocca mi basciò tutto tremante.
    Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
    quel giorno più non vi leggemmo avante».

    Mentre che l'uno spirto questo disse,
    l'altro piangëa; sì che di pietade
    io venni men così com' io morisse.

    E caddi come corpo morto cade.

  • Omaggio a Pavarotti

    Luciano Pavarotti (Modena, 12 ottobre 1935 – Modena, 6 settembre 2007) è stato un tenore italiano.

    Considerato da molti il tenore italiano più famoso di sempre e il cantante lirico più celebre del pianeta, Pavarotti è stato tra gli artisti più amati anche per il suo grande impegno nel sociale.

    Con il Pavarotti & Friends e le sue grandi collaborazioni, di cui è da ricordare in particolare la formazione dei Tre Tenori, con Placido Domingo e José Carreras, l'artista ha consolidato la sua figura in tutto il mondo.

    È morto a 71 anni, il 6 settembre 2007, nella sua casa di Modena dopo una dura lotta con un cancro al pancreas.

    Biografia:
    Pavarotti nasce a Modena, dove suo padre, Fernando, ricopre un ruolo di cantante amatoriale nella "Corale Gioachino Rossini".[3] Fernando Pavarotti, la cui professione era di fornaio nell'esercito, trasmise immediatamente al figlio la sua profonda passione per la musica lirica e l'opera, trovando nel giovane altrettanto interesse.

    Pavarotti infatti non aveva tardato a mostrare alla propria famiglia l'amore appena sbocciato per il canto, cominciando ad esibirsi in casa propria in giocose imitazioni dei grandi artisti di cui era venuto a conoscenza rovistando tra la collezione discografica del padre e definendosi un "tenorino".

    Nonostante ciò, il giovane Pavarotti decise di non intraprendere fin da subito una carriera musicale vera e propria, evitando così il conservatorio di musica. Per un lungo periodo invece dedicò i suoi studi all'insegnamento, per diventare un maestro di educazione fisica ed insegnare in seguito alle elementari per due anni, dopo essersi iscritto nell'istituto magistrale di Modena (la stessa scuola che frequentò Francesco Guccini).

    Pur proseguendo la sua carriera nell'insegnamento, non aveva abbandonato gli studi di canto con il tenore Arrigo Pola (di cui manterrà canoni e principi nella sua futura carriera) e alla partenza di quello per il Giappone tre anni dopo, proseguì la sua preparazione con il maestro Ettore Campogalliani, con il quale perfezionò la sua tecnica del fraseggio e della concentrazione. Per sua stessa ammissione, i due sono restati per sempre i suoi unici e onorati maestri.

    Negli anni successivi, entrato a pieno regime nel mondo della lirica e sempre continuando i suoi studi canori, il giovane tenore ottenne un primo successo musicale in una delle sue esibizioni con il padre in Galles, nel corso del festival di Llangollen dove si aggiudicò il primo premio.

    Il 29 aprile 1961 ottenne la sua consacrazione artistica salendo sul palcoscenico del teatro dell'opera di Reggio Emilia per interpretare il ruolo di Rodolfo ne La Bohème di Puccini, diretta da Francesco Molinari Pradelli.

    Per stessa ammissione del tenore, l'opera pucciniana è rimasta quella più rappresentativa del suo repertorio, tanto che Rodolfo sarebbe divenuto nel corso della sua carriera un vero e proprio alter-ego sul palco.

    Sempre al 1961 risalgono anche il primo riconoscimento personale - nel concorso internazionale Achille Peri - e il matrimonio con Adua Veroni, con cui era fidanzato da 8 anni.

    La messa in scena de La Bohème fu riproposta in diverse città d'Italia ed ebbe addirittura alcune richieste all'estero, Pavarotti interpretava inoltre il ruolo del Duca di Mantova nel Rigoletto, a Carpi, a Brescia e al Teatro Massimo di Palermo, dove, sotto la direzione del maestro Tullio Serafin, ottenne un enorme successo e consacrò la sua figura di tenore in tutta Italia.

    Consolidata ormai la sua fama nel paese natio, il passo successivo fu l'avvicinamento alle nazioni estere, poiché, nonostante qualche richiesta nei primi anni '60, il tenore fuori dall'Italia era ancora poco conosciuto e difficilmente riceveva menzioni o elogi da critici.

    La svolta arrivò di nuovo con La Bohème, che gli permise di mostrarsi al pubblico Inglese. Pavarotti infatti ebbe molte richieste per delle repliche dell'opera Pucciniana alla Royal Opera House di Covent Garden, a Londra, prima dell'arrivo del noto tenore Giuseppe Di Stefano, ma a causa di un'improvvisa malattia del tenore siciliano fu costretto a sostituirlo.

    Lo rimpiazzò in teatro e al Sunday Night at the Palladium, un noto spettacolo televisivo inglese seguito da più di 15 milioni di telespettatori, il mezzo perfetto per affermarsi nella scena mondiale.

    Le prime incisioni dell'artista vennero presentate da li a poco, per la casa discografica Decca Records, poco prima che egli venisse avvicinato dal giovane direttore d'orchestra Richard Bonynge, il quale gli richiese di esibirsi a fianco alla moglie, Joan Sutherland.

    Con il celebre soprano, nel 1965, mise piede per la prima volta negli Stati Uniti, a Miami, dove ricoprì il ruolo di Edgardo nella Lucia di Lammermoor di Donizetti sotto la direzione dello stesso Bonynge.

    La Sutherland lo accompagnò successivamente ne La sonnambula di Bellini alla Royal Opera House di Covent Garden e ne La Traviata di Verdi.

    Sempre del 1965 la sua interpretazione de L'elisir d'amore di Donizetti, e ancora nello stesso anno si ebbe il suo debutto al Teatro alla Scala di Milano, dove il tenore fu espressamente richiesto da Herbert von Karajan per la La Bohème di Puccini; visto il successo, l'anno seguente Pavarotti fu chiamato nuovamente per la Messa da Requiem in memoria di Arturo Toscanini.
    Il vero e proprio exploit arrivò il 17 febbraio 1972, al Metropolitan Opera di New York, dove in occasione dell'esecuzione dell'opera di Gaetano Donizetti, La Fille du Regiment, mandò in visibilio il pubblico con nove Do di petto eseguiti in maniera sciolta e naturale nell'aria introduttiva. È suo il record di 17 chiamate ed ovazioni al sipario.

    Il nome di Pavarotti divenne noto al grande pubblico grazie alle frequenti esecuzioni riprese dalla televisione, come nel ruolo di Rodolfo ripreso dal vivo in televisione dal Met nel marzo 1977, che raccolse le percentuali di audience più alte per un'opera teletrasmessa. All'artista sono andati diversi Grammys e dischi di platino e d'oro, come riconoscimento.

    Negli anni novanta, Pavarotti ha curato molto i concerti all'aperto, che si sono rivelati invariabilmente come dei grandi successi. Il concerto in Hyde Park a Londra è stato il primo concerto nella storia del parco caratterizzato dalla musica classica, attirando la presenza di oltre 150.000 persone. Nel giugno 1993, in più di 500.000 si sono radunati per ascoltarlo a Central Park (New York), mentre in milioni seguivano lo spettacolo alla televisione. A settembre dello stesso anno, all'ombra della Torre Eiffel a Parigi, ha cantato davanti a circa 300.000 persone.

    Tra i più famosi, i concerti tenuti dai "Tre Tenori" con Plácido Domingo (in precedenza suo rivale) e José Carreras. Le registrazioni e i video di questi concerti hanno superato le vendite di Elvis Presley e dei Rolling Stones. Ha ricevuto i Kennedy Center Honors nel 2001.

    Epica fu la loro esibizione durante i mondiali statunitensi, a Los Angeles, il 17 Luglio 1994. Si esibirono davanti a Frank Sinatra e Gene Kelly, omaggiandoli con My Way e Singing in the rain.

    Dal 1992 al 2003 ha tenuto, a Modena, dei concerti a cadenza quasi annuale a scopo benefico. Tali concerti si chiamavano Pavarotti & Friends e riunivano sul palco i migliori artisti della scena musicale pop italiana ed internazionale che si cimentavano in duetti con il tenore.

    Pavarotti, che aveva avuto tre figlie dalla prima moglie Adua, recentemente ha sposato la sua segretaria, Nicoletta Mantovani, dalla quale ha avuto una figlia, Alice.

    Tra le numerose amicizie di Luciano Pavarotti, la Principessa Diana: insieme la raccolta di fondi per la lotta per l'eliminazione delle mine antiuomo. Invitato a cantare in occasione della cerimonia funebre della principessa, tragicamente scomparsa a Parigi il 31 agosto 1997, ma egli declinò l'invito, dal momento che riteneva che non avrebbe avuto la possibilità di cantare bene "col dolore in gola".

    Nel 2004, in occasione dell'addio ufficiale alle scene, al Met dove recitava la "Tosca" ha ricevuto molte ovazioni e all'Associated Press che chiedeva notizie e conferme sul suo ritiro ha risposto lapidariamente "Penso che sia l'ora".

    In via del tutto eccezionale ha cantato per la cerimonia di inaugurazione dei giochi olimpici invernali di Torino 2006.

    Nel luglio 2006 è stato operato d'urgenza in un ospedale di New York per l'asportazione di un tumore maligno al pancreas. Nel 2007 si era stabilito nella sua villa in provincia di Modena, in cui cercava di condurre la sua lotta personale contro il cancro. Alcune affermazioni di quel periodo sembravano essere orientate verso un futuro positivo, ma una delle sue figlie rilasciò un'intervista a un settimanale affermando che il padre si stava ormai preparando all'ineluttabile decorso della malattia.

    Nell'agosto 2007 è peggiorata gravemente ed è stato ricoverato l'8 agosto a causa di un'infezione polmonare, con difficoltà respiratorie e febbre alta. Dopo questa degenza, che si era prolungata più del previsto, è ritornato a casa il 25 agosto.

    Il 4 settembre il ministro della Cultura, Francesco Rutelli, gli aveva assegnato il Premio per l'Eccellenza nella cultura e aveva ricordato così la sua battaglia contro la malattia "combattuta con la stessa determinazione con cui si è affermato nel mondo in una carriera formidabile". Il premio è alla prima assegnazione e sarà destinato a dare riconoscimento alle massime personalità che si affermino nella cultura italiana.

    Il 6 settembre 2007 si spegne all'età di 71 anni e la notizia apre le prime pagine di tutti i principali media del pianeta. Sino alla fine ha avuto accanto la moglie Nicoletta Mantovani e la figlia della coppia, Alice, ma anche le tre figlie avute dal primo matrimonio con Adua Veroni, e continue visite da amici importanti come Placido Domingo e Bono Vox, degliU2.

    Nel suo buen retiro emiliano Pavarotti ha continuato quasi fino all'ultimo a tenere lezioni di canto con alcuni allievi, riceveva amici e parenti, anche se costretto su di una carrozzina, e visibilmente dimagrito.[4] Sul suo sito a fans e critici ha chiesto esplicitamente di "essere ricordato come cantante d'opera, ovvero come rappresentante di una forma d'arte che ha trovato la sua massima espressione nel mio Paese, e spero inoltre che l'amore per l'opera rimanga sempre di importanza centrale nella mia vita".

    Curiosità:
    -Luciano Pavarotti, essendo spesso al centro dell'attenzione, era a volte soggetto a frizzi e lazzi, tra cui è rimasta memorabile la parodia di Walt Disney che affiancava a Paperino il grande tenore Luciano Paperotti.
    -Con un velato riferimento alla sua corporatura, veniva spesso chiamato Lucianone, o The Big Luciano.
    -Luciano Pavarotti è stato allattato dalla stessa balia che ha allattato anche il celebre soprano Mirella Freni, anch'essa modenese.[5].
    -Pavarotti fu tifoso del calcio,del Modena F.C. e della Juventus, come può testimoniare l'intervista con il presentatore americano Larry King del 27 settembre 2003 [6].


    Link delle sue opere più belle:
    Nessun Dorma - http://www.youtube.com/watch?v=ONUCPKdGcrk
    Ave Maria - http://www.youtube.com/watch?v=2uYrmYXsujI
    Caruso - http://www.youtube.com/watch?v=TvLtEHONp3Y
    Una Furtiva Lagrima - http://www.youtube.com/watch?v=KxyrphGgLH4
    O sole mio - http://www.youtube.com/watch?v=sjqHA8x1rOk
    Celeste Aida - http://www.youtube.com/watch?v=l_eWsuMekSw
    Vesti La Giubba - I Pagliacci - http://www.youtube.com/watch?v=Ky271W94VHA
    E Lucevan Le Stelle - http://www.youtube.com/watch?v=4mX7ugJ5NM8
    Recondita Armonia - http://www.youtube.com/watch?v=P8nPO9n5GAo
    Torna A Surriento - http://www.youtube.com/watch?v=X_Hr_1zhjkM
    La Traviata - http://www.youtube.com/watch?v=egKw2tr_NBo
    Ah, La Paterna Mano - http://www.youtube.com/watch?v=HXdm0Py3vpE
    Lamento Di Frederico - http://www.youtube.com/watch?v=yLFA9eDPjo0
    Invano Alvaro - http://www.youtube.com/watch?v=xPe1OFddk5s
    Quando le sere al placido - http://www.youtube.com/watch?v=zSgzMb4m_20



    Testo: Wikipedia ( http://it.wikipedia.org/wiki/Luciano_Pavarotti )
    Video: Youtube ( http://www.youtube.com/results?search_query=Pavaro- tti&search=Search )

  • Sogna, ragazzo sogna

    E ti diranno parole
    rosse come il sangue, nere come la notte;
    ma non è vero, ragazzo,
    che la ragione sta sempre col più forte; io conosco poeti
    che spostano i fiumi con il pensiero,
    e naviganti infiniti
    che sanno parlare con il cielo.
    Chiudi gli occhi, ragazzo,
    e credi solo a quel che vedi dentro;
    stringi i pugni, ragazzo,
    non lasciargliela vinta neanche un momento;
    copri l'amore, ragazzo,
    ma non nasconderlo sotto il mantello;
    a volte passa qualcuno,
    a volte c'è qualcuno che deve vederlo.


    Sogna, ragazzo sogna - Roberto Vecchioni

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