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Adrenalyne66

femmina - 43 anni, Rimini, Italy


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Messaggi sul blog con etichetta 'Racconti':


  • Confessioni

    "Padre, mi perdoni perché ho molto peccato"
    "Dimmi, fratello, cosa ti angustia"
    "Ecco, non saprei"
    "In che senso?"
    "Nel senso... che ci faccio qui? E lei chi è?"
    "Come chi sono io? Questa è una chiesa, tu sei inginocchiato al mio cospetto nel mio confessionale e io sono il prete che ti libererà dai tuoi peccati"
    "Quali peccati?"
    "Come quali peccati? Non hai forse appena detto, fratello, che hai molto peccato?"
    "Ah, ma quella è la formula. Io non devo confessare nulla"
    "Come sarebbe? Vuoi forse dirmi che sei esente da peccato?"
    "Esente da peccato nessuno lo è, ma dipende cosa s'intende per peccato"
    "Beh, i peccati sono molti e diversi..."
    "Per esempio?"
    "Per esempio c'è la superbia, che è quella che stai dimostrando tu ora nel dire di non aver commesso peccati"
    "Ah, sì, la superbia. E' anche forse quel tipo di peccato che ti fa credere di essere così superiore da poter condonare i peccati altrui e benedirli?"
    "Beh, no, ecco... se ti riferisci a noi preti posso dirti che non è superbia, la nostra, ma che noi siamo stati prescelti da Dio per..."
    "Prescelti da chi? Da Dio? A me sembra che nelle chiese ci siano solo uomini. Non vedo nessun Dio"
    "Figliolo, non essere irriverente. Dio lo vedi laggiù, è quel giovane appeso alla croce, colui che è morto per redimere tutti i nostri peccati"
    "Padre, io su quella croce vedo solo un uomo come lei e me. Tra l'altro, più carino di lei e me, se vogliamo"
    "Ma quell'uomo era figlio di Dio"
    "E noi no?"
    "Certo che anche noi lo siamo"
    "Allora, mi scusi, perché lei dev'essere investito di questi poteri mentre io invece no?"
    "Ma perché io, figliolo, ho studiato anni per divenire ciò che sono"
    "Scusi, quindi lei cosa sarebbe?"
    "Ma un prete, figliolo!"
    "Quindi non è un uomo?"
    "Certo che lo sono, ma sono anche..."
    "E non ha gli stessi bisogni di qualsiasi essere umano?"
    "In che senso?"
    "Lei mangia?"
    "Certo"
    "E Dio?"
    "Dio no, non ne ha bisogno"
    "Capisco. E mi dica, lei beve?"
    "Sicuro"
    "E Dio?"
    "Dio no, non ne ha bisogno"
    "E lei... lei dorme?"
    "Naturalmente"
    "E Dio?"
    "Dio no, non ne ha bisogno"
    "Perdoni la domanda... va in bagno?"
    "Certo, regolarmente"
    "E Dio?"
    "Dio no, non ne ha bisogno"
    "E mi dica... le capita mai di avere desideri... sessuali?"
    "Certo, ma con la preghiera e la forza di volontà noi..."
    "E a Dio?"
    "Dio no, non ne ha"
    "Allora come può, Lei, che in tutto e per tutto è identico a me nei bisogni e nelle esigenze, permettersi di redimermi dai peccati? Non è forse anche lei un uomo quindi fallace come me?"
    "Ecco, sì, vista in questi termini..."
    "E mi dica, padre, secondo lei chi, fra me che sgobbo dalla mattina alla sera per pagare l'affitto, fare la spesa, mantenere figli e garantire loro un'adeguata istruzione e lei, che se ne sta in questa chiesa opulenta, servito e riverito dalla sua perpetua, che mangia a sbafo ed ha studiato con i soldi dei contribuenti, è più da biasimare?"
    "Ma vedi, fratello, la questione non è da vedersi in questi termini ma..."
    "E mi spieghi, padre, perché, mentre io convivo pacificamente con mia sorella lesbica, il collega gay, la prostituta all'angolo che di giorno fa la volontaria al gattile vicino a casa mia, lei, invece, che predica l'amore universale nei suoi sermoni, non fa altro che additare con sdegno queste persone che ritiene immorali?"
    "Ma perché..."
    "Ma mi dica anche, Padre, perché il figlio del dirigente della confindustria le fa da chierichetto mentre il figlio del vucumprà che vende gli accendini tutte le domeniche sul suo sagrato e che frequenta la parrocchia e ogni sabato sera accende un lumino alla madonna lo mette sempre a togliere la cera dai candelabri? Non è forse lei che predica l'uguaglianza?"
    "No, ma vedi, fratello, ora..."
    "E come mai il fratello del sindaco, morto suicida, ha avuto le esequie e la cerimonia funebre mentre la figlia quattordicenne della bidella della scuola media, morta suicida a seguito di una violenza, è stata tumulata senza nemmeno una preghiera?"
    "Queste sono questioni più grandi di noi che..."
    "Di noi chi, padre? Di noi uomini?"
    "Sì, beh..."
    "Vuol forse dirmi che Dio non ha mai detto che meritano amore sia i peccatori che i giusti?"
    "Non lo nego, infatti..."
    "Vuole forse dirmi che nella bibbia non c'è scritto "andate e moltiplicatevi" perché vostro è il regno dei cieli?"
    "No, appunto..."
    "Allora mi spiega perché lei fa differenze tra uomo e uomo, tra donna e donna, tra bambino e bambino?"
    "... perché sono un essere umano"
    "Capisco. Posso andare?"
    "... sì. ... Figliolo, una domanda..."
    "Dica padre"
    "... potrei venire con te a bere un bicchierino? Avrei bisogno di parlare un po'"
    "Ma certo, padre. E per l'occasione, offro io"

  • oh-oh-oh... Buon Natale!

    “Oh-oh-oh… A chi tocca ora?”
    “A me”
    “Bene, piccino, salta sulle mie ginocchia”
    “E’ proprio necessario?”
    “Ehm… veramente no, ma diciamo che mi è imposto dal… ruolo. Sono o non sono Babbo Natale?”
    “Cominciamo bene, un Babbo Natale in crisi d’identità…”
    “Piccino, non essere irriverente. Preferisci stare in piedi? Per me è lo stesso”
    “Vabbè, giacché siam qui facciamolo”
    “Ooooooh, ecco. Allora, ometto, cosa desideri per Natale?”
    “Senta, è proprio necessario usare termini come “ometto”, “piccino” e simili? Mi infastidiscono”
    “Allora come dovrei chiamarti? Dottore, forse?”
    “In effetti la mia laurea in fisica applicata alle particelle potrebbe darmene il diritto…”
    “Laurea? Ma sei un nano o un bambino? Quanti anni hai?”
    “Otto”
    “E sei già laureato?”
    “Mai sentito parlare di “piccolo genio”? Eccomi”
    “Cavoli… non avrei mai pensato di conoscerne uno dal vivo”
    “Sì, ma adesso non facciamolo diventare un evento eccezionale. Sono pur sempre un bambino”
    “Scusa, “Dottore”… allora, cosa vuoi che ti porti Babbo Natale?”
    “Mi sta prendendo in giro?”
    “In che senso?”
    “Secondo lei un dottore in fisica crede ancora a Babbo Natale?”
    “Per me può credere anche alla fatina dei dentini e comunque se non ci credi perché sei sulle mie ginocchia?”
    “Perché lei mi ha detto di salirci”
    “Intendo dire… quando un bambino va da Babbo Natale è logico supporre che sia perché ha delle richieste da fargli...”
    “Non parli a me di logica, io nemmeno ci volevo venire qui. Lo faccio solo per far contento mio padre”
    “In che senso?”
    “Crede che sia troppo “adulto” rispetto alla mia età e spera, in questo modo, di farmi vivere quell’epoca spensierata che, secondo lui, è alla base dell’ottimale sviluppo emotivo-psicologico di un bambino”
    “Beh, lo credo anche io. Almeno, di solito è così, per gli altri bambini…”
    “Di solito. Peccato che io abbia già pubblicato un libro sulle particelle intitolato “I leptoni: utili o dannosi alla riproduzione per scissione?” e un trattato che insinua dubbi sulla validità della teoria della relatività Einsteiniana”
    “Arabo. Per me tutto questo è arabo”
    “In arabo usano delle terminologie diverse e hanno un sistema di computo matematico che si avvicina molto al sistema utilizzato nell’antico Egitto che presuppone l’utilizzo dei numeri come veicolo per…”
    “Scusa, ma non eravamo qui per le tue richieste natalizie?”
    “Ribadisco che io ne avrei fatto a meno”
    “Perché, non desideri nulla per Natale?”
    “Con gli introiti derivati dalle royalties sui libri, le entrate relative al cachet di partecipazione alle varie trasmissioni televisive scientifiche in qualità di opinionista, posso permettermi tutto quello che desidero”
    “E pensare che al mondo ci sono ancora bambini che muoiono di fame”
    “Questo perché l’economia mondiale è in mano ad un branco di decerebrati, incapaci del minimo ragionamento pragmatico e della necessaria coesione d’intenti volta ad uno sviluppo più umano e utilitaristico delle risorse”
    “Senti, bambino, tu mi fai paura…”
    “Perché?”
    “Hai otto anni e parli come uno di ottantacinque”
    “Errato. Un ottantacinquenne avrebbe la voce più roca e di un’ottava più bassa, questo perché con il passare degli anni le corde vocali prolassano, perdendo di elasticità e divenendo così…”
    “Ascolta, nano, adesso hai rotto: o mi fai una richiesta relativa al Natale oppure te ne vai. Che diamine, hai otto anni e sei già laureato, parli come se avessi mangiato uno Zingarelli imbottito di Devoto-Oli, sei pratico di fisica, di anatomia, di economia mondiale e di chissà di quali altri argomenti. Insomma, mi sento una merda, al tuo cospetto. Che diamine! Ho 49 anni, ho il diploma di geometra e sono iscritto ad un’agenzia interinale che mi fa lavorare ogni tre mesi in posti diversi e con mansioni diverse. Sono divorziato, ho due figli, il mio stipendio medio si aggira intorno ai 600 euro al mese, quando va bene, vivo in una roulotte parcheggiata nel giardino del condominio di mia madre e tu, piccolo smorfioso boriosetto, alla tua età puoi già permetterti il lusso di non avere più desideri da soddisfare?”
    “In realtà uno ce l’avrei…”
    “ … Davvero?”
    “Sì”
    “Non ci credo”
    “Giuro”
    “Lo dici solo per farmi contento”
    “Assolutamente no”
    “Giura”
    “Croce sul cuore”
    “E quale sarebbe?”
    “Posso contare sulla sua discrezione?”
    “Certo che sì”
    “Sono disposto anche a pagare”
    “Ci si può mettere d’accordo”
    “Non sia esoso, però…”
    “Promesso”
    “Voglio una donna”
    “… eh?”
    “Voglio una donna”
    “ … alla tua età?”
    “Perché, che c’è che non va?”
    “Ma dai, bambino… è impossibile… insomma…”
    “Impossibile? Perché?”
    “Ma dai, su. Hai otto anni, no? Insomma, non sei in grado di… “
    “Di?”
    “Ma sì, dai, che hai capito”
    “Cosa?”
    “Mi stai prendendo in giro, vero? Ok, abbiamo scherzato. Cosa desideri REALMENTE?”
    “L’ho detto: una donna”
    “Una donna”
    “Già”
    “E’ la tua richiesta”
    “Uh-uh”
    “Ma che ci devi fare con una donna?”
    “L’amore”
    “Uah uah uah uah uah… ok, dai, abbiamo riso, ci siamo divertiti…”
    “Non ci trovo niente di divertente”
    “Ma suvvia, non puoi avere una donna per… sei troppo piccolo!”
    “Chi lo dice?”
    “Come chi lo dice? La biochimica lo dice”
    “Che ne sa lei di biochimica? Mi ha fatto una testa tanto dicendo che è un povero ignorante col diploma da geometra e poi mi parla di biochimica?”
    “Ascolta, non ci vuole una laurea per sapere queste cose… sono stato bambino anche io”
    “E questo che significa?”
    “Che ho avuto otto anni anche io”
    “E’ fisiologico. Dunque?”
    “Dunque ad otto anni non si può… fare all’amore”
    “Ma lei non è me”
    “Cosa vorresti dire?”
    “Che non siamo tutti uguali”
    “… credo di non capire. Vorresti forse dirmi che…”
    “Sono stufo dell’amore solitario”
    “Eh? Co… co… cosa?”
    “Ma sì, dai… siamo uomini, queste cose possiamo dircele”
    “No, aspetta… vorresti dirmi che…”
    “Eddai, anche tu ogni tanto… non mi dire che non ne senti l’esigenza!”
    “Beh, certo che sì, ma…”
    “Allora puoi capirmi”
    “Senti, mi stai prendendo in giro, vero?”
    “No”
    “Cioè, a te il… cosino… già funziona?”
    “Sono anni, ormai”
    “Anni? Ma tu sei un mostro!”
    “Precoce, prego. Precoce in tutto”
    “Tu non sei vero”
    “Vero come il fatto che sono sulle tue ginocchia”
    “Confessa, sei un nano”
    “Assolutamente no, ho otto anni, cinque mesi, dodici giorni e qualche ora”
    “E vuoi una donna”
    “Assolutamente sì. Ho provato a parlarne con mio padre ma anche lui ha avuto la tua stessa reazione”
    “Di incredulità?”
    “No, ha riso”
    “Capisco”
    “E’ frustrante”
    “Capisco”
    “Allora?”
    “Allora che?”
    “Mi aiuta?”
    “Dipende”
    “Da cosa?”
    “Mi aiuti a trovare un lavoro?”
    “Ci puoi scommettere”
    “Una casa?”
    “Consideralo già fatto”
    “Una macchina?”
    “berlina, pluriaccessoriata, ultimo modello”
    “Non dovrò più fare Babbo Natale al supermercato?”
    “Promesso”
    “Affare fatto”
    “Quando me la trovi?”
    “Stasera stessa”
    “La sera non posso uscire”
    “Domattina”
    “Al mattino sono in università”
    “Domani a pranzo”
    “Meeting con i dirigenti del CERN di Ginevra”
    “Nel pomeriggio?”
    “Tengo una conferenza su “Il Big Bang è davvero esistito?” all’Istituto di Scienze Astronomiche”
    “Aperitivo?”
    “Perfetto”
    “Ci si vede al Cocoon Bar”
    “Ok. Mi riconoscerai dal garofano rosso infilato nel bavero del gessato”
    “Nano… ti riconoscerei anche nudo”
    “Giusto”
    “A domani. E non dimenticare i preservativi”
    “Ehm… non so dove comprarli”
    “In farmacia, no?”
    “Intendo… della mia misura”
    “Accidenti, non ci avevo pensato… sei piccolino, in effetti”
    “No, mica per quello: non li trovo della MIA misura”
    “No, senti, questa non la bevo”
    “Giuro!”
    “Ma dai!!!”
    “Te lo assicuro!”
    “Vorresti farmi credere che lì sotto hai…”
    “Una belva, sì”
    “No, dai… anche questa no!”
    “Purtroppo sì”
    “Scherzi”
    “Ti dico di no”
    “Senti un po’… che tu sia un genio mi sta bene. Che tu sia ricco anche. Che sia già attivo sessualmente da anni faccio fatica ma lo accetto. Ma che la natura con te sia stata anche così generosa… beh, questa mi pare proprio una sonora presa per il culo! Ma cos’ho io che non va? Perché tutto a te e a me niente?”
    “Non lo so. Fortuna, forse?”
    “Ma con cosa ti hanno cresciuto, omogeneizzati alla diossina? Ti hanno esposto alla kriptonite? Sei il figlio segreto di Thor?”
    “Niente di tutto questo”
    “Ehm… scusate…”
    “Eh? Ah, sì, dimmi, bambina”
    “E’ mezz’ora che aspetto il mio turno e non ho potuto fare a meno di ascoltare. Se riusciste a definire in fretta la questione vorrei poter esporre le mie richieste, perché alle 11,30 ho un appuntamento per un colloquio di lavoro presso l’ospedale San Bartolomeo. Cercano uno specialista in microchirurgia applicata e non vorrei perdere quest’occasione. Inoltre, se posso permettermi, per quanto riguarda il problema di elefantismo del bambino che ha sulle ginocchia suggerirei di vederci domani nel tardo pomeriggio nel mio ambulatorio per definire… alcuni particolari che trovo… estremamente interessanti, direi”
    “La cosa mi stuzzica…”
    “Ehi, bambino, dove vai… non dimenticarti del nostro accordo!”
    “Quale accordo?”
    “Il lavoro, la casa, la macchina e tutto il resto”
    “Ah, quello? Credo di non averne più bisogno…”
    “Come… ehi, no! Non si fa così, dove andate?”
    “Ci pensiamo da soli, non si preoccupi”
    “No, un momento, aspettate!”
    “… signol Babbo Natale…”
    “Chi è? Chi sei? Che cazzo vuoi, tu adesso?”
    “… BHUAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAH…”

  • Segretarie

    “Ti dico che è già da un pezzo che è in bagno…”
    “Ma quanto sarà, all’incirca?”
    “Più di cinque minuti tutti…”
    “E vabbè, non mi sembra il caso di agitarsi per cinque minuti, no? Starà facendo… insomma, ognuno ha i suoi tempi”
    “E se fosse morto?”
    “Ma dai, su! Non saltare a conclusioni affrettate…”
    “Io busso”
    “Scusa, prima prova a vedere se si apre la porta, no?”

    clac clac

    “Questa è chiusa. Provo a bussare”

    toc toc toc…

    “Niente. Prova con l’altra”

    clac clac

    “Anche questa è chiusa…”

    toc toc toc…

    “Direttore, è lì?”
    “Niente, non risponde. Te l’ho detto, per me è morto. Di solito è così veloce…”
    “Ma tu che ne sai, scusa? Gli cronometri le pisciate?”
    “No, però sono mesi che sono la sua assistente personale, conosco le sue abitudini e ti posso dire con certezza che se deve fare qualcosa di… come dire, corposo, preferisce aspettare e andare a casa sua, nel suo bagno…”
    “Accipicchia, quanto sei informata”
    “Eh, beh… te l’ho detto, sono mesi che lavoro al suo fianco, certe cose le so”
    “… quindi adesso che si fa?”
    “Non lo so. Sfondiamo la porta? Chiamiamo i vigili del fuoco? Un fabbro?”
    “A me lo domandi? Sei tu la sua assistente personale”
    “Sì, ma se è morto è morto anche per te, mica solo per me, quindi aiutami”
    “Aiutami? Così adesso io dovrei aiutarti! Com’è che quando avevo bisogno io, hai sempre evitato di darmi una mano?”
    “Scusa, ma cosa intendi dire?”
    “Intendo dire che quando ho chiesto un aumento, tu mi hai detto che non era il momento adatto per fare certe richieste e poi ho scoperto che l’aveva dato a te!”
    “Quello è solo un episodio…”
    “E quella volta che ti ho dato l’idea del plastificatore che rilega e fascicola i dossier? L’hai spacciata come una tua idea e hai avuto il premio produzione a fine anno. Ma quella era una mia idea!”
    “Senti, non mi sembra il caso di stare a cincischiare su queste cose davanti alla morte…”
    “Ma no, non sia mai! Secondo te quand’è il momento giusto? E comunque sappi che col nuovo direttore non avrai vita facile…”
    “Passiamo alle minacce? Non credere di riuscire a farmi le scarpe, carina…”
    “No, no, tesoro, sei tu che non capisci… avevo già cominciato a farmi furba, cosa credi? O pensavi che sarei stata buona buona al mio posto senza reagire?”
    “Cosa intendi dire?”
    “Intendo dire che avevo una relazione col direttore!”
    “Anche tu?”
    “Eh? … come sarebbe a di…”
    “Brutta puttanella, ecco con chi si vedeva quando non veniva da me!”
    “Da te? Aveva una relazione anche con te?”
    “Certo, bellezza! Come pensi che abbia fatto ad ottenere tutto quello che ho ottenuto? Quando sono entrata qui dentro non sapevo manco da che parte si apriva un block-notes”
    “Però le gambe hai sempre saputo come aprirle, vero?”
    “In guerra e in affari tutto è lecito. Se sono più sveglia di te prenditela solo con te stessa”
    “A prescindere che non conosci nemmeno i proverbi, si dice “In guerra e in amore tutto è lecito”, capra!”
    “Amore? Perché, qui si parla di amore? Dimmi, tu ne eri forse innamorata?”
    “Io? Ma sei matta? Di uno cosi, poi. Sempre sudato, con l’alito pesante… A volte era veramente uno strazio stargli vicino, ma volevo diventare la sua nuova assistente e vederti strisciare…”
    “Invece adesso è morto, contenta? Dobbiamo fare qualcosa, chiamare qualcuno…”

    tric trac
    gneeeeeec

    “Bene, eccole qui le due sanguisughe, le giovani zoccoline con cui mio marito si divertiva…”
    “… ommioddio, signora… no, guardi… non è vero niente, son cose che si dicono…”
    “… nei momenti di panico, vede… Suo marito, ecco… noi crediamo che…”
    “Che sia morto, ho sentito”
    “Ma lei, mi scusi, perché non ha risposto, prima, quando abbiamo bussato”
    “Perché ero in un momento… “topico” e speravo che non rispondendo mi avreste lasciato in pace”
    “Ma così noi abbiamo creduto…”
    “… giustamente, vede… che suo marito, il direttore…”
    “… fosse morto”
    “Beh, anche se così fosse non sarebbe una gran perdita”
    “Come dice?”
    “Ma sì, cosa credete? Voi ci andavate a letto per far carriera, chi in un modo chi in un altro, ma io, io sono l’unica che è riuscito a sposarlo, a farsi mantenere, a fargli firmare un contratto prematrimoniale plurimilionario”
    “Siamo due dilettanti”
    “Due stupide”
    “La prego, ci aiuti a capire: in cosa abbiamo sbagliato?”
    “Sì, ci dia qualche consiglio. Per il futuro…”
    “Non so, non credo siate in grado di imparare. Ci si nasce, con certi talenti. Il talento di imbrigliare un uomo, di abbindolarlo, di portarlo sia all’estasi che nell’abisso più nero. Ci vuole predisposizione d’animo. E poi, cosa credete? Anche io mi sono presa le mie piccole soddisfazioni”
    “In che senso?”
    “Anche lei lo…”
    “Tradiva? Certo, che diamine, ma sono sempre stata molto accorta, molto prudente. Tenevo un’agenda dei suoi appuntamenti, una tabella con le tempistiche di spostamento, le mappe dei tragitti… Ogni volta mi organizzavo in modo da non essere scoperta. Il giardiniere è stato il primo; un angelo biondo con due spalle così, sempre abbronzato, muscoloso... Poi è venuto il mobiliere: abbiamo cambiato arredamento più volte noi che uno show room. Poi l’autista. Prima portava lui in ufficio e poi tornava da me. E via via tutti gli altri”
    “Ma noi… credevamo che lei fosse… sì, insomma, sembrava che l’amasse”
    “Sul serio! Una coppia invidiabile”
    “Amarlo? Ah ah ah ah ah… Dovevo fingere. Per contratto. Vedete, sul contratto c’è una clausola che dice che se l’avessi tradito avrei perso tutti i benefici acquisiti col matrimonio e lui avrebbe potuto chiedere il divorzio senza che da parte mia vi fosse la minima richiesta di denaro. Ma adesso che lui è morto…”

    tric trac
    gneeeeeec

    “Siete licenziate. Tutte e tre”

  • Pausa

    La sua ultima notte di lavoro accese le macchine alle ventidue e trenta in punto e programmò il timer per le sette e trenta del giorno successivo. Come tutte le sere da quando un anno prima, per libera scelta, si era fatto assegnare al turno di notte. Cinque giorni continuativi e uno di riposo assoluto. A chi gli chiedeva una spiegazione, opponeva un silenzio divertito. Non c’erano spiegazioni. Così come non c’entravano niente con la sua decisione gli alti straordinari, il pingue premio annuale di produttività, eventuali delusioni amorose, crisi religiose, timore di disoccupazione e via dicendo.
    Il fatto è che una mattina, improvvisamente, aveva provato una voglia feroce di assentarsi. Di scomparire.
    La notte l’aveva accolto. Nella notte aveva trovato un rifugio materno. La notte gli aveva insegnato l’orgoglio della propria solitudine e instillata la pena per la banalità degli altri. La notte lo aveva tenuto lontano dallo spasmodico ringhiare degli ordinati ranghi.
    Ma ora, altrettanto improvvisamente, si era reso conto di quanto poco, in realtà, sapeva della notte.
    Era giunto il momento delle presentazioni, signora notte.
    Con un ultimo sguardo ai macchinari che ronzavano indifferenti sotto il pallido riflesso dei neon, si sfilò i guanti e aprì la porta che dava sulla notte.
    L’aria frizzante accarezzò la pelle del suo viso ed un piacevole brivido gli percorse la spina dorsale. Provò, per un impercettibile istante, la consapevolezza di sentirsi vivo, di respirare l’energia del mondo. Istintivamente la sua mano corse alla tasca destra della tuta da lavoro, ma il vuoto fu l’unica cosa che le sue dita strinsero. Restò un istante così, perplesso, si voltò in direzione delle macchine per assicurarsi che tutto fosse a posto poi con indolenza si incamminò per lo stradone.
    La notte era estaticamente silenziosa. Il caotico baccano del traffico mattutino aveva lasciato il posto ad un concerto di suoni nuovi. Era da tempo che non prestava ascolto al silenzio, quello vero, quello fatto di fronde mosse dal vento e di grilli.
    Così, assorto nell’ascolto di quei suoni quasi dimenticati, raggiunse il distributore di benzina all’angolo e si diresse verso il distributore automatico di sigarette.
    L’ampio spazio davanti alla struttura bassa e ormai scrostata era illuminato quasi a giorno. Il neon blu e rosso della scritta “Free Shop” produceva un fastidioso ronzio quando la scritta Free scompariva e riappariva, ad intermittenza.
    All’interno del negozio, seduto sull’alto sgabello dietro alla cassa, la testa penzoloni sul petto e la schiena appoggiata allo scaffale, il benzinaio dormiva profondamente, cullato probabilmente dal sottofondo musicale della filodiffusione.
    Si fermò davanti al distributore di sigarette e con un dito ne scorse l’elenco. C’era qualcosa che gli sfuggiva, ma non ebbe il tempo di capirlo perché un rumore lo distrasse.
    Un’auto sopraggiunse sgommando e frenò davanti ad una delle pompe con uno stridio di gomme, fermandosi miracolosamente poco prima della colonna d’erogazione del carburante.
    Lui, le spalle rivolte al distributore di sigarette, aveva osservato la scena con aria quasi indifferente. Dovevano essere i soliti ragazzi troppo giovani e troppo ubriachi, a cui un genitore troppo incosciente aveva dato il permesso di usare una macchina troppo potente e di cui si sarebbe letto sempre con troppo rammarico il giorno dopo nelle colonne di cronaca di un quotidiano.
    Il motore si spense e l’auto fece un piccolo balzo in avanti. La portiera del lato guidatore si spalancò e ne uscì una ragazza bionda che la richiuse dietro di sé con violenza. Passando dietro all’auto si diresse verso la colonnina del self service, poi si accorse della sua presenza.
    “Mi faccia il pieno, per favore, e in fretta!” esclamò nervosamente.
    “Ma… io…” balbettò sottovoce. Poi, voltandosi verso la finestra del negozio dall’insegna sfrigolante, si accorse che il benzinaio non si era accorto di nulla e che stava tranquillamente continuando a dormire.
    Tornò ad osservare la ragazza bionda, che aveva appoggiato la schiena alla colonnina del self service e si stava asciugando gli occhi. Si voltò di nuovo verso di lui.
    “Allora, è sordo? Vuole farmi questo maledetto pieno?” La voce della ragazza si alzò di tono, risultando quasi stridula.
    Con riluttanza lui si diresse verso la pompa più vicina all’auto. Quando passò di fianco alla ragazza, questa sgarbatamente gli mise in mano le chiavi dell’auto. Nel prenderle lui si soffermò per un attimo ad osservarla. Poteva avere al massimo trent’anni, ma il trucco sbavato e gli occhi arrossati le davano un aspetto molto più adulto e più vissuto.
    “Cos’ha da guardare?” gli domandò sollevando il mento, in un gesto quasi di sfida.
    “Nulla, nulla. Mi domandavo… se per caso ha bisogno di aiuto…” adesso aveva capito: la sua tuta blu col marchio dell’azienda inscritto nell’ovale rosso lo faceva somigliare ad un benzinaio. Facile equivocare.
    “Faccia il pieno e non s’immischi” fu la secca risposta della ragazza, che si mise a frugare nella borsetta, ignorandolo.
    Lui svitò il tappo del serbatoio dell’auto e, dopo aver prelevato la pistola della benzina verde, azionò il dispositivo. Da cosa stava scappando quella ragazza? Cosa aveva generato la sua sofferenza? Per chi stava versando quelle lacrime? Si accorse di porsi queste domande istintivamente, ma si rese anche conto di non desiderare una risposta. La pompa si bloccò; estrasse la pistola e la rimise nella scanalatura. Il display segnava 48,76 euro.
    Quando si voltò verso la ragazza, questa gli porse una banconota da 50 euro e si diresse velocemente verso il posto di guida.
    “Aspetti… e il resto?” le domandò seguendola, ma lei aveva già messo in moto ed era ripartita sgommando.
    Il rombo dell’auto si perse nel buio della notte. Tutto tornò silenzioso come pochi istanti prima. Di nuovo il verso dei grilli, di nuovo il sospiro del vento. Di nuovo il ronzio fastidioso dell’insegna intermittente.
    Abbassò lo sguardo sulla banconota che aveva in mano. Stette un poco ad osservarla poi rialzò il viso e si diresse verso il negozio. Entrò senza far rumore ed infilò delicatamente la banconota nel taschino della tuta del benzinaio. Questi continuò a dormire, ignaro, cullato dalle dolci note di un’aria di Chopin.
    Uscì di nuovo nella notte e si incamminò verso le sue macchine, verso il suo lavoro, verso gli attrezzi e gli odori che conosceva e che gli davano un senso di sicurezza, di familiarità.
    Quando fu di nuovo in officina si chiuse la porta alle spalle e vi ci si appoggiò, cercando di ricordare il motivo che l’aveva spinto ad uscire. Gli tornò in mente il distributore automatico di sigarette e si ricordò che non le aveva comprate.
    Sorrise. Il sorriso divenne una risata sonora, unico indizio di umanità in mezzo al meccanico rumore. Si era appena ricordato che aveva smesso di fumare due mesi prima.

  • Lista nozze

    Dliiin Dlooooooooooooooooooon…
    “Salve, ha bisogno?”
    “Sì. Ecco, sono qui per … ehm… una lista di nozze”
    “E’ da sola?”
    “Uhm… sì, perché?”
    “Oh, nulla, ma… vede, di solito le altre ragazze vengono col compagno…”
    “Beh, ma io devo solo scegliere…”
    “E sceglie da sola?”
    “Beh, devo. Non ho un compagno, quindi…”
    “Scusi, non ha un compagno e viene a scegliere una lista nozze?”
    “A prescindere che non ci vedrei nulla di male, nel caso, comunque non devo sceglierne una qualsiasi…”
    “Mi scusi, sa, se insisto… ma la lista di NOZZE si chiama, giustappunto, di NOZZE perché presuppone il fatto che qualcuno, nella fattispecie un uomo e una donna, anche se i tempi ora sono cambiati, vada a NOZZE, ovvero si sposi”
    “La ringrazio per avermi regalato questa perla di saggezza, ma ne ero altresì al corrente, difatti se lei mi avesse fatto parlare, le avrei potuto spiegare che la lista NOZZE non devo sceglierla io bensì devo scegliere UN regalo dalla lista di NOZZE che una coppia di amici ha preparato nel suo erudito negozio”.
    “… Già. Ah-ehm… a che nome è stata fatta la lista nozze?”
    “Non me lo ricordo”
    “Come sarebbe a dire che non se lo ricorda?”
    “Sarebbe a dire che non me lo ricordo. Conosco solo lei, in effetti; partecipa al corso di meditazione del giovedì sera…”
    “Però vede, signorina, se lei non mi dice il nome degli sposi io non so che lista nozze mostrarle…”
    “Se gliela descrivessi?”
    “Non siamo in commissariato, signorina, qui non si lavora su identikit, ma su identità ben precise, nome e cognome”
    “Beh, il nome credo di ricordarmelo”
    “E’ già qualcosa. Come si chiama?”
    “Io o la ragazza?”
    “La ragazza. Di lei possiamo parlare in un secondo momento, forse…”
    “Si chiama Ashrad”
    “Ashrad? Che nome è, arabo? Cinese?”
    “No, no, lei è italianissima, è il suo nome sannyas”
    “… sanniache?”
    “Il nome che si danno i seguaci dei santoni indiani…”
    “Capisco, ma non credo che abbia fatto la lista nozze con quel nome. Non ricorda il nome in italiano o quello del compagno?”
    “Vede, di solito al corso quando si medita si sta zitti. Non è che abbia parlato molto con questa ragazza”
    “Mi faccia capire: praticamente non la conosce però le fa lo stesso il regalo di nozze? Un gesto davvero carino…”
    “Ah, beh, a dire il vero io non avrei voluto farglielo, la ragazza in questione mi è persino un po’ antipatica, si figuri. Ma il nostro insegnante di meditazione ci ha sempre detto che, per la legge del Karma – Dharma, se si fa una buona azione ci si evolve sempre di più, fino a raggiungere l’illuminazione”
    “Ah, guardi, per l’illuminazione noi siamo all’avanguardia…”
    “Non quel tipo di illuminazione. Qui si parla di illuminazione dello spirito, elevazione animica, fai del bene e ne otterrai dieci volte di più, metti in circolo energia positiva e distruggi quella negativa, respira aria buona, butta fuori aria cattiva, rigenerazione dell’aura, apertura dei chackra, telepatia, preveggenza…”
    “Quindi, mi scusi, lei mi vuol dire che basta fare una buona azione per avvicinarsi un po’ di più al “divino”, giusto?”
    “Giusto, bravo!”
    “E che non importa chi sia il destinatario del suo bel gesto, basta farlo, è così?”
    “Esattamente”
    “Per caso lei è già arrivata alla preveggenza o alla telepatia?”
    “Eh, no, non ancora. Mi sa che il mio cammino è ancora molto lungo…”
    “Allora guardi… forse avrei un suggerimento: faccia un regalo ad una coppia qualsiasi”
    “Scusi… ma secondo lei faccio il regalo a qualcuno che non conosco?”
    “Perché, quell’altra la conosce? Non sa nemmeno come si chiama!”
    “Anche lei ha ragione. Forse non è poi un suggerimento così malvagio”
    “Bene, allora signorina… come si chiama?”
    “Io o la ragazza?”
    “Lei, stavolta”
    “Serena”
    “Che bel nome, Serena. Ecco, per esempio, se scartabelliamo tra queste liste nozze, vediamo…”
    “Questa mi piace, guardi: Nunzio e Agrippina”
    “No, troppo classica, aspetti…”
    “Questa? Selene e Aldo”
    “No, questi li conosco, hanno fatto una lista nozze veramente… ecco, un po’ volgarotta, diciamo”
    “Ah, capisco. Che ne dice di Ginevra e Salvo?”
    “Non lo so, mi sa di epico: “Salvo Ginevra…”. E’ da film!”
    “Allora, forse…”
    “Ecco, eccola qui, quella giusta: Amelia e Dante. Che ne pensa?”
    “Sì, beh… per carità, niente da dire… però, suvvia, che razza di genitori sono quelli che chiamano il proprio bambino Dante?”
    “Non siamo qui per criticare la scelta di un nome. Siamo qui per scegliere un regalo di nozze. O sbaglio?”
    “Per carità. Certo. Cosa c’è nella lista?”
    “Guardi, è rimasto un unico regalo, tutto il resto è stato già comprato”
    “Dunque… servizio di porcellana cinese dipinta a mano dai monaci tibetani, con rifilo in oro zecchino 24 carati, composta da 159 pezzi… 3.795 euro???”
    “Eh, beh, è il pezzo più costoso della lista…”
    “Scusi, ma perché dovrei comprarlo io?”
    “Beh, mi ha fatto una testa così con le buone azioni, l’anima, l’elevazione spirituale, l’energia, i chackra eccetera e adesso non vuole più raggiungere tutto questo?”
    “Beh, certo che sì ma mi pare un po’ eccessivo…”
    “Le pare eccessiva la telepatia?”
    “No, ma…”
    “Le pare eccessiva la preveggenza?”
    “No, ma vede..”
    “Le pare eccessivo che grazie al suo gesto forse sparirà la guerra nel mondo?”
    “…. No, però…”
    “E che milioni, o meglio ancora, miliardi di bambini non soffriranno più la fame?”
    “Beh, messa così…”
    “E che il deficit di Cuba venga annullato, l’embargo revocato e anche loro possano godere del progresso?”
    “Senta, va bene, ho capito. Le firmo un assegno, va bene?”
    “Carta di credito sarebbe meglio”
    “Capisco. Ecco, prenda”
    “Con questo piccolo gesto lei ha sovvertito le sorti del mondo, si rende conto? L’umanità le sarà grata”
    “Proprio piccolo non direi. Però se l’umanità mi sarà grata… Di sicuro mi saranno grati Dante e Amelia”
    “Poco ma sicuro”
    “Beh, dopo questa buona azione da guinnes dei primati posso andare”
    “La accompagno?”
    “Grazie, conosco la strada. La saluto Signor…?”
    “Dante”

  • Evacuazioni

    Dliiiin Dloooooooooooooon…
    “Buongiorno”
    “’ngiorno, dica”
    “Vorrei uno scovolino per il cesso”
    “Perché, sua moglie non le basta?”
    “Come scusi?”
    “Niente. Come lo vuole?”
    “Beh, uno scovolino… normale”
    “Si fa in fretta a dire “normale”. Col manico lungo o corto?”
    “Mah, direi… lungo”
    “Sì, ma lungo quanto? Si faccia misurare…”
    “Misurare? Ma perché?”
    “Come perché? In base alla lunghezza dell’avambraccio so quanto dev’essere lungo il manico dello scovolino. Immagini la scena: lei tira lo sciacquone mentre sta usando lo scovolino, se il manico è corto è matematico che si bagnerà la mano e parte dell’avambraccio, se invece è lungo non rischierà di schizzarsi. Inoltre, lei è sposato? Ha figli? Perché in base a queste variabili devo rifare i calcoli e…”
    “Guardi, non stia ad impazzire… Non esiste un manico standard?”
    “No, la Ideal Standard non fa gli scovolini per il cesso”
    “Ma no! Intendo dire… ci sarà pur un modello che va bene per chiunque, no?”
    “Lei è uno che si accontenta, eh? E’ come dire che la carta da culo è tutta uguale. C’è chi ha il culo irritabile, chi ce l’ha peloso, chi ce l’ha sensibile… Comunque, contento lei, vada per il manico “modello chicchessia”. Di che colore è il suo bagno?”
    “Ma che importanza ha?”
    “Scusi, non vorrà mica che le venda un prodotto che fa a pugni con le piastrelle del bagno o coi sanitari, vero? Metta che venga a trovarla qualcuno, che faccia i bisognini nel suo bagno, veda lo scovolino che le ho venduto, poi le domandi da chi l’ha comprato e successivamente costui vada in giro dicendo che lei ha comprato uno scovolino orrendo nel MIO negozio… Io che figura ci faccio? Ho un nome, una clientela affezionata, una credibilità…”
    “Verde! Anzi, verdino chiaro. Cioè, le pareti sono rivestite di piccole piastrelline di tipo mosaico color verde acqua perlaceo, mentre il pavimento è rivestito in ceramica verde più scura, ma tono su tono. I sanitari sono bianchi”
    “Perfetto. Allora possiamo giocare su un contrasto acceso, che colpisca. Un colpo d’occhio eccezionale… che ne dice di Rosso alba infuocata o Blu cina o Arancio fenicottero al tramonto?”
    “Verde non si può avere?”
    “Suvvia, è ba-na-le! Un po’ di coraggio, un po’ di inventiva, si lasci andare alla creatività…”
    “Arancio fenicottero al tramonto”
    “Perfetto. Il suo bagno è esposto a nord o a sud?”
    “Senta, se avessi saputo che era così complicato usavo le mani!”
    “Liberissimo, ma giacché lei è qui, nel mio modesto negozio, io cerco di soddisfarla al meglio”
    “Beh, se vuole soddisfarmi mi venda uno scovolino per il cesso!”
    “E’ quello che sto cercando di fare, ma lei non me ne dà la possibilità”
    “… dove eravamo rimasti?”
    “Quante volte va in bagno, al giorno?”
    “No, senta, scusi, ma addirittura dirle quante volte vado di corpo questo no…”
    “Ma è importantissimo, per me, saperlo! Se lei, per esempio, è stitico e frequenta il bagno in maniera “pesante” solo un paio di volte la settimana, allora le posso dare uno scovolino con setole sintetiche a durata limitata, tanto l’uso è davvero esiguo nel tempo. Se invece lei è un assiduo frequentatore, putacaso un paio di volte al giorno, allora la mia scelta cade su uno scovolino con setole animali, più resistenti. Che so? Peli di facocero trattate alla resina epossidica, aghi di istrice rivestiti di poliuretano…”
    “Una. Ci vado una volta al giorno”
    “Oh, visto? Non era difficile. Mangia piccante?”
    “No, soffro di ulcera”
    “Ah-ah, abbiamo delle patologie!”
    “Ma che patologie e patologie, è solo ulcera”
    “In questo caso le devo dare lo scovolino auto-igienizzante a ioni attivi, che spazza via dal suo water ogni residuo di batteri e scorie che possano trasmettersi ad altri componenti della famiglia o, eventualmente, amici in visita”
    “Senta, ma lei fa il ferramenta o il farmacista?”
    “Eh, caro signore, le dirò… se avessi potuto continuare gli studi ed iscrivermi all’università probabilmente avrei fatto filosofia…”
    “Non avevo dubbi”
    “Come mai?”
    “Uno che parla di culo e scovolini con tanta leggerezza non poteva fare che il filosofo…”
    “Mi sembra di cogliere una leggera nota ironica nelle sue parole…”
    “Noooooooooooooooooooooo… si figuri! Parlo sul serio. Insomma, questo scovolino ora me lo da o no?”
    “Ora? Adesso? Subito?”
    “E sennò quando, scusi?”
    “Beh, ma per il suo scovolino ci vuole minimo una settimana!”
    “Una sett… Ma le pare che posso aspettare una settimana andando a cagare senza lo scovolino, mi scusi???”
    “Eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee quante storie! Cosa dovevano dire, allora, i nostri avi, che dovevano farla nei prati, pulendosi le regali terga con le foglie di vite?”
    “Ma i tempi son cambiati, adesso, però!”
    “Appunto! Vuole uno scovolino in graziadiddio? Ci vuole una settimana, minimo”
    “… è la sua ultima parola?”
    “Ultima”
    “Perfetto. Lei dove abita?”
    “In… che… senso?”
    “Beh, non avendo uno scovolino a casa mia e non volendo lasciare quegli orribili residui di batteri nel water, rischiando così l’incolumità della mia famiglia nonché quella degli amici in visita, non mi resta altro da fare che venire a “depositare” nel bagno di casa sua!”
    “Beh, adesso…”
    “E considerato che ho moglie e tre figli, credo che il suo bagno sarà notevolmente frequentato”
    “Questo in plastica bianca col manico lunghezza media, prezzo euro 5,00 le può andare bene?”
    “Perfetto!”
    “E di questo ordine, allora, che ne facciamo?”
    “Se lo ficchi su per il…”
    “Stracciato!”
    Dliiin Dlooooooooooooooooon…

  • Precisione

    “Prego, in cosa posso esserle utile?”
    “Ehm… ecco… Questa è una rapina”
    “Veramente a me sembra una pistola”
    “… come scusi?”
    “Intendo dire che quella che impugna non è una rapina, bensì una pistola”
    “Questo lo so anch’io, volevo dire “rapina” nel senso che starei rapinandola”
    “Starei? Nel senso che ancora non lo sta facendo ma ha intenzione di farlo entro breve?”
    “Ma lei ci fa o ci è? La sto rapinando, in questo momento, precisamente qui e ora”
    “Oh, adesso si è spiegato meglio. Scusi, lei arriva, mi mostra una pistola e mi dice che è una rapina. Ovvio che io faccia un po’ fatica a comprendere. Sa com’è, sono un’appassionata di enigmistica, ho pensato che mi stesse facendo una sorta di sciarada, un rebus stereoscopico, un “Quesito con la Susy”…”
    “Senta, io avrei un po’ di fretta. Ho una pistola, la sto rapinando… tutto questo non le dice nulla?”
    “Dirmi no, semmai posso intuire. Intuisco che lei ha bisogno di denaro e che questo le sembra il modo migliore e più immediato per avere del contante. Giusto?”
    “Insomma, la smetta di chiacchierare e mi dia il grano”
    “Mi ha forse preso per un silos? Sono forse un dispensatore di mangime per polli?”
    “Il denaro, i verdoni, il contante!”
    “Bene. Che taglio desidera?”
    “Scalato grazie, con scriminatura a sinistra. Ma secondo lei? Mi dia tutto quello che ha in cassa e finiamola, su!”
    “Certo, è facile per lei, tanto poi non è lei che deve compilare il cedolino di rapina…”
    “Il… cedol…”
    “Ma cosa crede? Ci siamo evoluti anche noi bancari, sa? Adesso, prima di farci portare via il contante dobbiamo compilare la nostra bella distinta, altrimenti ci tocca farlo in orario extra lavorativo e ci devono pure pagare gli straordinari. Tot pezzi da cinquecento, tot da duecento, le monetine e via discorrendo…”
    “Senta, le ho già detto che non ho tempo…”
    “Beh, la prossima volta esca di casa prima anziché cincischiare. Mi vuol forse far credere che ha un lavoro che l’aspetta? Viene qui, armato di pistola e di boria e pretende che io faccia il mio lavoro in fretta, col rischio di sbagliare – che poi ce li devo rimettere io di tasca mia, mica lei, caro signore – mentre lei se ne sta lì in panciolle a gingillarsi con l’arma? Adesso si mette comodo comodo su quel divanetto e quando ho finito le porto il tutto, sciò”
    “Non crederà forse che… Lei chiamerà la polizia, io da qui non mi muovo, devo controllare ogni suo più piccolo movimento!”
    “Allora stia zitto e mi faccia lavorare. Abbiamo già perso un sacco di tempo con tutti questi blablabla. Allora, vediamo… tre pezzi da cinquecento, un… due… tre… dieci… dodici da duecento, …sett..nov… tredic… ventuno da cento…”
    “Si sbaglia, ho contanto anch’io, i pezzi da cento sono ventidue”
    “Vuole insegnarmi a fare il mio lavoro? Sono ventuno”
    “Ventidue”
    “Ventuno, scommettiamo?”
    “Pizza e birra, andata!”
    “un.. du… tre… cinc… sett… diec… quindic… venti ventuno… e ventidue! Ma te pensa! Mi era sfuggito! Grazie, ha fatto bene a farmelo notare, avrei dovuto rimettercelo di tasca mia. Le devo una pizza e una birra, allora”
    “Sì, ma ora si sbrighi, per favore”
    “Ho quasi finito. Dunque… sì, ecco. Mi mette una firma qui?”
    “Eh? Sta scherzando, vero?”
    “Certo che no, è la procedura!”
    “Ma… le pare possibile… che vengo qui a rapinare una banca e firmo il cedolina di rapina?”
    “È la procedura. Guardi, non importa che sia proprio leggibile, basta una sigla, una X, uno scarabocchio. La cosa importante è che non faccia come l’ultimo rapinatore che ha firmato Mickey Mouse…”
    “Ma… è sicura?”
    “Sicurissima. Sono anni che lavoro per questa banca e mi hanno più volte premiata come “dipendente del mese”. Ho la coppa di “Miss precisina” e ho appena passato le selezioni per il concorso per il commesso che conta i soldi più velocemente”
    “Accidenti, però… devo dire che in questa banca si fanno le cose fatte davvero bene…”
    “Beh, glielo dico senza falsa modestia: la settimana scorsa abbiamo avuto un trafiletto su “La Voce di Trucazzano”. Hanno parlato benissimo di noi”
    “Non lo metto in dubbio. Se tutti i commessi sono cortesi come lei…”
    “Via, non mi faccia arrossire. Ma ecco, tenga. In questa busta troverà il contante, un porta assegni in similpelle serigrafato col logo della banca in rilievo, e una brochure che illustra tutti i nostri servizi, nel caso in futuro lei desiderasse diventare nostro cliente”
    “Beh, grazie, non so proprio come sdebitarmi…”
    “Di nulla, non si preoccupi. E… torni a trovarci!”

  • Va bene???

    “Iiiiiiiiiiiiiiiiiiiooooooooooooooooo faccio quello che cazzo mi pare e piace, occhei? OCCHEI? E’ ora di finirla con “Piero fai questo, Piero fai quello, Piero c’è da rifare la pratica, Piero mi serve un caffè”! D’ora in avanti si cambia registro! Ho una dignità, sapete? Quando sono entrato in quest’azienda mi sono state prospettate un sacco di cose, fra cui RISPETTO, CRESCITA PROFESSIONALE e UMANA! Non ho visto nulla di tutto questo. Sono anni che sgobbo, che sfacchino per tutti, a destra e a manca, senza mai tirarmi indietro quando serve una mano. “Piero, si è incastrato il foglio nella fotocopiatrice” e io lo disincastro. “Piero è finito il toner” e io lo sostituisco. “Piero è caduta la maniglia dello sciacquone nel water” e io, dopo aver indossato la muta da palombaro, la recupero! Ho due lauree, sapete? Avete mai letto il mio curriculum? Non ho solo la terza media o il diploma di maturità, ho BEN - DUE – LAUREE. E secondo voi dovrei andare avanti ancora molto a fare il galoppino senza domandarmi quando avverrà il MIO salto di qualità, quando anche io avrò un MIO ufficio personale, quando potrò diventare il responsabile del MIO settore? Scccccccccch, silenzio! Tocca a me parlare. E’ arrivato il mio momento per fare outing, per ribadire le priorità, per chiarire le posizioni: ora, o si parla di aumento e di passaggio di livello oppure vado alla concorrenza. Ah-ah! Non ve lo aspettavate, eh? Ma cosa credevate… che sarei stato qui per altri 15 anni senza mai chiedere che mi fosse dato il ruolo che mi spetta? Ho avuto un’offerta. Fuori di qui c’è chi si è reso conto di quanto valgo, chi ha valutato con onestà e imparzialità la mia professionalità, le mie capacità, il mio potenziale. Quindi, o mi passate responsabile della produzione cannucce oppur…”
    “Piero, perdio, mi scappa! Puoi uscire dal bagno?”
    “Subito cara”

  • Capisc'ammé...

    “Pina… t’è vist? L’è cambià tusscoss. Gh’è minga pù la gioventù d’una volta”
    “Uuuuuuuuuuuuuuuuuuuuh quando tieni raggione, Rosà! Che quand che c’ereno i nostri tembi era tutta n’ata cosa”
    “L’alter dì l’è vegnù a truamm el me neuud, el fioo de la Gianna, ta sa ricordat?”
    “Chill’ sicco sicco, alto alto, che tiene il motore tutto truccato?”
    “Propi lù! Beh, al me s’è presentà vestì cum’un barbùn!”
    “Evabbuò, Rosà… che i giovani al giorno d’oggi ci piace labbarba e i capelli tutti scapigliati che parono le pagliette per grattugiare le pendole…”
    “St’è capì cus’è? Hu dì che l’era vestì cum’un derelitt… cun ‘sti pantalun tucch sbragà ca sa vedeven persin i mudand!”
    “Evabbuò, Rosà… che finghé si vedono sol le mutand va ancora bbuono. Mio figlio, Ciro, pare nu muort’in biedi… sembre in nero, pallido… Mai nu surriso…”
    “El gavarà minga la depressiun?”
    “Ciccazz ne so. Sta sembre ringhiuso nella sua stanza. Dice che ascolt la musica di chistu nuovo artista ca si chiama come una famosa attrice morta giovane ma che però non è morta di suo ma pare che è morta sparata”
    “OssignùrgiuseppeMaria. Ma la Ledidiana l’era minga morta in tel’incident?”
    “Nooooooooooooooooooooo, ma va! Mica si chiamava accussì. Era un nom tipo… Marialina… qualcoss accussì…”
    “Marialina, Marialina… la fiola del prestineé?”
    “Ma che è? Che quella fa l’attrice?”
    “Sun minga tant sicura, ma m’è pars de sentì el purtinar che’l diseva al sciur del ters pian che la fiola del prestiné l’ha mess su l’infernet un filmin girà in casa”
    “Evabbuò, Rosà, che finghé fanno le cose accasa possiamo star tranguilli, che mò per le strade non ci si buò più fidare. E poi, chessarà mai un fernet…”
    “Beh, il fernet l’è minga tant bun, eh? L’è amaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaar… cume la fiele. Mì preferissi un cicinin di quel liquoeur giallin, quel che te compret in farmacia, t’è present?”
    “Che è, ‘o sciropp?”
    “Ma noooooooo… Pina! L’è una bevanda giallina, che l’ha gà la solusiun per tuch i magagn! Ecco, la Solusione Scium!”
    “Salut, Rosà. Chettisei pigliata, il raffreddore?”
    “Ma va là, a sun sana come un pesce! Pusetost, t’è sentì che el furmagiatt l’è stà operaà alle ragadi?”
    “Maronn’sand! Fino là è dovut andare! Che non lo potevano operare dind’o ospedale nostro?”
    “Pensa, l’han ciapà in temp… se aspettava ancora un po’ lasciava sola la morosa!”
    “Evabbuò, Rosà… mort’un papa sotto a chi tocca”
    “Ma Pina, te s’è diventà matta tutt’un tratto? Sa dis “Morto un papa se ne va un altro”, no?”
    “Appund. Se se ne va vuol dire che lascia il post, se lascia il post vuol dir che è vacande, se è vacande vuol dire che è libbero, se è libbero non è occupato, se non è occupato vuol dire che poss telefonare, se telefono chiamo, se chiamo rispon, se rispond ti send, se ti send ma non ci vediamo più, tand saluti eggrazie”
    “Ancha a tì, né? Scappo, sa vedum duman!”
    “Cià, Rosà…”

  • Esame di guida

    “Signorina Teruzzi?”
    “Si?”
    “Tocca a lei, venga”
    “Ok. Da che parte devo salire?”
    “... non è qui per l’esame di guida?”
    “Sì”
    “E allora da che parte vuol salire, scusi?”
    “Ecco… non volevo che lei pensasse che volevo usurparle il posto mettendomi alla guida…”
    “Non si preoccupi, non mi sarei certamente offeso. … Prego, salga”
    “Grazie. Ecco, lo sapevo! Questa macchina ha il sedile troppo distante dai pedali e oggi non ho nemmeno messo i tacchi!”
    “Beh, prima di lei c’è salito un ragazzo piuttosto altino, quindi…”
    “Eh, appunto, non potevate farmi fare l’esame su una macchina per gente bassina?”
    “Lei mi sta prendendo in giro, vero? Sistemi il sedile, su: la leva è qui sotto”
    “Uh, ma pensa! Però, queste macchine moderne… Fatto. Che devo fare, ora?”
    “Lo chiede a me?”
    “No, all’idrante. E’ lei l’esaminatore!”
    “Non faccia la spiritosa, dovrebbe saperlo. Quali sono le prime cose da fare quando si sale su una macchina nuova?”
    “Lo so! Sistemarsi la gonna e non fumare, a meno che il proprietario non te lo permetta. Credo”
    “Lei è bionda naturale, vero?”
    “Sììììììììììììììììììììììì- ìì, come l’ha capito?”
    “Sesto senso. Ripeto: quali sono le prime cose da fare quando si SALE su una macchina, prima ancora di mettere in moto eccetera eccetera?”
    “Beh, io di solito controllo il trucco nello specchietto retrovisore…”
    “Fuochino. Ha a che fare con lo specchietto retrovisore”
    “… vediamo… Uh, ce l’ho! Prima di mettersi in marcia, sistemare gli specchietti retrovisori in modo da avere una perfetta visione della strada”
    “Perfetto, lo vogliamo fare?”
    “Io sì, e lei?”
    “… sistemi gli specchietti e partiamo”
    “Ecco fatto. Dove andiamo?”
    “Finché non accende il motore da nessuna parte”
    “Uh, che sciocca, ha ragione”
    “Bene, vada dritto fino allo stop, lo superi e giri alla seconda a destra”
    “Ah, stiamo andando dalla Pinuccia”
    “Chi è Pinuccia?”
    “La mia estetista!”
    “Capisco. No, non stiamo andando dalla Pinuccia”
    “Eppure la strada è questa”
    “Lo immagino, ma questa strada non porta solo dalla Pinuccia”
    “Ah no?”
    “No. Non ha usato l’indicatore di direzione”
    “Eh?”
    “La freccia. Non ha messo la freccia”
    “Non l’ho messa perché col vestito a righe stona. Ho messo questo ciondolo a cuore e gli orecchini coordinati, vede?”
    “… la freccia per segnalare che doveva svoltare”
    “Io non volevo svoltare, è lei che mi ha fatto svoltare, quindi doveva metterla lei”
    “Santa pazienza! Io sono quello che deve giudicare il modo in cui guida, io le dico cosa deve fare e lei deve farlo. Punto”
    “Punto? Ah, no, fin qui ci arrivo: questa è un’Opel Astra! Lo so perché anche il mio ex-ex-ex fidanzato ne aveva una così, però azzurra, una tonalità un po’ più scura, e metallizz...””
    “Senta, facciamo una bella cosa, ricominciamo daccapo, ok? Arrivi fino alla rotonda e imbocchi la terza uscita”
    “Sì, ma niente più domande trabocchetto. Ecco… dunque… uhm… la terza partendo da dove?”
    “L’ha già superata, l’uscita che le avevo indicato”
    “Guardi che lei non ha indicato proprio nulla”
    “Intendo dire… non indicato col dito, le avevo “detto” di imboccare la terza uscita”
    “E adesso qual è la terza uscità?”
    “Faccia così, quando è stufa di girare in tondo prenda l’uscita che le è più simpatica, va bene?”
    “Uhm… vediamo… questa è buia, triste, poco soleggiata… questa è la via della palestra, ma non ho dietro la roba per cambiarmi, quindi no… qui ci abita una mia cugina con cui sono in cattivi rapporti e non mi va di incontrarla…”
    “ESCA QUI!”
    “Ok, ok… perché si arrabbia? E’ stato lei a dirmi di prendere l’uscita che mi era più simpatica!”
    “Senta, ora accosti che parcheggiamo”
    “Oh, finalmente, non ne potevo più. Le lascio le chiavi inserite?”
    “In che senso?”
    “Per parcheggiare”
    “Non sono io che devo parcheggiare”
    “Come no? Ha appena detto: “accosti che parcheggiamo”, ne sono sicurissima!”
    “Sa che il biondo le dona parecchio?”
    “Davveeeeeeeeeeeeeeeroooooooooooooooo?”
    “No. Intendevo che LEI parcheggia e io controllo in che modo lo fa”
    “Allora la prossima volta non dica “parcheggiamo”, che diamine! Mi fa passare per una sciocca!”
    “Non sia mai! Solo bionda, le assicuro”
    “Senta, per caso ha qualcosa contro le bionde? Il fatto che lei sia calvo e col riporto, basso, panzone e unto non le dà il diritto di prendersela con chi, invece, ha una folta, luminosa, setosa chioma”
    “Sto solo facendo il mio lavoro. Il fatto che la mia ex moglie sia una bionda non influisce minimamente sul giudizio del suo esame, gliel’assicuro”
    “Allora mi faccia fare l’esame e finiamola, che devo andare dal parrucch… a fare la spesa”
    “Prego. Parcheggi”
    “Adesso le faccio vedere io… come si fa… un parcheggio a regola d’arte… così forse la smette… di pensare… che le bionde… siano tutte stupide… cosa crede?... Che non sia in grado… di parcheggiare?... Ah, ma dovrà… ricredersi… e anche chiedermi scusa… per aver… minimamente… dubitato… delle mie… capacità. Fatto. Ha visto? Cos’ha da dire, ora?”
    “Dico che possiamo uscire dalla fermata dell’autobus, prima che arrivi il 12 barrato, e provare a parcheggiare tra quella Panda e la Clio”
    “…”
    “Senta… devo assolutamente rivederla”
    “Ah, no, guardi, con uno come lei non ci uscirei nemmeno se avesse un Ferrari…”
    “Putacaso non ce l’ho, e comunque sarà obbligata a rivedermi: lei è bocciata”
    “… dice che dovrei fare i colpi di sole?”

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